Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Col senno di poi

di Domenico Cogliandro - 28/5/2002


Mi ritrovo con piacere nel ginepraio sollevato a Sciacca da Antithesi, da In/Arch Sicilia, e dalle voci di ospiti e locali che hanno preferito intervenire anziché stare ad opportuna distanza, intorno alla annosa questione che è del Teatro Popolare dei Samonà, ma più a vasto raggio del senso di una edilizia pubblica che tenti di dire cose che ad altra edilizia (o ad altri tecnici edili) non è concesso. Non esiste una questione "Teatro Popolare" che non sia propria di Sciacca, anzi mi guardo bene dall'entrare nel merito di questioni di cui non conosco le raffinate sfumature, che tra politiche locali (che emergono dagli interventi in Antithesi) e politiche regionali vengono fatte rimbalzare, importa poco se da destra o da sinistra.
Il problema esiste, se così vogliamo dire, e va risolto. Meglio se viene risolto adesso che esiste una attenzione "culturale" verso l'opera di cui sopra, anziché in periodi oscuri (che esistono) in cui si fa finta di interessarsi ad un problema, quale che sia, per risolverne altri e dalla liceità non sempre controllabile. La questione posta dal signor Montalbano, che non conosco, è di rara correttezza. Bisogna avere un progetto di luogo pubblico prima di mettersi a "fare" cose senza senso, tanto per farle o solo perché arrivano i soldi. Che, tradotto, dovrebbe suonare più o meno così: se io non so come si gestisce un teatro e non ho progetti a medio e lungo termine per questo specifico teatro, allora è meglio che i soldi li impieghi per fare altro. Corretto. Come è altrettanto corretta la risposta di Paolo Ferrara: siamo nel ballo, balliamo. Ma facciamolo tutti e con costanza, altrimenti si parte in cento e si arriva in tre (cosa peraltro sottolineata dalla Fauci). Per quanto mi riguarda, dalla mia sponda peninsulare, ci sto e non solo: invito i nauti di Antithesi, a qualunque flotta appartengano o dalla imperiosa prua del proprio vascello solitario, a far rimbalzare verso tutti i porti (digitali e naturali) il dibattito che a Sciacca sta nascendo, anzi rinascendo. Peraltro fuori dalle mode post-virtuali che attanagliano (e me lo spiego solo in virtù di un secondo fine) certa intellighenzia italiana. Bisognerebbe iniziare a rompere un meccanismo, che a Sciacca è stato svelato e che non trovo di così poco conto. Uno degli intervenuti della mattina del sabato ha rilevato come il progetto, e dunque anche il progettista (con tutto quel che si porta appresso: intuizioni, preparazione, idee, professionalità, sagacia, costanza, equilibrio, eccetera), non sia più uno degli anelli fondamentali della catena virtuosa al di qua della quale è possibile ragionare di architettura e città, del loro benefico rapporto, delle strette relazioni che andrebbero con più forza sostenute. Anzi il progetto arriva solo in fondo ad una catena di relazioni, quando ormai chi pensa è costretto a districarsi tra regole dettate da altri che del progetto (del progetto di architettura, e mi scuso se uso una parola così roboante) ne sanno un fico secco. Chi elabora il project financing, chi detta le linee guida operative, chi compila i tabulati regionali per la richiesta dei finanziamenti, sa poco o nulla di tutto ciò che sta fuori. Anzi, pensa piuttosto che la città (quella in cui andranno a incistarsi i progetti) sia una cosa diversa: con animo saggio, diremmo, egli pensa che la città sia veramente un'altra cosa e che probabilmente non dovrebbe sopportare il peso del progetto. La città dovrebbe essere gestita, più o meno come si fa di una squadra di basket. Di calcio, ora che i mondiali sono alle porte. Sicché, pur non volendo, il progettista si trova in fondo ad un sistema di relazioni che vedono prima di lui, e in maggior grado di importanza, per esempio, per la Sicilia: Totò Cuffaro, l'onorevole assessore ai LLPP, quello al bilancio, quello alle politiche comunitarie, quello ad industria e artigianato, il capintesta funzionario regionale, il consulente finanziario, il consulente tecnico esterno (di una regione diversa dalla propria), l'azienda compartecipe in project financing, le ATI, le SOA, le STU, il funzionario comunale "responsabile unico del procedimento" e, se la fila finisce qui, l'architetto o l'ingegnere che aspirano all'incarico o che per quello specifico incarico sono stati consultati personalmente da uno della catena di Sant'Antonio (!). Per esempio, il criterio di scelta del tecnico (non parlo del CT Nazionale), quando non evidenziato da un bando pubblico di nomina all'interno di una lista precedentemente costituita, sta nelle mani del Caos, in quanto deità. Questo il panorama. Per cui se qualcosa deve rinascere, oltre il sopito dibattito su opere di largo respiro per le nostre città che andrebbero pensate, realizzate e gestite (ecco i tre elementi fondanti di un progetto contemporaneo reale), bisogna che parta da un pretesto. Credo che questo esule Teatro Popolare (cito Montalbano sul fatto che "si prese questo progetto che faceva bella mostra di sé al Metropolitan Museum di New York e lo si trapiantò a Sciacca") possa essere un buon pretesto per riprendere a conversare di architettura (ho citato Fauci).
Conversare tenendo bene in mente i tre elementi di cui ho detto. La conversazione delle cinque di sera, davanti ad un tè, con amici e amiche, serve a rilassarsi più che ad intraprendere. Alcune volte, però, è utile anche quel tipo di conversazione, per sdrammatizzare. In questo io sono proprio una frana. Di fondo c'è che gli architetti non parlano più con gli ingegneri, per esempio, tanto sono presi dal loro essere categoria. C'è che gli ingegneri non sono più edili, ma amministrativi. C'è che gli amministrativi si credono padreterni, pontificando a destra e a manca su quanto e su cosa investire dei soldi pubblici. In mezzo a tutte queste beghe di quartiere, metaforicamente, ci stanno i quartieri, letteralmente, e la gente che li abita e che non comprende come un oggettone, quale potrebbe essere proprio il Teatro Popolare, possa diventare volano di una economia locale. Non li biasimo.
Avrei le mie buone difficoltà io stesso a districarmi in questa perversione sociale che sono i ruoli, le cariche, le istituzioni, fossero tutte così.
Qualcosa, dunque, va riscritto. Mi chiedo, per iniziare, quale fosse stata la domanda per un teatro di quel genere (oltre che il fasto del potere). Sarebbe perlomeno inadatto rispondere alla stessa domanda con una risposta datata. Faccio un ulteriore esempio. Il tormentone del Ponte sullo Stretto di Messina. Quando fu elaborata la domanda, intorno agli anni sessanta (data di inizio e di conclusione dei lavori dell'autostrada di collegamento tra Salerno e Reggio Calabria), il principio che informava il progetto del ponte di collegamento tra le due sponde era assolutamente corretto: a fronte di una flotta navale statale esigua e di una domanda di traffico carrabile elevata, il ponte pareva la soluzione più corretta. S'è andato avanti a elaborare proposte, a fare concorsi, a stimare i costi, eccetera, per oltre quarant'anni, con in testa quella domanda che di anno in anno diventava sempre più obsoleta, la flotta navale sullo Stretto si ingrandiva, si dava accesso alle compagnie private, aumentavano altri collegamenti da e per la Sicilia, insomma si modificava radicalmente lo scenario: ma la domanda, stoicamente, rimaneva la stessa. Questo l'antefatto. La storia non esiste o, meglio, non esiste una storia moderna di una questione che si trasforma vedendo cambiare il contesto, come è stato per tutto il resto. Sicché oggi, o tra cinque anni come professa il signor Lunardi, vedremo l'inizio di una realizzazione che risponde in maniera integerrima ad una domanda di quarant'anni fa e oltre, con una adeguata risposta degli anni sessanta.
Questa è ragionevolezza? Dicono di sì!
Col senno di poi, dopo aver speso quella miliardata di euro prevista dal progetto esecutivo del ponte qualcuno, grosso e autorevole, dirà STOP, e di qua dal tempo quelli senza potere solleveranno le spalle per dire che Cassandra non è mai stata una figura mitica. A Sciacca la cosa si gioca su un altro campo. Perché il bambino non è paffuto, è tutt'ossa ma andrebbe nutrito a dovere. Il principio base di un buon nutrimento è quello di evitare l'ingozzamento per evitare che muoia del male contrario.
Vanno evidenziate delle fasi, va pensata una cura, va fatta una diagnosi in itinere e via via va cercata una famiglia che lo possa accudire nel tempo, fornendogli, ab initio, le cure di svezzamento e nel tempo un'educazione e un'etica. Proverei questo percorso. Nel senso, fuor di metafora, che bisognerebbe già da adesso cercare un'azienda disposta ad investire a Sciacca in cultura e intrattenimento (mantenendo la vocazione primaria), prima della pioggia milionaria della catena di Sant'Antonio. Dovrebbe essere la società civile di Sciacca (associazioni culturali, cooperative di servizio, piccole e medie imprese operanti nel campo dello spettacolo, scuole di teatro, scuole di danza, scuole di musica) o imprese d'altro respiro (il Teatro Stabile di Catania, di Palermo, le società che gestiscono gli eventi culturali di Agrigento o di Siracusa) a diventare interlocutori preferenziali del gruppo di tecnici, scelti secondo criteri trasparenti (e sulla trasparenza bisogna stare anche attenti, che certe volte subisce anch'essa i veti incrociati di opachi e curiosi personaggi) e veramente interessati alla ridefinizione del progetto originario. Insomma, esistono tutti gli esecutivi di Samonà? Oggi le norme sono cambiate dal 1982? Vogliamo aggiornare il tutto cercando di non alterare troppo, almeno linguisticamente, quel progetto? Organizziamo un vero workshop di architetti e neolaureati, provenienti dalle scuole siciliane di architettura, e da quelle italiane e, se abbiamo la possibilità, da quelle europee, in collaborazione con In/Arch e Antithesi, che hanno meritoriamente sollevato il ginepraio, invitando storici che sappiano leggere tra le righe l'opera dei Samonà, gli allievi dei Samonà, i tecnici che in principio collaborarono alla definizione del progetto e della sua realizzazione, finanche le imprese di costruzione, invitiamo i politici degli anni ottanta, e, perché no, i collaboratori di Giovanni Michelucci che hanno concluso il Teatro di Olbia dieci anni dopo la sua scomparsa, per capire come hanno continuato e trasformato l'opera. Lavorando tutti attorno ad un tema: quello. Dalle 15,30 in poi, fino a tarda sera, perché la mattina, in diurna, visto che ancora l'illuminazione manca, il teatro possa essere luogo di teatro, invitando attori e musicisti ad esibirsi, facendo ruotare attorno a Sciacca l'interesse che le vuote parole lasciano cadere, nel tempo, per strada, tra le altre parole, dissennate, della disillusione e dello scoraggiamento.
Un progetto di luogo, anche sede di un teatro moderno, parte da qui, per non essere smentiti, appunto, col senno di poi.


(Domenico Cogliandro - 28/5/2002)

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1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 139 di arianna sdei del 09/06/2002


Sono sinceramente allettata dal workshop nel teatro di Sciacca con architetti ingegneri tecnici ed artisti che si esibiscono, l'immagine è quella di una festa d'invito alla creazione; grazie per il sogno che credo realizzabile
Arianna Sdei

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