Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Esternazioni portoghesiane

di Sandro Lazier - 8/12/2001


Paolo Portoghesi, sulle pagine dell’Avvenire, non perde occasione per strapazzare quelli che dell’architettura hanno una considerazione diversa dalla sua. In particolare quegli architetti che, nel rifiuto della dottrina di codici e regole grammaticali, finiscono secondo lui in un inutile quanto dannoso solipsismo creativo, tracotante al punto da implorarne l’umiliazione [Architetti, meno «mostri» più umiltà] L’attacco è chiaramente rivolto alle manifestazioni correnti della vincente modernità. Una modernità, secondo il mio trascurabile parere, talmente forte e persuasiva da essere non solamente propositiva di modelli ideali ma certa della propria concretezza etica. Un avversario troppo duro e deciso anche per Paolo Portoghesi al quale, alla fine, terminati gli argomenti di sostanza, non resta che l’invocazione e la generalizzazione psicologico-filosofica.
Il ricorso agli aspetti peggiori della filosofia è segno di sconfitta dialettica, è supplica di una tregua prima della totale disfatta. E’ pretendere e prendere tempo quando i fatti e gli eventi lo negano.
Ma non è una novità. Molta pratica del pensiero postmoderno è ricorsa all’artificio dell’inganno. Ci si costruisce un nemico e gli si dà le caratteristiche del perdente o del balordo. Lo si descrive e lo si raffigura con i tratti che meglio dispongono al castigo e alla derisione. Quindi si bastona.
Ma è storia vecchia. Ricordo bene come i postmoderni dell’architettura deformavano la modernità negli anni dello storicismo imperante, figurandola in modo caricaturale nel costume stilizzato della banalità funzionalista, in un paese, l’Italia, nel quale la limpidezza del razionalismo internazionale fu messa in discussione ancor prima di muovere i primi passi.
Il razionalismo fascista italiano fu sporco di storia e di tradizione fin dalla nascita. Mai ebbe ambizione sovrastorica e mai ambì alla purezza formale. Il razionalismo di Terragni fu concepito in forma critica e assillante e richiamò un problema cerebrale prima che sociale e politico. In esso nessuna promessa di liberatorio riscatto ma tracce e germi di una contaminazione storica autenticamente popolare, mirata all’individuo più che al corpo sociale. Infine le crisi e le riflessioni di un dopoguerra entusiastico nella foriera problematicità delle sue correnti.
Quindi, caro Portoghesi, nessun denominatore comune nella complessa vicenda italiana che possa motivare una qualche pretesa di superamento. Solo una riduzione arbitraria del moderno può causare la definizione arbitraria di postmoderno, ovviamente nella logica storicista del sorpasso senza principio.
La vicenda italiana non pare essere così lineare e scontata, così fatalmente dialettica e positiva. Appare piuttosto problematica e controversa, facile da scansare con il ricorso al tradizionalismo, al folclore e alla retorica del bello; difficile da ridurre senza incorrere nella trappola del disegno e della rappresentazione di modelli astratti; penso impossibile da raccontare all’interno di una narrazione che trascuri la dislocazione temporale di fatti e personaggi, attuali forse oggi più di ieri, in cui il concetto di superamento stride con quello che abbiamo di tempo e luogo.
Per finire, mi pare che l’umiltà necessaria coinvolga maggiormente chi ha volutamente falsificato gli avvenimenti ed i nessi che li hanno determinati, onorandoli della dignità del vero al solo scopo di trarne teorie che invece onorano la falsificazione, il relativismo e il disimpegno.
La prepotenza dei fatti artistici, delle passioni e sentimenti che procurano, non è imputabile ai loro autori. Essi ne sono solo interpreti impegnati. L’umiltà, rivolta alle persone, un tempo si chiedeva ai servi, ai sudditi e ai seguaci. Tutte figure di cui la modernità non ha il minimo bisogno.
Mancano invece prepotenti italiani veri, autentici, che abbiano misura della dote nei fatti e nei progetti più che nel collante che li tiene fermamente seduti sulle poltrone del prestigio e del privilegio. Privilegio che non tollera l’arroganza di un idea libera ed emancipata dal sovraccarico di melassa passatista vittima di un concetto ambiguo di cultura. La cultura del fare è naturalmente più arrogante di quella del sapere semplicemente perché propone fatti anziché interpretarli.
Sempre che P. Portoghesi ce lo consenta senza tirare in ballo le virtù cardinali.


(Sandro Lazier - 8/12/2001)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Sandro Lazier
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 30 di A. Simone Galante del 13/12/2001


Lazier, Lei scrive benissimo e riesce a cogliere con le mani nella marmellata anche personaggi di grande carisma e spicco culturale.
Cosa pensa del Portoghesi anni '60? Era profondamente diverso e rappresentava una delle intelligenze più brillanti. Perchè poi si è così rinnegato? Grazie
-------------
Credo di avere risposto nell'articolo Portoghesi - Anni '60
Sandro Lazier

Tutti i commenti di A. Simone Galante

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]



<