Giornale di Critica dell'Architettura

8 commenti di Gianni Marcarino

Commento 11059 del 31/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


....definire una tradizione e gli stilemi che fissano le consuetudini di un certo periodo come memoria condivisa che diventa norma per tutti.
E' certamente possibile che il secolo scorso abbia vissuto il mito del nuovo , del progresso, dell'accelerazione talvolta in modo acritico, secondo un percorso lineare a prescindere,escludendo il passato dal contributo che ha necessariamente dato al presente.
Il punto rimane quello di accettare una oggettivita' della storia che si traduce in regole sociali, nel definire i si ed i no del linguaggio, nello stabilire una sorta di fermo-immagine temporale.
Ho molti dubbi che tutto questo corrisponda ad un comune sentire popolare e non elitario.
Si tratta forse di una élite che propone soluzioni apparentemente consolatorie, percio' piu' facili da digerire al tavolo dell'arte.

Buon anno.

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Commento 10956 del 30/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Infine, secondo EMM, le commissioni edilizie dovrebbero tutelare l'euritmia e la dignita' estetica degli edifici e salvaguardare le facciate esterne dalle interpretazioni individuali perche' l'edificio e' della citta' e non del proprietario, se ho ben inteso.
Per cui esisterebbe un senso comune, condiviso, che fissa le norme secondo cui costruire e comunicare col linguaggio architettonico. Di conseguenza, sono necessari i sacerdoti che stabiliscano quello che e' lecito fare o non fare e cio' che le persone devono considerare giusto o sbagliato, bello o brutto.
Rimane misterioso, almeno per me, il momento esatto in cui fissare queste norme e per quanto tempo esse abbian ragione di esistere, se non in funzione della loro attualita' culturale, altrimenti destinate a produrre inutili decorazioni dell'esistenza, come antiche parrucche posate su teste che non se ne fanno piu' nulla. Mi pare proprio forzata l'immagine dell'architetto cattivo maestro e del committente pacioso, bucolico, ingenuo, traviato da visioni invasate.

La tradizone viene continuamente tradita dal mutare e dal moltiplicarsi delle informazioni che le persone si scambiano giorno per giorno. E' un processo che ha subito una accelerazione enorme ed inevitabile in questi ultimi anni. Come puo' oggi prescindere da questi cambiamenti il linguaggio architettonico?
Oppure come e' possibile pensare di progettare per la vita di oggi con criteri spaziali e formali maturati nel passato, con necessita' e aspettative molto diverse?
Cosa significa inserire la tradizione nel nuovo?
Esattamente, come si fissa una norma per dire quello che e' per oggi(o per sempre?) tradizionale?
Qui vicino? A quanti km da casa mia finisce la mia tradizione e comincia quella degli altri!
Nelle polemiche dei commenti non ho intravisto risposte.

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Commento 10644 del 01/08/2011
relativo all'articolo Estetica dell'abuso
di Sandro Lazier


II finale del tuo articolo su Tibaldi pare un manifesto politico.
La politica è in sintesi lo strumento, pacifico e mediatore, che il consorzio umano utilizza per trasformare ipotesi e teorie in azioni concrete che si riflettono continuamente sulla convivenza civile.
Probabilmente la politica è nata in seguito all'agire dell'uomo primordiale. Il suo comportamento non era mediato da nulla e guidato solo dall'istinto e dalla necessità, per cui occorreva un luogo ideale in cui trattare e dirimere gli interessi quasi mai convergenti degli esseri umani.
Dico questo perchè non è così usuale leggere articoli a sfondo non prettamente politico, con un finale così determinato nelle conclusioni. Questo perchè la politica, almeno la nostra, si è man mano resa campo autonomo dalla vita reale, riparata dentro un proprio recinto, sfibrata da un avvitarsi intorno ad ogni sfumatura ideologica ma sostanzialmente incapace o disinteressata ad incidere nel continuo cambiamento delle cose, nel cercare di imprimere una direzione figlia di un pensiero, di un progetto.
Chissà quando e come usciremo da questa anestesia parolaia, legata ancora agli schemi ed agli schieramenti del dopoguerra, ad uno schema sociale in fondo ottocentesco, nel quale la borghesia dominante oscilla tra conservatorismo e comunismo, indifferentemente, pur di tenere bloccati gli schemi sociali.

Bravo chi lo capisce; intanto è opportuno continuare a tenere d'occhio lo scivolamento di tempo e di senso che l'arte suggerisce, perchè essa dice ogni giorno alla realtà ed al potere: prova a prendermi....


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Commento 10150 del 09/05/2011
relativo all'articolo La Fiera e la Moda
di Gianni Marcarino


Vilma dice: "In definitiva mi pare che la sfida del mercato si giochi oggi tra la durata nel tempo di un oggetto di qualità per pochi e la transitorietà di un oggetto usa e getta per molti, già all’origine concepito per una breve durata perché destinato comunque ad essere eliminato per obsolescenza".
Non c'è contrapposizione infatti tra oggetti che nascono con scopi e concetti diversi. Spesso si tratta di campi operativi distanti, quali l'arredo e l'elettronica, ognuno con prerogative e sviluppi propri.
Non solo lo sviluppo tecnologico, ma anche le dinamiche sociali hanno spinto in una nicchia produzioni di design, spesso non così impossibili da acquistare da un consumatore"medio", ma durevoli anche in vista di un progetto di vita e non di frammenti d' esperienze. Se metti su famiglia verso i quaranta, se a quarantadue ti separi e cerchi il monolocale, se poi il lavoro non è stabile oppure è molto mobile, sarà più difficile pensare ad oggetti e arredi che non siano Ikea. Che tra l'altro ha buon gioco a fare man bassa "democratica" di nuove forme od idee uscite dalla nicchia dei designer e produttori di qualità, potendo contare peraltro su enormi risorse da spendere in comunicazione.
La risposta della controparte è al momento, in effetti, affidata all'astuzia.
Redesign, vintage, riproduzione pari pari di oggetti mai nati o messi in pensione già decenni fa. Risposta debole, da tiriamo a campà, poi si vedrà...

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Commento 8554 del 30/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


Nella prefazione del suo libro "Gratis a bordo dell'arte" Achille Bonito Oliva "Ai Pokemon della società di massa l'arte contemporanea contrappone la sgraziatura di una felice mostruosità tutta affidata all'imprevedibilità di forme che posseggono all'interno l'intenzionalità della durata e la speranza di costruire una densità del senso non vaporizzabile a breve termine. L'arte invita ad un banchetto duraturo..."

Se lo scopo dell'arte contemporanea è quello di mettere in discussione i codici correnti, dare senso ad una visione alternativa del mondo, ma oggi utilizza strumenti di scandalo validi un secolo fa, di quale significato parliamo se non di un banchetto commerciale tutto coerente al sistema. Se lo scandalo dada "mordeva" una società che disponeva di mezzi di comunicazione quali il teatro e la carta stampata, peraltro fruibili da una elite borghese, oggi internet offre in presa diretta un teatro dell'assurdo planetario molto più immediato, incisivo e devastante di alcuni (finti) bimbi appesi ad un albero cittadino. Se l'arte si attribuisce il compito di non essere "velina" del potere, e quindi vanta ancora una ricerca di senso e di giudizio critico, allora occorre rifettere se non ci troviamo di fronte ad un crepuscolo del senso.

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Commento 502 del 15/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Nel suo commento 486, Mara Dolce contrappone il mondo dell'astrazione, delle parole al mondo della pratica, dei fatti. Mi pare discutibile sul piano logico, in quanto esistono le parole ed esistono i fatti, esistono i concetti e le azioni e non credo ci sia una possibile scala di valori che possa definire la prevalenza della " pratica sulla grammatica". E' bene certamente che alle teorie seguano i fatti,ma Antithesi è un sito nato appositamente per fare critica e dibattito.....
Per rimanere sul concreto, vorrei conoscere alcuni esempi di prodotti di qualità di design , d'architettura, secondo Mara Dolce....fuori i nomi.
Segue poi l'elenco delle doglianze sugli endemici difetti degli italiani, peraltro piuttosto condivisibile, ma chiedo, per amor di realismo, quale sia il rimedio. Dal mio punto di vista è utile prendere coscienza che tra le necessità di oggi c'è quella di ottenere l'accesso di massa alle informazioni, attraverso il computer ed internet, attraverso una informazione televisiva allargata e dialettica, la scuola, per sviluppare il senso critico generale. Così come sono oggi necessità concrete (non solo fisiche ma anche psicologiche) oggetti reali, mezzi di comunicazione, trasporto, abbigliamento, arredo, con una dignità estetica ieri solo appannaggio delle classi privilegiate. Tutto ciò al di fuori di una possibile orgia consumistica, ma nell'ambito di una società, la nostra, in cui non si muore più di fame, in cui aumentano le aspettative di vita e di realizzazione personale.
Oppure possiamo vedere le cose dal punto di vista dell'intellettuale impegnato che tempo fa, su un quotidiano nazionale, ricordava con nostalgia gli anni in cui con famiglia e servitù trascorreva alcuni mesi di riposo l'anno (alcuni mesi) nella casa antica sul mar ligure e la popolazione locale, povera, ignorante ma felice, faceva da vernacolare contorno alla loro vita di meditazione. In questo contesto sociale non correremmo certo i rischi della possibile moltiplicazione delle scemenze che tanto teme Mara Dolce.
Mi rendo conto che, per certi versi, il nostro paese è una bolgia disordinata, fatta di passioni private e di poca passione etica. Tuttavia esiste una vitalità, una socialità antica ed anche un modo di essere soggettivo che ha prodotto grandi opere (per esempio il fenomeno del design, sviluppatosi fuori da qualunque programmazione, attraverso l'incontro tra artigiani coraggiosi, architetti visionari e manodopera qualificata). Per rispondere alla chiosa di Mara Dolce, auspico certamente che si possa dare una dignità estetica ed etica al nostro disordine ed al nostro modo caotico/creativo di vivere, ponendo naturalmente quei "paletti " sociali necessari alla convivenza civile. Quando questi "paletti" diventano rigidi al punto da determinare a priori il bello ed il brutto, quando la comunicazione è in mano soltanto alla vecchia solita elite formatasi secondo i soliti percorsi, la vera dicotomia rimane quella classica: la società " pensante" perennemente e gratuitamente sdegnata, il popolo becero e giovani a fare eternamenete il copia-incolla per quattro soldi. Vivo in Italia, in un posto in cui gli Svizzeri sognano di trasferirsi...


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Commento 482 del 08/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Il tavolino "erbavoglio" ha innescato una discussione che mette in luce due aspetti che vorrei sottolineare: il concetto di necessità e la definizione di design. Secondo il critico Bonito Oliva " L'arte invita l'umanità ad un "pranzo gratis" a bordo delle sue opere, un nutrimento spirituale introdotto fuori dalla logica della pura sopravvivenza". Mi pare bellissima ed emblematica questa definizione che si può estendere al dibattito sull'architettura e sul design. La necessità come stimolo per la ricerca sulle funzioni e sui diritti basilari dell'essere umano (spazio minimo vitale,salubrità, decoro) nasce da una spinta etica e politica che chiede, all'inizio del '900, migliori condizioni di vita per la classe operaia. Progettare oggetti, edifici, città con il conseguente solo paradigma della funzione e della ragione, ha portato infine alle città, agli ospedali che conosciamo; luoghi in cui forse la ragione si compiace della "griglia" in cui ogni evento sociale è stato inquadrato... ma la vita?
Dall' "esistenza minima" del razionalismo alle richieste etico -pedagogiche di Furio Colombo (vedi Mara Dolce), mi pare di leggere tra le righe l'atteggiamento paternalistico di chi, illuminato, deve tutelare e comunque dirigere il destino degli altri ... attraverso l'ordine. Dunque la necessità diventa la chiave del discorso.
E' possibile invece vedere le cose da un punto di vista diverso, auspicando che la vita possa tornare ad essere quella barocca, incasinata dei mercati rionali, delle case di barriera, degli oggetti da "esistenza massima" come l'informe Sacco di Gatti, Paolini, Teodori (vedi Fantozzi), in cui ognuno decide la postura che desidera. E magari immaginare ospedali ipertecnologi e freddissimi, in cui si consuma velocemente l'atto tecnico della cura, dell'operazione, per poi tornare a casa a vivere (o morire) ed essere lì curati come l'erba del tavolino di Luca Toppino. Vogliamo, magari, provare a dare dignità estetica al disordine, al pacchiano ed illuderci che possiamo vivere un poco sopra la necessità e la sopravvivenza?
Oggi stanno scomparendo i confini tra i vari ambiti del design e tra arte e l'arredo. Le reti informatiche modificano il nostro rapporto con lo spazio, il tempo e gli stessi oggetti che adoperiamo. Tutto diventa design nel senso di progetto e riproduzione. Non credo sia utile accusare genericamente la società del benessere di produrre scemenze varie. Credo sia positivo il fatto che aumenti il benessere, che ci sia la possibilità di proporre e produrre più idee ed oggetti di quanti ne permettesse un recente passato molto più classista.
Certamente la quantità maggiore produce anche maggiori rischi, contraddizioni, sirene consumistiche varie e certamente possibili stupidaggini. Ma se è dal letame che nascono i fiori, come giurava De Andrè, lasciamo che Luca Toppino innaffi la sua erba...

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Commento 320 del 05/01/2003
relativo all'articolo Gehry, Hadid e Libeskind presi...Di Petta
di Paolo GL Ferrara


Riferimento al commento n°318
Gentilissima Vilma Torselli,
ho letto con interesse il Suo commento numero 318.
Mentre scrivo penso che già citare il numero 318 determina qualcosa di oggettivo, non soggettivo.
Tuttavia è sufficiente per definire qualcosa di veramente condiviso?
Il rischio è quello di cercare, oggi, a priori, con la ragione e con la memoria un qualcosa che sia simbolo di tutti noi e fissare gli archetipi che in qualche modo devono rappresentarci. Chi li fissa oggi per noi? La deriva estrema di questo atteggiamento è il regime; quando sono pochi coloro i quali decidono i simboli e le opere meritevoli di essere costruite , od abbattute. Il regime hitleriano, per riunire le coscienze dei tedeschi, cercò con ogni mezzo di definire la comune cultura del popolo germanico, attraverso le immagini unificanti della storia e della natura.
Verso quale fine.......La condivisione come difesa del branco ,come forza,come potenza.
Il nostro passato è fatto di oligarchie, tirannie, lutti.....potenza.
Certamente l'individualismo, quando è attualità, è anche narcisismo, urlo, solitudine. Occorre farlo maturare e giudicare poi se l'autore ha colto più di altri lo spirito del proprio tempo, le gioie e le paure di un'epoca......come nell'arte.
Ma se dovessimo trovare una cifra dell'oggi, essa forse sta proprio nella babele di solitudini, perse nel mare della comunicazione globale. Quale pietra, legno, mattone..plastica, oggi ci rappresenti, come si può dire? Tra cento anni forse sarà obsoleta anche la domanda, forse il bisogno di senso comune che ci ha reso comunità, si trasformerà in qualcosa di diverso, di meno durevole, di non eterno......mutevole e complesso allo stesso tempo.

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