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Ci sono 18 commenti relativi a questo articolo

Commento 9130 di vilma torselli del 08/11/2010


Questo http://dailymotion.virgilio.it/video... è un divertente Sgarbi-show che forse è sfuggito a Ugo Rosa.

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Commento 9129 di Antonino Saggio del 08/11/2010


Leggiamo, anche se non proprio tutto, quest'articolo. Ma bisogna guardare dritti dritti e davanti. Se volete qui http://antoninosaggio.blogspot.com/2009... se ne era discusso

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Commento 9134 di vilma torselli del 10/11/2010


Per Antonino Saggio.
Premettendo che condivido ciò che scrive nell’articolo da lei stesso citato, mi pare vadano aggiunte alcune considerazioni:

L’idea di un museo autosostenibile, che si autofinanzi con introiti propri mi pare assolutamente normale per quei musei americani, circa ventimila, la quasi totalità dei musei sul territorio, che non sono statali, ma sono stati pensati, costruiti e ‘riempiti’ da privati: dal Getty Museum al Whitney Museum ai vari Guggenheim, che hanno dato ‘casa’ ai transfughi surrealisti europei monopolizzandone le opere e creando da zero l’espressionismo astratto americano, ai vari Rothschild, che ne hanno esposto nelle loro sedi bancarie 2500 esemplari, ai Castelli ecc.

Cito dalla rete www.sindromedistendhal.com/LaLente... “I nostri musei hanno ben poco in comune con quelli americani. Sia da un punto di vista istituzionale, gestionale ed amministrativo, sia sotto l’ottica più strettamente legata alla funzione culturale del museo. Negli ultimi anni si deve al noto studioso e direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis un impegno attento e appassionato sull’argomento. Ne sono testimonianza due importanti libri (“Italia S.pa.” pubblicato da Einaudi nel 2003 e “Battaglia senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, una raccolta di articoli e interviste, edizione Electa -2005), numerosi interventi su giornali e riviste specializzate ed infine la recente nomina a presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali.
Settis è impegnato a dimostrare, innanzitutto, che primo ostacolo all’applicazione del “modello americano” in Italia è una profonda differenza ontologica tra musei italiani e statunitensi.”

Personalmente, forse perché non sono americana, penso che la cultura, come la scuola, debba/possa essere gratuita o anche onerosa, penso che i musei non dovrebbero far pagare il biglietto d’ingresso, che i depliant e il materiale divulgativo sulle iniziative in corso dovrebbero essere regalati ed offerti gratis ai visitatori perché meglio comprendano (un catalogo che costa 50 euro non è alla portata di tutti, delle orrende tazzine con su scritto ‘Tamara de Lempika’ sono inutili, portano soldi all’organizzazione ma non diffondono cultura).
Oggi Guggenheim è una griffe come Prada e Armani, un marchio diffuso nel mondo, a New York a Bilbao a Venezia a Berlino (dove è in joint-venture con Deutsche Bank), una vera e propria multinazionale dell’arte che gestisce la totalità delle opere del ‘900, dal Surrealismo al Cubismo, all'Astrattismo alla Pop Art.
Parallelamente gestisce anche un enorme bilancio per ciò che riguarda l’indotto, vendita di cataloghi, di riproduzioni, gadget firmati, shop museum, guggenheim store, café museum ecc.
Una recente invenzione, che ottimizza la gestione economica e si inquadra in un crescente processo di McDonaldizzazione della cultura cosiddetta globale (nel senso che offre tutto a tutti in modo indifferenziato) è quella delle mostre itineranti (mostra sulla Bauhaus che passa da Berlino a New York, di Tiffany tra Parigi e Montreal, di Hopper da Milano a Roma a Losanna, della mostra sul Futurismo, quella su Hans Hartung ecc.), un unico pacchetto preconfezionato che si sposta da Milano a Roma, dalla Francia alla Germania, con un’organizzazione controllata, efficiente, prevedibile, asservita alla logica di mercato che governa oggi molti fenomeni sociali e culturali (dall'alimentazione al lavoro al tempo libero) .
Sarebbe pensabile e possibile un tale sistema in Italia? Una famiglia ricca e potente che fa incetta di opere e gestisce una catena di musei senza chiedere finanziamenti statali e proponendo una sua libera offerta culturale? Non so se è auspicabile, ma forse, e il MAXXI potrebbe esserne l'occasione, non è da escludere, confidando nel fatto che il supermanager Mario Resca, consigliere del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, è anche l’ex presidente di McDonald’s Italia. Non ci resta che aspettare.

Il 3 giugno 2009 viene inaugurato a Venezia il museo Vedova, modesto, piccolo, costa solo 1,5 milioni di euro, è il primo ‘museo in movimento’ dedicato a trenta tele di un solo artista italiano, dove “le tele del grande artista veneziano vengono esposte per mezzo di una struttura meccanica che con un movimento circolare le trasporta dal magazzino, in cui sono conservate, nella sala dove gli spettatori possono ammirarle mentre “galleggiano” nell’aria.”
www.veneziasi.it/it/musei-gallerie-venezia...
E’ una novità, anche dal punto dello sfruttamento ottimale degli spazi, la tecnologia è semplice ma efficace, bell’idea, forse Elizabeth Diller l’avrebbe o l’ha apprezzata, qui in Italia nessuno ha fatto una piega.

Voglio dire, per chi vive nella realtà di un paese come l’Ita

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Commento 9137 di maurizio zappalà del 17/11/2010


x Ugo.
La generazione dei “tiralinee” di cui io e Ugo facciamo parte è quella che, secondo me, ha subito uno shock antropotecnologico senza precedente! Ora, sarebbe sicuramente noioso ed inutile ribattere l’amico Ugo sui massimi sistemi di pensiero, perché non ne verremmo a capo. E’ ovvio che, non si possa fare a meno di sottolineare la nostra (mia e di Ugo!) divergenza sull'idea di “Rivoluzione tecnologica”. Non so e non voglio derimere sull’architettura ma sulle emozioni che questa imprime, si. L’accanimento sui formalismi architettonici mi sembra molto riduttivo e anacronistico, ad un Ugo “terragno”mi offro come alternativo "acquifero"! Sai Ugo, da tempo ho smesso gli abiti degli avi come i pantaloni a zampa di elefante o peggio, l’eskimo! Devo confessarti che non mi emozionano più e vesto da molto tempo alla “matrix”, molto più tecnologico e figlio dei nostri tempi e forse anche demodè, perchè è già pronto il tessuto nanotecnologico che rende palombari. Su questo credo sia venuto il momento di mettersi d’accordo! C’è un tempo in cui si debba fare i conti con ciò che non capiamo ma viviamo! E se non si capisce che la statica tettonica è cambiata riporteremo sempre i pesi a terra. Ora piacciano o no le “cose” che fanno moltissimi architetti che si cimentano con la nuova architettura, fondamentalmente ciò che mi pare cogliere in taglio a questo argomento è questo: emoziona il Guggenheim di Frank Gehry tanto quello di Frank Lloyd Wright, costi quel che costi? Il costo lasciamolo all’alta scienza dei “ragionieri”! A me pare che il nostro tempo sia talmente pervaso dalla tecnica che l’innovazione antropologica del secolo scorso, incanti e meravigli gli intelligenti e preoccupi gli “insegnanti” che non hanno confidenza con la materia. La simultaneità delle informazioni (oggi), fa sì che dal “mondo” ci appaia l’arretratezza delle novità culturali; tuttavia, è difficile negare che le nuove tecnologie abbiano innescato potenzialità creative equivalenti a una sorta di mixer alimentato simultaneamente dalle attività di una bottega artistica quasi “rinascimentale” e dalle progettualità di un movimento che potremmo definire “d’avanguardia”. Nonostante ciò, si ha l’impressione che davanti non ci sia più spazio e che si possa lavorare solo sul passato, sull’eredità o sulle rovine di quanto è rimasto “dopo le trasformazioni subite dalle regole dei giochi della scienza, della letteratura, dell’architettura e delle arti dalla fine del XIX secolo” come già (o appena) trent’anni fa ebbe a scrivere Lyotard per introdurre la condition postmoderne. E’ così che, alle metafore architettoniche (di Ugo!), per loro natura statiche, un certo Hegel, contrapponeva quelle nautiche o comunque relative a percorsi tormentati. Oggi come ieri e domani, l’architettura è un “viaggio di scoperta” (…memore di Le Corbù o di Khan…!) con un appeal contemporaneo che non può essere quello di mio nonno!Non più un’applicazione di regole o stilemi, di norme e falso naturismo, di dilemma forma/funzione! L’apparente omologazione che rintraccia Ugo mi sembra debole, della debolezza di colui che vuole mantenere a tutti i costi il suo arroccamento, sbrizziato qua e la di novelle cultura protoanticonformista. Di quelli che Libeskind fa cose storte che potrebbero essere benissimo dritte! Certo che anche il Colosseo avrebbero potuto farlo, i Romani, rotondo! Insomma, rintraccio un pressappochismo micidiale e rigido a cogliere il cambiamento, proponendo modelli vintage come conforto dell’animo/specchio! Cosa c’è in giro, un virus deformante o una considerazione nana della possibilità di sdoganare la triade Vitruviana? Quando pensano, i “neolitici” che accadrà il grande passaggio all’era futura? Quando, abbandoneranno la convinzione di poter controllare lo strumento fino a determinare il processo di trasfigurazione? Stare dalla parte della contemporaneità non vuol dire omologarsi o compiacersi di ogni cagata di Zaha, di Gehry o che so io, di Siza, di Moneo…! Che da domani, i tiralinee, progetteranno come i sopracitati, mi sembra molto improbabile! Perché un fattore decisivo in gioco è proprio quel rapporto tra produzione e ricezione, kantianamente tra gusto e genio, che definisce la dimensione estetica come un ambito in cui qualcosa come la ‘coscienza’ entra in relazione necessaria con l’opera, quel segno, copia di un’origine, che resta fenomeno presente, apparente. In cui la relazione tra il segno e l’intelligenza del segno passa per l’eco provocata dall’urto della sensazione: il ‘fantasma dell’opera’. L’ambito tecnico-produttivo dà infatti origine, imitando la potenza generativa della natura, ad immagini; nel far questo rimette l’apparenza alla sua costitutiva ambiguità, la rende fenomeno da salvare. Di questo mi pare qualcuno abbia una paura spaventosa e torna sempre all’ovvio e scontato, al vetusto argomento dell’identità perduta che gli toccano la “tasca”, tutto un po’ social/gatto/comunista! Cosa posso dire altro, caro Ugo, mi sono emozionato d

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Commento 9141 di alessio lenzarini del 26/11/2010


Prescindendo dall'articolo di Ugo Rosa (ironico e simpatico fin che si vuole ma irrimediabilmente nichilista e reazionario) e parlando invece di architettura, colgo l'occasione per sollevare una domanda: perché quando si parla e si scrive del Maxxi, per celebrarlo o per stroncarlo, nessuno ricorda mai che si tratta di un progetto di cui è stata realizzata soltanto una parte e che rimane pertanto palesemente mozzato e incompiuto? Questo aspetto mi sembra imprescindibile per qualsivoglia lettura critica del progetto, almeno per tre motivi:

- rispetto a tanti altri progetti di Hadid, magari più oggettualmente scultorei, il progetto del Maxxi propone il suggestivo tema dei flussi spaziali: tema che tuttavia necessita di un sufficiente grado di reiterazione-proliferazione altrimenti rimane depotenziato. Tutto l'interesse dovrebbe nascere dall'esperienza della complessità spaziale e della circolazione intrecciata, dalla percezione labirintica dei flussi spaziali. Era un tema rigorosamente quantitativo che, realizzato a metà, perde metà del suo interesse nel solo sfoggio qualitativo: meno flussi = meno complessità. Per non parlare della presenza di un flusso-percorso che si interrompe bruscamente perché manca la parte di progetto in cui doveva proseguire...

- il tema dei flussi spaziali poteva avere una grande valenza urbana: il Maxxi non voleva essere un edificio volumetricamente circoscritto bensì la saturazione interstiziale di un'area urbana con flussi spaziali di percorrenza, che tali potevano e dovevano rimanere anche a livello strada. Realizzare metà edificio gli ha tolto ogni carattere di brulicante densità, perdendo il valore di saturazione interstiziale a favore di una semplice esibizione di volumetria: volumetria, peraltro, nemmeno tanto interessante, perché pensata per essere altro. Recintare l'area del Maxxi, ha poi definitivamente tolto ai flussi ogni implicazione di attraversamento urbano.

- il tema dei flussi spaziali vuole instaurare una affascinante corrispondenza spazio-fruitiva con le modalità dell'allestimento museografico: lungi ovviamente dal proporsi come contenitore neutrale e quindi facilmente allestibile, il Maxxi pretende di interagire costruttivamente con l'attività museografica che si svolgerà al suo interno. I flussi spaziali chiedono di essere reinterpretati al variare delle esigenze espositive: un evento per ogni flusso, gli snodi tra i flussi come snodi tematici fra diversi eventi correlati, l'intrecciarsi dei flussi come diramazioni tematicamente diversificate dello stesso evento etc etc. Il Maxxi ambirebbe a divenire un interessante esempio di connubio interattivo tra contenitore e contenuto, da reinventare concettualmente ad ogni mostra: purtroppo, anche sotto il profilo museografico, la minore reiterazione-proliferazione dei flussi irrigidisce le potenzialità di interazione espositiva.

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Commento 9142 di pietro pagliardini del 29/11/2010


Non ho letto l'articolo. Ho letto però il commento di Maurizio Zappalà, sempre da superuomo, sempre sotto effetto di stimoli forti, sempre appassionato, sincero e, appunto, stimolante.
Vorrei fare una domanda, semplice semplice a Maurizio, appartenendo io alla categoria dei neolitici, secondo la sua divertente definizione. Ma chissà se vale la pena rispondere ai neolitici?
Tu dici Maurizio: "Quando pensano, i “neolitici” che accadrà il grande passaggio all’era futura?".
La mia domanda è questa: perché DEVE accadere questo passaggio?
Tutto qui.
Ciao
Pietro

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Commento 9144 di maurizio zappalà del 30/11/2010


Pietro, quanti Flintstones vedi per la strada?Stai progettando comode "caverne", insieme a Krier? Mi sembra che la vita non sia un "fermo immagine"! Ti pare?
mah!

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Commento 9143 di vilma torselli del 30/11/2010


Egregio Lenzarini, mi permetto una breve replica.
Anche se qualcuno si ricordasse che il progetto del Maxxi è incompiuto, ciò non cambierebbe le eventuali critiche, specie quelle negative: un progetto incompiuto e mozzato è un progetto fallito, indipendentemente da chi si possa caricare della colpa, o dell’inavvedutezza, o dell’incapacità alla base del risultato. Voglio dire, riusciamo ad immaginarci il colonnato del Bernini realizzato per metà? Colpa del progettista, del papa o di chiunque altro, sarebbe una scempiaggine e basta!
La lettura diagrammatica (così la chiamano) del progetto secondo i flussi di espansione dei fluidi, (http://www.plancton.com/genart/inarch04/Ciclo_acqua.pdf) con tanto di restringimenti, deviazioni e ‘pozzanghere’ (così le chiamano) informative è senz’altro affascinante, quasi romantica: come non ricordare Zygmunt Bauman e la sua ‘società liquida’, dove anche la modernità è liquida, ”un tipo di modernità individualizzato, privatizzato, in cui l'onere di tesserne l'ordito e la responsabilità del fallimento ricadono principalmente sulle spalle dell'individuo" (Z. Bauman, Modernità liquida, 2002)?
E’ una condizione storica, culturale e soprattutto umana, la liquidità, quella stessa che permette di incanalare in flussi sia i fluidi che le persone, entrambi incapaci di mantenere una forma in mancanza di coesione propria. “Vite di scarto”, persone di scarto, arte di scarto, musei di scarto, mutevoli, effimeri, senza domani ….

Ma tornando al Maxxi e alla sua “affascinante corrispondenza spazio-fruitiva con le modalità dell'allestimento museografico: lungi ovviamente dal proporsi come contenitore neutrale e quindi facilmente allestibile, il Maxxi pretende di interagire costruttivamente con l'attività museografica che si svolgerà al suo interno.”

Compito non facile, a giudicare dall’allestimento iniziale, dove “sculture, dipinti e installazioni dispiegano la loro bulimia a muoversi e a rapportarsi con la nuova liquidità territoriale del comunicare architettonico. Affidate attraverso la mano dei curatori ad un nuovo continente senza confini tradizionali vagano e perdono ogni ancoraggio. Sono fantasmi dispersi e sconcertati che si scontrano e si sovrappongono senza una logica, perché nel mondo della rete aperta e dei flussi dinamici non sussiste né storia né tema. Così il tentativo di isolare gruppi di lavori d'arte, raccogliendoli sotto titoli [……] risulta astratto e inutile. Rende superficiali certi insiemi […..] oppure scardina l'impatto mitico di certi interventi […..]. Di fatto questa riduzione di prestazione artistica è il risultato di una contraddizione. Contrappone la fluidità architettonica ad una pratica statica e passiva, decisamente storica: quella del museo, dove conta l'accumulo, cronologico e linguistico, non la comunicazione. Una schizofrenia tra il compito di collezionare il passato e di proiettarsi nel futuro che produce un procedere ibrido su cui riflettere al fine di non rovinare la funzione dell'istituzione. [……] Avendo progettato un'architettura senza confini né territori privilegiati, un corpo quasi sferico in cui tanto le irradiazioni quanto le prospettive non sono riferimento, ma indici erranti di una superficie totale, Hadid ha sollecitato l'affermazione di un'estetica pluralista, che volge lo sguardo a tutti i possibili stimoli dall'Asia all'Africa, dalle Americhe all'India: un invito alla rimozione del locale e nazionale, per un'apertura alla mondializzazione. E qui si concretizza un'altra dicotomia del nuovo museo che manifesta intenti globali, ma è sollecitato a rivolgere la sua attenzione alla dimensione interiore, quella dell'arte italiana, augurandosi una sua potenzialità internazionale.” Così Germano Celant, “Maxxi caos” sull’Espresso e La repubblica del 3 giugno 2010.
L’articolo di Celant smonta facilmente alcune non scontate prese di posizione:
- che l’arte moderna debba necessariamente essere esposta in un museo moderno
- che l’agibilità per flussi sia automaticamente più intelligente di quella per percorsi
- che i flussi spaziali possano essere reinterpretati al variare delle esigenze espositive secondo una flessibilità parallela tra contenente e contenuto che non pare così agevolmente attuabile, come dimostra l’insoddisfacente esposizione di apertura.

Su queste scelte di fondo l’incompiutezza della struttura ha scarsa rilevanza, anzi, la compiutezza forse accentuerebbe le incongruenze.







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Commento 9147 di pietro pagliardini del 04/12/2010


No Maurizio, mi spiace ma questa non è una risposta. Non a me, che non ha alcuna importanza, ma al perché della cosa, alle motivazioni vere.
la relazione auto-casa, abiti-casa non regge, per molti motivi, uno ad esempio è che i beni di consumo seguono solo le legge del consumo, del mercato. Tra le auto di oggi e quelle di un anno fa non c'è alcuna differenza sostanziale, solo optional di nessuna utilità reale ma utilissimi a vendere.
Per gli abiti poi, se fai bene attenzione, non è cambiato quasi niente, nella sostanza da secoli.
Ma la casa non è bene di consumo. A meno che tu non pensi che lo sia, nel qual caso la tua è una risposta, da me non condivisa, ma è una motivazione.
Ciao
Pietro

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Commento 9149 di salvatore d'agostino del 07/12/2010


Ugo,
condivido il 20% di ciò che dici.
Prima di disarticolare i miei pensieri, vorrei farti una domanda: Che cosa significa ‘funzione’ per un museo d’arte contemporanea (non m’interessano le tue considerazioni sull’arte)? Qual è la funzione (parola che hai ripetuto dieci volte)? Che cos’è la funzione (tecnicamente in questo caso)?
Saluti,
Salvatore D’Agostino

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Commento 9152 di Ugo Rosa del 10/12/2010


Ugo Rosa risponde a S. D'Agostino

Funzionare, v. intr. (funziono ecc.; aus. Avere)
1. Essere in grado o nell’atto di corrispondere alle esigenze specifiche determinanti della propria struttura od organizzazione: la macchina ha cessato di f. ; l’ufficio non funziona più come prima | Rendere in modo soddisfacente: occorre sempre un po’ di tempo perché un nuovo metodo cominci a f.
2. Esercitare una funzione, fungere: f. da segretario | Celebrare (in ambito liturgico): oggi funziona il vescovo.
Così il Devoto-Oli.
Quanto all’etimologia ci si attesta comunemente su quella che fa derivare la parola da functus, participio passato di fungi (fungor, eris, functus sum fungi): conduco a termine; adempio, eseguo, compio, sopporto.

Funziona, dunque, ciò che risponde al compito per cui è stato messo in atto e vi risponde nel modo più adeguato.
Una penna deve scrivere. Ma non basta ancora che scriva perché “funzioni”. E’ necessario, per esempio, che la sua scrittura non richieda, per essere messa in atto, l’uso di sangue umano, di oro liquido o di inchiostri a base di uranio impoverito, che non pesi sei chili e che abbia dimensioni inferiori a quelle di un missile terra-aria.
Quando chiunque disponga delle mani e sia in grado di usarle potrà scrivere a costi economici e in maniera agevole, potremo dire di avere una penna che, effettivamente, funziona.
Poi, naturalmente, avremo penne più o meno belle e, anche, più o meno costose, ma affinché la penna continui a “funzionare” dovremo rimanere sempre dentro un paradigma che sappia declinare bellezza, costo e capacità di servire in termini tra loro adeguati.
Se una penna costa un miliardo sarà, forse, una curiosità da baraccone, ma perde una delle caratteristiche che ne fanno uno strumento di scrittura utilizzabile.
Per gli edifici le cose non stanno diversamente.
Un edificio funziona quando risponde al compito per cui è stato costruito e vi risponde nel modo più adeguato e a costi complessivi (di costruzione e di gestione) sensati.
Ciò che non funziona soltanto ma “ha da funzionare” (un artefatto, cioè, qualcosa che non funziona “solo per caso”) viene infatti progettato e costruito “in funzione”.
Un ospedale è pensato e costruito “in funzione” dei malati che dovrà ospitare, un’abitazione “in funzione” degli abitatori ecc; una sala espositiva deve esserlo “in funzione” delle opere che vi saranno esposte o, più precisamente, “in funzione” del migliore dei rapporti possibili tra l’opera e chi la contempla.
Noto, per inciso, che un museo nato per esporre l’arte del XX secolo risponde ad un’esigenza che proprio l’arte del secolo scorso ha avanzato per la prima volta: quella di un luogo fruibile a piacimento (spesso a pagamento) e votato ad ospitarla e a metterla “in mostra”.
Prima della nascita dell’arte moderna questa esigenza non esisteva.
Né Giotto, né Raffaello, né Leonardo hanno dipinto per far mostre pubbliche e sarebbe divertente immaginare la reazione di Andrej Rublev se gli avessero predetto che l’icona della Trinità, un giorno, sarebbe diventata un poster per pubblicizzare il panettone, Picasso, Modigliani, Van Gogh e Matisse, invece, puntavano, fin dalla prima pennellata, alla galleria d’arte e all’esposizione e quello auspicavano.
Ma ciò non è importante se non per sottolineare che, se qualche opera mai si dovesse trovare a sua agio in un museo (cosa della quale ho sempre dubitato e continuo a dubitare) quella sarebbe proprio un’opera di arte moderna, l’altra infatti ci sta, per definizione, malgré elle.
Parlare dunque di un “museo d’arte moderna” non è dunque trattare di un raro caso specialistico bisognoso di raffinatissime alchimie tecnico-mentali ma è quasi una tautologia giacché è proprio questo il solo caso in cui il museo ospita opere che sono nate esattamente per esservi ospitate.
Definizioni come sala espositiva, museo ecc. racchiudono, com’è noto, un significato che, in qualche modo, si pone a metà strada tra quello della parola “obitorio” e quello della parola “bordello”: vi si reca a pagamento per provare piacere e vi si trovano

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Commento 9153 di vilma torselli del 10/12/2010


solo una breve intromissione in una tenzone che promette di essere interessante: Ugo dice "provate ora a immaginare un padiglione per malati terminali di cancro progettato “à la Gehry”".
Non occorre immaginare, guardate qua
http://www.mrflock.com/eventi/lou-ruvo-center-incredibile-architettura-di-frank-gehry.html
è un centro di salute mentale (si fa per dire) specializzato nella cura di malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, la SLA, progettato da Gehry.
Ogni commento è superfluo.

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Commento 9207 di maurizio zappalà del 17/12/2010


for Pietro.

Rispondo o non rispondo?
Motivo o non motivo?
Leggo o non sono letto?
Consumo o non consumo?
Abitare o abito?

E da qui partiamo...Si, ribadisco che l'architettura, a mio avviso, non è la menata che ci hanno propinato a scuola: funzione o forma?
E' fondamentalmente emozione!Viaggio!
Per cui, arte/architettura /cinema/ abbigliamento sono manifestazioni aptiche (et.: capacità di entrare in contatto con...)senza alcuna nostalgia del passato/passatista che non mi ha dato nulla e che quindi, cerco emozioni, soltanto, al futuro! Consumando e consumandomi fino ad arrivare, forse, quando morirò alla mia vera identità!La tua nostalgia per la "casa immobile" nel tempo, è il mio transito al futuro!Pietro, non vorrei annoiarti e ti dispenso dal ribattermi, se vuoi, pensa semplicemente che "habitus" e "habitare" hanno un legame semantico. "Abito" è un elemento della loro connessione, poichè ne condivide la radice latina. Visto che l'habitus è inscritto nell'abitare perchè non ampliare il paradigma aggiungendo all'equazione anche l'elemento moda?Dare riparo al corpo e vestirlo sono collegati da un vincolo stretto che ti perdi strada facendo stando tu,"immobile"! "Abito" non è soltanto un vestito ma anche la prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo abitare, usato per indicare il proprio indirizzo che per te è via Palladiana n.1. Insomma, è anche affascinante pensare nei termini inglesi, address e dress, come fossero i due lati di un tessuto double-face, in una interazione di habitus e habere che tanto definiscono la moda e l'architettura quanto naturalmente il cinema, poichè tutti hanno a che fare con il C O N S U M O!


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Commento 9211 di vilma torselli del 19/12/2010


Pietro, l’architettura, nata per rispondere a necessità primarie quali la difesa dai pericoli esterni e dai rigori climatici, riparo ed involucro protettivo per il corpo dell’uomo con la stessa funzione di un 'abito' vero e proprio, secondo Gottfried Semper, architetto e teorico tedesco dell’ottocento, si sarebbe poi sviluppata come architettura ‘abitata’, con etimo appunto nella parola ‘abito’, grazie alla pratica della tessitura, tutta femminile, attraverso la quale veniva costruito l’abito per il corpo. Da lì avrebbero infatti preso spunto le costruzioni arcaiche fatte di strutture intrecciate (tende e capanne), materiali ‘tessuti’ sull’esempio di quanto facevano le donne della tribù.
Al di là della curiosità della teoria, stupisce già a metà dell’ottocento questo approccio antropologico allo studio dell’architettura, che evolve con l’uomo sulla base delle sue esigenze sociali.

In realtà, “ci dice la grammatica che il latino habitare è un verbo frequentativo (o intensivo) di habere (avere). Esso significa, innanzitutto, avere continuamente o ripetutamente. “Abitare” rimanda quindi all’avere con continuità. L’abitante, allora, “ha” il luogo in cui abita…" (Sebastiano Ghisu, “Essere, abitare, costruire, vedere”), e lo “ha” tanto più quanto più lo personalizza, lo rende unico e rispondente all’idea che ha di sé …..”
Anche secondo questa derivazione, l’idea di abitare è strettamente legata all’abitante/possessore, alla sua vita, al suo tempo, alle sue esigenze peculiari e transitorie. In questo senso l’architettura è un ‘bene di consumo’, che muta, o dovrebbe mutare, a seconda delle necessità e delle richieste. Come gli abiti.

Partendo da Walter Benjamin (‘Parigi capitale del XIX secolo ‘ appunti incompiuti del 1925: “Moda e architettura appartengono all'oscurità dell'attimo vissuto, alla coscienza onirica del collettivo ….. architetture, moda, anzi persino il tempo atmosferico, sono, all'interno del collettivo, ciò che i processi organici, i sintomi della malattia o della salute, sono all'interno dell'individuo”), Patrizia Calefato, che si interessa di sociolinguistica, scrive: “C'è un profondo intreccio - poetico, semiotico, testuale - tra la moda e la città, un intreccio che si avviluppa sul nucleo della "strada", per riprendere l'immagine di Benjamin, intesa come il luogo dove il gusto sperimenta l'atmosfera del tempo, come zona di incrocio tra culture e tensioni, come spazio fisico e metaforico entro cui la città acquisisce il suo senso in virtù di pratiche sociali condivise. Dalla "strada", concepita in questo modo, è possibile guardare ai flussi che moda e architettura veicolano e moltiplicano.“
E poi, basta pensare agli edifici e agli abiti del barocco, del rinascimento, del neoclassicismo per rilevare a colpo d’occhio profonde analogie tra moda e architettura. Più o meno consapevolmente, la moda si è caratterizzata nel tempo in senso concettuale, assecondando sempre di più la ‘fluidità’ (passami il termine abusato) del corpo anziché l’esibizione di esteriorità, per giungere oggi ad una disinvolta ibridazione di forme e materiali grazie alla quale “moda e architettura si integrano come stili di vita e forme di estetizzazione del quotidiano.”
E non è un caso che famose archistar firmino i punti vendita di famosi marchi di fashion.

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Commento 9212 di pietro pagliardini del 19/12/2010


Leggo oggi, contemporaneamente, i due commenti di Maurizio e Vilma.
Mi avete preso in castagna, inutile negarlo.
In questo momento non so cosa rispondere altrimenti non esiterei un attimo a farlo.
Non ho capito, davvero, se i vostri sono giochi di parole, ma l'etimologia non è mai casuale anche se non spiega tutto, oppure se abbiate risolto l'arcano.
Il nesso tra abito e abitare è indiscutibile, non solo per l'origine della parole.
Per cui mi fermo qui, accuso il colpo e, fino a che non sarò riuscito a cogliere se c'è e dove sta la differenza, soprattutto in relazione al consumo, non replicherò a vanvera e senza convinzione.
A presto (spero)
Pietro

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Commento 9214 di maurizio zappalà del 24/12/2010


E certamente non avevo intenzione e capacità di risolvere alcun problema sui massimi sistemi di pensieri. E certamente qualcuno prende appunti e saccentemente crede di specificare o interpretare meglio, con complementi di specificazione "professorali". Insomma incontri sempre professori che presumono la sappiano meglio e più di te! E, cacchio, le scuole ce l'ho anch'io...sembrano dire!Comunque cercando di andare avanti e non so se ne valga la pena, un tale Loos scrisse di "come vestirsi, di come arredare la propria casa, di come mangiare, di come comportarsi in società e di come stare al mondo, architettando" e il suo amico Kraus lo aiutava a ridicolarizzare con ogni minuzia, la vita quotidiana, suggerendogli di volta in volta qualche aforisma per sdrammatizzare la miseria della società, di quei tempi(sici!). E certamente dobbiamo sempre udire quale sono le richieste dei nostri committenti ma sembra altrettantanto banale e semplice che non avendo in testa un manuale tipologico che sforni funzionalità a go-go al centimetro quadrato, esploda la voglia di prendere per il lato B l'architettura.E che noia stare lì a prendere sempre appunti per capire se è meglio mettere la "pila" a destra o la "lavatrice" a sinistra! La claustrofobia della funzionalità, credo, abbia prodotto generazioni di "impotenti"...spaziali che ancora si chiedono come viene fuori altro, senza il controllo della funzione!Insomma non mi spostate le carte o i mobili che entro in confusione! Mi preoccupo quando tutto funziona demiurgicamente, perche lì vuol dire che è passato Mastro Lindo o Mister Muscolo che ha spazzato via la crosta tattile, per me , fondamentale del fare architettura! Che megalomane quel Loos!

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Commento 9235 di domenico cogliandro del 09/01/2011


Ho già detto ad Ugo qualcosa intorno al testo. Mi trovo nella difficile situazione dell'innamorato che non può fare a meno di amare, perché quella è la sua condizione o la sua pena. Vorrei essere frainteso ma non posso esserlo, fuor di dubbio. Ecco: amo Ugo Rosa. Come a suo tempo ho amato Raymond Chandler, follemente, o disperatamente Peter Handke. Come ho odiato (amando) il notabile Umberto Eco nella descrizione minuziosa delle eresie o la terribile attesa che accadesse qualcosa tra una nave in secca e la penna di Joseph Conrad. Mi sono dichiarato, dunque: non sono obiettivo. Ecco perché penso che Ugo abbia sbagliato passo, nel senso di cammino, percorso, trazzèra. Ha scritto per alcuni naufraghi che pensano ancora di vedere la zattera che han detto loro di notare se si parla di isole, mare e orizzonti. Nostalgici del dito, non della luna. Più prosaicamente: è vera architettura quella che resiste al tempo e che ha come dannazione l'incomprensione del proprio, tempo. In questo affresco Ugo somiglia al redivivo Isidro Parodi, vive nel luogo (assente) da cui è possibile sbrogliare i nodi non essendovi imbrigliato. Io faccio così quando mi trovo per mano dei fili imbrogliati: chiudo gli occhi, e sbroglio. Per questo lo amo. Ma tra il dito e la luna non c'è solo una distanza astratta, c'è il mondo intero.

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Commento 9241 di Salvatore D'Agostino del 15/01/2011


Ugo Rosa,
leggo solo adesso la tua risposta.
Condivido questo tuo pensiero: «Funziona, dunque, ciò che risponde al compito per cui è stato messo in atto e vi risponde nel modo più adeguato».

Qual è il compito di un museo d’arte contemporanea di una capitale non solo europea ma mondiale?

Tre appunti:

CAPITALISMO TRANSNAZIONALE
Per Leslie Sklair non possiamo trascurare l’influenza della classe capitalistica transnazionale sull’arte e l’architettura contemporanea.
Classe capitalistica che abita le città globali.
In suo articolo apparso su Lotus (n.138) concludeva con una riflessione:«Oggi è anche utile riflettere su come la nuova architettura iconica nei quartieri e nelle città possa incontrare i bisogni di coloro che vivono senza assecondare semplicemente la cultura-ideologia consumistica. Ma ciò implicherebbe la fine della globalizzazione capitalistica che noi conosciamo».

L’ARTE RELAZIONALE
Nicolas Bourriaud nel suo saggio (ora libro anche in Italia) Estetica relazionale dice: «Per inventare strumenti più efficaci e punti di vista più corretti, è importante capire ciò che è cambiato e ciò che continua a cambiare. Come si possono comprendere i comportamenti artistici manifestati dalle mostre degli anni Novanta e le modalità di pensiero che li animano se non si parte dalla stessa situazione degli artisti?»
Per Bourriaud l’arte di oggi “è uno stato d’incontro”.

OGGETTI D’ARTE
Joseph Kosuth ---> http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2009/10/joseph-kosuth.jpg
Kateřina Šedá ---> http://www.exibart.com/foto/78514.jpg
Chris Marker ---> http://journals.dartmouth.edu/cgi-bin/WebObjects/Journals.woa/2/xmlpage/4/article/289/immemory18.jpg

Il tuo articolo ha due pecche (non è un’accusa):

la prima, comune alla ‘critica’ degli ultimi vent’anni (quella che ha amato più la filosofia che la sostanza), la lettura dell’immagine (costi, politica, analogie visive arca-sarcofago, …) più che la sintassi dell’architettura.
Conosco tre architetti che lavorano per Zaha Hadid che parlano solo di sintassi. Sintassi che, personalmente non condivido (ma questo non importa);

la seconda, l’incapacità, della stessa critica di parlare con la stessa veemenza, della continua devastazione a ‘opera del popolo del cemento’ del nostro paesaggio. Troppo poco cool, non da happy hours.

Per questo motivo trovo inutile e troppo semplice parlare di questo museo, totalmente devastato (poiché mozzato) dalle revisioni dei tecnici comunali (per ricordarci che siamo in Italia).

Detto tra noi, io apprezzo le analisi sull’arte di Mario Perniola nel suo "L'arte e la sua ombra“ ma ho altre necessità (ma anche questo non importa).

Io partirei da un critico eteronomico, che apprezzo secondo la maschera che indossa.
Si chiama UGO ROSA.
Il 19 ottobre del 2008 su arch’it, ha scritto un articolo, geniale direi perfetto, dal titolo GIUSEPPE DI VITA. Complesso parrocchiale a San Cataldo.
Ti passo il link: http://architettura.it/architetture/20081019/index.htm

Ripeto perfetto, perché LEGGE LA SINTASSI DELL’ARCHITETTURA E NON LA SUA IMMAGINE.

Essendo pedestre, non sopporto i critici 'incazzati' cool da divano come Ugo Rosa preferisco Ugo Rosa.

Saluti,
Salvatore D’Agostino

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