Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Muore il filosofo della decostruzione

di Sandro Lazier - 17/10/2004


Venerdì 8 ottobre 2004 muore in un ospedale di Parigi di cancro pancreatico Jacques Derrida; aveva 74 anni. Con lui la Francia perde un grande pensatore, ultimo sopravissuto di una generazione di "spadassins des années 60" (Jacques Lacan, Michel Foucault, Roland Barthes, Gilles Deleuze e Louis Althusser) noto in tutto il mondo, addirittura un mito negli Stati Uniti dove insegnava. Al giornale Le Monde, nell'ultima intervista di questa estate, dichiarava: "Da Platone in poi, è sempre lo stesso precetto filosofico: filosofare è imparare a morire". Da tempo soffriva di una malattia al pancreas che lo costringeva a continui ricoveri ma che, a detta degli intimi, gli hanno consentito di evitare particolari sofferenze fisiche. Nato in Algeria, nella città di El Biar, il 15 luglio 1930, era di famiglia ebraica con tradizioni marxiste, di sinistra. Sinistra alla quale rimase legato nel corso della sua vita, con un impegno sociale e politico a favore delle istanze più liberali e progressiste.
Il concetto di ''decostruzione'', perno centrale della sua filosofia, ha fatto il giro delle università del mondo, coinvolgendo aspetti non solo limitati al proprio ambito disciplinare, ma traboccando nelle arti, nell'architettura in particolare, con conseguenze indubbiamente attuali e ormai diffuse.
Contro il dominio "logocentrista" della metafisica tradizionale e della sua critica ermeneutica o strutturalista, la decostruzione afferma il primato della parola scritta su quella parlata, in virtù di una differenza che si stabilisce tra gesto (o traccia) e pensiero e che inganna l'oggetto originale di ogni interpretazione successiva. Cerco di essere più chiaro.
Se la realtà oggettiva fondata sull'evidenza cartesiana - o sulla sua negazione- aveva consentito in passato la costruzione di una conoscenza monolitica, di una verità dichiarata motore degli eventi del mondo, la riproduzione che di essa si poteva fare non poteva essere che narrazione, ovvero trasporto mediante la parola del succedersi delle idee intorno alle qualità oggettive del mondo. La pretesa era quella che il mondo fuori della persona che osserva venisse descritto con neutralità e rigore.
Questa condizione veniva messa in crisi e negata dai filosofi dell'esistenza, i quali sostenevano che l'unica evidenza era, ed è, la coscienza di sé, di esistere, quindi di essere in relazione con il mondo, dentro di esso e non fuori ad osservarlo. Questa coscienza è più reale di quella dell'esistenza della nostra mano o del nostro piede o del nostro corpo perché, per avere conto dell'essenza del nostro corpo materiale, dobbiamo ricorrere alla interpretazione dei sensi e alla elaborazione di ciò che viene da loro descritto. Ogni narrazione o raffigurazione è interpretabile perché produce un rimando a una raffigurazione precedentemente compresa ma, in questa serie di rimandi successivi, ci sfugge la realtà nella sua essenza, totalità e completezza. Il linguaggio diventa padrone della nostra facoltà di comprendere e conoscere e la sua corrispondenza con la realtà oggettiva diviene per noi condizione necessaria per sfuggire l'inganno della ragione. La verità nel raccontarsi fatalmente perde la sua integrità ma lascia comunque dei frammenti, delle parti di sé che, come sostiene la filosofia di Gadamer, se organizzate temporalmente e ricostruite lungo il cammino e con il senso della storia, possono ricomporre il quadro di una verità sì debole, figlia della storia e degli eventi e non padrona degli stessi, ma plausibile, unitaria, totale, "prudentemente metafisica".
Per la filosofia di Derrida i frammenti gadameriani sono invece tracce, impronte che qualcuno o qualcosa lascia nel suo raccontarsi. La traccia riproduce il frammnento, lo raffigura e in questa raffigurazione, in questo trasporto dalla cosa alla sua immagine, esiste sempre una differenza, perché l'orma non riproduce la cosa che l'ha originata. L'indagine della verità si sposta quindi sulle differenze, le contaminazioni, le interferenze, tutto ciò che disturba gli eventi che stanno nel tempo e nello spazio. Mentre i frammenti hanno necessità di contingenza, di vivere nella storia, le tracce, una volta formate, non hanno questa esigenza. Le tracce sono segni che trascrivono le cose e rimangono per sempre. Per Derrida i segni vengono quindi prima delle parole. I segni conservano intatta la traccia di una verità che non c'è perché ci sono solo tracce. Il segno scritto non interpreta.
"La traccia non è solamente la sparizione dell'origine, qui essa vuol dire (…) che l'origine non è affatto scomparsa, che essa non è mai stata costituita che, come effetto retroattivo, da una non-origine, la traccia, che diviene così l'origine dell'origine"( J.Derrida, De la grammatologie, Les éditions de Minuit, Paris 1969, trad. It. di R.Balzarotti, F.Bonicalzi, G.Contri, G.Dalmasso, A.C.Loaldi, Della grammatologia, Jaca Book, Milano, 2ed. 1998, p.92).
Se nell'ambito della filosofia e della letteratura questo modo di ragionare (post-strutturalismo) si pone decisamente all'interno della riflessione postmoderna, nell'ambito dell'architettura vengono invece richiamati concetti e ricerche tipiche della modernità, in totale e risoluta opposizione alla deriva storicista e retorica caratteristica del postmodernismo architettonico. Questa condizione è giustificata dal fatto che la filosofia della decostruzione è antistorica come le istanza più decise delle avanguardie moderniste del '900.
Io credo che dobbiamo ringraziare il lavoro di questo filosofo che ha contribuito enormemente alla rivalutazione dei concetti della modernità nell'ambito dell'architettura contemporanea.

Per approfondire:
Luisella Pisciottu, "Decostruzione e Architettura"
Sandro Lazier, "Testo e contesto: è ora di finirla"
Sandro Lazier, "Teoria"



(Sandro Lazier - 17/10/2004)

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Commento 7009 di giannino cusano del 01/04/2009


Va bene, Maurizio: non avevo afferrato l'humour. Capita, in Rete :)
Grazie per la segnalazione, ma "Adesso l'architettura!" non l'ho letto. Credo che per scrivere, per es., "Theodor Adorno e l'architettura" non serva tanto prendere alcuni scritti in cui lui parla delle Filarnonica berlinese o del razionalismo ma che sia più interessante e aiuti molto di più cercare di capire il suo pensiero complessivo, specie in relazione alla musica.

Dire "...l'uomo non è la misura di questa struttura architettonica.." mi pare assai differente da "...l'uomo non è più al centro dell'architettura...".

Certo che sono per la libertà architettonica. E penso che le invarianti di Zevi siano la "struttura" stessa di questa libertà e del mutamento, perché sono un anti-codice. Costrinogno a non cullarsi sul già acquisito ma a porsi ogni volta i problemi da capo, a ripensare sempre tutto alla radice.

Non mi è ben chiaro a chi ti rifersici con «liquidazione ad un "fossile" che certa "Nuova critica architettonica " per me, "I Saranno Famosi", fa dell'architettura contemporanea e per esempio di Berlino,dopo la caduta del muro!». Il movimento moderno è vivo, vegeto, plurale e addita mille itinerari possibili.

Gira gira, torno sempre in compagnia di autori come Carlo Ludovico Ragghianti, Cesare Brandi, Lionello Venturi, Hans Sedlmayr, Alois Riegl, Luigi Picinato ... E, ovviamente, Zevi. Sono un accanito riletore. Questo non significa che non leggo autori più vicini a noi (doveroso precisarlo, altrimenti mi tacciano di retrodatato) ma ho sempre l'impressione che si siano persi qualche pezzo per strada. Intendo i vari Frampton, Muchamp, Urussov. Trovo Koolhaas un ottimo crtitco, peraltro: molto intelligente e incisivo.

Berlino mi pare molto interessante. Ha ripreso vita dopo una lunga e terribile stagione. Alla fine degli anni '80 sono stato in molte città della Germania, in Danimarca e Svezia, ma non ho mai visitato Berlino, quindi la conosco poco, a parte quello che scrivono le riviste. Vorrei andarci quanto prima.

A presto,
G.C.


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Commento 7008 di maurizio zappalà del 31/03/2009


Giannino, così mi pare di non essere più elementare della scuola, cerchi di stanarmi in un campo ribadisco e mi sembra evidente che mal maneggio! Di quel che tu non hai incontrato, passeggiando a pag. 195 di Adesso l'architettura (j. derrida -prima ed. 2008 -Scheiwiller), disquisendo del lavoro di Eisenman, "...l'uomo non è la misura di questa struttura architettonica..." , lo trovi. Tanto per la precisione ma non ci tornerei più!Non mi sono, naturalmente, ben espresso sulla tua relationship con la Torselli ma dai ,era per sorridere un pò! Già ci sono tanti pontificatori! Penso che siamo dello stesso "partito" della libertà di esprimersi in architettura! E volevo solo ribadirlo! Mi piacerebbe sapere ,invece e non me la bocciare tout court, cosa pensi sulla liquidazione ad un "fossile" che certa "Nuova critica architettonica " per me, "I Saranno Famosi", fa dell'architettura contemporanea e per esempio di Berlino,dopo la caduta del muro! Tutto qui, se ne hai voglia e tempo! Sinteticamente of course!

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Commento 7006 di giannino cusano del 30/03/2009


Caro Zappalà, guardi che "cazz(uol)eggio" anch'io. Specie con la filosofia, la decostruzione e Derrida, che certo mastico un po' da selvaggio.

Credo che sia sulla parola "struttura" che occorre intendersi. Se analizzo una (tra infinite) possibile "strutturazione" dell'opera e del modo di pensare gli spazi del Borromini non faccio certo dello strutturalismo; cerco solo di afferrare ed evidenziare cosa individua e differenzia il suo lavoro da quello di chiunque altro. Formulo un'ipotesi di lavoro e dichiaro preventivamente le condizioni alle quali l'ipotesi decade.

Il problema, mi sa, nasce quando si tenta di congelare qualsiasi mutamento col pretesto di aver individuato la "struttura" immutabile, eterna e intangibile di una città. Lo dico meglio: al di là dei linguaggi che volta a volta la investono, lo strutturalismo metafisico sosterrebbe che esiste sempre un "linguaggio dei linguaggi" che sottende la struttura urbana. Quindi, adeguandoci ad esso saremmo in sintonia col contesto. E' vero? Penso, col post-strutturalismo e contro Aldo Rossi e Krier, che sia profondamente falso.

Allora, forse, la domanda di Derrida è: quale struttura individua possibili campi di aperture, rotture e mutazioni anche rispetto al passato, invece delle statiche regole del mimetismo col presunto contesto? Infatti pare anche a me che la città altro non sia che questa cronica e dinamica trasformazione. Che non può essere congelata in una visione statica, .perenne e metafisicamente strutturalista (le fissioni semantiche di Levy-Strauss, l'eterno ritorno per es. di piramidi, sfere, prismi ecc.)

Nè mi pare di aver impostato il discorso su "mi piace" o "non mi piace" la decostruzione, ma di aver cercato di intendere meglio che lezioni, sempre cazz(uol)eggiando, se ne possano ricavare. E ritengo che siano molte. Non ultima, l'insistenza sulla coincidenza di attività creativa con attività critica.

Sull'affermazione per cui "l'uomo non è più al centro dell'architettura" non so cosa dire, perché non l'ho incontrata in Derrida: è un mio limite, sia chiaro.

Ma se partiamo da un punto di vista un po' più laterale, a me pare di intuire qualcosa di importante. E, credo, una sua conversazione, sottotitolata in italiano, chiarisca abbastanza bene il tema dell'Altro e dell'Alterità come l'affermazione di fondo che precede qualsiasi domanda (in filosofia e non solo) e che fonda la domanda e con essa la "traccia". Questo credo collimi col tema della "non presenza", dell'uomo non più al centro dell'architettura ecc., ammesso che lo sia mai stato.

La conversazione è all'URL:
http://www.youtube.com/watch?v=zxMHXST56Pw

Cordialmente,
G.C.

PS: il Guggenheim di Bilbao a mio avviso è un capolavoro. Ma trovo che Gehry sia una figura esorbitante rispetto al decostruttivismo, pur assorbendone temi e tensioni. Come l'impressionista Cezanne era molto più articolato, complesso e debordante rispetto al puro e semplice impressionismo.

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Commento 7004 di maurizio zappalà del 30/03/2009


Al di là degli intellettualismi affascinati e intriganti che mi riguardano e ci riguardano, una riflessione “incompetente” (nel senso della filosofia!), intendo farla! Questa bella disamina più para- filosofica, che architetturale, scusate il disturbo "cazzuolesco" (che attiene alla cazzuola!), sbatte sempre con il problema "babelico" che "lega la struttura di una città alla [sua]storia "! E mi riallaccio sempre a derrida che quando esprime il concetto "l’uomo non è più al centro dell’architettura", certo , a mio parere, non intende che nella "città" contemporanea stia scomparendo l'uomo ovvero il senso di abitabilità umana! Il pensiero-visione è d'altro spessore! E il quesito non è se piaccia o no il decostruttivismo! O meglio, se piace più a Cusano o alla Torselli! La domanda è quindi: l’architetto che agisce oggi sulla città deve tener conto della disarticolazione spaziale anche in termini di rivoluzione spaziale? Segnica, formale, estetica , materica, “archetica” e “tecnologica”? E per me, millevolte , si! Ora, per tanti dotti, intellettuali e antropologi (alla La Cecla! per intenderci!) abbiamo raggiunto il non sense degli interventi architettonici nella città! Dalle archistars alla signora “maria” è tutto un purè! E c’è qualcun altro che osa dire che siamo alla catastrofe!!!Che c’è “imbarazzo a proporre soluzioni architettoniche in aree urbane complesse e via dicendo! Il tema pare essere l’ architettura “mediatica”! Che non comprendo pienamente cos’è!Ora, m’inquieta abbastanza , che ci si sforzi a definire la città quando è chiaro a tutti, persino agli storiografi che la città “rimane un insieme aperto”, incompleto non saturabile affinché possano convivere questo benedetto nuovo e quanto rimane del vecchio!!!Insomma e chiudo mentre derrida ci lascia in eredità la sua definizione di città “…che deve restare aperta al fatto che essa sa che non sa ancora che cosa sarà…”, qualcun altro, neanche abbiamo iniziato a vivere la contemporaneità e la rende un fossile! Insomma, mi pare che guardando il museo di Bilbao, già ci si ponga come davanti ad una cartolina ingiallita, del secolo trascorso! Credo che i riferimenti siano chiari !Credo che ci sia una terribile incapacità di distinguere l’astrazione e il fatto concreto che diventa la vera scelta della CITTA’ MODERNA! Ciò è anche una critica alla “sinistrista” demagogica visione conservatrice delle nostre città! Il senso di libertà è sempre ritenuto qualcosa di proibito che attiene più all’arte che all’architettura! Insomma la civiltà occidentale è, per dirla con Kraus, “dimostrare che tra un’urna e un vaso da notte c’è differenza e che in questa differenza soltanto ha il suo spazio la civiltà. Ma gli altri, i positivi, si dividono in quelli che usano l’urna coma vaso da notte e il vaso da notte come urna”. Questa si, mi pare bella!


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Commento 6989 di giannino cusano del 28/03/2009


x Renzo Marrucci
Caro Renzo, quali che siano le ragioni, ho l'impressione che si sia tentato di fondare il quotidiano su un'avanguardia. Col risultato di corrompere l'avanguardia e di straniarsi dal quotidiano al solo scopo di esorcizzarlo.
Colpa dell'avanguardia? O, piutosto, di una sorta di incoscienza epidemica e collettiva per cui (hai perfettamente ragione) si può impunemente sciupare perché tanto, poi, ci pensa il mondo dei consumi, dello spreco e delle risorse illusoriamente illimitate, a riallineare le cose? Ognuno per sè, Peppe per tutti.

Morire a 74 anni? Che muori a fare, se poi 'sto mondaccio non cambia un po'?

A presto,
G.C.

PS: chi è Peppe non lo so, ma ho il sospetto che possa far comodo immaginare che ci sia e provveda a dare un senso alle nostre cose. Ah, povero Spinoza ...

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Commento 6988 di giannino cusano del 28/03/2009


X Matteo Seraceni
Sono d'accordo su tutta la linea. Credo che, ovunque e comunque si operi, da qualunque punto di osservazione e operativo, occorra attrezzarsi per un nuovo rilancio del movimento moderno. Pochi e chiari punti.
Ce la farem(m)o? Non lo so: lo sapremmo solo tentando

Cordiali saluti,
G.C.

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Commento 6987 di renzo marrucci del 27/03/2009


Riflessioni a perdere
Morire a settantaquattro anni non è poi troppo male. Ci metterei la firma e parlo per me naturalmente! Viva chi va oltre e con la mia benedizione.
Caro Giannino sei forte! Però le categorie con cui dividi gli architetti bisognerà ritoccarle di almeno una cinquantina di posizioni... perchè tra corporei e concettuali non ci sono differenze o sono così minime... Si tratterà di perdere aria da punti diversi ma sempre aria perduta ci sarà... Aria con sonoro più o meno articolato ma pur sempre aria...e non c'è bisogno di fraintendersi è tutto così organico e naturale. Le archisuperstar o le stararchitet o gli architetti da seduta televisiva o da rotocalco spettacolar-popolare ( si può cambiare le parole che, come vedete, non calza un tipo quanto una moda) piacciono a chi ha da spendere il denaro degli altri e a colpire l'immaginazione di chi immaginazione non ha... e come dice J. Silber : un po di meno a chi spende il suo e a chi capisce e ci va con i piedi per terra... Quindi finchè il denaro pubblico foraggia, amici carissimi, c'è e ci sarà decostruzione o la dematerializzazione o la cementificazione o la mineralizzazione ecc... e la voglia di andare al kilometroalato (grattacieli)... vedete un pò come vi viene la parola. Quando si spendono i soldi con attenzione si bada al sodo, cioè si cerca quello che effettivamente ci vuole ed è necessario e questo non implica che il prodotto debba essere modesto o non essere un vero capo d'opera. I mezzi contati e la responsabilità sono ancora una realtà su cui si misuran le cose. Chi ha posizione farà sempre la festa, ci sarà ancora ma chi vivrà vedrà, come si suol dire... La ricerca è cosa seria e umana, sa pensare all'uomo e non alle cose che si vogliono fare per mutato senso della responsabilità o per il rincoglionimento di alcuni... Io considero l'artista sempre fondamentale alla nostra società e la sua libertà ci permette di viverne il senso... ma proprio per questo è utile e ha senso nella società... lo vogliono emarginare e svuoltarlo di senso? Ci stanno riuscendo benissimo! Trasferitelo sempre laddove l'uomo deve vivere e sviluppare la sua disponibilità organizzata alla vita e allora sarà cosa che non è. In questo mondo tutto ciò che passa nella realtà deve o dovrebbe essere criticamente mediato…
Renzo Marrucci

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Commento 6984 di Matteo seraceni del 27/03/2009


Convengo con lei che l'esperienza spaziale non può ridursi a semplice metafora del corpo, ed infatti col mio articolo volevo solamente aprire nuove prospettive di dialogo in una critica architettonica che si nutre oramai di stereotipi e slogan.
Noto con piacere che ha colto i riferimenti al concetto di Einfuhlung e concordo col fatto che occorre(rebbe) in architettura riferirsi principalmente al vissuto personale (mentre ad esempio, per altre arti, come il cinema o il teatro, questo aspetto è marginale, poichè la mediazione dell'apparato filmico o teatrale coinvolge comunque aspetti non intenzionali che rispecchiano le modalità con cui cerchiamo di comprendere gli altri).
In ogni modo non andrebbe sottovalutata la forza di un tale strumento operativo che, come afferma Husserl, costituisce la condizione di possibilità della comprensione dell'altro, del mondo e di noi stessi.
Ribadisco inoltre che non era mia intenzione ridurre la produzione architettonica a semplice metafora dell'alienazione contemporanea (anzi, penso a questa metafora come aspetto non voluto dall'architetto, che probabilmente spesso si ferma a pure speculazioni estetiche; ma questo non riguarda solo l'architettura: quante volte in pittura si possono ritrovare i caratteri del tempo in cui è nata un'opera senza che l'artista ne fosse coscientemente partecipe?).
Anch'o ho visitato attentamente Gaudi ed il Guggenheim di Bilbao e concordo col fatto che nessuna immagine progettuale può sostituirsi a tale esperienza: in particolare mi sono accorto di come Casa Batlò non sia un'opera di frivolezza estetizzante, ma sia generata dallo spazio interiore che si proietta all'esterno. Mi spiego: mentre la maggioranza degli architetti ancora pensa alle stanze di una casa come "scatole" al cui interno posizionare mobili e persone, Gaudi ribalta completamente la prospettiva e crea spazi "attorno" alle persone; non è la "vita" ad essere rinchiusa dentro una scatola, ma è la "vita" stessa a conformare l'edificio architettonico.
Quindi è ovvio che le "lamiere deformate" hanno valenza spaziale, ma - a meno di non ritenere l'intera costruzione frutto del caso - occorre riferire questa valenza a ciò che viene vissuto al di sotto di esse.
La ringrazio sentitamente e spero che la critica di queste pagine non rimanga un'isola per pochi.
A presto
Matteo Seraceni

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Commento 6981 di giannino cusano del 26/03/2009


X Matteo Seraceni
Buon per lei che ha capito benissimo il commento della Torselli (6961). Io - e con mia buona pace ugualmente- non ho compreso i richiami al corpo fatti dalla Torselli, o almeno la loro necessità nell'economia del discorso, per la semplice ragione che ho sempre sostenuto l'ineliminabilità dell'esperienza "fisica" dello spazio.

Per mia didascalica comodità, peraltro, ho sempre distinto gli architetti in "corporei" e "concettuali", pur senza confini nettissimi, all'atto pratico. Ma non è importante e non mi dilungherò su questo.

Sulla “presenza” ho sempre detto, e lo ripeto ora, che in quanto esperienza dello spazio è ineliminabile anch'essa, ma quando la decostruzione ci parla di elisione della presenza siamo certi che è questo che intende? O, almeno, che pur intendendo questo, in realtà non prenda un abbaglio e non additi invece, volutamente o no, un problema meno superficiale? Io non sono affatto sicuro che intenda questo. E, anzi, direi che sono ormai certo del contrario: per mie deduzioni, sia chiaro. Fallaci, ovviamente, fino a prova contraria. Le cose sono anche quel che ci leggiamo dentro.

E' che bisogna intendersi: se ci si riferisce all'architettura come metafora del corpo, il suo articolo (http://arching.wordpress.com/2009/03/13/il-sonno-della-ragione-genera-mostri/) può anche trovarmi a grandi linee d'accordo, salvo alcuni passaggi peraltro non central.

Ma converrà che l'esperienza spaziale non è metafora del corpo né ad essa può ridursi. E' un ineludibile "essere lì": entrare, attraversare, percorrere, uscire, guardare, udire, annusare, piegarsi, salire, a volte comodamente a volte no, ora con passo regolare e cadenzato, ora senza ritmo o metro predefinito, come in tante irregolari rampe gradonate o scalinate medievali. Nulla che possa esaurirsi nei termini metaforici dell'Einfuhlung. Alla quale teoria, peraltro, non è utile rinunciare, purché se ne colgano confini e limiti. Può, anzi, essere un utile strumento di lettura a patto che il sostantivo resti lo spazio vissuto di persona, non in fotografia o in immagine. E il rischio, in questa apoteosi dell'immagine patinata, è che anche la critica finisca per esercitarsi allo stesso modo, sia pure per stroncare. E su questo punto dell'esperienza spaziale lei, nell'articolo sul suo blog, avverte molto chiaramente i suoi lettori.
In immagine, infatti, non possiamo far altro che leggere un edificio come un quadro o la traccia di un'intenzione programmatica realizzata. Nulla di male, ma finché non lo visitiamo l'essenza di un edificio ci sfuggirà sempre. Nulla di male, ma la “spazialità” pittorica è altra cosa dallo spazio architettonico. E nulla di male se poi la pura visibilità è già stata ampiamente e magistralmente collaudata, in architettura, da un maestro come Giulio Carlo Argan. Letture non del tutto convincenti, a mio parere, le sue, ma spesso illuminanti, se colte nei loro limiti puro-visibilisti.

Metafore di lamiere attorte, di corpi senza pelle, di separazioni esterno-interno violentate e squassate? Certo: è una chiave di lettura possibile. E condivisibile, in parte, perché alcuni sentono di vivere in un'epoca di questo genere. Forse è un tentativo di liberarsi da un Super-Io troppo esigente, ma di questa lettura in chiave francofortese-adorniana non sarei tanto sicuro. Il punto su cui vorrei attirare l0'attenzione è: quelle lamiere attorte, quei pavimenti che si fanno pareti e di qui soffitti, che aprono visuali insospettate, hanno o possono avere valenze spaziali? E quando? O sono solo e sempre metafore della condizione di alienazione contemporanea, cui si tenta di sfuggire bevendo la bottiglia d'un fiato e fino in fondo?

Insomma: cercherei di non cadere nella trappola della lettura dell' “operazione” progettuale prima di sperimentare di presenza gli spazi di un edificio. Ho visitato attentamente Gaudì, vari anni fa; il Guggenheim di Bilbao, più di recente e, ancor più recentemente ville Savoye e i brani urbani di Renaudie a Ivry: le esperienze di quegli spazi-segni possono solo essere inalate di persona. E il più delle volte sono sorprendentemente spiazzanti rispetto a qualsiasi discorso “su” di essi e sulle loro recensioni e immagini stampate. Com'è giusto che sia.

Allora: forse quella del crollo è un'immagine ricorrente, al giorno d'oggi. Crollo e dis-facimento del corpo, o crollo imminente dell'edificio in bilico perché siamo in un'epoca decadente o percepita come tale da alcuni di noi. Ciò non toglie che, al pari della cosiddetta “sala dei paradossi statici” di villa Adriana a Tivoli o di San Carlino, della cripta di Santa Coloma de cervellò o di Ronchamp, anche tuffarsi nella crisi senza farsi illusioni può produrre autentici capolavori o schifezze, secondo i casi.

Forse alcuni approcci sono nichilistici, e ben venga una loro critica ideologica o in nome di “valori” che personalmente riteniamo

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Commento 6980 di Matteo seraceni del 26/03/2009


Scrivo questo mio appunto non per entrare nella spirale senza fine di polemiche innescate dall'articolo, ma per esprimere la mia vicinanza al pensiero di Vilma Torselli (in particolare il commento 6961:io l'ho capito benissimo, con buona pace di Cusano).
Mi ha stupito il fatto che anch'io, il 13 marzo, in un piccolo articolo sul mio modesto blog (http://arching.wordpress.com/2009/03/13/il-sonno-della-ragione-genera-mostri/), mi stavo interrogando sul ruolo che ha il "corpo" oggi in architettura.
Penso quindi non soltanto che "il corpo, in quanto presenza fisica umana, non può essere escluso dal pensare" come afferma Tschumi, ma cercare di eliderne la presenza non fa altro che "comprimere" tutto quello che "viene messo da parte" e che prima o poi sarà pronto a riesplodere.
Concordo anche con Cusano quando afferma che "non si può cavarsela con meccaniche operazioni di smontaggio e rimontaggio degli edifici, per quanto interessanti, perché restano esteriori, applicate": se ogni aspetto è fortemente connotato all'interno del linguaggio architettonico si rischia di perdere di vista le funzioni primarie di un organismo architettonico.
In ogni modo, tanto di cappello ad un pensatore che come pochi ha saputo "infiammare" il dibattito culturale in epoca contemporanea.
A presto.
Matteo Seraceni

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Commento 6975 di Vilma Torselli del 26/03/2009


X Giannino Cusano

PS: sì, ho visto, e me ne compiaccio.

Buona giornata
Vilma Torselli

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Commento 6972 di giannino cusano del 25/03/2009


X Vilma Torselli

Sono tranquillissimo, grazie. Anche per carattere. E anche, dicono, persona di spirito e spiccato sense of humour: cosa che, naturalmente, a volte passando da parlato a scritto può anche non trapelare.

Non ho idiosincrasie per la parola "forse". Su particolari argomenti e figure che tuttora mi appassionano particolarmente, forse con i dubbi ho iniziato tanti anni fa. Lei che ne dice? Su questo mi concederà il beneficio del dubbio?
dicevo: dubbi ritestati e reiterati fino al punto da portarmi a pochissime e pure conclusioni. Personali, ovvio. Capita anche questo, per via. Per cambiare le quali, occorre convincermi: a volte succede, altre no.

E comunque una cosa è certa: non mi è ben chiaro il suo punto di vista sulla decostruzione. Forse non ho ben compreso il suo commento (6961), forse per una volta lei non si è spiegata nel modo migliore. Che ne dice? Un fifty / fifty potrebbe andar bene?

A ogni buon conto, se vortrà essere così cortese, un supplemento d'informazione da parte sua mi sembra auspicabile.

Cordialmente,
G.C.

PS: ha visto quanti "forse"?

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Commento 6968 di Vilma Torselli del 24/03/2009


Si tranquillizzi, Cusano, mi sono solo accodata all’argomento che lei ha portato avanti con ‘ampie argomentazioni’, non volevo rispondere in particolare a lei (ci sarebbe voluto ben altro impegno), non volevo tacciarla di essere l’esegeta di Derrida (come le è venuto in mente?), non volevo scalfire la sua granitica (super)valutazione di Carmelo Bene (ma non le sembra un argomento un po’ off topic per insisterci tanto?), sul quale vorrà essere così equanime da lasciare intatte le mie personali convinzioni, non intendevo confutare due sue espressioni (…..(Come) si dice in spazi questa “elisione della presenza”? - comm.6938) e (…… porsi in termini di esclusione dell'utente - comm 6949) ma semmai rafforzarle.

Vorrei, questo sì, consigliarle una lettura meno scolastica dell’arte moderna e poi, visto che la parola ‘forse’ la inquieta, aggiugerei una breve meditazione su una frase pescata in rete che mi piace molto: "Se un uomo parte da certezze, terminerà con dubbi; ma se si contenta di cominciare con dubbi, terminerà con certezze." (Francis Bacon)

Ancora saluti
Vilma Torselli

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Commento 6967 di Renzo marrucci del 24/03/2009


Per quanto riguarda lo spazio di piazza del Campo a Siena, dico volentieri la mia opinione alla luce dell' integrazione architettura città e territorio.
Lazier, forse, semplifica un po' troppo. Lo spazio di piazza del campo vive della sua architettura per come è stata pensata e costruita e con il materiale che si vede nelle facciate, che poi facciate non sono ma oganici riferimenti alla città, che nello spazio della piazza si rappresenta.
Materiale e colore e scuri profondi come continum materico-spaziale e funzionale che si estende alla città. Consistente spazio temporalità scandita nel ritmo organico del territorio che produce spazio organico umano, in un felice rapporto integrato alla forma cavea del terreno, in cui la città si incontra con i suoi tre crinali, in un realtà rispettata, amata e assecondata dal genio locale. Esempio di continuità e di profondità umana che F.L.W. ammirando, riportò nella felicità del suo cuore di architetto.
Quale spazio è più caratterizzato di quello? Spazio urbatettonico in tuti i sensi. Da studiare e da capire alla luce della realtà odierna. Quando si vuole capire il tipo di perversione o sbandamento che stiamo attraversando è sufficiente andare a prendere un thè o un bicchiere di vino in quella realtà spaziale... in cui tutto è architettura... e gli edifici sono una sola cosa, un contrappunto di pieni e di vuoti come individuo spaziale che fondendosi, accarezza il cuore e l'anima di chi vuole farsi rigenerare.
Si può osservare ammirati come una cartolina, piazza del campo, e cercarne gli elementi che la connotano, uno per uno e allora si scopre cosa vuol dire integrazione spazio temporale e città territorio, e se si vuole si può anche non decifrare la cifra o il valore architettonico peculiare degli elementi che lo compongono, non cambia nulla. E' una risposta come altre, da studiare nella sua magia instancabile e eterna per capire anche, per esempio che cosa è un luogo umano e urbano e che cosa è l'architettura che non deve distinguersi, ma fondersi in un comune linguaggio che pare quello della modestia ma appare invece, per magia umana esplodente, un luogo della pienezza e della forza organica della spiritualità umana.

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Commento 6966 di giannino cusano del 24/03/2009


PER AVINO, LAZIER, TORSELLI

Mi unisco a Lazier nel ringraziare Avino per aver scatenato questo meraviglioso putiferio :)

Lazier scrive (n. 6965) “Dico a Giannino Cusano che ho molto apprezzato il suo riferimento a Carmelo Bene ... Il mio intervento non intendeva essere sfavorevolmente critico...” ecc. ecc. Grazie: non è importante, credo, se il tuo intervento volesse o meno essere critico. E' importante che induca, come ha fatto, approfondimento e riflessione.

Occorre, invece, tornare più puntualmente sul commento 6961 di Vilma Torselli.
Non metto in dubbio la correttezza filologica dei riferimenti di cui si serve per commentare il lavoro di Carmelo Bene. Solo, però, che se ci si limita a smontare una personalità creativa nelle sue componenti base, ci resta il vuoto e non si distingue più Bene dalle sue eventuali componenti, peraltro tutte da provare.
Posso ben leggere Borromini come uno che smonta e riassembla ordini giganti, riseghe da cupole del Pantheon, cornici ondulate, ecc., ma con questo non avrò chiarito né la peculiarità delle sue invenzioni né la differenza, se c'è, per grado e qualità di Borromini dai suoi meri ingredienti costitutivi.
L'eventicità di Bene è affatto diversa dall'happening, dalla performance, dalla body art e dallo stesso Cage, che peraltro amo molto. E sopra ogni altra cosa tutto è fuorché non programmabile, perché Carmelo Bene progettava meticolosamente e nei minimi dettagli i suoi spettacoli. E fu accusato persino di essere ripetitivo, da serata a serata: come se la ripetizione fosse un delitto e non, invece, la vera trasgressione.
Perché solo una cosa che non può essere “detta” altrimenti, deve solo essere ripetuta.
Spettacoli, cmq, che erano la sistematica e più radicale sottrazione alla “tirannia della struttura” che io abbia avuto modo di conoscere. E il punto non mi pare nemmeno di “'interdisciplinarietà”: semplicemente, la convergenza di tutti i fattori nel farsi della scena è una brillante reinvenzione del teatro della crudeltà di Artaud, che mi pare altra faccenda.

Ho già detto mesi fa, qui in Antithesi, che la “presenza” in architettura a rigore è ineliminabile e l'ho ripetuto di recente, aggiungendovi tutte le arti figurative e teatrali. Dunque, quando la Torselli scrive «L’uomo, sempre l’uomo, artefice e fruitore, onnipresente ed ineliminabile.Impossibile quindi ogni “esclusione dell’utente”» mi pare si rivolga a terzi, non a me.
E' un'ovvietà, dire che ogni esclusione dell'utente è impossibile. E chi ha mai detto il contrario? Ed è un'altra ovvietà dire «che, per quanto si faccia, il corpo, in quanto presenza fisica umana, non può essere escluso dal pensare, fare e fruire l’architettura, attività eminentemente umana, fatta dall’uomo per l’uomo, quindi doppiamente ed inevitabilmente autoreferenziale. Impossibile quindi ogni “elisione della presenza”»

Certo: anche qui, ho mai sostenuto il contrario? E dove? Se si pensa di confutare la decostruzione così, credo che non si va molto lontano.

Può darsi che “forse” Derrida non fosse troppo convinto della validità della decostruzione in architettura, può ben darsi che i tanti “sospetti” che la Torselli dissemina (non derridianamente) nel suo commento siano fondati, ma fino a prova contraria restano dei “forse” e dei “sospetti” che , per ora, a mio parere non assurgono a rango non di prove, ma nemmeno di indizi. Impressioni rispettabilissime, per carità, ma impressioni. E poi, chissenefrega di Derrida, se non era convinto! Mica sono un suo esegeta: di Derrida faccio quello che mi pare creativamente giusto fare, non ciò che la filologia mi comanda di fare.

Allora riepiloghiamo: ho sempre detto, e lo ripeto, che a mio parere la decostruzione non è una semplice operazione di smontaggio e rimontaggio di testi. Se così fosse, non ci sarebbe stato bisogno di incomodare tanto lavorio quanto ne ha smosso lo stesso Derrida. Qualsiasi autore di parodie smonta a rimonta testi senza bisogno di essere pensatore o filosofo.

La questione del logocentrismo riguarda, dal mio punto di vista, il fatto che la scrittura si stacca dal parlante e vive di vita propria, sottraendosi al dominio e al controllo del parlante, anzitutto. Si costituisce così in segno. E questo, mutatis mutandis, vale in letteratura, in architettura e nelle arti tutte. Ne “La disseminazione” (Derrida) c'è una lunghissima sezione -la farmacia di Platone- dedicata al Fedro che chiarisce molto bene la questione. Anche un messaggio scritto presuppone che qualcuno lo legga e, mentre viene letto, che qualcuno lo abbia scritto. La differenza rispetto al logos detto e parlato sta nel fatto che destinatario e parlante non sono presenti: chi ha scritto il messaggio poteva voler dire tutt'altro, può essere un mentitore o essere morto nel momento in cui io leggo e magari il messaggio è una richiesta di soccorso di un naufrago da un'isola desert

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Commento 6965 di Sandro Lazier del 23/03/2009


A questo punto dobbiamo ringraziare Luca Avino per averci dato modo di riaprire una riflessione su un argomento che a nessuno sarebbe venuto in mente in questo momento di rilassamento mentale pressoché generale.
Dico a Giannino Cusano che ho molto apprezzato il suo riferimento a Carmelo Bene, perché mi ha acceso un paio di lampadine sulle quali sto ancora meditando. Il mio intervento non intendeva essere sfavorevolmente critico. Intendeva solamente chiarire – a me in primo luogo e poi ai lettori- l’ambito della riflessione filosofica e la sua possibile influenza sulle questioni dell’architettura. Al solo scopo di evitare confusione, visto che ce n’è già tanta.
Vilma Torselli ha magistralmente – essendo un’esperta di arte moderna particolarmente attenta e capace – risolto il problema della “presenza” lasciandoci però senza una soluzione decisiva. Capisco i suoi dubbi e le sue disillusioni (vedi l’articolo Remix su www.artonweb.it) che affidano all’arte l’unica possibilità di redenzione “Ri-editando linguaggi estetici e teorici di diversa provenienza, [l’arte] perviene così ad una ‘interpretazione’ anziché ad una ‘produzione’ di nuove forme, elaborando “protocolli alternativi per rappresentazioni e strutture narrative già esistenti“ (Stefano Chiodi, Alias n.31 / 08-2005).”
A me pare tuttavia che la rinuncia al nuovo, al grado zero, alla scrittura ex novo non possa essere la strada migliore per interpretare e dare risposte attuali. Il postmoderno ha sostanzialmente fallito lasciandoci in eredità un conservatorismo nemmeno nostalgico e decadente, ma addirittura convinto di occupare posizioni d’avanguardia. Avanguardia dei gamberi, direbbe Zevi.
Ma dove sta la novità della scrittura? Dove cercarla? Ricordo il mio primo viaggio a Siena, a piazza del Campo. L’esperienza dello spazio che se ne fa è unica e ci fa capire quanto questo sia essenziale all’architettura e non ne sia accessorio. Ruotando lo sguardo dal centro della piazza, non c’è fabbrica di un qualche rilievo architettonico – alla faccia di Aldo Rossi e dell’architettura della città – non ci sono materiali pregiati né tantomeno composizioni armoniche e simmetrie. Possiamo mentalmente sostituire gli edifici, scambiarli, inserirne di nuovi, ma il risultato resta di per sé lo stesso. C’è un catino, una torre ed edifici intorno. Tornando a casa racconteremo di un posto meraviglioso ma non sapremo descriverne l’architettura.
Non è questa astrazione? Centra l’uomo in tutto questo? E quale uomo? Quello solenne e dritto della prospettiva centrale rinascimentale? O quello contrito e genuflesso dei borghi medievali?
Questo intendo quando parlo di novità della scrittura. Essa è possibile.

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Commento 6963 di giannino cusano del 23/03/2009


Ottimo e sostanzioso intervento di Vilma Torselli, che ringrazio.
Si, penso che l'assenza del "parlante" abbia attinenza anche col "farsi" dell'esperienza sotto i nostri occhi e in modo non predeterminato. Trovo interessanti, per esempio, certi spazi di Koolhaas, in cui non distingue tra percorsi e luoghi di arrivo e nei quali le strutture non seguono alcuna maglia regolare, in modo che ciascuno, muovendosi, possa farne un'esperienza personalissima tracciando volta a volta i suoi personali percorsi "nomadi" -anche interiori - dipendenti solo da ciò che sul momento attrae ciascuno di noi. Magari la prossima volta sarà tutto molto differente.
Più in generale, credo che l'esperienza piena di libere "derive" nello spazio, del lasciarsi andare ala sua magia, sia possibile a partire da una frattura fondamentale col senso univoco dell'opera, da cui nasce un tipo di abbandono attivo all'esperienza.
Sono ovviamente incentivi, suggerimenti a immaginare che ho ricavato. Anche leggendo Derrida, o guardando certo teatro e non altro. Non sono, ovviamente, un filosofo o un critico, quindi ho un vantaggio notevole sui pensatori di professione, perché tutto quello che aiuta la mia immaginazione a me va bene.
Penso anch'io che la decostruzione non sia un supporto sufficiente per "costruire" di per sé, dalle fondamenta e di sana pianta un'architettura.
Come la rottura della scatola neoplasticista può essere un incentivo enorme a immaginare in modo "altro" dal solito, anche la decostruziione secondo me può esserlo. In modo forse meno diretto, architettonicamente, più complesso e anche molto “mentale”, ma stimolante.
Gli esempi più validi, a mio giudizio, sono quelli di chi, a suo modo, ha assorbito tensioni decostruttiviste in ambiti operativi del tutto differenti, come arricchimento espressivo. Ho citato il generosissimo Behnisch e il suo approccio fondamentalmente "funzionalista", potrei citare Biagio Marcello Guido: un organico, senza ombra di dubbio, che però con la decostruzione ha aggiunto attrezzi assai interessanti alla sua già nutrita cassetta dei ferri.
Almeno, io così vedo la questione. Apertissima, ovviamente, a mille altre soluzioni :)

G.C.

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Commento 6961 di Vilma Torselli del 23/03/2009


Approfittando delle ampie argomentazioni fornite da Giannino Cusano, tornerei su Carmelo Bene, indubbiamente un fenomeno singolare e circoscritto della nostra cultura non solo teatrale, ma aggiungerei che andrebbe inquadrato in un discorso più generale, ed in un certo senso più generico, con un occhio di riguardo ai tanti fenomeni dell’arte moderna che in qualche modo lo riguardano e lo contaminano, happening, performance, environmental art e persino body art, arti che accadono, plurivoche, non programmabili, interdisciplinari, comportamentali, giungendo fino dalle parti di Allan Kaprow, Mattew Barney, Dennis Oppenheim e tanti altri, senza dimenticare ciò che della musica ha fatto John Cage.
E magari senza dimenticarci nemmeno di Luigi Pareyson, teorico della formatività' , che invoca per l’arte “ un fare critico, intellettualmente attivo, che si interroga lungo il suo procedere” , che mentre “fa” inventa il suo modo di “fare”.
Può essere questo ciò che Cusano intende per “sottrarsi alla tirannia della struttura”?

Quanto al resto, Bernard Tschumi scrive: "Il corpo è sempre stato sospetto in architettura: perché ha posto i propri limiti alle ambizioni architettoniche più estreme. Disturba la purezza dell'ordine architettonico. Equivale a una pericolosa proibizione", e suggerisce una rilettura modernizzata delle categorie vitruviane venustas-firmitas-utilitas che le muti in linguaggio-materia-corpo, dove il corpo suggerisce sia l’aspetto utilitaristico e funzionale dell’architettura che la sua esperienza edonistica e sensoriale.
Come dire che, per quanto si faccia, il corpo, in quanto presenza fisica umana, non può essere escluso dal pensare, fare e fruire l’architettura, attività eminentemente umana, fatta dall’uomo per l’uomo, quindi doppiamente ed inevitabilmente autoreferenziale.
Impossibile quindi ogni “elisione della presenza”.

“quando si pensa all’architettura, si pensa ad un’arte abitata, con un corpo umano che si muove al suo interno e l’architettura che si adatta ad esso” scrive Bassam Lahoud, d’altra parte lo stesso Derrida dice che l’architettura (cito ancora dall’articolo di Luisella Piscottu) "è anche un'attività o un impegno della gente che legge, guarda questi edifici, entra nel loro spazio, si muove nello spazio, sperimenta lo spazio in modo diverso.” E così conclude riferendo il pensiero dello stesso Derrida: “Secondo Derrida, Eisenman e Tschumi hanno dato prova che quella decostruttivista è una strada percorribile; anche le loro creazioni sono fatte per essere abitate, per dare riparo, tuttavia, dietro consiglio di Derrida, quello che bisogna chiedersi "non è soltanto ciò che costruiscono, ma come noi interpretiamo ciò che essi costruiscono".
L’uomo, sempre l’uomo, artefice e fruitore, onnipresente ed ineliminabile.
Impossibile quindi ogni “esclusione dell’utente”.

Tuttavia sul fatto che ci possa essere un parallelo stretto tra critica del logocentrismo e decostruttivismo (del linguaggio architettonico) resta sempre qualche dubbio, condiviso forse dallo stesso Derrida.
Il quale, invitato nel 1986, con Eisenman, proprio da Bernard Tschumi a collaborare alla stesura di un progetto di giardino nella "promenade cinématique" a Parigi, progetto poi rifiutato dalla committenza e mai realizzato, scrive un libro, si direbbe senza eccessiva convinzione, “Adesso l’architettura”, addentrandosi in un campo di speculazione nuovo con una certa cautela, se a pag.198 scrive: “Io non so molto bene che cos’è un parco. Che cos’è un parco? Una città? Queste non sono questioni filosofiche astratte. Parlare di un parco urbano è ancora più problematico. Chiederei di rivedere tutto”.

Alimentando il sospetto che i supporti teorico-filosofici del decostruttivismo siano veramente poco “sostanziosi”.

Saluti
Vilma Torselli


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Commento 6949 di giannino cusano del 22/03/2009


CHIARISCO (x Sandro Lazier)

Caro Lazier, siamo sostanzialmente d'accordo, sia pure con alcuni miei dubbi del tutto generali. La mia sulla “presenza” voleva essere una provocazione, spero utile, non contro la decostruzione ma contro alcuni suoi facili epigoni.
Decostruzione che in architettura non è, a mio avviso, lontanamente paragonabile a un movimento come quello organico o razionalista, inclusivi di densi progetti sociali ampi, globali. Piuttosto, va commisurato ad avanguardie come De Stijl o il Costruttivismo russo in quanto pone l'accento su problematiche assai puntuali e specifiche, ma non per questo trasxcurabili.
E la riprova, secondo me, la fornisce Behnisch, l'unico architetto che credo potrebbe restare decostruttivista per i prossimi 100 anni senza fare una grinza, come Mendelsohn rimase espressionista tutta la vita di contro alla precaria durata del movimento. Behnisch può permetterselo, a mio avviso, in quanto la sua matrice fortemente “funzionale”, nell'accezione più ampia e rigorosa del termine, glielo consente senza mai venir meno, senza cedimenti di sorta. Semplificando molto, direi che Benisch sta alla decostruzione = Mendelsohn sta all'espressionismo.
Non c'è dubbio che la prassi di arti come il teatro, le arti figurative e l'architettura presuppone un pubblico e delle presenze. Quello che intendevo sottolineare con un paradosso (felice o meno, ciascuno lo valuti come crede) è, appunto, la differenza tra “testo” e “scrittura”.
E un esempio semplice mi pare che renda bene: se, scrivendo, recito mentalmente un testo come se lo stessi dicendo ad altri, è evidente che quasi sempre ne scaturirà una scrittura concepita come trascrizione di un discorso “detto”. Scrittura che, dunque, dissimulerà il proprio carattere di scrittura dietro l'apparenza di “testo” raccontato. Con tutto ciò che ne segue in termini di ermeneutica, perché per quanto si voglia, quel carattere di scrittura come costitutiva del segno non sarà mai del tutto eludibile. Dov'è la novità, allora? Tutto sommato non c'è, perché si tratta di una questione ben nota da tempo. Solo che -secondo me- prima appariva frammischiata ad altre, mentre con la decostruzione a me pare che venga evidenziata direi quasi chirurgicamente. Già con Flaubert, alla metà del XIX sec., si fa evidente la rottura della falsa unità del linguaggio letterario, per esempio, ideologicamente assunto come “uguale per tutti”, mentre è solo quello dell'aristocrazia e della Corona francese che tenta di imporsi come unica e indiscussa verità. E con l'Ulisse di Joyce arriviamo, a mio avviso, al clou di un processo di rottura della falsa monoliticità della lingua, non immune dal passaggio attraverso le parolibere futuriste. Non mi soffermo sulla scrittura joyciana, che tutto è meno che “testo”.
Torno all'architettura: ho sempre detto che la decostruzione è un sintomo per me positivo, ma un sintomo. E qualche dubbio sull'operare architettonico così come ci è stato tramandato dai “pionieri” e dai “maestri” me lo insinua. Ed è chiaro, concordo: non si può cavarsela con meccaniche operazioni di smontaggio e rimontaggio degli edifici, per quanto interessanti, perché restano esteriori, applicate. Cos'è il nuovo mi riesce difficile definire, perché l'architettura può egregiamente parlare sulle proprie forme senza rifare il verso a sé stessa e senza manierismi. Borromini e Gaudì sono lì a dimostrarlo: e certo furono nuovi, ma tutti calati uno nel linguaggio genericamente detto rinascimentale, l'altro in quel capitolo dell'Art Nouveau detto Modernismo catalano, con le sue combinatorie e contaminazioni. Delle quali gaudì non si accontenta minimamente, sia chiaro.
Posto che la questione del parlante e della presenza in architettura non può, a mio avviso, porsi in termini di esclusione dell'utente e di edifici fini a sé stessi, è anche vero che a mio parere c'è e non è solo di mera prassi operativa. Riguarda, piuttosto, 3 assenze proprie della scrittura: del parlante, del destinatario e del referente, che non sono propriamente empiriche ma riguardano, per esempio, una certa pretesa di sentenziosità del messaggio dell'architetto, che può essere frainteso e stravolto. “Scrivo” un edificio che affido a destinatari che non conosco: posso continuamente preoccuparmi della sua “corretta” interpretazione o fermerò il procedimento prima che un simile problema si ponga? E', mi pare, un'accezione in parte inedita del non-finito e tutta da sondare e inventare. E certo non può essere fatta di segni "deboli" o manieristici, perché la scrittura costituisce il segno o scade in "testo": perfettamente d'accordo.
Ora, e non a caso, nel 1989 dopo una conferenza di Libeskind all'In/Arch , Zevi affermò che la decostruzione individua l'ottava invariante dell'architettura moderna: quella della “vulnerabilità”. Certo, tutti possono sbagliare e Zevi non fa eccezione. Certo, la decostruzione a mio avviso è finita o degenera in moda, senza suppo

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Commento 6948 di Vilma Torselli del 22/03/2009


Trovo assai curioso, signor Avino, che lei consigli di leggere attentamente "Della Grammatologia" proprio a me che, cosciente dei miei limiti di semplice architetto, non sono intervenuta direttamente nel dibattito e non ho espresso alcun giudizio personale, avendo invece citato pari pari due fonti senz'altro più autorevoli di me e probabilmente anche di lei: Luisella Pisciottu, docente di filosofia, e Andrea Tagliapietra, professore ordinario di Storia della filosofia.
Consigli direttamente a loro di leggersi attentamente "Della Grammatologia", e se lo legga pure lei, attentamente, mi raccomando.
Saluti
Vilma Torselli

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Commento 6941 di Renzo marrucci del 21/03/2009


Non è per nulla igenuo... anzi!

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Commento 6940 di Sandro Lazier del 21/03/2009


Rispondo a Giannino Cusano e Luca Avino.
Io credo che quando un filosofo decreta la preminenza di un evento rispetto ad un altro lo faccia dentro gli angusti, freddi e rigorosi confini di un sistema di pensiero neutro. Non c’è spazio per la retorica dell’interpretazione e dei significati che sono invece l’anima del teatro, dove è solo il coinvolgimento emotivo dei presenti a stabilire le regole della pratica teatrale.
Se c’è verità nella finzione di un’opera di teatro – e certamente c’è – non sta di sicuro nella prassi. Tutti infatti riconoscono in questa la finzione degli accadimenti che mette in scena.
Il problema della presenza è quindi strumentale alla speculazione filosofica per dimostrare l’indipendenza della scrittura da qualsiasi interpretazione successiva. Infatti, qualsiasi ragionamento conserva la sua neutralità quando non è inquinato dal soggetto che interpreta. Lo sa bene chi ha tentato di sollevare i filosofi dell’ermeneutica da quella “provincia filosofica” in cui s’erano cacciati.
Liberare le parole, quindi, non vuole solo dire liberarle dalla contingenza, ma vuol dire soprattutto liberarle dal tranello metafisico in cui l’avevano costretta lo strutturalismo filosofico e le sue conseguenze.
Quando parliamo di scrittura occorre allora mettersi prima d’accordo sul fatto che parliamo principalmente ed astrattamente di segni, non di testi con un senso compiuto. Purtroppo, ma questa è una mia impressione personale, tutta l’arte contemporanea, compresa l’architettura, sembra oggi più preoccupata di come porsi e raccontarsi (la prassi) che della maturità e novità dei segni che la esprimono. Metafore, allusioni, allegorie e tanta retorica ma poche novità di una qualche sostanza segnica. Pensare, come è accaduto in questi anni, che nessuna novità fosse possibile, che fosse finito il tempo della ricerca e ci si dovesse accontentare di comporre, scomporre e ricomporre i segni del tempo “teatralizzando” ogni evento, non è servito a capire e vivere coscientemente il nostro tempo tradendo quel ruolo, questo sì storicizzato, che l’umanità ha affidato all’arte.
Distinguiamo quindi in modo netto verità e falsificazione. Per farlo occorre tornare dalle frasi alle parole perché, come dice Derrida, una volta scritte queste vivono da sole. Hanno in loro la forza del segno, che viene sempre e comunque prima. Sarà ingenuo, caro Avino, ma è così.

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Commento 6934 di Avino luca del 21/03/2009


Invio le mie scuse più sentite a chi di dovere perchè avevo inteso nel modo peggiore le due parti dell'intervento preso in considerazione . Ad ogni modo, signora Vilma Toselli, penso che l'autore dell'articolo sia solo un po' ingenuo, visto che la decostruzione del logocentrismo non è tanto un'inversione di gerarchia tra parola "parlata" e scritta, ma l'affermazione che la scrittura opera già al cuore della voce in forma di archiscrittura. Legga attentamente "Della Grammatologia", troverà lì le risposte.

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21/3/2009 - Sandro Lazier risponde a Avino luca

Si sbaglia Avino continuando a confondere suoni e parole sprofondando nuovamente nella metafisica.
L'archiscrittura concerne i segni e i segni non hanno nessuna voce.

 

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Commento 6938 di giannino cusano del 20/03/2009


Commento di Avino (n.6922) confuso e, per fortuna, succinto: sfida a trovare in Derrida un solo “testo” in difesa del logocentrismo come riprova del fatto che il filosofo non avrebbe mai sostenuto la superiorità della parola scritta su quella parlata. Ma non avrebbe dovuto, Avino, ricavarne esattamente il contrario?

E poi, superiorità in cosa ? A me è parso sempre chiaro, anche negli articoli apparsi su Antithesi, che per Derrida la superiorità della scrittura consiste nella possibilità che essa dà di conoscere ed esperire il linguaggio in quanto tale assai meglio della “parola detta”, con i suoi continui inciampi nella metafisica della presenza. Tema eminentemente heideggeriano. E vasto, perché questa della presenza è questione da meditare attentamente.

Va comunque colta l'occasione per confondere un po' le acque. E mi pare il caso di rammentare l'immenso e geniale lavoro di Carmelo Bene, che proprio derridiano non era ma certo col post-strutturalismo andava a braccetto 25 ore su 24. Strana circostanza, scaturisce dal “paradosso di Carmelo Bene”. Perché lui, con la sua “macchina attoriale”, fa un teatro dell'indicibile e inenarrabile, del non raccontabile, dell'accadimento, dell'attimo presente nel quale il testo conta nulla. Contano, piuttosto, le crepe, le derive, le “pieghe” del linguaggio nelle quali si annida la lingua non ancora occupata dal potere. Precluso ogni approdo diretto e univoco all'evento teatrale, ad esso ci si può accostare solo zigzagando su rapidissime, brevi e labirintiche spezzate.

Già: no al teatro di testo, si al teatro di scena. Ma questo non implica proprio la svalutazione dello scritto? Non reclama la “presenza” incessante dell'attore-autore-tramite di eventi? Conoscendo il suo lavoro, la risposta può essere solo un secco: “no!”. E Bene non perdeva occasione per parlare di “de-pensamento” teatrale, per dire “ho passato la vita a prendere a calci in culo me stesso”, “teatro è togliere di scena”. E infatti aveva ideato “un Amleto di meno”, ma tutto sommato ogni suo lavoro era un “di meno”, un che di "tolto a …" , un sottrarre e sottrarsi alla tirannia della struttura.
Approccio deleuziano più che derridiano, ma, a me pare, inclusivo di una forte carica decostruzionista: e non solo perché Bene citava spesso, e mai a sproposito, Derrida.
Dunque, no al testo in quanto il teatro (e fortemente artaudiano) è scrittura (della crudeltà: musica, parola, scene, rumore, suono concorrono senza distinzione) “che si fa” - “mentre si fa” - sotto gli occhi degli astanti: in-scrizione nel non ordine di una lingua “autre”, scrittura di intoppo, scrivere come inceppamento. E in una dimensione differente dall'autofarsi espressionistico, animato da immanente energia e quindi sospettabile di essere ancora tutto preso in una forma di “presenza”. La morte di Dio, infatti, è pensabile ancora nella dimensione creazionista, mentre di un Dio immanente nessuno che lo volesse potrebbe mai liberarsi.
Bene era il teatro come eventicità, sempre presente sulla scena in quanto producibile solo per auto-elisione del testo, della trama. Questa mi pare la dimensione centrale della decostruzione anti-logocentrica. Niente Logos o demiurgica mediazione col senso “vero” dell'opera.
E allora, ri-de-pensando Carmelo Bene: in architettura basta o centra il problema dire che la fine della "metafisica della presenza" significa che l'essere umano non è più la prima istanza di cui preoccuparsi pensando lo spazio? La fine del logocentrismo è davvero la fine di un'architettura centrata sulla presenza umana in nome di una scaturita da dati oggettivi, scritturali, legati all'ecosistema anche nl deserto e in assenza di persone? (Come) si dice in spazi questa “elisione della presenza”?

G.C.


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Commento 6929 di vilma torselli del 18/03/2009


Il senso dell'articolo di Lazier mi sembra largamente condiviso.
Se vogliamo, possiamo anche leggerci questa pagina:
http://www.giornalediconfine.net/n_2/art_6.htm
là dove Luisella Pisciottu scrive "La sua posizione [di Derrida] si configura come una lotta al logocentrismo, a quel privilegio che la tradizione della metafisica occidentale ha sempre accordato alla "foné", alla voce come luogo della vicinanza assoluta tra significato e significante: nella voce il corpo sensibile del significante sembra cancellarsi nel momento stesso in cui viene espresso; l'atto che anima l'intenzione è immediatamente presente a sé.
L'epoca della fonè è l'epoca dell'essere nella forma della presenza. Ciò ha comportato inevitabilmente una condanna della "grammé", della scrittura come deriva e perdita del senso..."


Oppure anche l'articolo di Andrea Tagliapietra, Addio a Derrida, filosofo della differenza
(http://www.giornalediconfine.net/tagliapietra_rassegnastampa...)
là dove si legge "All'origine del linguaggio, suggerisce Derrida, non sta la voce, il risuonare della "parola detta", ma la scrittura, un'archiscrittura che ci consente di accedere all'essere non mediante lo schema della presenza - la parola è sempre, almeno all'inizio, una parola pronunciata -, ma attraverso quello della differenza, della presenza-assenza che la scrittura custodisce. ...".

Con buona pace di Dio e di tutti i santi!

Vilma Torselli

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18/3/2009 - Sandro Lazier risponde a vilma torselli

Grazie Vilma.
Il link al testo di Luisella Pisciottu al quale ti riferisci era già inserito in fondo all'articolo criticato da Luca Avino.
Ma, secondo me, il nostro non l'ha nemmeno visto.

 

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Commento 6922 di Luca Avino del 16/03/2009


Quindi Derrida sosterrebbe la superiorità della parola scritta sull'oralità? ma davvero? che dio abbia pietà di voi!! Trovatemi un solo testo in cui Derrida interviene in difesa del logocentrismo e sarò pronto a scusarmi con chiunque.

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16/3/2009 - SAndro Lazier risponde a Luca Avino

Scusi Avino, sa leggere?
Nel testo è scritto: "Contro il dominio "logocentrista" della metafisica tradizionale e della sua critica ermeneutica o strutturalista". Non c'è scritto a favore.
Comunque, per chiarire:
"Una comprensione della nozione derridiana di différance - argomento di una famosa conferenza tenuta il 27 gennaio 1968 e poi compresa in "Margini" - non può che partire dal suo statuto di "scrittura", dal modo in cui la parola stessa viene scritta, prima e piuttosto che dal suo contenuto "concettuale": la sua "concettualità" è anzi tutta nella sua scritturalità. La différance è innanzitutto quel "lavoro" silenzioso che la scrittura opera al di là di ogni possibile concettualizzazione. Il termine francese usato da Derrida è volutamente scritto con la "a" anziché con la "e", come sarebbe la sua forma corretta (différence). Questa "violenza grafica" non ha conseguenze fonetiche percepibili, e perciò intelligibili: con ciò Derrida intende segnare uno scarto dal fonologocentrismo, ovvero dal privilegio del logos nel sistema concettuale dell'Occidente, di cui è diretta conseguenza - o addirittura causa - l'uso della scrittura fonetica." Diego Fusaro su www.filosofico.net, Jacques Derrida.
Oppure:
"Secondo Derida, quindi, il carattere fondamentale della filosofia occidentale è il logocentrismo o fonocentrismo , fondato sulla metafisica della presenza, nel senso indicato dall'ultimo Heidegger. A suo avviso nella tradizione occidentale sino a Heidegger incluso, la voce gode di un primato in virtù del fatto che essa è percepita e vissuta come qualcosa di presente e di immediatamente evidente: nella parola parlata è sempre immanente il logos. La scrittura, invece, è caratterizzata dall'assenza totale del soggetto, che l' ha prodotta: il testo scritto gode ormai di vita propria. Compito della grammatologia , dove "gramma" è assunto nel senso originario greco di lettera scritta dell'alfabeto, è di mirare alla comprensione del linguaggio a partire dal modello della scrittura, non del logos. La forma scritta, sottraendo il testo al suo contesto di origine e rendendolo disponibile al di là del suo tempo, ne garantisce la sua decifrabilità e leggibilità illimitata. Su questa base si rende possibile quella che Derrida chiama la " differance ", un termine da lui coniato che include i due significati del verbo differire." Antonino Magnanimo sempre sullo stesso sito web.
Sembra che il buon Dio debba rivolgere a lei le sue premure. Non crede? Intanto si scusi pure.

 

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