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Ci sono 6 commenti relativi a questo articolo

Commento 5401 di christofer giusti del 30/06/2007


Caro (consentimi un tal grado di confidenza) Paolo Ferrara.
Io mi sento molto ignorante, non vi è giorno che il confronto con gli altri, le letture, l'ascolto di televisione o radio non mi persuada della mia ignoranza, della mia inadeguatezza.
Io sono architetto, (laureato a Venezia col massimo dei voti..) cerco di mettere l'anima ma non so se cio che produco può a buon diritto esere definito architettura.
In questo articolo tu auspichi un mondo di virtuosi, una società di persone vaccinate contro l'accidia e la pigrizia.
Il tuo articolo è datato ma è proprio di recente, con l'attuale governo, che mi pare sia di sinistra...sempre che oramai faccia differenza, che ho sentito un certo Prodi parlare di lotta contro i clientelismi, di meritocrazia, di far spazio ai giovani (speriamo fino ai 99 anni).
Ma, vorrei dire, lo ritieni davvero possibile?
E' realistico che ad un concorso per il quale arrivano un centinaio, se non il doppio, di proposte non si favorisca l'uno o l'altro in base a clientelismi?
non è forse pur sempre "clientelismo" che un giurato dia il suo punteggio ad un progetto redatto in modo da incontrare i suoi "gusti"?
Oppure, formulo in altro modo, è forse meritocratico che un progetto venga deprezzato rispetto ad un altro che incontra più la filosofia del tal giurato o giurati?
Come al solito ne faccio una questione di appartenenza, la quale appartenenza, presente o assente, genera, secondo la mia modesta opinione, pigrizia nel giudicare e, seppure non premeditato, "clientelismo".
Una commissione dovrebbe essere virtuosa a tal punto da saper appprezzare le qualità "oggettive" di un progetto , dovrebbe probabilmente fare lo sforzo sovrumano di superare i preconcetti delle proprie categorie estetiche (supposte come giuste) per cercare di capirne i pregi razionalmente oggettivi.
Considera che, sempre più frequentemente, le commissioni non sono rese note, perlomeno non ai comuni mortali.
Per dirla più semplicemente o banalmente: se tu fossi giurato e ti capitasse sotto gli occhi un progetto oggettivamente pregevole ma "classico", tu ,quale anticlassico, lo faresti vincere?
è una domanda semplice.

Tutti i commenti di christofer giusti

 

Commento 5412 di Paolo GL Ferrara del 06/07/2007


In risposta al commento n. 5401, di C. Giusti.

La lotta contro il clientelismo è roba che riguarda ciascuno di noi.
Non lo è il voto di un giurato che esprime opinione personale su qualcosa. Se tale opinione è basata su reale preparazione (che è la base del “pensiero”), credo sia assolutamente giusto esprimerla rispetto le proprie istanze culturali, e non certo rispetto categorie estetiche o preconcetti. Il preconcetto non ha motivo di esistere allorquando si tratta l’architettura secondo una metodologia critico/storica che consenta di comprendere le motivazioni del progettista.
Mi dica Lei, piuttosto: quali sono le “qualità oggettive” di un progetto? e quali ne sono i “pregi razionalmente oggettivi”?
Per quanto mi riguarda, non farò mai parte di alcuna giuria (sempre che qualcuno me lo chieda…) perché, appunto, l’architettura non si giudica: si legge.
I concorsi li strutturerei facendo esporre direttamente al progettista ciò che ha pensato, il tutto al cospetto degli altri partecipanti. Un concorso deve essere un momento di dibattito proficuo.
Certo, poi si deve necessariamente scegliere il vincitore, ma la storia è piena di concorsi che lo prevedevano già (purtroppo), così come di scatti importantissimi che premiarono architetti al di fuori di qualsiasi gioco/inciucio e preconcetti vari.
In ultimo, no, non potrei fare vincere un progetto classico “oggettivamente pregevole”: il classicismo non ha nulla di pregevole perché ci costringe a guardare indietro e mai davanti. La penso esattamente come Saarinen (Eero), che sapeva guardare al passato dal punto di vista della spazialità architettonica, introiettandola nel presente per proiettarlo nel futuro.

Tutti i commenti di Paolo GL Ferrara

 

Commento 5417 di Christofer Giusti del 07/07/2007


Egregio Ferrara,
Ci risiamo,
non sono convinto che l'architettura sia il frutto della "reale preparazione",(sono laureato, quindi ce l'ho), così come non sono convinto che un giurato dotato di una tale "reale preparazione" sia in grado di valutare meglio un progetto, sia nella posizione di non cedere (di fronte alle lusinghe di tanti "bei"progetti) a condizionamenti o seduzioni!
Non so dire quali siano le componenti oggettive di un progetto che andrebbero valutate, ciò che voglio dire è che sento l'esigenza (difficilmente soddisfacibile) di un giudizio che possa essere espresso da persone "particolari" su elementi oggettivi, razionali, misurabili, insindacabili (come spesso si legge sui bandi), pur essendo io dell'idea che l'architettura sia si un fatto culturale, ma culturale nella misura in cui cultura è strumento per l' affinamento della propria sensibilità espressiva ed artistica, è comprensione "razionale"(quando accade) delle inconsapevoli ragioni del proprio intuito.
E' così che io voglio fare e che faccio l'architetto, coerentemente con la mia preparazione che, francamente, non so dire se sia o non sia "reale", mi ha fruttato 110 e lode all'università (senza CEPU, allora ancora non c'era)..., dopo anni di autodidattismo, di sangue amaro e di corse dietro a tizio e caio. Forse è solo un bluff, come lo sono i pettorali carichi di lustrini e madaglie degli attuali militari, sbandierate in occasione dell'ultima festa della repubblica, medaglie che non aveva nemmeno mio nonno che ha fatto due guerre.
Non amo fare citazioni, non le so fare, questo fa di me un architetto immeritevole?
è questo che intendi quando dici che ciascuno dovrebbe parlare del proprio progetto e instaurare un dibattito? stare li a sciorinare la propria eloquenza?
cambierebbe poco secondo me, l'avrebbero vinta gli affabulatori più abili come te, che al disegno antepongono le parole, con le quali è possibile attribuire un significato qualsiasi così come il suo esatto contrario ad un qualsiasi segno.
Francamente, la mia impressione è, ancora, che se ne faccia una questione di appartenenza: in una moltitudine di laureati chi ha più diritto a fare o parlare di architettura? quelli che hanno la "preparazione reale" (pomata per le emorroidi sovrane) e, tra questi, tu metti naturalmente te stesso (bando alla falsa modestia)!
Alla fin fine il tuo presunto atteggiamento liberale non è diverso da quello che tu presumi essere il mio (illiberale).
Di contro posso dire, e per inciso, che io antepongo il disegno e il disegnare, il pensare e ripensare attraverso il disegno (a mano, anche se è passatista, o con il computer), la pratica del fare, al parlare e allo scrivere (occasioni professionali permettendo), forse perchè ho maturato o sto maturando via via l'idea che l'architettura sia un fatto di tempo dedicatole, di pazienza e di tentativi.(se non sbaglio qualcuno l'ha anche scritto e io condivido, ma non per aver mandato a memoria la tal frase o il tal concetto, bensì perchè lo sto constatando con la pratica del fare)
Ed è forse proprio in questo che l'architettura si differenzia dall'edilizia: per la cultura, sinonimo per me dell'acquisire sempre maggior conoscenza e quindi sensibilità oltre che, per il prezioso tempo la cui quantità consente di ottenere l'accuratezza necessaria a esprimere tale sensibilià.
Non comprendo il conflitto classista tra classico e anticlassico, francamente trovo che questa contrapposizione oggi non abbia grandi chances di scaldare gli animi, è anacronistica!
è vero, alcuni critici e storici hanno attribuito all'attingere al classico nei vari casi in cui è avvenuto, un atteggiamento involutivo, tipico di una società che guarda al passato sia pure per rifondare, in modo anche discutibile e assolutistico, il proprio presente.
Non voglio esprimermi riguardo a questo, dico solo che classico e anticlassico individuano due modi diversi di esprimersi, ad esempio, in architettura.
L'esprimere architettura (beninteso pur sempre moderna) attualmente, può avvenire e di fatto avviene, nell'uno o nell'altro modo, oppure addirittura, dico un 'eresia,arrivando a rendere compresenti i due modi. Ne faccio semplicemente una questione di sensibilità, e parlo di sensibilità individuali.
Ma, tento un approccio generale.
Tu citi Saarinen (Eero), forse era meglio parlare di Jarno Saarinen, centauro il cui nome ha adesso Trulli....ma forse no visti i risultati di quest'ultimo.
Se lui (Eero)dice che attinge al passato, per introiettarlo nel presente e proiettarlo nel futuro non si può che credergli e soprattutto rimanere a bocca aperta di fronte all'indiscutibile bellezza e soparattutto espressività e suggestione delle sue opere.
Una figura come questa, con opere compiute di tal calibro, non può che generare mitomania verso la quale, lo ripeto, non mi parete davvero immuni, nè tu, nè Zevi.
Dopodiche, daccordo, dopo che lui l'ha detto e ci si è riavuti dall'emozione si può compiere lo sforzo intellettuale di comprendere le ragioni delle sue parole. Ebbene in assenza della tal pomata, mi duole il backside, non riesco a capire.
Posso arrivare a capire l'attingere al passato, lo facciamo tutti che lo si voglia ammettere o no, posso essere complice, e ripeto complice, di Saarinen per l'introiettazione del passato nel presente....ma di che presente stiamo parlando? quello di una cinquantina e più anni fa, e dove? negli stati uniti d'america.
Bene, Eero Saarinen architetto (non italiano ma scandinavo), figlio di tanto padre anche lui architetto e titolare di un rinomato studio, un bel giorno eredita dal padre formazione (lui sì quella reale) e un bel pacchetto di contatti e dove va? negli stati uniti, gli stati uniti del trionfo del dopoguerra (dei vincitori), gli stati uniti del pragmatico iper positivismo, della conquista dello spazio, insomma la big america degli anni delle Cadillac con le pinne le cui carrozzerie speciali (di serie)costavano l'ira di dio.
Non a caso, evidentemente, cito un prodotto della general motors.
Quindi, il passato, il presente (di Saarinen, di quegli anni e in quel luogo), e per il futuro?
è perpetrabile un simile modello per il futuro? un tale dispendio energetico e tecnico è forse proponibile per il futuro?non certo in un epoca nella quale siamo continuamente assillati da scienziati che proclamano che un simile modello di sviluppo non è sostenibile, che certa tecnologia è fallimentare, che le risorse stanno finendo, che non bastano per tutti, che la logica consumistica porterà alla catastrofe planetaria, che l'aria, l'acqua, i cibi stanno avvelenandosi irrimediabilmente.
Cosa lasciano in eredità queste architetture al futuro se non un monito?
se devo dar retta alla mia coscenza e alla mia sensibilità, per quanto come te sia affascinato dalle opere di Saarinen,che molti attualmente non mancano di perpetrare se non nei modi nelle dimensioni, non mi sentirei davvero di riproporne le caratteristiche, nè negli stati uniti, nè tanto meno qui! (nemmeno considerando, ovviamente, i miei deficit tecnici)
e perchè tanto meno qui? perchè qui da noi la storia è presente in ogni dove, è radicata in ogni luogo, fa corpo unico con la natura. In essa sono rintracciabili, di sicuro, tecniche e modi ben più sostenibili e durevoli (nella memoria oltre che nella materia).
Vi è poi un altro aspetto, ossia quello che attiene al continuum urbano, quello che Zevi stesso citava a proposito di Siena, e che io amplierei anche al paesaggio. Se io focalizzo la mia attenzione al singolo organismo achitettonico, sono portato a caricarlo di tante individualità figurative, viceversa se concentro la mia sensibilità sull'organismo urbano e ne colgo sensibilmente gli aspetti notevoli, il singolo edificio sarà portato ad essere una parte del tutto e, per quanto possibile, sostegno e valorizzazione della bellezza dell'insieme urbano e paesaggistico.
In questo senso non certo il mio veto, ma la mia paura, il freno della mia sensibilità verso il perpetrarsi di in un'infinità di "ismi", di prove ed esperimenti formali, che, vieppiu minati da tanta becera edilizia, ritengo inquinino esteticamente e siano insostenibili anch'essi sin dal loro "primo" apparire.
Da qui il mio sostegno al "classicismo" espresso naturalmente in chiave moderna, non come
espressione di assolutismo, non come espressione nostalgica del passato, ma come scelta linguistica di immutabile atemporalità, mia personale espressione di sensibilità individuale.

Tutti i commenti di Christofer Giusti

 

Commento 5419 di christofer giusti del 08/07/2007



(AGGIUNTA ALLA FRASE FINALE DEL TESTO)

Egregio Ferrara,
Ci risiamo,
non sono convinto che l'architettura sia il frutto della "reale preparazione",(sono laureato, quindi ce l'ho), così come non sono convinto che un giurato dotato di una tale "reale preparazione" sia in grado di valutare meglio un progetto, sia nella posizione di non cedere (di fronte alle lusinghe di tanti "bei"progetti) a condizionamenti o seduzioni!
Non so dire quali siano le componenti oggettive di un progetto che andrebbero valutate, ciò che voglio dire è che sento l'esigenza (difficilmente soddisfacibile) di un giudizio che possa essere espresso da persone "particolari" su elementi oggettivi, razionali, misurabili, insindacabili (come spesso si legge sui bandi), pur essendo io dell'idea che l'architettura sia si un fatto culturale, ma culturale nella misura in cui cultura è strumento per l' affinamento della propria sensibilità espressiva ed artistica, è comprensione "razionale"(quando accade) delle inconsapevoli ragioni del proprio intuito.
E' così che io voglio fare e che faccio l'architetto, coerentemente con la mia preparazione che, francamente, non so dire se sia o non sia "reale", mi ha fruttato 110 e lode all'università (senza CEPU, allora ancora non c'era)..., dopo anni di autodidattismo, di sangue amaro e di corse dietro a tizio e caio. Forse è solo un bluff, come lo sono i pettorali carichi di lustrini e madaglie degli attuali militari, sbandierate in occasione dell'ultima festa della repubblica, medaglie che non aveva nemmeno mio nonno che ha fatto due guerre.
Non amo fare citazioni, non le so fare, questo fa di me un architetto immeritevole?
è questo che intendi quando dici che ciascuno dovrebbe parlare del proprio progetto e instaurare un dibattito? stare li a sciorinare la propria eloquenza?
cambierebbe poco secondo me, l'avrebbero vinta gli affabulatori più abili come te, che al disegno antepongono le parole, con le quali è possibile attribuire un significato qualsiasi così come il suo esatto contrario ad un qualsiasi segno.
Francamente, la mia impressione è, ancora, che se ne faccia una questione di appartenenza: in una moltitudine di laureati chi ha più diritto a fare o parlare di architettura? quelli che hanno la "preparazione reale" (pomata per le emorroidi sovrane) e, tra questi, tu metti naturalmente te stesso (bando alla falsa modestia)!
Alla fin fine il tuo presunto atteggiamento liberale non è diverso da quello che tu presumi essere il mio (illiberale).
Di contro posso dire, e per inciso, che io antepongo il disegno e il disegnare, il pensare e ripensare attraverso il disegno (a mano, anche se è passatista, o con il computer), la pratica del fare, al parlare e allo scrivere (occasioni professionali permettendo), forse perchè ho maturato o sto maturando via via l'idea che l'architettura sia un fatto di tempo dedicatole, di pazienza e di tentativi.(se non sbaglio qualcuno l'ha anche scritto e io condivido, ma non per aver mandato a memoria la tal frase o il tal concetto, bensì perchè lo sto constatando con la pratica del fare)
Ed è forse proprio in questo che l'architettura si differenzia dall'edilizia: per la cultura, sinonimo per me dell'acquisire sempre maggior conoscenza e quindi sensibilità oltre che, per il prezioso tempo la cui quantità consente di ottenere l'accuratezza necessaria a esprimere tale sensibilià.
Non comprendo il conflitto classista tra classico e anticlassico, francamente trovo che questa contrapposizione oggi non abbia grandi chances di scaldare gli animi, è anacronistica!
è vero, alcuni critici e storici hanno attribuito all'attingere al classico nei vari casi in cui è avvenuto, un atteggiamento involutivo, tipico di una società che guarda al passato sia pure per rifondare, in modo anche discutibile e assolutistico, il proprio presente.
Non voglio esprimermi riguardo a questo, dico solo che classico e anticlassico individuano due modi diversi di esprimersi, ad esempio, in architettura.
L'esprimere architettura (beninteso pur sempre moderna) attualmente, può avvenire e di fatto avviene, nell'uno o nell'altro modo, oppure addirittura, dico un 'eresia,arrivando a rendere compresenti i due modi. Ne faccio semplicemente una questione di sensibilità, e parlo di sensibilità individuali.
Ma, tento un approccio generale.
Tu citi Saarinen (Eero), forse era meglio parlare di Jarno Saarinen, centauro il cui nome ha adesso Trulli....ma forse no visti i risultati di quest'ultimo.
Se lui (Eero)dice che attinge al passato, per introiettarlo nel presente e proiettarlo nel futuro non si può che credergli e soprattutto rimanere a bocca aperta di fronte all'indiscutibile bellezza e soparattutto espressività e suggestione delle sue opere.
Una figura come questa, con opere compiute di tal calibro, non può che generare mitomania verso la quale, lo ripeto, non mi parete davvero immuni, nè tu, nè Zevi.
Dopodiche, daccordo, dopo che lui l'ha detto e ci si è riavuti dall'emozione si può compiere lo sforzo intellettuale di comprendere le ragioni delle sue parole. Ebbene in assenza della tal pomata, mi duole il backside, non riesco a capire.
Posso arrivare a capire l'attingere al passato, lo facciamo tutti che lo si voglia ammettere o no, posso essere complice, e ripeto complice, di Saarinen per l'introiettazione del passato nel presente....ma di che presente stiamo parlando? quello di una cinquantina e più anni fa, e dove? negli stati uniti d'america.
Bene, Eero Saarinen architetto (non italiano ma scandinavo), figlio di tanto padre anche lui architetto e titolare di un rinomato studio, un bel giorno eredita dal padre formazione (lui sì quella reale) e un bel pacchetto di contatti e dove va? negli stati uniti, gli stati uniti del trionfo del dopoguerra (dei vincitori), gli stati uniti del pragmatico iper positivismo, della conquista dello spazio, insomma la big america degli anni delle Cadillac con le pinne le cui carrozzerie speciali (di serie)costavano l'ira di dio.
Non a caso, evidentemente, cito un prodotto della general motors.
Quindi, il passato, il presente (di Saarinen, di quegli anni e in quel luogo), e per il futuro?
è perpetrabile un simile modello per il futuro? un tale dispendio energetico e tecnico è forse proponibile per il futuro?non certo in un epoca nella quale siamo continuamente assillati da scienziati che proclamano che un simile modello di sviluppo non è sostenibile, che certa tecnologia è fallimentare, che le risorse stanno finendo, che non bastano per tutti, che la logica consumistica porterà alla catastrofe planetaria, che l'aria, l'acqua, i cibi stanno avvelenandosi irrimediabilmente.
Cosa lasciano in eredità queste architetture al futuro se non un monito?
se devo dar retta alla mia coscenza e alla mia sensibilità, per quanto come te sia affascinato dalle opere di Saarinen,che molti attualmente non mancano di perpetrare se non nei modi nelle dimensioni, non mi sentirei davvero di riproporne le caratteristiche, nè negli stati uniti, nè tanto meno qui! (nemmeno considerando, ovviamente, i miei deficit tecnici)
e perchè tanto meno qui? perchè qui da noi la storia è presente in ogni dove, è radicata in ogni luogo, fa corpo unico con la natura. In essa sono rintracciabili, di sicuro, tecniche e modi ben più sostenibili e durevoli (nella memoria oltre che nella materia).
Vi è poi un altro aspetto, ossia quello che attiene al continuum urbano, quello che Zevi stesso citava a proposito di Siena, e che io amplierei anche al paesaggio. Se io focalizzo la mia attenzione al singolo organismo achitettonico, sono portato a caricarlo di tante individualità figurative, viceversa se concentro la mia sensibilità sull'organismo urbano e ne colgo sensibilmente gli aspetti notevoli, il singolo edificio sarà portato ad essere una parte del tutto e, per quanto possibile, sostegno e valorizzazione della bellezza dell'insieme urbano e paesaggistico.
In questo senso non certo il mio veto, ma la mia paura, il freno della mia sensibilità verso il perpetrarsi di in un'infinità di "ismi", di prove ed esperimenti formali, che, vieppiu minati da tanta becera edilizia, ritengo inquinino esteticamente e siano insostenibili anch'essi sin dal loro "primo" apparire.
Da qui il mio sostegno al "classicismo" espresso naturalmente in chiave moderna, non come
espressione di assolutismo, non come espressione nostalgica del passato, ma come scelta linguistica (o forse meglio di non-linguaggio) di immutabile atemporalità, mia personale espressione di sensibilità individuale.

Tutti i commenti di christofer giusti

 

Commento 5421 di andrea pacciani del 09/07/2007


Vorrei lasciare testimonianza su un concorso al quale ho appena partecipato negli U.S.A. in California di cui non so ancora l'esito e quindi non sono condizionato nell'esprimere un'opinione sulla qualità dell'organizzazione.
Oggetto del concorso un centro civico composto da più fabbricati; chi vince lo costruirà veramente. L'iscrizione è gratuita, Il bando è un libro di 150 pagine scaricabile da internet come tutto il materiale DGW, PDF, DOC in cui è spiegato tutto quello che serve fino alle essenze arborree autoctone, compreso chi sono i giurati e iloro curriculum.
Assemblee di cittadini e autorità congiunti hanno preceduto la stesura del bando per condividere quello che si vuole ottenere; addirittura ci sono delle immagini di riferimento di interventi più diversi ma analoghi nell'obbiettivo che loro pensano di ottenere dai progetti che saranno presentati.
Prima fase a curriculum: sono ammessi tutti da tutto il mondo giovani, vecchi, abilitati e non, studi che hanno costruito città intere, studenti alla prima esperienza basta che abbiano progettato (non realizzato) almeno 3 opere anche di dimensioni molto più piccole, ma che dimostrino le capacità di sapere affrontare un progetto a scala urbana nella direzione delle aspettatitve del bando. Anonimato: ad ogni concorrente iscritto viene assegnato un numero da apporre ovunque di cui è al corrente solo un rappresentante dell'organizzazione.
Seconda fase: concorso vero e prorpio di progetto di massima 2 tavole 100x70 con relazione di una pagina che va stampata all'interno di una delle due tavole; la giuria si riunisce la settimana dopo la consegna e dichiara tre finalisti premiati in denaro
Terza fase: i tre finalisti premiati e pagati incontrano giurati autorità e comitati di cittadini per approfondire ulteriormente il progetto in 4 tavole che saranno pubblicamente discusse; i tre finalisti dovranno aggregare in questa fase un architetto dello stato della California (esperto per le normative locali) e un computo metrico redatto da terzi che verifichi la pertinenza economica del progetto presentato.
La giuria si riunisce la settimana dopo per premiare il vincitore con ulteriore premio in denaro, incarico professionale della redazione del piano e la costruzione di un primo stralcio.
Questi concorsi saranno troppo pragmatici e non riveleranno mai nuovi geni dell'architettura ma in tre mesi ottengono un risultato che mai in Italia possiamo sognarci

Tutti i commenti di andrea pacciani

 

Commento 5425 di maurizio zappalà del 10/07/2007


...Prima, il linguaggio architettonico si basava su regole, ordini, paradigmi, codici, da cui eccettuavano gli atti creativi, generatori di nuove parole e sistemi di comunicazioni. Adesso, norme, precetti, tabù sono gettati nell’immondizia, le "invarianti" sono antiprescrittive, riguardano le deroghe, i No al programma edilizio fissato a priori, alla simmetria e all'assonanza, alla tridimensionalítà da un punto di vista privilegiato, alle scatole chiuse e isolate, alle strutture tradizionali, allo spazio statico, contemplato e non vissuto, alla discontinuità tra edificio, città e paesaggio.Il percorso del secolo si conclude in modo inaspettato, splendido...
...Eravamo un'infima minoranza di individui isolati. Oggi guidiamo la maggioranza vincente. Quando Frank Gehry è scelto per costruire il Guggenheim di Bilbao, quando Daniel Libeskind vince il concorso indetto dal Victoria & Albert Museum con un progetto strabiliante, non abbiamo più il diritto di recitare la parte degli sconfitti e dei rassegnati. Le vittorie di Hecker, Koolhaas, Eisenman e altri non riguardano solo gli autori dei progetti, ma le giurie, i committenti, I'opinione pubblica che approva verdetti una volta giudicati scandalosi. Ormai non ci sono alibi: se in Italia questo non avviene, è perché gli architetti non ci sanno fare...
...Se gli architetti avessero registrato il significato dell'espressionismo astratto americano, avrebbero evitato di sprecare qualche anno. Non solo lo zoning, ma tutta la metodologia del piano urbanistico è in crisi, poiché l'architettura di "grado zero" preme, batte infuriata, chiede e pretende libertà, non sopporta più di essere incasellata, coartata, stretta entro confini, determinata dal di fuori...
...Se finora, per convenzione teorica, l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto...
...l'actionarchitecture che, abbiamo già detto, come l'espressionismo astratto, nasce sugli eventi e non sulla loro rappresentazione. Tutti questi valori vanno recuperati, reinterpretati e aggiornati, rilanciati in nuove versioni se vogliamo che la paesaggistica graffi e non sia solo consolatoria...
...I convegni si fanno per modificare la situazione politica, o non si fanno. Se indugiamo su temi estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa e prefigura il panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi per lottare efficacemente sul terreno politico. Su questo terreno, in Italia siamo davvero non al grado ma all'anno zero. Continua a mancare una classe dirigente conscia dei drammi e delle sfide del territorio, appassionati di letteratura, di pittura, di musica, di sport, ma nessuno appassionato di architettura come sono stati in Francia un Pompidou o un Mitterand...
...Noi chiediamo: ·una legge quadro sull'architettura, almeno pari a quelle vigenti in Francia e nei più avanzati paesi europei; ,a una reinvenzione del Ministero dei Lavori pubblici, che è un pachiderma accovacciato su se stesso; ·un radicale ripensamento delle funzioni delle Soprintendenze, monarchie assolute capaci di rovinare capolavori come il Palazzo dei Diamanti di Ferrara, e incapaci di affrontare il restauro di un monumento come il Colosseo; ·una presa di coscienza dei temi ambientali, architettonici e territoriali da parte del Ministero dei Beni Culturali e degli enti locali, regioni province e comuni, la cui attività vedi il caso di Roma è caratterizzata dalla mancanza di fantasia, dell'inabilità a creare una visione globale, un'immagine del futuro della capitale; ·un riesame degli slogan, delle frasi fatte, dei pregiudizi diffusi, della pedonalizzazione indiscriminata dei centri storici all'esclusione di interventi moderni nei loro tessuti...

ERA SOLTANTO IL 1997, ERA A MODENA, ERA BRUNO ZEVI CHE PARLAVA, L'AVETE PUBBLICATO VOI DI antithesi, CREDO CHE SIA CAMBIATO POCO O NULLA, NO ,E' CAMBIATO MOLTO NON C'E' PIU' ZEVI, E MANCA SICURAMENTE ANCHE A CHI NON CONDIVIDEVA IN TOTO IL SUO PENSIERO!!!!

Tutti i commenti di maurizio zappalà

 

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