Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Violentatori e Gladiatori

di Paolo G.L. Ferrara - 25/1/2002


Il bollettino di guerra è oramai giornaliero: continuano e si fanno sempre più aspre le battaglie che Sgarbi ha intrapreso contro gl'interventi di architettura contemporanea nei centri antichi.
Le sue ultime dichiarazioni, fatte durante l'inaugurazione della mostra sul Vignola, sono state perentorie: " Resistere, resistere, resistere!"... agli architetti. Resistere, attaccando.
Gli schieramenti sono ben delineati: da una parte il Ministero dei Beni Culturali del Governo della CdL, dall'altra tutti o quasi gli architetti che intervengono sul patrimonio artistico e nei centri antichi. Il sottosegretario (e, a dire il vero, anche noi) s'affligge di malinconia quando pensa "[...] all'incultura, all'ignoranza, all'idiozia di molti architetti".
Se è pur vero che Sgarbi non può essere definito il massimo della delicatezza e della simpatia, altrettanto vero è che stavolta non gli si può dare contro in toto. Lo avevo fatto nell'articolo "Sgarbi, Portoghesi ed i giovani d'oggi", sottolineando l'inutilità e l'inconsistenza di alcuni suoi atteggiamenti, finalizzati a fare di tutta la classe degli architetti (compresi i più famosi) un insieme d'incapaci a comprendere come e perchè si deve intervenire nei centri antichi delle città italiane. Il caso della Data di Urbino (opera di Franceso di Giorgio Martini) fece notizia per il coinvolgimento di Giancarlo De Carlo, attaccato da Sgarbi per la copertura progettata, poi scelta -tra sei soluzioni proposte dalla soprintendenza- dallo stesso sottosegretario.
Se allora l'attacco fu contro l'idea di un architetto di altissimo livello, le ultime dichiarazioni di Sgarbi sono sicuramente più precise nei concetti: basta con gli scempi di ogni genere sul patrimonio esistente. E fin qui, assolutamente d'accordo con Sgarbi quando sottolinea quanto deturpato sia il patrimonio architettonico italiano. Il rischio è però che la lotta aperta agli architetti si trasformi in lotta totale all'architettura, facendo di tutta l'erba un fascio senza comprendere che gli architetti sono una cosa, l'architettura -quella vera- un'altra. Che molti architetti sguazzino nell'ignoranza e nell'incultura è palese, mentre sono molto più scettico a proposito dell'idiozia; piuttosto, direi che si nutrono di furbizia.
Ma chi è l'architetto ignorante, incolto e furbo? Indubbio: è quello che - come dice Sgarbi- propone di "violentare un edificio o una situazione urbanistica preesistente".
Vero, ma per completare lo scempio, fatta la proposta, chi ne dispone l'attuazione?
Ragionamento semplice e deduttivo: lo fa chi mette i timbri di approvazione, dalle commissioni edilizie alle soprintendenze, e tutte le altre autorità preposte che legittimano gli scempi. In base a questi fatti, la prima operazione d'intervento da parte del Ministero non può che essere attuata sul controllo della preparazione di chi ha licenza di apporre la propria firma per i nullaosta.
Controllare la preparazione dei burocrati è fondamentale; tenerne d'occhio l'integrità morale lo è di più.
Duro lavoro per Sgarbi quello di fidarsi dei suoi dipendenti; duro lavoro perché solo una decisa azione di controllo e di verifica retroattiva su tutti gli scempi può farci risalire ai colpevoli. Si, perché bisognerebbe mettere sotto inchiesta anche fatti e personaggi dei decenni scorsi.
Ciò che più disturba dell'atteggiamento delle soprintendenze è che si scandalizzano davanti ad un progetto di qualità che prevede un atteggiamento decisamente contemporaneo, respingendolo in nome del sacro "ambientamento", per poi rilasciare licenze a pretestuose opere che -a dire delle soprintendenze- bene si ambientano solo perché ricalcano i caratteri architettonici del sito. Che poi siano di qualità mediocre (vuoi ambientarti? ok: fai pure il tetto a falda, metti le tegole, qualche persiana e l'immancabile portico) ciò non importa. Per non parlare del controllo sugli interventi di conservazione, in molti casi attuati anche con sventramenti interni e sola conservazione delle facciate.
Cose risapute, cose a cui si guarda con orrore ma che all'atto pratico continuano ad essere perpetuate.
Forse poche volte si fa mente locale sul fatto che qualsiasi idea di spessore prodotta da un architetto, affinchè possa essere attuata, deve passare al vaglio di commissioni varie. Ed il problema sta proprio qui: come e da chi sono formate queste commissioni? Ma siamo sicuri che nei vari comuni d'Italia e nelle soprintendenze ci siano sempre persone in grado di dare pareri di livello? Oltre ogni doverosa ed indispensabile applicazione delle leggi urbanistiche e di tutela, quanto conta il giudizio del singolo burocrate?
Insomma, ci giro un pò intorno ma il succo è chiaro a tutti: se esistono -ed esistono, purtroppo- le violenze che tanto intristiscono Sgarbi, è chiaro che sono state autorizzate (o non controllate) da chi di competenza, dunque inconfutabile è il concorso di colpa tra alcuni architetti e burocrati preposti al rilascio delle licenze.
Il problema non è di facile soluzione perché se è vero che si potrebbe stringere la vite già nelle università -per evitare che si laureino ignorantoni la cui strada spesso termina dentro gli uffici tecnici- altrettanto vero è che nel caso di mancanza di etica professionale poco si può fare, se non denunciare e condannare, anche se il problema è trovare chi abbia voglia di farlo.
La lotta di Sgarbi deve prendere le mosse da dentro casa sua, all'interno di tutti i settori che il Ministero gestisce e controlla.
Oltre ad essere "nemici degli architetti", è necessario bloccare l' ignoranza e l'approssimazione dei burocrati. Poi mi sta anche bene che Sgarbi sfidi gli architetti, anzi, mi viene quasi da dire che è un bene, poichè vi è anche la speranza che vengano smascherati quelli che credono di essere tali solo perché hanno un bel pezzo di carta che lo attesta.
Torniamo al distinguo che si è fatto all' inizio; si è detto: una cosa sono gli architetti, un'altra l'architettura. Ciò significa che se è necessario bloccare e rendere innocui i violentatori, non altrettanto giusto è porre il veto all'inserimento dell'architettura moderna negli ambienti antichi. E' questo un problema sempre vivo, che torna ciclicamente ogni qualvolta le tendenze culturali del momento incutono timore per i loro propositi di staccarsi totalmente dal contesto, rifiutando l'ambientamento quale semplice riferimento stilistico.
Dalla opere nelle grandi città a quelle di grande pregio ma sconosciute ai più perché in luoghi meno noti, l' Italia è piena di interventi nei centri antichi. Ed è piena di cose incredibilmente senza senso e realmente orribili, tutte con il comune denominatore della distruzione dell'antico e la sua sostituzione, ma non con un gesto realmente nuovo quale valore aggiunto, bensì con un moderno che viene falsificato, classicizzandolo. E sempre in nome dell'atavica malattia dell'ambientamento.
Leggiamo Bruno Zevi: "[...] Le teorie dell'ambientamento dovrebbero servire a tutelare l'antico sacrificando le nuove espressioni. La storia dimostra che accade esattamente il contrario. Se Marcello Piacentini avesse proposto di costruire una serie di edifici corbusieriani o quattro torri alla Mies presso San Pietro, l'avrebbero fermato; siccome ha offerto un linguaggio evirato, tra falso-antico e falso-moderno, l'obbrobrio è stato perpetrato[...]" (tratto da "Editoriali di architettura" -pag.328- Ed. Einaudi).
Infatti: non è certo un caso che nei centri antiche vi siano anche interventi di grande pregio; maestri quali Giuseppe Samonà, BPPR, Michelucci, Scarpa, ne sono dimostrazione inconfutabile. Una per tutte: la ex Borsa Merci di Pistoia è capolavoro assoluto, dimostrazione di quanto eccelso e possibile possa essere l'incontro tra antico e nuovo, ovviamente se a pensarlo è un architetto che conosce l'architettura. Detto ciò, in merito alla differenza tra attaccare gli architetti unitamente all'architettura, credo non ci sia molto da aggiungere: chi vuole intendere, intenda.
Sgarbi porti avanti assolutamente la sua lotta da gladiatore contro gli scempi, iniziando dalle insegne (ce ne sono anche in alluminio anodizzato...) che riportano la dicitura "Basilica" e vengono zancate sulle facciate di chiese varie, per continuare sino alle manomissioni architettoniche di un qualsiasi edificio storico. Che sia però una battaglia senza preconcetti, e che si limiti ad attaccare con armi forgiate da argomentazioni valide. Vietare che l'architettura contemporanea partecipi attivamente alla valorizzazione dei centri antichi non è la strada giusta, e tantomeno lo è il confinarla in periferia con la motivazione che quest'ultima possa trarne beneficio, visto e considerato quanta bruttezza e squalllore emana. Più volte Sgarbi ha espresso questo convincimento, avvallato anche da Massimiliano Fuksas. Personalmente credo sia un palliativo, ma andremmo ad aprire altre spinose questioni- non ultima quella del riportare l'Italia ai margini del dibattito sul contemporaneo- e dunque meglio fermarsi qui.
Ancora più rischioso è dare le coordinate dell'architettura moderna che può essere contestualizzata dentro le città; la scelta di Mario Botta per il progetto Evergreen di Trieste è stata abbastanza caldeggiata (e che non si manomettano le mie parole...) da Sgarbi, in nome della capacità del ticinese di lavorare con riferimenti ben precisi alla tradizione. Sia chiaro: tutto il rispetto che merita per Botta, ma il suo linguaggio (unitamente a quello di Aldo Rossi) è stato scimmiottato da molti di quelli che Sgarbi definisce "ignoranti ed incolti architetti", e le loro opere sono state piazzate nei centri antichi senza batter ciglio delle soprintendenze, nonostante siano opere che trasudano di incoerenza sia con l'ambiente che con lo stesso linguaggio di Botta o Rossi. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: mattoncini, tetti a falda, tegole, persiane, di base, poi conditi con colonne e colonnoni in forma di cilindro puro e frontoni vetrati. Risultato: un vero scimmiottamento dell'ambientamento
Dunque, che Sgarbi sia propenso più a quello espresso da Botta non deve però portare all'esclusione a priori di linguaggi di differente espressione e confronto con i contesti antichi.
Interventi quali quello di Marcello Guido a Cosenza (risanamento di un rudere romano sito nel centro antico della città) sono forti e coraggiosi e lasciano intravedere una -seppur minima- apertura da parte delle soprintendenze all'architettura contemporanea nei centri antichi, anche se, a detta dello stesso, l'arch. Guido continua a pensare che : "[...] tale occasione fu una contingenza favorevole e non una posizione culturale riguardante il rapporto tra la modernità e la storia. Le polemiche continuano costantemente e sono in molti quelli che vedono questo intervento come qualcosa di deleterio [...] ultimamente Francesco Dal Co, durante un soggiorno a Cosenza perché membro di una commissione, si fece accompagnare sul posto e dopo la visita (non ero presente) profetizzò anche lui che l'intervento era di una violenza inaudita per una zona storica[...]".
Gladiatori contro violentatori: i giochi sono aperti; speriamo solo che il pollice di Sgarbi non sia sempre versus per noi tutti che vediamo nell'architettura contemporanea valori che potrebbero legarsi felicemente nei contesti antichi.

(Paolo G.L. Ferrara - 25/1/2002)

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1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 134 di Guidu Antonietti del 27/05/2002


LIBERTA', COSTRIZIONE, ETICA.
In architettura tutto è costrizione e libertà. Le costrizioni d’inventare e la libertà di non fare si compenetrano senza frontiere. Un edificio è occasione di segnare un’epoca, magari flettere senza trasformarla. E’ dunque una pratica culturale e forse nient’altro. La sola costrizione realmente inevitabile: il tempo, concepire, costruire, vivere. Non facciamo per l’atemporale ma per adesso, non dopo di me il diluvio ma, oggi, il temporale. C’è forse una morale delle forme? Quando teoria e pratica non erano distanti , erano le condizioni di una vertigine creativa. Oggi essere architetto, è resistere: rigore, efficacia. E se le nostre tavole sono piene di raschiature, difetti ed errori, non può essere che una questione etica.

Testo originale
LIBERTE, CONTRAINTES, ETHIQUE.
En architecture, tout est contraintes et liberté. Les contraintes d’inventer et la liberté de ne pas faire, s’interpénètrent sans frontière. Un bâtiment c’est une occasion de signer l’époque, voire de l’infléchir à défaut de la transformer. C’est donc une pratique culturelle et presque rien d’autre. La seule contrainte réellement incontournable : le temps, de concevoir, de construire, de vivre. Ne faisons pas dans l’intemporel mais pour maintenant, non pas après moi le déluge mais aujourd’hui l’orage! Y a-t-il une morale des formes ? Réformer, déformer, donner forme. Quand la théorie et la pratique n’étaient pas disloquées, elles étaient les conditions d’un vertige à créer. Aujourd’hui être Architecte, c’est résister : rigueur, efficacité. Et si nos cartons sont remplis de ratures, d’échecs, d’erreurs, ce n’est peut-être qu’une question d’éthique.

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