Torna alla PrimaPagina

Altri articoli recenti
articoli

Commenti
Ci sono 4 commenti relativi a questo articolo

Commento 987 di Mariopaolo Fadda del 11/11/2005


C’è di che essere grati agli amici del Co.Di.Arch. per la loro “folle” trovata di sfidare il potentato dell’ordine professionale di Milano. “Folle” perchè pur sapendo che, bene che vada, riceveranno in cambio ostracismo e denigrazione gratuita, ci provano lo stesso. “Folle” perchè è da suicidi esporsi così apertamente, per una nobile causa, alle invidie e ai rancori di chi è tenacemente attaccato allo status quo. “Folle” perchè vuol mettere al centro del dibattito il ruolo professionale dell’architetto nel nuovo contesto globale e non quello dei burocrati preoccupati solo di difendere e rafforzare posizioni di potere e sottopotere di un’anacronostica corporazione. Una trovata “folle”, dunque ragionevole e praticabile che vorremmo si estendesse da Milano a Palermo, da Torino a Udine, da Ancona a Nuoro e via via sino alla più remota periferia.
C’è di che essere grati a Paolo G.L. Ferrara, Giovanni Loi, Alberto Scarzella Mazzocchi e a tutti gli altri candidati in lista, per avere gettato il sasso nella palude politico-affaristica degli ordini professionali e posto all’ordine del giorno una svolta radicale che:
- metta finalmente mano a quel retaggio medievale chiamato codice deontologico,
- ponga fine all’autolesionismo protezionistico,
- demandi alla libera scelta individuale l’aggiornamento professionale,
- ponga le basi per la liquidazione della squallida lotteria dell’esame di stato,
- stabilisca i corretti ambiti delle categorie professionali affini,
- si faccia garante dei diritti dei giovani colleghi,
- stabilisca, quale principio irrinunciabile dell’ordine, la tutela generalizzata per tutti gli iscritti e non solo per le cerchie degli amici e degli amici degli amici.
In poche parole la liquidazione dell’ordine come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e il primo passo per la creazione di una libera associazione in sintonia con il XXI secolo.
Un’iniziativa che dovrebbe far rizzare le orecchie alle giovani leve che volessero svincolarsi dall’incomoda posizione tra l’incudine di tromboni e tromboncini (35) che firmano appelli “pro-domo sua” e il martello di un ordine che si ricorda di loro una volta all’anno, al momento della riscossione della gabella. E, per chi non è più una giovane leva ed ha “subìto” per anni l’ordine professionale, vieti ostracismi e colpi bassi di ogni genere, un invito a scuotersi dall’apatia e sfruttare l’atto “folle” di questo pugno di colleghi intellettualmente e professionalmente integri. Per non restare intrappolati ora e sempre nell’impotenza e nella fatalità più nere.

Mariopaolo Fadda
Los Angeles, CA
10 Novembre 2005


Tutti i commenti di Mariopaolo Fadda

 

Commento 988 di Renato Cavestro del 14/11/2005


Caro Ferrara,
ho letto con molto interesse l’articolo da te pubblicato.
Avrei però qualcosa da aggiungere riguardo all’Esame di Stato previsto dalla costituzione (siamo l’unico paese in Europa ad averlo insieme alla Grecia), poiché Questa non ne prevede le modalità ed i contenuti.
Nel corso degli anni, l’Esame di Stato si è trasformato in un vero e proprio secondo esame di Laurea, con la differenza che il rapporto tra Commissione e Candidato non è più di livello Professore/Studente, bensì da Collega a Collega.
Con una sostanziale differenza però, poiché il più delle volte chi giudica non ha mai messo piede in cantiere.
Che senso ha dare un tema e dire: “adesso hai 8 ore di tempo per fare un progetto!”
L’Architettura non vive di regole prestabilite che si possono applicare come formule matematiche; è fatta di idee, e questa non vengono a comando.
Quante volte ci è capitato di ritornare, nel corso della fase di progettazione, a scelte iniziali scartate per chissà quali motivi? Di svegliarci nel cuore della notte, e con gli occhi sbarrati gridare il fatidico “Eureka?” Oppure di rimettere in discussione, (magari il giorno dopo) ore ed ore di lavoro perché la strada intrapresa si è dimostrata sterile?
Non è così che si valuta la capacità di un candidato ad operare sul mercato, perché questo deve essere l’obiettivo finale della Commissione esaminatrice, e non la bontà delle sue scelte progettuali, o la verifica delle sue capacità come disegnatore.
Nel tuo articolo parli giustamente di “Maturità alla Professione” ecco cosa dovrebbe realmente verificare la Commissione. Verificare l’approccio del Candidato nei confronti della professione, e stabilire se questi è preparato a soddisfare le richieste della committenza sia pubblica sia privata, attraverso le scelte che andrà a fare.
Di fronte alle stragi di candidati che ci sono ad ogni tornata d’esame, l’Università per prima dovrebbe interrogarsi sul perché ciò avvenga: significa forse che i Politecnici italiani non siano in grado di formare laureati? O che la classe dei Professori non sia all’altezza?
Non credo.
Diciamo allora le cose come stanno veramente: negli anni, l’Esame di Stato è diventato uno strumento di selezione da parte delle Università stesse e degli Ordini professionali nei confronti dei neolaureati, per creare mano d’opera a basso costo.
Non si spiega altrimenti.
Ben venga l’idea di istituire un Esame di Laurea abilitante, purchè questo non penalizzi, come buona prassi italiana, chi come me, lavora da anni e ha rinunciato a farsi giudicare da chi, almeno sulla carta, dovrebbe essergli alla pari, dando la possibilità di dimostrare le sue capacità, come è avvenuto nell’immediato dopoguerra, contro documenti.
Dr. Renato Cavestro

Tutti i commenti di Renato Cavestro

 

Commento 989 di Andrea Pirisi del 16/11/2005


Egregio Prof. Ferrara, sono pienamente d'accordo sull'aggiunta relativa all'Esame di Stato fatta dal Dott. Renato Cavestro.
Io mi sono laureato "tardi" perchè ho dovuto affiancare lo studio al lavoro e nel periodo dell'Università ho continuato a svolgere la professione di geometra alle dipendenze di un'impresa.
La mia esperienza professionale (decennale) potrei definirla senza modestia sodddisfacente, ho lavorato nel privato, nel pubblico, ho fatto corsi per abilitarmi nei vari settori dell'edilizia o semplicemente per interesse personale (sempre e comunque nel campo dell'architettura, vedi ad esempio il corso di architettura bioecologica ANAB). Una volta laureato ho tentato l'esame di stato ma non l'ho passato. Mi chiedo in che modo una commissione che non sa assolutamente niente di me possa valutare la mia professionalità (non dico le mie capacità di architetto).
Ho deciso per protesta (ovviamente mia personale) di non tentarlo più e di aspettare una modifica all'attuale normativa con la speranza che venga tolto ogni paletto e che la verà professionalità dell'architetto possa essere dimostrata "sul campo". Nel frattempo volendo potrei riiscrivermi all'albo geometri (per il quale sono già abilitato) oppure.... lavorare per qualche ingegnere per il quale, non si capisce perchè, l'esame di stato è solo un pro-forma.

Tutti i commenti di Andrea Pirisi

 

Commento 990 di alessio lenzarini del 18/11/2005


Sono iscritto all'Ordine degli Architetti di Bologna dal 2000 (e forse ho avuto poco tempo per un'elaborazione del significato...) ma sinceramente mi sfugge ancora il motivo fondante dell'esistenza stessa degli ordini professionali. Non intendo banalizzare la questione con visioni anarco-individual-liberiste, ma tutto sommato se il significato degli ordini deve ridursi all'erogazione di un 'servizio' agli iscritti, in termini di tutela legale o di proposte formative o di qualsivoglia altra cosa, mi sembra abbastanza assurdo essere obbligati a pagare un servizio senza potere scegliere da chi e come riceverlo: e dico questo anche postulando la migliore delle ipotesi, ovvero un ordine professionale che quel servizio lo eroghi davvero, efficientemente, con vocazione paritaria alle esigenze di tutti gli iscritti, senza nessun abuso di potere o lobbismi vari. Se invece si suppone che il significato degli ordini vada al di là dell'erogazione di un servizio e consista cioè nel 'rappresentare' i suoi iscritti, in senso quanto più ampio si vuole, allora le cose cominciano ad essere complesse.
In generale, ho l'impressione che la concezione attuale dell'ordine professionale sia ancora abbastanza legata a vecchi schemi socio-economici, ad uno spirito 'corporativo' proprio di un mondo in cui la 'professione' la praticavano in pochi, e quei pochi si conoscevano più o meno tutti fra loro, e appartenevano ad una precisa classe sociale che condivideva esigenze, obiettivi, interessi innanzitutto socio-economici e poi, eventualmente, culturali. Mi spiego meglio: ho spesso l'impressione che il significato dei nostri ordini rimandi ancora ad una concezione di dignità insita tautologicamente nella professione di architetto, come se la dignità e il valore professionale non derivasse da come si svolge tale professione bensì dal fatto stesso di praticarla e potere scrivere 'arch.' sul biglietto da visita. Oggi di laureati in architettura ne abbiamo in abbondanza, sparsi tra tutte le classi sociali (che ancora esistono, non scherziamo) e molti fanno lavori che non centrano nulla con la loro laurea, e molti altri svolgono le mansioni che un tempo erano appannaggio dei geometri oppure si sono specializzati nelle nuove mansioni della computer-grafica, e moltissimi sono i dipendenti (o simil-dipendenti) malpagati di loro colleghi più bravi o più fortunati, e alcuni fanno i burocrati o, peggio, i censori nelle pubbliche amministrazioni, e pochi svolgono la libera professione e pochissimi la svolgono con il coraggio, il talento, la voglia e il tempo per coniugarla a qualche discorso contenutistico-espressivo. Pertanto mi chiedo: non è un po' difficile, anche con le migliori intenzioni, che un ordine riesca a tutelare contemporaneamente tutte queste diverse specificità della professione (sarei tentato di dire: 'diverse figure professionali')? Come possono essere oggetto di tutela paritaria il datore di lavoro e il suo dipendente? Per non parlare, poi, di questioni di natura strettamente culturale: architetti, pianificatori, paesaggisti, conservatori... non nascondiamoci dietro alla bugia che si tratta sempre della stessa professione! E' senz'altro vero che per il momento queste differenziazioni del corso di laurea stanno trovando poca applicazione reale nel mondo del lavoro, ma se in futuro troveranno un riscontro concreto (cosa forse auspicabile) non ci si potrà certo nascondere una contraddizione insita perfino nel nome stesso del nostro ordine professionale: contraddizione non di interessi economici ma, ben più marcata, di vocazione intellettuale. Ammetto, con spirito tra lo scherzoso e il polemico, che personalmente non mi risulta graditissimo, in termini di principio, pagare ogni anno un'iscrizione ad un ordine che dovrebbe rappresentare sia me, ingenuamente orgoglioso del mio ruolo di progettista, sia altre figure che non riesco a non sentire alla stregua di miei 'nemici naturali': figure come, appunto, i pianificatori, i paesaggisti e i conservatori che, nella mia soggettivissima visione delle cose, dovrebbero risultare depositari, nel gioco democratico delle parti, di una propensione alla gestione e allo sviluppo del territorio quantomeno alternativa alla mia (per non dire opposta).
Se cambia il sistema socio-economico-culturale entro cui si attua l'esercizio della professione di architetto, allora dovrebbe cambiare -radicalmente- anche la concezione stessa dell'ordine professionale. E questo probabilmente può avvenire, per usare una vecchia categoria critica, sia con le riforme (ovvero nuovi programmi e nuove idee) sia con la rivoluzione (ovvero abolizione degli ordini e nascita di un qualcos'altro ' X ').

Avanzo un'aspettativa a dir poco utopica: davanti ad un'attività professionale che, rispetto a qualche decennio fa, risulta maggiormente condizionata dai quadri normativi di riferimento, sempre più complessi e invasivi della libertà espressiva, il futuro ruolo dell'ordine degli architetti non potrebbe consistere nel fare sentire la voce degli iscritti in termini legislativi per tutto ciò che riguarda l'architettura? Anziché essere solo saltuariamente e pallidamente consultato come avviene oggi, l'ordine degli architetti non potrebbe diventare autorevole organo promotore di proposte di legge, referendum abrogativi o similari? E parlo di roba concreta, non di proclami su di una generica qualità architettonica: parlo di concorsi pubblici, di commissione edilizia, di soprintendenze, di piani regolatori, di riforme radicali a tanti aspetti della normativa vigente scritta palesemente da chi un edificio non l'ha mai progettato. Credo che pagherei molto volentieri la mia iscrizione ad un ordine che, dopo cinque anni di democratica battaglia, mi permettesse infine di lanciare sfere di diametro superiore a 10 cm contro parapetti da me progettati e assistere estatico all'evento dell'attraversamento! O, se si vuole, anche cose più importanti...
buona giornata a tutti

Tutti i commenti di alessio lenzarini

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]