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Ci sono 6 commenti relativi a questo articolo

Commento 9219 di Angelo Errico del 30/12/2010


All'architetto sia chiesto di fare l'architetto, e quindi non l'archistar.
All'ingengere di fare l'ingengere, e non il designer. Al designer, di fare il progettista industriale di oggetti, e non l'artista del cavolo. All'artista di opere scultoree pittoriche fotografiche, di farle e non invece di fare le piastrelle i cinturini da orologio e la carte da parati.
Mi sembra che questa sia grosso modo la solfa sulla responsabilità.
E aggiungerei un discorsino anche sul valore delle cose oltre che delle azioni creative, e cioè sul valore aggiunto.
Se il macellaio non deve fare il chirurgo e il veterinario il deitologo, allora che una maniglia sia una maniglia in qualche modo riconoscibile, e funzionante. Poi che sia di Pierino o Pier Cardin, che prima di tutto sia una maniglia.

Altra cosa: non sarei così drastico dall'esimere il progettista, chiunque sia, dalla responsabilità di : educare. L'importante è che la chiesa sia un'ecclesia, e non un capannone industriale ex loft post cinema multisala. E basta con ste trasformazioni! Se si intende porre una persona in raccoglimento, il luogo e lo spazio siano percepiti diversamente da quelli di chi deve attendere un mezzo di locomozione (treno aereo filobus che sia). Una pensilina non sia un gazebo, una scuola non sia una caserma dei pompieri. La progettazione quindi sia comunicazione senza troppe aperture d'interpretazione. Sennò, con sta famiglia allargata di forme e destinazioni, mi sembra che non si capisca più chi è mamma chi è sorella chi è moglie e chi è la portinaia.

Infine, invocherei le persone quelle semplici, il gelataio, l'edicolante, la parrucchiera per intenderci, a essere davvero partecipi e critici alle iniziative degli architetti. E vado contro i miei stessi interessi. Ma la cortigianeria è la peggiore formula di collaborazione creativa con il cosiddetto cliente. Girerà forse di più l'economia. A me gira ben altro.

(Angelo)

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Commento 9222 di vilma torselli del 02/01/2011


Brunelleschi, Bernini, Palladio, Longhena ….. furono per il loro tempo grandi architetti/archistar, portatori di una libertà espressiva tanto dirompente e spiazzante (o eccessiva per alcuni) quanto quella dell'architettura contemporanea. Quanto all'ibridazione dei linguaggi, che si potrebbe anche chiamare interdisciplinarità, forse va ricordato che Michelangelo fu pittore, scultore e architetto, che Leonardo fu artista e ingegnere, che Loos fu architetto, designer, arredatore e stilista, che Nervi fu ingegnere e architetto, che Gio Ponti fu architetto e creatore di piastrelle, che Morris fu architetto, artigiano e disegnatore di carte da parati …… tutti personaggi 'inclassificabili', forse perché geniali, ma così averne!

Invochiamo pure quali partecipanti alle iniziative degli architetti "il gelataio, l'edicolante, la parrucchiera", ma invitiamo anche lo scrittore, il professore, il manager, altrimenti si rischia di fare della demagogia populista, che è forse peggio della cortigianeria.

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Commento 9223 di Angelo Errico del 03/01/2011


Esimia signora Wilma,
l'elenco dei geni da Lei citati, è un sottogruppo di un insieme di creativi più ampio.
Vedo fermarsi l'elenco a Loos, Nervi, Ponti. Perchè non le è venuto spontaneo citare chessò: Libeskind, Hadid, Gregotti, Piano, MDVR ? La risposta non è necessaria.

Per il rischio di populismo, la mia era un'invocata: estensione, al gelataio, all'edicolante, alla parrucchiera.
Non desidero peraltro un ritorno all'architettura senza architetti ( e ho scritto sì che andavo un pò contro i miei interessi, ma non con l'autolesionismo ), credo però che nell'articolo fosse implicito come dietro alle grandi archistar ci sia il coinvolgimento di manger, scrittori, professori. Ampliavo soltanto ai meno illuminati, un principio: la demo-scopia, su cosa cioè desidarano magari come casa, come negozio, come parco di quartiere.
Le sembra gretto e senza valore? O una pratica in uso e abuso asfissiante a oggi?

Aggiungerei in coda un'altra garbata riflessione.

Che il buon design, e cioè la buona progettazione, possa migliorare la vita e renderla addirittura più gradevole, non sia più da considerare un principio di assoluta verità, controvertibile come per il motto "mens sana in corpore sano".
Per vita, intendo ovvio quella comune dell'edicolante, del gelataio, della portinaia, che non vedo migliorata se, per esempio, vede il ricorrere all'uso di posate di una serie di Philip Stark, e l'abitare in una casa creata da Fucsas ( senza alcun piccato riferimento, ma semplici nomi presi a caso ).

Poi Le dirò, cara Signora, che un altro genio come è stato Gaudì in Spagna, è visto con terrore dagli stessi spagnoli.
Una città intera, creata con la sua originalità, avrebbe reso un luogo di relazioni sociali ( e città ha etimologia da civitas, che fa coppia con civiltà ) un ambiente da delirio anzichè da ammirare, e la Disneyland in California una ampliata casa per le bambole.
Quella che noi chiamiano oggi: città, era per gli antichi: l'urbe. Ma qui introduco così un altro argomento di riflessione che non proseguo.
I geni del passato da Lei citati, questa differenza, la conosceva. E bene.


Buone cose.

(Angelo)

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3/1/2011 - sandro lazier risponde a Angelo Errico

Scusi Errico ma faccio difficoltà a seguirla. Nel commento precedente (9219) quella che lei definisce “solfa delle responsabilità” è solo una elementare attribuzione di ruoli affidati ad un titolo professionale o lavorativo in genere. Ma non era questo il punto sul quale intendevo far riflettere nel mio articolo. Secondo me non c’è nessun problema se un ingegnere o un macellaio vogliono fare l’artista o l’architetto, se ne hanno le doti, (dei titoli, per favore, chissenefrega). Il punto è che, nel momento in cui decidono di dedicarsi ad una di queste cose, in particolare all’architettura, chi lo ha scelto deve fare l’architetto e basta, senza tirare in ballo tutto un bagaglio di teorie sociali che, in assenza di una minima qualità architettonica, producono solo alibi per progetti fallimentari. Sono perfettamente d’accordo con Torselli: l’interdisciplinarità sì, ma al servizio dell’architettura, quando si fa architettura. No all’architettura al servizio di altre discipline, se no la responsabilità dei fallimenti è sempre di qualcun altro.
Quindi Errico, secondo me, ben venga un po’ di confusione tra “chi è mamma chi è sorella chi è moglie e chi è la portinaia”, tra maniglie, ospedali, ex-loft e altre denominazioni che, dal mio punto i vista, sono semplificazioni funzionali che non dicono nulla sulla loro architettura. Tipologia utile a una classificazione catastale, ma niente di più. La confusione stimola la ricerca, come la crisi. Nella nebbia, quando non vedi, sperimenti una direzione nuova, perché non vedi più quella abituale.
Di mamma, sorella, moglie e portinaia all’architettura devono interessare prima di tutto le fattezze (le direzioni), poi, magari,anche i ruoli sociali. Ma dopo dopo.

Sul secondo commento (9223) lascio a Torselli la risposta ai riferimenti personali che la riguardano.
Ma lei Errico dice:” Ampliavo soltanto ai meno illuminati, un principio: la demo-scopia, su cosa cioè desiderano magari come casa, come negozio, come parco di quartiere.”
Ma secondo lei le città nuove, le periferie, sono state fatte come le volevano gli architetti più visionari?
Il 98% dell’edilizia italiana è stata determinata da precise scelte di mercato, per il quale l’unico elemento che contava e conta ancora è proprio la demoscopia. Per cui lascerei proprio cadere la riflessione che lei propone con un po’ di boria alla fine del suo commento.

 

Commento 9224 di vilma torselli del 03/01/2011


Oltre che una 'cara Signora' (bontà sua) alla quale rivolgere 'garbate riflessioni', sono anche un architetto regolarmente laureata al Politecnico di Milano parecchio tempo fa.
E' incredibile come ancora nel terzo millennio si tenda a rivolgersi alle donne con più o meno celata sufficienza, come ad 'esseri' alieni avulsi dalla società attiva e dalla realtà lavorativa (roba da uomini, sia chiaro, e non da casalinghe di Voghera, che parlino di uncinetto, se proprio devono parlare!)
Non si adombri, caro Signor Errico, mi rivolgo a lei perché per caso me ne ha offerto lo spunto e probabilmente perché oggi ho la luna storta o Saturno contro, prego i maschietti di astenersi da commenti, il mio è off topic, a una cara signora si può concedere.

Saluti
dr. arch. Vilma Torselli

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Commento 9225 di Angelo Errico del 03/01/2011


Cara collega,
forse così va meglio, non avevo intuito che quella signora dal nome gentile, Wilma, fosse un'architetto.
Avevo pensato più a una, davvero! gentile signora, colta, amante dell'architettura. I nomi dei geni citati sono, come dire? un pò tradizionali, contemporanei in senso però più ampio della parola. A una signora,io non so che appellativi porgere.
Poi che dire in mia discolpa? Mi scuso.
Di più, francamente, non saprei fare.

Con Lazier, che posso dire?
Obbedisco.
Chi ha un'opinione differente, che deve fare? Mi scuso per essere diverso.
E non userò - se capiterà di scrivere un commento - appellativi con quell'educazione ricevuta da scuola e da casa, a chi non intendo porgere uno scontro, ma un confronto, non conoscendo peraltro l'interlocutore se non dalle poche parole lette.
Però, chi ha deformazioni catastali come me, e non nebbie e crisi esistenziali all'avanguardia, s'attacca a quel che di "vitruviano" conosce anche nel linguaggio.
Concedetemi l'attenuante del vintage.

Architetto Angelo Errico
( Ord.Arch. Milano n.15686 )

P.S.
Lavoro da alcuni anni al Comune di Milano, in un settore tecnico che vede progetti di social housing, di architetti ( sarà un caso, di solo architetti uomini ) nella nebbia e distaccati dai beceri scrupoli amministrativi di doverli poi pure accatastare. Ringrazio iddio di avere già una casa.

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Commento 9243 di alessio lenzarini del 16/01/2011


cosa posso dire? credo fosse da molto tempo che non mi capitava di leggere parole che mi suscitassero tanta affinità e tanta condivisione: perché mi sembra proprio che la riflessione di Lazier metta il dito nella piaga di molti dei nodi più cruciali del bacchettonismo architettonico nostrano.
innanzitutto la consapevolezza di attraversare (o avere attraversato?) una fase di "ricerca linguistica e formale che non ha precedenti nella storia dell'architettura". personalmente estenderei il discorso non soltanto alla recente leadership espressionista-decostruttivista ma in generale ad un periodo trentennale intessuto di pluralismo, durante il quale abbiamo conosciuto molteplici direzioni di ricerca, spesso antitetiche le une alle altre e ciascuna portatrice di una compiuta e complessa visione del mondo tradotta in strategia progettuale. nell'ultimo decennio queste correnti hanno iniziato ad ibridarsi reciprocamente, perdendo forse qualcosa in rigore concettuale ma arricchendosi di contrasti, trasversalità, intersezioni. ecco, mi sembra che il problema sia questo: non percepisco assolutamente, nel dibattito architettonico italiano, la piena consapevolezza critica dell'importanza di questi 'linguaggi diversificati di fine millennio'. avverto al contrario (come dice Lazier) continui segnali di stanchezza lagnante, di richiami all'ordine, spesso addirittura di noia da indigestione, malcelata dietro ai fastidiosi e futili luoghi comuni sulle archistar troppo narcise o sui presunti eccessi formali. e capisco che i cultori del contesto e della tipologia siano atterriti dall'orgia di linguaggi che gli si è spalancata davanti, ma rimango molto deluso quando non avverto molto entusiasmo nemmeno da chi fino a poco fa auspicava un ritorno all'avanguardia sperimentale. e mi spiego meglio: non che la produzione contemporanea sia tutta straordinaria, ma sta a noi, architetti o critici o spettatori, sapere distinguere, sviluppare canali interpretativi, valutare chi innova davvero e chi lo fa solo strano. e ce ne sarebbe da analizzare e studiare... e sarebbe tanto interessante riflettere e sviscerare...
e invece, come nota Lazier, aleggia nell'aria il peccato originale del fardello etico dell'architettura, ovverosia un sacco di aria fritta condita in monito serioso. come se l'unica etica possibile di un artista, e quindi di un architetto, non fosse semplicemente stimolare il pubblico al pensiero attraverso la propria opera. comunicare qualcosa e poi lasciarsi reinterpretare. i richiami alla responsabilità etica fanno sorridere perché non colgono mai un solo obiettivo concreto che abbia davvero a che fare con la progettualità architettonica: MAI. il sospetto è che i bacchettoni della responsabilità etica siano in fondo architetti limitati, progettualmente e culturalmente, che non riescono a trovare soddisfazione in termini spazio-compositivi o poetico-concettuali, e quindi devono autoconvincersi che la buona progettazione è quella che fa 'vivere bene la gente', per sentirsi bravi e importanti. come se potesse esistere una formula della felicità, tantomeno uguale per tutti gli individui, tantomeno ascrivibile ad un progetto di architettura.
ma a ben guardare, il richiamo etico in architettura si fonda su un solo concetto: negare all'architettura, con la scusa dello specifico funzionale-abitativo, il pieno status di arte, intesa nell'accezione contemporanea, come attività volta innanzitutto a fertilizzare la società, sviluppare concetti, instillare dubbi, provocare e dissacrare, deragliare dai binari. dietro al richiamo etico si cela nient'altro che il richiamo ad una disciplina architettonica sedativa, volta a fomentare nel pubblico un placido senso di identificazione senza tanta inutile crescita intellettuale.

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