Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Architetti o sensitivi?

di Giovanni Bartolozzi - 19/2/2002


"L'architettura è uno strumento con cui gli uomini del presente colloquiano con quelli del passato, quindi un colloquio con i morti"
Con questa tristissima e deprimente frase il professor Paolo Portoghesi (che avevo calorosamente invitato al convegno di Ottobre su Zevi e nonostante la gentilezza, all'ultimo momento, non è potuto venire) conclude la presentazione del suo ultimo libro assieme a Paolo Zermani, e altri docenti universitari.
Innanzi tutto non condivido che l'architettura sia considerata uno strumento, ma credo profondamente che l'architettura sia lo spazio dove si svolge la vita dell'uomo e se l'architettura potesse essere considerata uno strumento, sicuramente la sua funzione non sarebbe quella di favorire il colloquio con gli uomini e gli architetti del passato.
Interpreto questo assunto conclusivo di Paolo Portoghesi, come un ulteriore tentativo di cercare stabilità, conforto, sostegno e approvazione nella storia, nell' architettura del passato e dunque nel lavoro degli architetti del passato.
Tuttavia se volessimo parlare di architettura come strumento, naturalmente dopo aver assodato la sua primaria e costitutiva caratteristica spaziale, mi piacerebbe attribuire a quest'ultima una funzione completamente diversa, direi opposta, una funzione rivolta al futuro e non al colloquio nauseante con l'aldilà. Questa funzione potrebbe essere quella di creare felicità e benessere, quindi un'architettura che possa essere strumento di felicità. Quando nel 1989 venne conferito il Pritzker Prize a Frank Gehry, Ada Louise Huxtable disse: "non ci sono edifici tristi di Gehry; non si può pensare a niente che ha fatto senza sorridere".
Bene, se l'architettura può essere usata come uno strumento, mi piacerebbe attribuirgli proprio questo senso di felicità e stupore.
In realtà sarebbe interessante ripercorrere tutto il discorso di Paolo Portoghesi e analizzarne i vari aspetti, alcuni dei quali ritengo di notevole interesse, così come sarebbe divertente riascoltare i discorsi vuoti e insignificanti di quasi tutti i relatori, alcuni dei quali iniziavano proprio così: "consiglio ai giovani studenti di comprare il libro di Paolo Portoghesi, anche se costa molto, piuttosto che leggere sempre da internet"; un atro relatore diceva: "non condivido che gli studenti consultino le riviste di architettura, ma vi consiglio di consultare la nuova rivista fondata da Paolo Portoghesi, (Abitare la Terra)"
Preferisco invece approfondire e portare chiarezza su un aspetto fondamentale, difficile, e che da studente che vive a Firenze, mi preme non trascurare. Com'è noto uno degli aspetti portati avanti da Paolo Portoghesi, durante la sua carriera di progettista, è il rapporto Architettura-Natura e ne è testimonianza uno dei suoi libri.
Tuttavia, credo che l'unico architetto italiano che si sia veramente inoltrato, con la mente e con l'anima, nel difficile rapporto con la natura, giungendo a conclusioni originali e sorprendenti, sia stato il più illustre e amato architetto fiorentino dopo Brunelleschi: Giovanni Michelucci. Il suo apporto è indiscusso e grandioso, e a tal proposito ritengo che la presentazione del libro di Paolo Portoghesi, seguita dai sonniferi interventi, sia stata una occasione per sminuire il grande insegnamento del Maestro toscano.
Portoghesi dice che Michelucci è stato un riferimento per il suo lavoro, ma il rapporto Architettura-Natura raggiunto da Michelucci, credo non abbia alcun riferimento con quello del prof. Portoghesi, che non voglio assolutamente criticare.
Il rapporto architettura-natura è estremamente interessante e stimolante, ma nella misura in cui non scade in baratto formale o in concetti teorici sofisticati.
Tenendo anche conto dei diversi interventi mi pongo una domanda: come si può parlare ed esaltare Giovanni Michelucci -citandone anche delle bellissime frasi- per poi essere ,nella realtà progettuale, dei seguaci di Rossi e Grassi, e più in generale, credere e fare del passato un materiale da costruzione?
Credo sia una delle più grandi contraddizioni. Non riesco a trattenermi di fronte al continuo confronto con Michelucci; quanti di questi docenti spiegano ai loro alunni la chiesa dell'Autostrada, piuttosto che il teatro Carlo Felice o il Teatro di Sagunto?
Uno dei docenti intervenuti raccontava di aver perso molto tempo tentando di convincere Michelucci a parlare della stazione di S. Maria Novella, del suo rapporto con la città e dell'uso della sezione aurea nella progettazione della stessa. Michelucci, ormai novantenne cambiava discorso, quasi non ritenesse suo il progetto della stazione di Firenze.
Dopo aver sentito questo intervento, mi chiedo anche come un docente che ha avuto la possibilità di parlare con Michelucci possa perdere del tempo a capire come ha usato la sezione aurea per progettare la stazione di Firenze, piuttosto che tentare di capire come ha realizzato la chiesa dell'Autostrada o la Borsa Merci nel centro di Pistoia o la quasi totalmente dimenticata chiesa di Longarone.
Sicuramente il progetto della stazione di Firenze è un opera che ha segnato la cultura architettonica e urbanistica a livello mondiale, ma come è ben noto non vi lavorò solo Michelucci, e di sicuro non è il suo capolavoro. Tentare, dunque, di comprendere Michelucci dal progetto della stazione di Firenze è estremamente equivoco.
Michelucci va dunque capito, il suo rapporto con la natura non è cosa banale, ma e frutto di un secolo di lavoro. La natura non costituisce un punto di riferimento o una conferma formale che consente all'architetto, tranquillizzandolo, di collocare nel verde o nel paesaggio un edificio.
Per Michelucci la natura è Dio, o meglio il Dio di Michelucci è la natura.
Questo si comprende entrando nella chiesa dell'Autostrada, all'interno della quale Dio sta nei pilastri ramificati, nelle membrature strutturali contorte che reggono il tetto e che creano uno spazio sacro dove ogni fedele e ogni viaggiatore possa trovare, nella sua diversità, la propria individualità.
Il rapporto Architettura-Natura stabilito da Michelucci non può essere mischiato con chi ha fatto della storia una fonte di commercio formale.
Tornando alla presentazione del libro, Portoghesi parla anche della sua nuova rivista Abitare la Terra, ennesimo tentativo dopo Controspazio, Eupalino e Materia, dice Portoghesi, "per far riflettere gli architetti sul loro mestiere[...] Abitare la Terra rivendica la libertà dell'uomo rispetto allo strapotere della tecnica che opera in modo minaccioso".
Caro prof. Portoghesi, credo che la tecnica sia una delle testimonianze della crescita di una società, se la tecnica si evolve e gli architetti, giustamente, ne tengono conto è un dato estremamente positivo e non costituisce una minaccia, anzi, sarà anche questo la testimonianza della crescita della nostra società e consentirà all'architettura di stare al passo con i tempi e con la storia.
Un'altro docente, concludendo l'incontro dice: "grazie a tutti per aver partecipato e abitiamo la terra".



(Giovanni Bartolozzi - 19/2/2002)

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2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 5848 di Renzo marrucci del 18/12/2007


Mi capita di leggere un'articolo di g.Bartolozzi che parte da due righe di portoghesi "l'architettura è uno strumento con cui gli uomini del presente colloquiano con quelli del passato, quindi un colloquio con i morti" è rischioso imbastire un articolo partendo da due righe cosi... possono dire quello che si vuol capire... e via come fa il Bartolozzi ma èuna avventura alla giornata...alla mezza giornata ecc... L'articolo è scritto mi pare nel 2002 e quindi posso dar io l'impressione di parlare con chi ha cambiato idea...o altro... ma siccome la data sul margine destro in alto è 18-12-2007.... parlo con chi può leggere e sentire... Nello stile di portoghesi quelle righe sono da prendere soprattutto come da chi sente la storia in un certo modo...ecc... ma non tocca a me... Io desidero solo dire che ora anche Michelucci è storia e noi parliamo e scriviamo di lui perchè è nella storia con un messaggio utile a noi.
La sua architettura ci parla direttamente e incide nella nostra vita per come noi la comprendiamo e la facciamo rivivere. Se gliarchitetti fossero più sensibili caro Bartolozzi sarebbero filtri migliori e più capaci... visto che chi vive ha il compito di non far andar nel nulla la vita di chi ha ci ha trasmesso qualche cosa di giusto. Ora, la sua visione mi pare la stessa di chi mette in orbita... quando dice che "Dio sta nei pilastri ramificati, nelle membrature strutturali contorte che reggono il tetto ecc..." così come il Portoghesi delle due righe. La tecnica e la tecnologia sono si strumenti di crescita... ma se non codificano la fantasia... cosa che oggi si stà rivelando davvero una realtà che l'architetto non riesce a tenere nel controllo della sua sensibilità. E' DEL POETA IL FIN LAMERAVIGLIA...... SE LO RICORDA? Grande parte della trasformazione della città oggi è fagocitata e i ritmi sono diversi... anche dall'epoca del Nostro Michelucci...CHE CI PARE LONTANO. BISOGNA RECUPERARE IL VALORE DI UNA MANUALITA' CHE NON è SOLO "MANO" CHE PARE DESTINATA DA UN AFFOLLATO E TRISTE PENSIERO... ALLA VETRINA MEDIATICA E NON SOLO.... tanti cari saluti

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Commento 60 di Paolo G.L.Ferrara del 23/02/2002


Caro Giovanni, non stupirti della pubblicità subliminale (a sè stessi) che viene fatta dai relatori nella maggior parte dei convegni. E' la debolezza umana, quella che fa scattare la molla del protagonismo, del tipo "...Michelucci era un genio, ma anche io non sono da meno".
Ci sarebbe una formula un pò più spiritosa che potrebbe essere utilizzata dai "viventi" sedicenti depositari della verità : " Michelucci (o chi per lui) è morto, ed anche io non mi sento molto bene!" . Ma non la usano, credo per scaramanzia...
Sono stato alla presentazione di un libro del Prof. Irace; ovviamente, neanche l'ombra di una pur minima critica che, solitamente, è cosa costruttiva. Il moderatore Giulio Vergani e lo stesso Fulvio Irace, senza che realmente ce ne fosse motivo e collegamento in merito a quello che dicevano, hanno tirato in ballo Zevi, ovviamente sparando vere e proprie banalità sulle sette invarianti. Difatti, dalle loro parole sembra che Zevi debba essere ridotto esclusivamente al suo "codice anticlassico", tra l'altro senza neanche averne capito i significati (sarebbe troppo lungo scendere nei particolari, ma lo farò presto in un articolo).
Tutto ciò per dirti che è molto facile attaccare o malporre a proprio piacimento chi non è più in vita. Auguriamo lunga vita a costoro e continuiamo ad aprire contraddittori su ciò che fanno e dicono: sarà la lezione migliore che potranno ricevere. Quella del coraggio a 360°.

Tutti i commenti di Paolo G.L.Ferrara

 

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