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Ci sono 3 commenti relativi a questo articolo

Commento 7438 di Vilma Torselli del 17/08/2009


Ci sono luoghi comuni che possiedono una straordinaria forza seduttiva, un potere evocativo tanto radicato quanto ingannevole, uno di questi è l’idea di tradizione. Intimamente connessa al concetto di identità e quindi di differenza, la tradizione è vista come una componente statica della cultura di un popolo, alla quale parametrare la modernità ed al tempo stesso la propria appartenenza etnica. In realtà non vi è nulla di più instabile della tradizione, che non solo è “una tessitura di secoli di avventura.", ma è essa stessa un’avventura in fieri, un impasto indistinguibile di nuovo e vecchio in continua lievitazione, un processo collettivo ed individuale variabile ed imprevedibile al quale è arbitrario attribuire le caratteristiche fisse e precise di uno o l’altro momento storico . Cosa vuol dire seguire la tradizione? Quali i riferimenti da tenere presenti, di cent'anni fa, di duecento? C’è un periodo nel quale individuare e fissare la tradizione?

Mi viene in mente un paragone che ho letto da qualche parte, secondo il quale stabilire un momento significativo al quale far riferimento per la definizione della tradizione e dell’identità di un popolo è un po’ come scattare la foto di gruppo di una indisciplinata classe di bambini, in continuo movimento, che si scambiano di posto, che mutano la disposizione, il numero, l’espressione ….. Qual’è lo scatto che veramente li rappresenta? E una volta fissati in una foto, quei bambini ci si possono veramente riconoscere?

Oggi, in epoca di globalizzazione, l’altra faccia di una medaglia che esibisce con compiacimento una visione ecumenica ed universalizzata della realtà planetaria, è il timore del diverso espresso demagogicamente come difesa delle radici culturali, come difesa di una cultura glocalizzata alibi per una crescente attenzione verso il locale e i localismi in genere, camuffati, appunto, da ‘valori tradizionali’: per citare, Sandro, parole del tuo articolo, “In quest'ottica la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in particolare per essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali."

Bobo, artista immaginativo con una grande manualità e con l’anima ecologica di attento osservatore della natura, è rimasto vittima di “un regolamento pittoresco e, nella sua ingenuità, anche un po' fanatico” che non concepisce neanche lontanamente che, in oltre mezzo secolo, la tradizione, anche quella della Val d’Aosta, possa aver accolto neologismi, ibridazioni e legni clandestini, appropriandosene e quindi assimilandoli in quella che, fra qualche anno, sarà chiamata ‘tradizione’. L’identità collettiva è meglio rappresentata da “regole e comportamenti da documentare e tramandare fedelmente ai posteri” o da chi, pur figlio di quella terra, sta “nel mondo con la sensibilità di oggi” e distilla poesia assemblando con passione e fantasia uno dei materiali più amati dall’uomo (specie valdostano) sin dall’inizio dei tempi senza distinzione di essenze?
Quanto all’imbarazzo degli organizzatori del concorso che sono fermi al ’54, direi che si sono persi un pezzo di storia del ‘900, il quale va incontrovertibilmente verso una unificazione dei linguaggi e l’abolizione di categorie quali arte, artigianato, arti minori, arte applicata, design ecc. ( altrimenti che ci stanno a fare le Arts and Craft, il liberty, la Bauhaus ?). L’espressione creativa è arte, persino sotto forma di ruota di bicicletta o lattina di campbell’s soup.

Ora, che vuol dire quel titolo “Mostra-Concorso dell’artigianato valdostano di tradizione”, volto “agli artigiani del settore tradizionale ed equiparato” (surreale! Vorrei proprio vedere come si fa l’equiparazione)? E’ corretto ed adeguato ai tempi imprigionare un’espressione comunque ‘artistica’ in categorie così riduttive? Non è, oggi come oggi, un’anacronostica forzatura e la deroga un peccato solo veniale, anzi magari un'utile indicazione verso un ammodernamento del regolamento?

Ovviamente non posso/voglio entrare nel merito di scelte che non conosco sufficientemente a fondo, comunque consiglierei a Bobo di ritentare l’anno prossimo, col tempo e con la paglia maturano le nespole, vuoi che non ‘maturino’ pure gli organizzatori di concorsi?

Ps: se passo da quelle parti, chiederò anch’io il mio pennarello colorato e cercherò di individuare il clandestino. Si vince qualche cosa?

Vilma Torselli

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Commento 7437 di PIETRO PAGLIARDINI del 17/08/2009


Commentare questo articolo è difficile, almeno per me, perché a discorrere di tradizione in senso generale corro il forte rischio di scadere nel luogo comune. In questi giorni poi di campagne politiche estive sull’inno nazionale e sui dialetti da insegnare a scuola il rischio rischia di diventare certezza e dà ragione, in fondo, a chi dice “la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in particolare per essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali."
Di primo acchito, invece, mi viene da pensare che “difendere la tradizione dai tradizionalisti” sia, questo sì, un artificio retorico un po’ subdolo per appropriarsi delle armi dell’avversario e con ciò annullare l’avversario stesso. Questo non sarebbe un problema, visto che non c’è nessuna guerra personale in corso, se non fosse che a perdere sarebbe proprio la tradizione stessa e l’architettura rimarrebbe in mano a coloro che la ignorano (la tradizione). Se infatti la tradizione non la difendono, o non ne sono capaci, i tradizionalisti come possono farlo coloro che scientemente l’hanno cancellata in quanto ritenuta inutile e sorpassata fino al punto di ricominciare daccapo e fondare in laboratorio una nuova architettura?
Come può candidarsi ad esserne autentico custode e interprete chi crede che l’uomo del nostro tempio sia altro dall’uomo di appena un secolo fa, quasi avesse subìto una mutazione genica e per questo gli ha cancellato e azzerato ogni riferimento (architettonico, spaziale e urbano) non tanto alla “tradizione”, se banalizzata a livello di pro-loco, ma al patrimonio culturale accumulato dall’uomo nel corso di secoli di lavoro e di ingegno per adattare l'ambiente al proprio benessere fisico e psicologico?
Ma detto questo non posso eludere il problema di come la tradizione possa innestarsi nella contemporaneità affinché non inizi “la marcia verso la disumanità”.
Intanto dico che quanto Benjamin afferma, può essere tranquillamente rovesciato nel suo contrario “In ogni epoca bisogna cercare di strappare il presente al conformismo che è in procinto di sopraffarlo” e rimanere altrettanto vero, dato che è davvero raro trovare maggior conformismo, direi fino alla noia, nella tiritera continua della creatività, dell’esaltazione dell’invenzione e del rinnovamento! Dunque occorre non fidarsi troppo delle parole, specie quando sono double-face.
Inoltre vorrei evitare ogni discussione sul nuovo e sul vecchio. Adorno mostra di dare grande importanza a questi due termini che, in realtà, non esprimono nessun giudizio di merito ma sono pura qualificazione temporale. E’ un vizio, a mi avviso grave e questo sì conformista, quello di contrapporre il nuovo al vecchio, anche questo speculare a quello di coloro che rimpiangono il tempo che fu. E’ un po’ il contraltare di “le stagioni non sono più le stesse”; mitizzazione dell’ieri e mitizzazione dell’oggi, memoria deformata la prima, negazione della memoria la seconda. Vizio diffuso in ogni campo, in politica soprattutto, dove in realtà porta sempre a rapidi e disastrosi fallimenti proprio per la mancanza di merito e valore nel concetto di nuovo in sé; diventa addirittura pericoloso in campo bioetico dove “la marcia verso la disumanità” è cominciata da tempo e dove, per mancanza di memoria, si va inesorabilmente verso azioni che fino a non molto tempo fa evocavano esperimenti mostruosi su innocenti e che erano rappresentati tutti in nella figura di un medico diabolico; il tutto giustificato con la necessità del nuovo (allora nuova razza, oggi nuovo uomo).
Dunque il temine tradizione in campo architettonico, di cui anch’io faccio largo uso, assolve alla funzione di “comunicare” una distinzione con il pensiero architettonico dominante (mi riferisco a quello del mondo culturale, degli architetti, dei media, dell’università, di quello, cioè, che appare e che forma e informa i presenti e futuri architetti) e, in questo senso, serve anche ad esercitare una contrapposizione tra gruppi. Io, poi, a questa contrapposizione credo particolarmente, ne sono addirittura un fautore, per due motivi fondamentali:
il primo perché non può esserci dialogo equilibrato tra una maggioranza bulgara e una piccolissima minoranza carbonara;
il secondo perché appartengo ad una generazione che porta il marchio indelebile della politica e difficilmente riesco a fare astratte disquisizioni non finalizzate ad un risultato, a breve, a medio o lungo termine che sia.
Dunque assumo il termine “tradizione” come mio, pur sapendo che si porta dietro una serie di scorie negative, per farmi capire meglio, per distinguermi da altri. Ma anche per il fatto che è certamente migliore e più vero del termine “antico”. La differenza tra architettura “antica” e architettura “tradizionale” è fondamentale, perché la prima esprime, prima di tutto una datazione consolidata e non può prescindere da uno “stile” architettonico, la seconda invece è processuale, è architettura viva che conserva la memoria genetica di tutta l’architettura che si è sviluppata in un determinato luogo o area geografica.
Dato che l’architettura non è astratta creazione di forme senza tempo e senza luogo ma non può prescindere dal tempo e dal luogo è proprio il termine tradizione a rappresentare e distinguere oggi un tipo di architettura che si contrappone a quella dominante, la quale invece prescinde dal tempo, perché lo interpreta solo superficialmente e banalmente come parata tecnologica, dunque in senso solo stilistico (eterogenesi dei fini dato che si tende a negarlo fieramente come una vergogna) e non come processo evolutivo e tipologico, e senza luogo perché globalizzata, omogeneizzata, e perciò priva di informazione e povera e consumistica, quasi un usa e getta.

Per finire, un accenno alla vicenda valdostana, che però non conosco affatto ma che mi suggerisce (sempre per quel marchio del tempo che mi porta a discorrere in termini politici) una considerazione di tipo diverso e fuori tema. I regolamenti in una società democratica sono necessari ma pericolosi perché possono escludere il buono e mantenere il cattivo. Direi che è il difetto principale della democrazia che porta in sé il germe della spersonalizzazione e della deresponsabilizzazione. E’ tutta la nostra società occidentale e democratica che soffre di questo grave male a cui ancora non è stato individuato un rimedio (ammesso che ci si pensi) e anzi si sta accentuando pericolosamente. L’eccezione non è ammessa perché nessuno si assume la responsabilità di accettarla e, chi lo fa, viene ritenuto pericoloso e si parla di “vulnus” alla legalità e alla democrazia.
La procedura, il metodo qualifica il nostro tempo, soprattutto nel nostro leguleio paese. Il merito soccombe sempre.
Probabilmente, nel caso del nostro scultore, sarebbe bastato qualcuno che, senza cambiare il regolamento, si fosse presa la responsabilità di fare un’eccezione riconoscendo che l’opera rispettava comunque la tradizione, anche con essenza proveniente da altro luogo, con ciò, a mio avviso, stando nel filone della tradizione che è evoluzione.
Invece succederà che, per una ottusa aderenza ad un regolamento, l’anno prossimo, dopo l’inevitabile e ampio dibattito, faranno la pensata di cambiare il regolamento e con ciò apriranno ad opere di tutt’altro genere e perderanno così la tradizione.
Morale: le leggi non devono seguire la cronaca ma sono gi uomini che devono trovare la capacità di scegliere e di assumersene la responsabilità.
Pietro Pagliardini

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Commento 7444 di renzo marrucci del 22/08/2009


Si potrebbe dire che tra gli uomini c'è sempre chi si chiude troppo nella realtà dei padri e tende a fissar le regole per difendere qualche cosa che è comunque difficilmente difendibile... forse chissà... è una molla che vedo scattare spesso anche negli insospettabili. Sovviene nell'appartenenza a qualcosa ... alla terra, alla città e a tutto ciò che ci costruisce. Il tentativo di difenderla troppo la tradizione, la fa ricadere nella imbalsamazione dei suoi contenuti e allora occorre capire il perchè in quanto, comunque, nella continuità deve evolversi anche e necessariamente lo spirito di osservazione e il senso critico che se ci porta nel presente elaborando il futuro... ci consente anche di orientarci nell'altrettanto vivo e confuso, spesso elugubrante, speculativo, opportunista falso senso del futuro...
Il passaggio dal senso della tradizione e della storia al presente che viene giorno dopo giorno cioè il futuro... è troppo spesso vissuto come una noia, una cosa da superare a tutti i costi... una frenesia che non si cura spesso di avere o cercare una vera coscienza. E' forse questo che procura molta confusione? L'intuizione non è sempre qualche cosa che andando avanti porta dietro il meglio di noi?

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