Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Antithesi e 'nuovi critici' di architettura

di Paolo G.L. Ferrara - 2/7/2002


Da Mara Dolce riceviamo questo messaggio:
"Premetto che non condivido nulla delle vostre posizioni critiche e che leggo Anthitesi perchè vi riconosco coraggio, libertà, passione autentica, assenza di secondi fini (cattedre appunto, notorieta' ecc.)
Ma perchè siete sempre più spesso seduti a tavole rotonde con persone che si autodefiniscono pomposamente "critici di architettura"? chi sono secondo voi oggi i critici? critico di architettura e' colui che...
Perchè davvero, da questa continua infiorescenza di "critici" si ascolta di tutto meno che parlare di architettura. I più bravi fanno cronaca, ci raccontano quello che c'è in giro, nè più nè meno come potrebbe farlo un qualsiasi giornalista di Repubblica, ma fare critica è qualcosa di diverso, perchè allora autoinvestirsi e abusare di questo titolo? Anche questo fa male all'architettura".

Apprezziamo la franchezza con cui Mara Dolce si presenta e prendiamo atto che il tema evidenziato è di primo piano.
Difatti, da più parti, sembra che si stia vivendo un momento in cui forze nuove stanno emergendo nel mondo dell'architettura italiana: riviste cartacee, riviste web, progettisti, critici, docenti universitari fuori dagli schemi accademici.
Nuove generazioni finalmente libere, senza costrizioni, senza compromessi, pronte a tutto per dare forza alla ricerca italiana?
Nuove forze a cui corrisipondono validi contenuti? Nello specifico delle perplessità di Dolce, quanti nuovi critici possono definirsi realmente tali? e quanti vivono solo ed esclusivamente di presenzialismo?
La forza del web è anche di sostanza o solo di apparenza?
Chi è, oggi, dunque, il critico di architettura?
Senza indugi, rispondo: è colui che lo dimostra a mezzo della preparazione storica e la capacità di "entrare" nel fatto architettonico. Di più: è colui il quale ha consapevolezza di quanto la critica sia fondamentale per la crescita stessa dell'architettura e, per questi motivi, sa di non potere esulare dal fatto architettonico letto in tutte le sue componenti.
Lo esige la credibilità della critica: chi la fa deve assumere una dichiarata posizione. Atteggiamento, questo, che, nel tempo, può non escludere apparenti incoerenze. Il critico di architettura non deve limitarsi a commentare a posteriori, ma deve orientare la progettazione contestualmente alla ricerca dell'architetto. Deve anticiparla, anche se solo di un millesimo di secondo. Il rapporto tra la critica e la progettazione deve essere proficuo, e questo compito spetta al critico.
Ma forse, il modo migliore per spiegare cosa per me debba essere un "critico" è prendere a prestito un esempio, probabilmente il più forte che sia possibile fare, per le implicazioni culturali, sociali e politiche in cui si svolse: il rapporto Pagano-Terragni-Persico, con il Fascismo ingrediente fondamentale.
Critico vero è stato Edoardo Persico, che non ha lesinato obiezioni agli sviluppi delle idee dei suoi stessi compagni di viaggio durante l'età del razionalismo italiano: una per tutte, si ricordi l'aspra critica a Terragni, che fu anche di Giuseppe Pagano, il quale, a sua volta, entrò spesso in conflitto con Persico stesso - pur dirigendo unitamente Casabella.
Una critica conflittuale che tese a dipanare i problemi, i sillogismi, gli equivoci, avendo ben presenti gli avvenimenti storici che si andavano sviluppando contemporaneamente alla loro azione. La finalità era dare corpo ai significati dell'architettura, evitando di costruire qualsiasi supporto ideologico con cui giustificare tutto ed il contrario di tutto.
Quella tra Pagano/Persico/Terragni potrebbe essere definita una "unione disgiunta", che può aiutarci a comprendere come architettura e critica debbano essere costantemente in relazione, autocompenetrandosi, il che non esclude che possano anche dare vita ad apparenti contraddizioni.
Pagano e Terragni, uniti dall'adesione al fascismo e dalla volontà di dare spessore e solidità al razionalismo italiano. Paradossalmente, in questo incontrovertibile punto in comune rintracciamo il primo forte momento di divisione, con Persico che assume il ruolo di coscienza critica.
I tre concordano sullo "spirito classico" che è proprio dell'architettura italiana e che tale deve rimanere anche nell'architettura della "nuova estetica", dunque entrambe confluenti nello "spirito nuovo", evidenziato nel primo dei quattro numeri di Rassegna Italiana. Per raggiungere l'obiettivo di una nuova architettura, l'obiettivo primario è mettere da parte l'individualità dell'architetto.
Terragni e Pagano uniti dal Novocomum e da Palazzo Gualino: siamo nella fase in cui prendono corpo le precise posizioni sulla questione del "tipo", ovvero di un'architettura che abbia criteri di assonanza a prescindere che si tratti di un'abitazione, di uffici, di fabbriche : "La casa, i servizi, le industrie, i quartieri non sono altro che l'applicazione in campi diversi di una stessa necessità di fondo, per cui la famosa formula di machine à habiter è un dettato tanto efficace che riassuntivo". (A. Saggio - Giuseppe Terragni, vita e opere. Editori Laterza)
Gli eventi evolvono. Pagano propugna la battaglia per un'architettura che abbia in sé il valore sociale; vedendone una deviazione da ciò, critica aspramente Terragni per la Casa del fascio, in cui rintraccia un lirismo accentuato che escludeva i contenuti morali dell'opera.
Il critico ha l'obbligo di scandagliare le situazioni e, se è il caso, mettere alla frusta anche, e soprattutto, quelle in cui crede, affinchè non devino: Persico attacca duramente il Gruppo 7, e certo non per disistima dei suoi componenti; l'attacco è mirato ad evidenziarne le lacune e le ingenuità rispetto i facili entusiasmi ed i proclami di un'architettura che, pur avendo assolute radici internazionali, fosse " italiana". Intuisce che escludere totalmente i riferimenti internazionali significherebbe isolare ancora una volta il Paese dalla cultura europea; l'obiettivo è quello di convergere verso un'architettura razionalista che sappia mantenere in sé la tradizione italiana, ma che non si autoescluda dai legami con quella internazionale. Da qui la critica a Terragni e alla deviazione presunta che dal Novocomum quale architettura internazionale porta alla mediterraneità della Casa del fascio.
Negli anni '20 e '30 del secolo scorso, nei venti anni di regime in cui le implicazioni politiche, sociali e civili furono fortissime, architettura e critica s'intrecciarono vorticosamente, unendo e dividendo i protagonisti, ma cercando costantemente insieme la srada da battere per arrivare ad un vero contributo italiano alla ricerca internazionale. Il contributo della critica fu fondamentale nell'evidenziare i pericoli insiti nell'identificazione dell'architettura quale "arte di stato" al culmine del consenso fascista. Di quello straordinario e fecondo periodo, le tensioni morali di Persico ne furono la coscienza critica.
Questa, e solo questa, è per me la critica: la tensione morale che tende a disturbare, evidenziare, dibattere, intuire le novità e scandagliarle, proporle, sezionarle, metterne in risalto le incongruenze, sempre e comunque in rapporto con la realtà e con la società.
Torniamo all'oggi. Il web è risultato uno strumento di comunicazione e diffusione straordinario. Inutile stare a ripeterne i pregi ed i vantaggi che esso ha per la cultura. Quel che conta è che il lettore può interagire in tempo reale, esprimendo la sua di cultura. E, perché no, mettendo in risalto i bluff.
Scrivere qualcosa non è poi così difficile ed argomenti su cui farlo ce ne sono un'infinità. Il più è cosa si scrive e perché.
Chi sono dunque i nuovi critici? Parere personale e opinabile: sono tutti coloro che difendono, motivandola e supportandola con la preparazione, una loro idea; sono quelli che non si prostituiscono pur di pubblicare, che non fanno articoli su commissione, che dicono sempre quello che pensano solo attrverso la capacità di farlo capire, senza usare linguaggi pomposi e astrusi, il cui unico fine è darsi un tono. Sono individui preparati che non hanno alcun bisogno di leccare a destra e a manca per fare carriera. Individui che mettono in gioco sè stessi, anche a costo di non essere accettati dal circolo ristretto di chi gestisce ufficialmente la cultura.
Discorso che può essere fatto anche per gli architetti: è indubbio che, se dovessimo dare credito ai numeri, non potremmo fare altro che prendere atto che siamo in presenza di un fecondissimo proliferare di nuovi talenti. Ma quanti lo sono? Il pericolo è che si creino dei miti a cui gli studenti possano guardare quale punto di riferimento : "sono giovani...sono pluri pubblicati...sono fighi!".
Personalmente, diffido dalla "sindrome dell'architettura impegnata" che accompagna il più delle volte la presentazione dei progetti, con relazioni piene di citazioni sparse, ma spesso vacue. Diffido da chi a 30 anni si sente un genio; diffido da chi si crede artista; diffido da chi presenta curriculum infarciti di ogni cosa; diffido da chi si autodefinisce "architetto, docente, critico, storico".
Soprattutto, sia nel caso dei critici che degli architetti, diffido da chi sfugge ai confronti, il più delle volte in nome di un malcelato complesso di superiorità.
Riguardo ad antithesi, chiamata in causa da Mara Dolce: a dispetto della definizione "giornale di critica dell'architettura", Lazier e Ferrara non sono, né si ergono a critici; siamo una piccolissima e modesta nicchia, con la sola voglia di parlare di architettura, con tutti i limiti possibili; nicchia che si autogestisce e che è ben contenta quando trova qualcuno come Mara Dolce che dichiara apertamente di non condividere le nostre posizioni. Sì, perchè solo il contraddittorio può dirsi reale propellente per discutere di architettura. Per essere critici "veri" bisogna avere molte doti ed una vastissima e profonda preparazione, che a noi mancano; l'importante è esserne consapevoli. Dunque, noi non ci consideriamo assolutamente tra i nuovi critici di architettura ma, più semplicemente, degli uditori e conversatori, che mettono a disposizione il loro giornale per farne un luogo ove chiunque possa esprimere le proprie opinioni, anche critiche. Di contro, rispettiamo chi critico di architettura lo è realmente e, democraticamente, anche chi crede di esserlo solo perché ha scritto libri e articoli o partecipa a convegni vari.
Per quanto riguarda la nostra partecipazione a tavole rotonde e convegni, bèh, non siamo sicuramente tra i più gettonati (ammesso poi che ci sia qualcosa di male esserlo), e comunque, partecipare alle tavole rotonde, ai convegni o qualsiasi altra possibilità d'incontro e d'interscambio può solo essere positivo, ovviamente a patto che si abbia coscienza del ruolo di rispetto massimo che chi relaziona deve avere nei confronti del pubblico, e che gli incontri siano di contenuto.
Ciascuno di noi sceglie i propri punti di riferimento: il più è avere il coraggio di dichiararli e di difenderli e, se è il caso, perché no, entrare con loro in contraddittorio. L'importante è farlo con onestà intellettuale.


(Paolo G.L. Ferrara - 2/7/2002)

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Commento 162 di enricogbotta del 14/07/2002


In riferimento al commento 161 di Mara Dolce
Io credo di condividere l'analisi fatta da Mara (se e' uno pseudonimo, complimenti e' molto sottile, ma magari e' solo un caso).
Anch'io ho criticato spesso alcune delle persone che correttamente Mara rende riconoscibili senza nominare. Le ho criticate direttamente, molte ho avuto modo di conoscerle personalmente. E se non li giustifico, capisco perche siano comunque spinti a correre il rischio di esporsi oltre le loro possibilita'.
Ho la fortuna di aver conosciuto personalmente anche molti esponenti della tanto denigrata accademia, la vecchia guardia dell'architetura tardo o post moderna italiana. E anche loro hanno le loro ragioni.
E' quindi inutile personalizzare le critiche, e sarebbe un errore confondere le critiche con livore o astio personale (l'essere umano merita sempre un po' di compassionevole benevolenza), ma delle critiche vanno comunque mosse.
Non giustifico chi pur conscio di non avere le capacita' necessarie si avventura in terreni impervi, difficili per molti, troppo difficili per la maggioranza. Pero' e' un atteggiamento che capisco, perche' e' il risultato di una situazione stagnante della cultura italiana, della chiusura dei circoli intellettuali, dello strapotere di un'oligarchia/monopolio in campo editoriale ed accademico.
Facendo un paragone storico (visto che e' il 14 luglio) la rivoluzione francese era mossa da grandi ideali condivisibili, giusti. Le modalita' con cui si e' sviluppata pero' non e' stata certo priva da pecche. E la classe dirigente distrutta dalla rivoluzione era forse ingiusta, forse corrotta, ma era capace. Per diversi anni la classe dirigente impostasi dopo la rivoluzione ha dovuto assestarsi, passando da picchi di eccellenza ad abissi di abominio.
Una rivoluzione credo sia necessaria (fatte le debite proporzioni), perche' la classe dirigente attuale e' troppo arroccata nei suoi privilegi e troppo corrotta. Purtroppo, come quasi sempre succede, i migliori si fanno i fatti loro indipendentemente da tutto e da tutti. Per tutti gli altri, dopo qualche anno di assestamento forse arriveranno i vantaggi.
Quindi do atto alle persone velatamente citate da Mara di lavorare per questo cambiamento con abnegazione, ma credo anche che non sia un motivo sufficiente per giustificare la mancanza di preparazione, troppo spesso tollerata o, peggio, incentivata.

Tutti i commenti di enricogbotta

14/7/2002 - Sandro Lazier risponde a enricogbotta

Caro E. G. Botta,
contrariamente a te non condivido cosa dice Mara Dolce.
Essere critici non è un titolo nobiliare da vantare nei salotti, ma un dovere di tutti coloro che hanno un cervello e tentano di farlo funzionare autonomamente. Chi non accetta la critica – e, soprattutto non legge libri – chi nega la necessità di proporre il proprio pensiero e la propria azione al giudizio degli altri, non ha praticamente capito nulla degli ultimi tremila anni di storia della civiltà occidentale. Altro che cultura architettonica, qui si tratta di fondamenti.
Mi spiace, ma il soliloquio cui siete condannati, in assenza di serio confronto, si decorerà ingenuamente e continuamente di strafalcioni come quelli sulla rivoluzione francese che ci hai appena proposto.
Tra l’altro, spiritosamente attuali.
L'architettura? Viene dopo, molto dopo.

 

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Commento 161 di Mara Dolce del 14/07/2002


Fino a quando nelle facoltà di architettura di questo paese, sarà più importante che un aspirante docente di progettazione architettonica, abbia scritto un libro invece che aver tentato di realizzare un'architettura,ci saranno architetti incapaci di fare il loro mestiere. Io credo che una critica che non produce architettura sia una critica fallimentare, e che fare critica senza partire dall'architettura sia sociologia.
Perché bisogna prendere le distanze dai sedicenti critici?
Perchè fino a quando scrivono in web, parlano a convegni e fanno salotto, tutto bene, ma c'è qualcuno che poi li prende sul serio e li invita in una giuria di concorsi di architettura, come purtroppo già sta accadendo. I "nuovi critici" non sono preparati e non sanno quasi niente di architettura.
Diversi Esempi: l'emergente e gettonato critico milanese che ha scritto recentemente un articolo di critica su Abitare, su un ottimo progetto di una stalla nel nord Italia, realizzata da un giovane architetto italiano; è stato incapace di comprendere la qualità dell'architettura che aveva davanti, si è limitato a fare la storia delle stalle in Italia. Conclusione: forse qualcosa in Italia sta cambiando, forse c'è una produzione architettonica di qualità ma i nostri critici non sono in grado di capirlo e comunicarlo. Il giovane critico in questione ha altri meriti, perché si ostina a voler scrivere di argomenti che ignora?
Sul versante critica che anticipa i tempi, altro esempio di emergente
critico che si autodefinisce in un colpo solo e con grande effetto comico: cyberarchitetto, esperto di transavanguardie e critico di architettura, scrive in web : (.)" Basta con gli edifici, i cubi, le scomposizioni, i blob.Progettiamo l'incostruibile, l'immateriale, l'invisibile: lo spazio puro e semplice. Progettiamo la convergenza tra organico e inorganico.Tra il corpo prostetico del cyborg e la sensibilità elettronica del costruito. Progettiamo nuove zone di spazio capaci di risvegliare la nostra capacità percettiva. Proviamo, ogni tanto, a guardare la realtà col sonar di un pipistrello. E a pensare che forse è possibile costruire nuove forme di paesaggi. Sonori, liquidi, vegetali (.)"
Sembrerebbe il manifesto verboso di un entusiasta studente del primo anno di architettura, invece poi si scopre che il "critico" in questione viene invitato a convegni e tavole rotonde proprio in qualità di critico di architettura!
Per la serie critici a tempo perso, si legge in web il curriculum di un altro emergente critico, super invitato a qualsiasi cosa che tratti di architettura(.) "Si interessa distrattamente di problemi di storia e critica dell'architettura, dei rapporti tra innovazione tecnologica e progetto, con particolare attenzione alle nuove tecnologie di comunicazione". (.)Sarebbe interessante sapere di cosa non distrattamente si interessi, visto che comunque, ovunque, è sempre presente, ma senza mai parlare veramente di architettura.
Avete notato come si muovono queste carovane di critici? In gruppo, compatti ,sempre gli stessi, in coppie fisse o in santissime trinità, qualunque sia il tema del dibattito sono presenti. Spregiudicati, parlano: che si tratti di video di architettura, di recupero di centri storici,di cartoni animati, o per intervenire o per moderare,loro ci sono e parlano, spesso a vanvera e mai che si tirino indietro.
Cari Lazier e Ferrara, voi credete che l'architettura parta dalla critica, io fortunatamente no.
Un saluto

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14/7/2002 - PaoloG.L.Ferrara risponde a Mara Dolce

No, non credo che l'architettura parta dalla critica. Se dico che il critico deve essere capace d'anticipare pur se solo di un millesimo di secondo l'architettura, intendo dire che egli deve avere la preparazione e l'intuito di capire l'architettura, sia essa classica, anticlassica, e quant'altro. Ma ribadisco: critica e progettazione devono essere collegate, devono interagire.
Facoltà di architettura: assolutamente d'accordo. Cosa facciamo per cambiarle? L'università è degli studenti, che hanno l'assoluto diritto di ricevere una preparazione come si deve. Questo è il mio "credo" e per esso mi sono battuto a mie spese, pagando le conseguenze delle mie proteste. Ma questa è un'altra storia. Però sarebbe interessante che gli studenti si ribellassero seriamente, protestando ufficialmente per l'impreparazione dei docenti (rimando agli articoli nella sezione di antithesi "Università").
Si prende sul serio solo chi si stima, ma per stimare si deve avere personalità; se si prendono sul serio i sedicenti critici, significa che non si ha la capacità di ragionare con la propria testa.
No, non credo che l'architettura parta dalla critica: credo che partano entrambe dall'onestà intellettuale di chi le fa.


 

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Commento 155 di Fausto D'Organ del 12/07/2002


Diceva B.Z. - [...]in architettura il valore artistico non si riflette in un valore economico, le case antiche e moderne si vendono ad un tanto a vano, e un edificio di Sangallo, Ammannati, Wright, Le Corbusier o Aalto non vale di più per il fatto che la critica ha stabilito che si tratta di un'opera d'arte. Sul piano economico, dunque, esiste già uno stato di non relazione tra cultura e vita[...] - poche righe che terminavano un periodo, un concetto, in cui B.Z. avanzava quella che per Lui era una cruda realtà: di architettura i critici si interessano poco perchè le loro parole (nel bene o nel male) su di essa non muovono interessi economici... Ma io, ragazzo degli anni '90, ora rifletto e m'accorgo che non è così!
Anzi, non è più così... Perchè posso anche accettare che ai tempi in cui B.Z. pronunciava le parole suscritte, le cose fossero proprio in quel modo, ma adesso... adesso non lo sono. Già da qualche hanno sono nate le piattaforme propagandistiche: i nuovi critici d'architettura armeggiano con gli strumenti della comunicazione globale per diffondere idee, trasmettere coscienza, suscitare emozioni e... e sostenere "nomi". "Nomi": roba di cui B.Z. non parlava nelle succitate frasi. B.Z. aveva come oggetto di pensiero l'architettura "fatta" e trascurata, l'architettura "anonima" da riscoprire e imparare a vedere... I nuovi critici, oggi, fanno questo ...e fanno altro! Non si ammazzano soltanto per rendere democratico il messaggio architettonico, ma pubblicizzano persone e muovono interessi economici delineando traiettorie di pensiero collettivo, indicando ricette e cuochi. I nuovi critici stanno imparando dagli stregoni della pubblicità. Se oggi come oggi bastano pochi spots per farci innamorare di una margarina, pensate a come è facile convincerci che un progettista potrà fare meglio di un altro, che in una università non c'è un buon ambiente per crescere architetti e in un'altra sì, che i pensieri di un Caio sono più degni d'essere diffusi di quelli di un Sempronio... B.Z. non aveva pensato al fatto che un giorno, molto vicino, nuovi critici sarebbero stati capaci di muovere interessi economici non tanto su architetture già fatte, ma sulle architetture che sarebbero state fatte. Ma alla fine ciò che conta, potrebbe aggiungere qualcuno, è che sia favorita la nascita e la crescita di architetture buone, che ci frega se le cose sono pilotate o no! Ma non ci vuole un Boy Scout per capire che così non funziona! Così non è giusto! Non tutti hanno la possibilità di parlare con Carlo Massarini davanti ad una telecamera! Non tutti possono fare pubblicità ad automobili! Non tutti hanno l'aliena capacità di sfornare un libro al mese "stile Bruno Vespa". Dove va a finire la democrazia di cui si pensa sarà fatta l'architettura di domani? ... Domanda. I nuovi critici, lavorano per noi o lavorano per altri? In attesa di risposta... continuo a cercare isomorfismi.

Tutti i commenti di Fausto D'Organ

12/7/2002 - PaoloG.L.Ferrara risponde a Fausto D'Organ

Siamo liberi di scegliere: leggiamo di tutti, ma introiettiamo solo chi crediamo ci possa realmente trasmettere cultura. Il resto è spazzatura. Tv, pubblicità, libri? Anche in questo caso, siamo noi a scegliere chi stimare e cosa prendere di buono. L'arma per difendersi dalle idiozie dei critici fasulli è solo una: la preparazione. A cosa miriamo? al successo mediatico o ai contenuti? Vogliamo fare successo? Vogliamo essere nelo star system affinchè la gente pensi "che personaggio di successo!" ? Idiozie, spazzatura. Studiare, studiare, studiare! Contenuti, contenuti, contenuti! Il garante: di lui conta la moralità, l'etica, il che comporta che guardi a quello che vali e non al fatto che sei amico. Se sei un imbecille, non ti porterà mai in tv e non ti farà mai scrivere libri. Autogarantiamoci! Resteremo puliti. Chi vale è perennemente in crisi, ma sa trasformarla in valore, usando i propri valori morali ed etici.

 

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Commento 147 di Fausto D'Organ del 06/07/2002


Aiutatemi a capire!
Perchè chi progetta e costruisce architetture dense e intense, non parla e non fa critica? Perchè chi parla e fa critica alle architetture ed è abilitato a progettarne e costruirne, non progetta nè costruisce nulla, o niente di denso e intenso? E perchè chi non è abilitato a progettare e/o costruire architetture, parla e fa critica ad architetture? Esiste forse (per i primi due casi) un'inibizione reciproca tra parola e pietra? Esiste forse (per il terzo caso) un legame disinibito tra significato, ignoranza e significante? I costrutti "per spiegare" ciò che parla da solo, hanno qualcosa in comune con i costrutti "per abitare"? Probabilmente, no. Si tratta di due rami diversi di due alberi diversi in due terre lontane? Forse sì. La critica è politica? L'architettura è sudore e sogno? Sono in cerca di isomorfismi... Se ne trovate, fatemelo sapere.

Tutti i commenti di Fausto D'Organ

 

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Commento 146 di Carlo Sarno del 03/07/2002


La critica è l'arte di giudicare secondo determinati principi. Caro Paolo io credo che Mara con la sua osservazione ha dimostrato proprio questo: chi ha dei principi non teme il confronto e la critica.
Ma, sfatiamo anche il concetto di critica solo come contraddittorio e opposizione ...Tante volte la critica ha agito costruttivamente, tante volte il critico ha pagato di persona per spalleggiare una particolare ideologia o visione del mondo.
Non è detto che la critica sia tale soltanto se crea una dialettica, si pensi per esempio a Pierre Restany ed al "nuovo realismo" degli anni sessanta: una sintonia di intenti e concezione con le sperimentazioni artistiche.
Il critico è un artista nel campo del giudizio e, come tale, si rivolge sempre alla sua coscienza , alla sua conoscenza ed alla sua creatività.
Concludo, Paolo, dicendo che il vero critico ed i "nuovi critici" saranno tali solo se saranno artisti all'altezza della loro arte .
Carlo Sarno

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3/7/2002 - Paolo G.L. Ferrara risponde a Carlo Sarno

Il confronto, caro Carlo, è proprio ciò che chiediamo. Non "tante volte", ma "sempre" la critica deve agire costruttivamente, anche creando opposizione o contraddittorio. Se no, non è critica. Perfettamente d'accordo sul critico che deve rivolgersi alla sua coscienza e alla sua conoscenza. Un pò meno d'accordo sul critico quale "artista nel campo del giudizio", dunque sulla sua creatività. Il mio articolo tende a rimarcare che essere critici di architettura non è operazione che risulta automatica solo perchè si "scrive di architettura". Mara Dolce ha ragione ma attenzione a non fare di tutta l'erba un fascio. Di critici giovani, seri, preparati ce ne sono...tre o quattro, ma ci sono. Tu commenti spesso i nostri articoli perchè hai capito lo spirito di antithesi, quello di avere dialogo con chiunque. E, soprattutto, che chiunque ci stimoli a ragionare sulle sue obiezioni

 

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