Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Caso Corviale. Roma pentita, si interroga

di Vincenzo De Gennaro - 13/1/2002


Del pensiero architettonico proprio della tendenza megastrutturista che internazionalmente si diffonde nel secondo dopoguerra fino agli anni settanta, Roma, che nel chilometrico edificio vide il filone concretizzarsi nel settore residenziale, sembra oggi pentirsi definitivamente.
È quanto emerge nel più recente convegno sul Recupero e la Trasformazione di Corviale, promosso dalla Regione Lazio, dall’Istituto Autonomo Case Popolari di Roma e dalla Facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università “La Sapienza” di Roma, invitata, quest’ultima, dal Commissario dello IACP a curare un iter di studi e proposte secondo una corposa agenda che contempla anche un concorso internazionale di idee.
L’incontro del 14 dicembre 2001, che si è tenuto presso la sala “Ex Stenditoio” del complesso del San Michele, costituisce la prima giornata di lavoro, in cui si è presentato e discusso il caso.
Si segnalano tre punti di osservazione:
1. - dal punto di vista urbanistico si guarda verso strumenti tradizionali di controllo e formalizzazione dell’ambiente. Nell’illustrazione di esempi concreti di intervento su grandi strutture insediative moderne - si va, per citarne alcune, dalla Tour Bleu a Bruxelles, al quartiere di Kreuzberg di Berlino, alle Vele di Secondigliano - si tratta spesso di demolizioni per far posto a ricostruzioni di isolati tradizionali, o di applicazioni di un nuovo urbanesimo secondo il metodo “charrette” (V. Deupi, U.S.A.). Il clou si raggiunge nel progetto-manifesto dell’Ente privato romano “Agenzia della Città”, nel quale si propone di radere al suolo tutto, a favore di un nuovo rione medievaleggiante.
2. - dal punto di vista sociologico si tenta di mettere a fuoco le ragioni dell’effetto ghetto: dalle vecchie logiche quantistiche dello standard e dello zoning tipiche della omogeneizzante cultura fordista che impronta il Corviale, ai cambiamenti della società e ai nuovi modi di abitare all’insegna della soggettività. Corviale, tardo nella sua realizzazione rispetto ai tempi, costituisce momento di passaggio. Non si accettano più imposizioni di strutture univoche (casa in condominio/contratto di lavoro), ma si assiste pure a un fenomeno di controtendenza: all’isolamento molecolare della soggettività dello spazio si sta affiancando una solidarietà di piano che denuncia una crescente esigenza di relazionarsi in maniera nuova con gli altri.
3. - dal punto di vista dell’architettura si mette in luce una netta distanza tra due diverse posizioni culturali, italiana e franco-belga. Essenzialmente conservatrice la prima, nelle ragioni di G. Muratore e F. Purini, piuttosto demolitiva la seconda, nelle voci di Maurice Culot e Lucien Kroll.
La vita urbana ha sempre risentito fortemente dei cambiamenti delle stagioni culturali. Il facile ricorso alla demolizione denuncia spesso la difficoltà di vivere il passaggio.
È sconfitta se si guarda al Pruitt-Igoe.
Corviale è il simbolo dell’abitazione di massa, del sogno romantico di uguaglianza che umanizza la “macchina da abitare”. Un simbolo dell’Italia democristiana che come tutti i simboli di un periodo è maledetto subito dopo, oscurando anche ciò che di positivo si è a fatica conquistato.
Corviale non può essere un cavallo di Troia. Si distrugge solo per un progetto forte e veramente migliore, non per damnatio memoriae. Né come per l’Ara Pacis.
Corviale è lì, con il suo chilometro di problemi, e non è pensabile di trasformarlo tout court in villette “principe di Galles”. Probabilmente Roma lo lascerà così, rattoppando e lasciando fare al tempo. D'altronde non è più tra noi quella potente energia che lo ha generato, che ha lasciato immaginare possibile l’asse attrezzato e tutto il resto.
Ma guardare al Lingotto di Torino non sarebbe male. Né irrealistico. Innestarvi la capacità di sopportare l’escursione attuale, senza rincorrere utopie di flessibilità, anzi seguendo criteri di conciliabilità.
Infine sarebbe ora di prestare un orecchio agli allarmi che indefessamente Lucien Kroll non perde occasione di lanciare in questa sorda Roma.
Non si fa architettura per architetti!


(Vincenzo De Gennaro - 13/1/2002)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 2893 di Jacopo Parravicini del 23/03/2007


Corviale simbolo dell'Italia democristiana? In realtà, la logica costruttiva che ci sta dietro è del tutto socialisteggiante: mi si corregga se sbaglio, ma mi sembra che i progenitori di edifici di questo genere siano le famose Karl Marx Hof di Vienna. Queste furono per lungo tempo bandiera delle amministrazioni socialiste (e ricordiamo che spesso socialismo e comunismo coincidevano) e degli architetti più o meno progressiti: abitazioni di questo tipo per "far maturare la coscienza di classe" e ciarpame simile. In definitiva, se si può ben dire che "l'Italia democrisitana" non abbia avuto un'architettura specifica, se non caotica e del tutto eterogenea, di certo edifici come il Corviale non sono figli dell'a cultura democristiana, ma di quella social-comunista. Dicendo ciò non voglio giudicare pregi o difetti, ma chiarire.

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