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Ci sono 4 commenti relativi a questo articolo

Commento 1340 di alessio lenzarini del 03/08/2006


Chiedo scusa per la forse eccessiva vis polemica, ma non posso che dichiararmi annichilito dalla sequela di amene banalità, senza capo nè coda, sciorinate da Mara Dolce. Ma che siamo in un film di alberto sordi? O in un sito di Italia Nostra?

L'annoso e spinoso dibattito su Corviale equiparato ai piagnistei conservatori contro l'Ara Pacis di Meier? L'intelligente campagna di antiretorica sensibilizzazione culturale degli 'Amici del Mostro' definita un 'imbarazzante ludicismo'? (a me invece crea parecchio imbarazzo la moda di appioppare l'epiteto di ecomostro a qualsivoglia edificio, perfettamente legale, che disturbi l'arcadico senso estetico di certi signori...) Un personaggio spudoratamente neo-con come Giorgio Muratore (fomentatore, tra l'altro, di ininterrotti piagnistei antimeieriani sul blog Archiwatch), che detesta cordialmente qualunque poetica architettonica non risalente ai tempi in cui era giovane e bello, messo sullo stesso piano di Antonino Terranova, semplicemente per la comune difesa di Corviale? L'ottima analisi di Terranova sulla vicenda Ara Pacis (cui peraltro Mara Dolce pretenderebbe di rispondere) limitata e circoscritta ad una frase, ovvero all'ovvia ammissione di alcuni problemi di base (nefasta ingerenza della soprintendenza) che minano parzialmente la buona riuscita del progetto di Meier? I mali dell'architettura italiana attribuiti alle posizioni culturali di Muratore, Terranova 'e altri come loro' (posizioni peraltro, come già detto, antitetiche)? I presunti problemi urbanistici generati dall'edificio di Meier tranquillamente paragonati, con elegante similitudine, ad un malfermo ponte odontoiatrico nella bocca del sig. Terranova? Effettivamente, l'iniziale citazione morettiana non è abbastanza calzante: siamo in piena zona Vanzina!
Tuttavia, a ben guardare, un filo conduttore concettuale nell'articolo di Mara Dolce in fondo esiste: ed è la trita, populista, acritica contrapposizione tra valore della 'abitabilità' e valore della 'idea'! Contrapposizione che, tradotta in termini di dibattito architettonico, significa semplicemente rifiuto dell'architettura come forma d'arte espressiva e comunicativa. Tutti gli artisti praticanti altre discipline sono tanto più bravi quanto più hanno un messaggio profondo da comunicare, quanto più esprimono una personale visione della realtà, un'originale analisi della società, quanto più stimolano il pubblico a pensare, quanto più dicono le cose che nessuno vuole sentire: gli architetti, invece, non lo possono fare, perché altrimenti deturpano il territorio, ammorbano i cittadini coi loro formalismi egocentrici, talvolta addirittura (corre voce) minano le basi della quiete sociale! Borges è stato un genio, però, sai, era uno scrittore... se fai l'architetto il tuo modello deve essere Barbara Cartland, il tuo dovere è perseguire una quieta e armoniosa abitabilità, che mandi tutti a letto col sorriso sulle labbra! Probabilmente, un bravo architetto riesce anche a dare qualcosa in più sul piano del mero piacere di abitare, ma vorrei che mi si spiegasse una volta per tutte che cos'hanno di così tremendamente inabitabile le tante villette a schiera o palazzine geometresche che affollano il nostro immaginario urbano: il problema, semmai, è la carenza sul piano dell'espressione contenutistica, dello stimolo intellettuale, del coinvolgimento emotivo e, soprattutto, sul piano dello scardinamento dei canoni estetici consolidati.

Spunto di riflessione: tutto il percorso critico e progettuale di Peter Eisenman (a opinabilissimo parer di chi scrive, il più importante architetto del '900) prende le mosse, circa trent'anni fa, da una considerazione semplicissima, al limite del banale, che si può sommariamente riassumere così: l'architettura è rimasta indietro, rispetto a tutte le altre arti, come capacità di esprimere lo spirito del tempo ovverosia il relativismo novecentesco; questo fatto è dovuto all'intrinseco legame della disciplina architettonica con l'idea di abitare e conseguentemente con l'idea di stabilità; al contrario delle altre arti, l'architettura non è riuscita a crearsi un linguaggio compiutamente moderno, ovverosia destabilizzante, poiché era più difficile destabilizzare una disciplina che risultava intrinsecamente legata all'idea stessa di stabilità; affinché questo avvenga, bisogna temporaneamente separare la prassi architettonica da ogni zavorra extralinguistica (stabilità, abitare, luogo, firmitas, funzionalità) per immergerla in un rigeneratore bagno autoreferenziale; solo quando l'architettura avrà sviluppato un proprio autonomo linguaggio compiutamente moderno, allora potrà ricominciare ad assolvere a tutte le istanze extralinguistiche che la caratterizzano, ma esprimendo nel contempo, al pari delle altre arti, lo spirito del relativismo novecentesco.

Quanto Eisenman auspicava credo in questi trent'anni sia in gran parte avvenuto, perlomeno a livello di architettura 'alta'... molte nuove

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Commento 1339 di Alessandro lanzetta del 03/08/2006


Perchè mai la manda in crisi una possibile contraddizione tra la strana e dura bellezza di alcuni manufatti (corviale, rozzol melara, le vele, il laurentino, etc......) e il fatto che per molti motivi ci si viva male? Pensando che inoltre molti di questi sono del tutto alieni al tema architettonico?
E che forse nella tanto decantata città antica e storica non c'erano molti edifici e tessuti invivibili ma che con l'andare del tempo, e sopratutto della tecnica sono stati pian piano trasformati e adosso noi li troviamo vivibili, funzionanti e sopratutto bellissimi.
Ossia: per quale motivo non si vuole dare al Moderno la stessa chance dell'antico di essere modificato dal tempo diventanto un valore contemporaneo?
Vada l'autrice a vedere i bellissimi quartieri delle città mediterranee europee ormai lindi e pinti e guardi gli analoghi disperati mediorientali, e rifletta sul fatto che se corviale non le piace, forse non merita di essere abbattuto.
Ma cambiato, architettonicamente, forse si......

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Commento 1342 di giancarlo genovese del 05/08/2006


al signor Alessio lenzarini
Complimenti per il discorsetto. Lei, dunque, è un senzatetto?
O vive con eccitante scomodità su di un cubetto in clsa speciale donatole da Peter EINSTEIN?
Cosa leggo? l'auspicio ad un'architettura come "..forma d'arte espressiva e comunicativa". Quisquiglie da Beaux Arts.
Non di mostri privati nè di luoghi pubblici, ma di luoghi comuni e dei loro "inverso" è fatta l' Italia e se l'architettura diventasse comunicativa (Eisenman ce ne scampi) questo al massimo comunicherebbe. Meglio muta.. e (aimè) funzionale, aspettando la primavera.
Architettus
Architetti
Architetto
Architettum
Architette ( signore plurali)
Architetto
Tutti architettano, con qualche eccezione: ecco come si declina l'architettura.

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Commento 1348 di mara dolce del 07/08/2006


risposta a Lenzarini

Non rispondo all’”ottima analisi di Terranova sulla vicenda Ara Pacis”ma alla posizione che Terranova assume sulle demolizioni , quest’ultimo infatti, allega un link a fine articolo che riporta alle vicende di Corviale e Laurentino sulle quali ha scritto.
Ed è al Laurentino che viene paragonato, “con elegante similitudine, “ il “ malfermo ponte odontoiatrico nella bocca del sig. Terranova” e non ai “ presunti problemi urbanistici generati dall'edificio di Meier.
Trita, populista e vanziniana la difesa di un’architettura di qualità (per Souto de Moura e Las Casas neppure un esclamativo) ; raffinata e alta l’operazione “di sensibilizzazione culturale degli 'Amici del Mostro'”quelli che difendono le case, gli architetti e la storia mica le persone che ci abitano: vorrebbero sensibilizzare gli abitanti di Corviale che quest’ultimo deve esistere e loro ci devono vivere perchè testimonianza dell’opera del suo autore o forse perchè , come direbbe Lenzarini –“è un esempio di forma d'arte espressiva e comunicativa” ?
Sono d’accordo con Lei invece, a chiamare in causa Alberto Sordi, quando scrive del ruolo dell’architetto: “Tutti gli artisti praticanti altre discipline sono tanto più bravi quanto più hanno un messaggio profondo da comunicare, quanto più esprimono una personale visione della realtà, un'originale analisi della società, quanto più stimolano il pubblico a pensare, quanto più dicono le cose che nessuno vuole sentire”(...)
Il provincialismo dell’affermazione – (la nostra fortunatamente, è la generazione che ha scelto l’architettura costruita negli studi di architettura all’estero e non quella chiacchierata e scritta delle pubblicazione dei dipartimenti italiani)- è pari solo alla comicità suscitata dalla sospetta e accorata difesa di Terranova.

Tutti i commenti di mara dolce

 

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