Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Luigi Pellegrin, un uomo che non ebbe paura della modernità

di Paolo G.L. Ferrara - 5/10/2001


Ero studente del secondo anno di architettura quando lessi un articolo che aveva un titolo che iniziò a farmi riflettere su tutte le cose propinatemi. Era chiaramente polemico: "Non ha paura di definirsi wrightiano". Si parlava di Luigi Pellegrin e delle realizzazioni di due uffici postali, a Suzzara e a Saronno.
Ma perché Zevi parlava di Pellegrin quale architetto che non aveva paura di definirsi wrightiano?
Col passare del tempo e delle lezioni universitarie, quella domanda ebbe una risposta parziale negli atteggiamenti di molti critici e storici. Il genio di Wright, in quanto tale, non poteva generare una scuola. A dimostrazione di tale tesi, il fallimento dell' APAO. Dunque, definirsi wrightiano non poteva essere possibile, tanto inavvicinabile era stato Wright.
Mi resi conto successivamente dell'approssimazione e degli atteggiamenti  riduttivi con cui veniva liquidata la possibilità che Wright potesse attecchire anche in Italia.
Del resto, l'Italia ne rifiutò un'opera senza tenere in conto di quel che essa avrebbe potuto aggiungere al grande patrimonio architettonico (Palazzina Masieri, Venezia).
Luigi Pellegrin è stato tra i pochi che non si è posto alcun problema al riguardo, continuando a esplorare proprio quel "genio", dimostrando che al di là delle enfasi vi era l'assoluta possibilità di venirne a contatto, senza alcuna paura di definirsi wrightiano, senza alcuna paura di scadere nel copiare le architetture e non capirne il significato ed il messaggio (cosa che oggi, viceversa, succede spessissimo).
Non voglio commemorare un grande architetto che non c'è più - consuetudine dell'italica ipocrisa che, dopo avere trascurato chi avrebbe meritato, ne tesse le lodi troppo tardi- bensì mostrare quanto le ricerche sullo spazio fruito nel suo totale coinvolgimeto (dilatazioni, cavità, rotture volumetriche) attraverso la luce, siano state vive anche in Italia, sin da mezzo secolo. Anche se poco se ne è parlato.
Luigi Pellegrin comprende la necessità di dovere essere "contemporaneo" a Wright, poiché diversi erano i tempi da quelli della formazione dell'americano. Soprattutto, comprende che per potere essere contemporaneo di Wright ne deve interiorizzare il significato profondo, la base: l'architettura quale portatrice di virtù civiche. Ecco chiaro il significato che ha il suo "non vergognarsi di definirsi wrightiano".
L'impegno è stato massimo; con pochi soldi progetta e costruisce edifici quali gli uffici postali di Saronno e Suzzara (siamo alla fine degli anni '50), di cui Zevi rimarca la "…tipica lezione wrightiana: la ricchezza architettonica non dipende dalla disponibilità di ingenti mezzi finanziari, né da materiali preziosi, né da virtuosismi strutturali che esigono procedimenti tecnici dispendiosi. Dipende soltanto dalla forza della concezione dei "vuoti", dal modo in cui sono plasmati e vitalizzati dalla luce, infine dal rigore della schermatura che li involucra" (tratto da Cronache di architettura n°273 - Ed. Laterza).
Dunque, lo spazio, i vuoti, e la progettazione attraverso questi due elementi, attraverso la sezione e non la pianta.
Pellegrin è mancato nel momento in cui sta tornando prepotentemente alla ribalta la facciata quale elemento architettonico fondamentale nella scena delle città. Proprio in questi giorni Gillo Dorfles ne discute sulle pagine di Avvenire."[…] un'architettura solamente scenografica sarebbe deteriore. Tuttavia secondo me la facciata, come elemento architettonico è fondamentale: ed è stato così in tutti i tempi. Solo nel protorazionalismo vediamo l'affermazione della non facciata […]".
Dorfles non specifica cosa intende per "architettura scenografica" ma elogia la tristemente famosa "Strada Novissima" (che Portoghesi  allestì alla Biennale del 1980) e indica quale esempio di nuova sensibilità verso la "pelle" architettonica la facciata del Museo di Gehry a Bilbao "[…] un edificio in cui ha più importanza la superficie visibile, che è affascinante, degli interni, che sono spesso discutibili".
L'esempio di Dorfles non può dirsi calzante poiché l'architettura di Bilbao non ha cesure tra ciò che avviene all'interno e ciò che essa è all'esterno. Non credo sia appropriato  parlare di pelle architettonica.
Più attinente sarebbe stato parlare delle architetture dei media building.
Pellegrin bandiva qualsiasi epidermide frivola che nascondesse uno spazio interno statico.
Chissà cosa ne pensava dei media building: frivoli o - così come lo furono le sue architetture sin dall'inizio- schiettamente moderni?
Molti giovani che oggi parlano di "progettare attraverso i vuoti" potrebbero arricchire la loro intenzione approfondendo la figura di Luigi Pellegrin. Uno di quegli architetti che non ha mai anteposto la "visibilità" all'impegno civico. Anche e soprattutto in questo, ha dato una grande lezione del significato che ha -oltre qualsiasi scelta linguistica- il fare l'architetto, seriamente.

(Paolo G.L. Ferrara - 5/10/2001)

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2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 83 di Arcangelo Di Cesare del 27/03/2002


La grandezza di Luigi Pellegrin era nella sua consapevolezza di essere una persona eletta.
Eletta dagli essere umani.
LUI , in questi ultimi venticinque anni, avrebbe potuto fare molto di più quello che ad altri è stato, purtroppo, permesso.
Non ha più senso trovare le colpe.
Anche se le colpe sono evidentissime.
E cito solo un progetto: Zona Espansione Nord a Palermo.
Ma LUI questo non interessava e, quindi, continuava a nutrire le persone con le quali entrava in contatto attraverso i suoi densi silenzi.
Ricorderò per sempre le sue lezioni svolte a Fontanella Borghese, lezioni costruite attraverso le sfide ed intorno alle curiosità che, trapassando il “culturame modaiolo” diffuso nel mondo architettonico, densificavano le nostre masse cerebrali già infettate da numerose metastasi.
Arrivavamo da LUI al 5 anno accademico: molti rinunciavano in partenza, altri durante, pochissimi avevano la forza di resistere.
La rivelazione, che ne scaturiva, era assolutamente unica.
Scoprivi il MONDO.
Quello che gli altri per quattro anni ti avevano nascosto.
Ricordo il suo sguardo ed il suo silenzio, ricordo il momento in cui ti lasciava solo con le tue poche certezze ed i tuoi tanti dubbi.
LUI riusciva ad ingigantire le tue lacune, ma lo faceva in un modo tale che dopo l’umiliazione susseguente, tu ne uscivi più forte e deciso di prima: inspiegabilmente ti era aumentata la voglia di “fare architettura”.
LUI mi ha insegnato ad amare l’architettura nell’unico modo in cui si può insegnare questa dolce disciplina:
-suscitarti la curiosità (per ¼),
-metterti di fronte alle tue responsabilità (per ¼),
-pensare nello spazio (per ¼),
-sapere che se qualcuno ti copre di merda, tu devi rialzarti più forte di prima (per ¼).
Il suo insegnamento mi ha ripagato di tanti momenti vissuti distrattamente.
Cercherò di continuare pensando che LUI sia ancora tra noi,
essendo certo che la sua assenza mi cambierà il modo di vedere l’architettura.
Mi mancherai
Arcangelo
Architetto



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Commento 75 di Carlo Sarno del 18/03/2002


Si, è giusto riconoscere il valore di Luigi Pellegrin e la sua lezione di architettura organica italiana. Bruno Zevi ha sempre dato molto rilievo alla sua figura di architetto come risposta italiana alla lezione di Wright.
Cordiali saluti
Carlo Sarno architetto, promotore con lo studio Sarno Architetti della "nuova architettura organica" italiana

Tutti i commenti di Carlo Sarno

18/3/2002 - Paolo G.L.Ferrara risponde a Carlo Sarno

Pellegrin è stato sottovalutato. Ma si sa, è un vizio nazionale quello di andare in soccorso dei vincitori...

 

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