Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Lettera per il moderno

di Sandro Lazier - 25/7/2002


Gentile Antonio Buccolo,
ho letto con attenzione l'articolo "Langa: case di pietra e architetture innovative. Una contesa lunga di secoli."
L'attenzione è dovuta al fatto che lo scritto contiene domande le quali, per me e per chi come me si occupa di architettura in forma valutativa, rappresentano una sorta di verifica della capacità dell'arte di comunicare i propri messaggi.
Mi spiego meglio. L'architettura, come tutta l'arte figurativa in genere, sta coltivando un paradosso dal quale pare non essere in grado di uscire. Nel momento della sua massima aderenza alla sua specifica essenza comunicativa - arte = comunicazione pura - la comunicazione figurativa non riesce e non sa divulgare in modo efficace la propria missione. Di solito si tende a dire che la difficoltà risiede nella impreparazione di chi dovrebbe fruirla e, soprattutto, nella disabitudine alla riflessione che la pubblicistica mercantile, giunta sino alla politica, procura mediante la estrema semplificazione e svuotamento dei messaggi.
Personalmente non sono del tutto d'accordo. Credo che buona parte della colpa debba riferirsi alle parole che si usano per dare senso ai segni; un'altra parte alle indubbie ambiguità e resistenze che alcuni preconcetti forti manifestano quando diventano bersaglio dell'arte e della poesia; una terza ed ultima parte, alla oggettiva difficoltà del linguaggio parlato di tradurre sentimenti ed emozioni in concetti.
Ora, il suo scritto mi dà occasione di tentare una forma di dialogo che tenti di riconciliare la "modernità" con la sensibilità di coloro che la giudicano irrispettosa della natura, della tradizione e dei segni storicizzati che la identificano.
Le domande che lei pone nell'articolo seguono una riflessione che dice l'uomo essere presente con segni tipici fin dalla sua apparizione, inquinando l'ambiente naturale con forme che, rispetto ad esso, hanno carattere di "finzione" la quale, storicamente, come un peccato originale, ha sempre comunque subito il governo e l'autorità della "funzione", fino ai giorni nostri in cui ecc…
Secondo me, non è rilevante ricordare che gli uomini sono solo segni, che la storia è solo storia di segni e, senza segni storicamente documentabili, non potremmo avere coscienza del passato; ma è più importante cercare significato nelle parole chiave che tengono insieme il ragionamento. Lei parla di "finzione", ovvero di qualcosa che appare reale ma non lo è, qualcosa che è rappresentazione o figurazione falsa. Lei dice: "… è finzione tutto ciò che è opera umana. Non solo, ma che in virtù di un passato accettiamo questa trasformazione elaborata dalla storia nei secoli come un valore aggiunto." Condizione che non solo ci costringe ad accettare la menzogna, ma ci spinge addirittura ad ammirarla. Quindi si deduce che, se la menzogna governa la storia, la storia e le sue menzogne possono essere manipolate a piacimento e discrezione, svuotando il contenuto etico delle sue manifestazioni (i segni espressivi, l'arte), riducendoli a puro ornamento e decorazione della presenza umana, infine governabili secondo criteri di conciliante convivenza e buon senso. Appare chiaro come, in tale visione, tutta la "modernità" che Bruno Zevi sintetizzava in "capacità di trasformare la crisi in valore" non ha nessuna legittimazione proprio per il suo contenuto principalmente etico e assolutamente non decorativo e contemplativo. E' assolutamente chiaro che la deformazione e la ricerca plastica disarmonica delle architetture contemporanee più evolute appaiano come rumore e disturbo dalla palese inutilità decorativa rispetto alla concezione meditativa del creato.
Purtroppo la finzione e falsificazione della storia ha condito di post-moderno gli ultimi vent'anni del secolo passato, con gli effetti che tutti conosciamo e riscontriamo nel plagio e nel dileggio storico di ville palladiane, timpani e colonne che lei cita, ma che non appartengono assolutamente al concetto di modernità del novecento. (Questo è ancora un problema diverso. Importante è che non si confondano e si comparino queste sconcezze con la modernità.) Peggio, il consenso verso la menzogna ha compromesso la speranza di un futuro necessario, onesto, chiaro e cristallino. Quasi tutti, oggi, cercano un passato; pochi sanno immaginare un futuro.
Ma c'è un problema di fondo, che riguarda la parola "finzione" che da sola ha tenuto insieme tutti questi ragionamenti.
La finzione, o falso, non legittima assolutamente la menzogna.
La menzogna, che implica l'intenzione, e qui devo sciaguratamente reggermi sulla stampella semiologica, contrariamente a ciò che si crede, ha poco a che vedere con la verità o la falsità che sono dati oggettivi. Posso decidere di mentire secondo una mia interpretazione dei fatti, ma non è detto che questa personale esegesi corrisponda effettivamente al vero. La connessione falsità-menzogna esiste solo se si ha la certezza della verità. E chi su questo mondo ha la verità in tasca se non qualche sprovveduto e il buon Dio in persona?
La distinzione, se pur apparentemente sottile, porta a conseguenze parecchio distanti. Infatti, se si riprende il ragionamento precedente, gli esiti sono ben diversi. Se ammettiamo che nessuno storicamente abbia avuto l'intenzione di mentire, pur agendo in un contesto non vero, per noi è possibile ricostruire non la verità storica dei fatti (peraltro impossibile dato il vizio interpretativo cui sono soggetti) ma la verità storica delle intenzioni che, tradotte in segni, ci danno coscienza oggi del passato. La verità della narrazione che oggi io posso fare di ciò che è avvenuto (la storia) è possibile solo se ammetto la complicità tra la sincerità delle intenzioni e l'analisi dei fatti. Un esempio può chiarire. Nel 1800 una importante teoria del restauro affermava che gli edifici del passato dovessero essere restaurati con materiali coevi e originari. Un concetto molto diffuso oggi tra le persone: una finzione intenzionale (una menzogna) che si attua mediante fedeltà e onestà materica. Quando gli storici, all'inizio del novecento, dovettero rimettere mano su alcuni monumenti non capirono nulla dell'intervento precedente perché il tempo e la menzogna lo avevano confuso con l'antico. La storia, in quella occasione, non fu scritta e tramandata e, paradossalmente, chi voleva tutelare la verità con la menzogna, di fatto l'aveva disprezzata e offesa, cancellandone il racconto.
La morale è che si rispetta la storia comportandosi con i mezzi e le azioni del proprio tempo, senza mentire e rinunciando all'idea nostalgica di rivivere il passato. La verità ha un prezzo che sta nelle intenzioni e nei segni che ci chiedono solo di essere sinceri.
Se la sincerità delle intenzioni è salva, i segni che la figurano riacquistano carattere etico perché soli ci danno consapevolezza del cammino percorso e della strada verso la quale siamo incamminati. Le conquiste sociali, tecnologiche e scientifiche, trovano sintesi espressiva nelle opere di tanti personaggi che nella poesia dei segni (scritti, parlati, gestuali, suonati) ci danno coscienza della nostra condizione. L'alto valore etico dell'arte, massima espressione del linguaggio, annienta la funzione decorativa e cancella le categorie del "bello" e del "brutto" che inattuabili razionalmente perdono ogni loro significato ed efficacia. Tutta l'arte del novecento ha concepito il proprio ruolo in funzione etica. In particolare l'architettura ne ha fatto un credo nel quale la liberazione dal pregiudizio e dal privilegio di pochi ha assunto nel manifesto del razionalismo la sua massima espressione. Se si dimentica la profonda e appassionata sincerità di questa intenzione, non solo non si capiscono la modernità e la nostra condizione attuale, ma non si capisce nemmeno la storia passata. Se non si capiscono le periferie, criticabilissime, e se non si pensano eticamente le loro intenzioni, con tutti gli errori possibili e immaginabili, non si capisce nemmeno il centro storico che, se se ne ha una concezione solo decorativa, rischia di finire come un grande, folcloristico e coloratissimo luna park. Ci sono esempi palesi.
In via Maestra, ad Alba dove vivo, un fabbricato del settecento appena restaurato mostra in facciata la cavità di un portale in pietra degno della peggiore pizzeria. In fondo, del rigore settecentesco, dell'armonia essenziale e pulita che governava il secolo dei lumi, non gliene frega niente a nessuno. Importante è che sia roba vecchia ridipinta. Ma è vizio antico, e qui concordo con lei riguardo alla storicità delle follie. Sempre in via Maestra, la stupenda e energica chiesa barocca della Maddalena ha subito in passato la violenza, da un lato, della insensata facciata neogotica-romanica-bizantina del cortile omonimo, totalmente priva di progetto come un capannone decorato; dall'altro della chiesa eclettica (tra il barocco e il neoclassico), dedicata ai Santi Cosma e Damiano, che opprime con la sua mole elefantiaca tutto lo spazio che l'idea geniale del barocco riesce a coinvolgere esternamente. Da un lato un barocco vero che vibra e vive; dall'altro un pachiderma insignificante che lo scimmiotta senza averne colto l'intenzione, come se Dio, per un certo tempo, anziché grande dovesse apparire grosso.


Se svuotata di senso etico anche una delle più geniali intuizioni poetiche dell'architettura contemporanea (la Guardiola House a Santa Maria del Mar, sulla costa spagnola di Cadice, di Peter Eisenman, in cui l'elemento a elle che determina la "orma" di partenza si muove in pianta, sezione e prospetto, intersecandosi e sovrapponendosi come segni sulla spiaggia, generando la complessità della composizione) diventa motivo di drappeggio e banale e inutile decorazione come nella presuntuosa imitazione che qualcuno ha tentato sulla collina albese dove, su un impianto fondamentalmente tradizionale, si è pensato di infilare un vestito alla moda.


Giusti, quindi, il disappunto e la contrarietà, ma la modernità non centra nulla con il plagio ridotto a tappezzeria.
Quando Le Corbusier, agli inizi del secolo scorso, liberò gli ambienti dalle strutture (la pianta libera, prima costretta entro setti murari, poteva liberamente modellarsi sulle funzioni abitative) intendeva dare il via in larga scala alla emancipazione degli individui dalla costrizione di ambienti ubbidienti alla scatola costruttiva nella quale, l'unica differenza, stava nello stile delle decorazioni di facciata. Quasi tutto l'ottocento non fu che la ripetizione di schemi funzionali collaudati costruttivamente, decorati con gli stili del passato. Una sequela di stanze e stanzone in cui le persone dovevano adattare la propria vita, in cui le aperture erano definite dal disegno di facciata prima che dalle necessità e libertà dell'abitante, e nelle quali il disagio abitativo veniva inzuccherato con il ricorso alla sagra del formalismo, del sedicente "buon gusto" e degli orpelli decorativi sbandierati dall'accademia. Molte case ricche, oggi con gli ultimi affanni della reazione postmoderna, mostrate dalle ambientazioni pubblicitarie di ogni genere di mercanzia, hanno questo triste sapore di lussuosa prigione. L'intenzione di Le Corbusier era eticamente fondante di un nuovo e rivoluzionario modo di concepire tutta l'architettura che, da fine a se stessa, si elevava a strumento di libertà e democrazia. Da allora, con cammino tormentato, a volte problematico (basti pensare all'organicismo di F.L. Wright e all'espressionismo di Mendelsohn), questa idea di libertà ha coinvolto tutte le articolazioni e sfumature di un pensiero architettonico sempre impegnato e sofferto. Altro che menzogna e finzione. Altro che bello o brutto. La tensione e l'intenzione degli ultimi capolavori dell'architettura moderna toccano la condizione individuale dell'umanità intera, nella quale l'eccezione di un'identità di gruppo e privilegiata, di una verità dominante e progredita, si scontra con la consapevolezza di un unico e innegabile destino comune. Metà della popolazione del mondo muore di tirannia e di fame in diretta, pregandoci di comunicare almeno un minimo di solidarietà con il linguaggio universale della libertà. Linguaggio che la nostra tradizione e storia ha coltivato, elaborato, profuso con intensità e coraggio, superando indubbie difficoltà, inesattezze, ambiguità e ritardi dovuti alla resistenza di coloro che temono la sfida dell'incertezza del nuovo e dell'inesplorato. In tale condizione non ci è concesso cercare rifugio nel dialetto, sia esso parlato o costruito, senza il rischio di farne modello e strumento di accomodante negligenza. Non è prudente cancellare interi pezzi di storia dell'architettura e dell'urbanistica dal libro del 1900, in virtù di un fastidio contemplativo, perché i valori della tradizione stanno nella storia tutta intera. Anzi, nelle intenzioni della storia che, per quanto ci riguarda, è liberazione dalla tirannia, sia essa di un capo che di un muro di pietra.
Avrei altre obiezioni riguardo alla parola "funzionalità" che lei attribuisce all'architettura vernacolare. Sostituirei il vocabolo con "necessità" e questa correzione cambia ulteriormente le cose, soprattutto in senso etico.


(Sandro Lazier - 25/7/2002)

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Commento 213 di Paolo Marzano del 12/10/2002


Archittettura è diventato sinonimo di Flussi , che come incontenibili e straripanti torrenti, scivolano senza seguire direzioni. Non esistendo argini che possano trattenere la loro potenza divulgatrice, hanno disintegrato l'antica localizzazione e hanno cavalcato i vettori comunicativi umani facendo proprie le diverse possibilità, trovando strade impensabili e mai usate secondo questi scopi.
I flussi hanno consumato il concetto di localizzazione, di coordinate fisiche, dell’essenza del mondo materiale. Tutto ciò non lo vedo in maniera negativa, sia ben chiaro, ma non vi sembra che dietro questa mascherina, ci stiano tante di quelle foto e argomenti sulle riviste specializzate, che "colano rendering a cascata". Non può essere questa la nuova nicchia architettonica!
Vorrei si riflettesse, però su un concetto che ho cercato di chiarire su un mio articolo di prossima uscita di architettare.it, un aspetto della realtà che viviamo e di cui bisogna tenere conto.
Bene, l’informazione, come sappiamo, regna incontrastata il nostro tempo e le nostre visioni, con essa tutto un nuovo genere di relazioni, che non sto ad elencare da Benjamin fino a Foucault passando da Tschumi, Eisenman e gli ultimi "nastri di Zaha" contrapposti agli "aculei" primordiali, per non parlare delle visioni annacquate degli ultimi blob che si affacciano sulle colline del progetto a Pentedattilo per l'area archeologica. Dentro le bolle può succedere di tutto l'importante è farle assomiglire quanto più è possibile ad un liquido che si aggrappa dovunque, cioè negli ultimi 3-400 concorsi!!! Dentro le bolle, tanto giustifichiamo l'informazione, che essendo incolore, inodore a-tattile, va bene così. E, no! L'architettura penso sia una cosa diversa, nessuno ha la presunzione di definirla "assolutamente" (meno male), ma quella che vediamo, sappiamo che non lo è, per tante ragioni basate sul fatto che quelle forme sono oggi di "tendenza" (e già questo le allontana da concetti architettonici. Comunque, veniamo al paradosso di cui volevo parlare, esso è insito nella struttura intima dell'informazione, unico elemento da indagare nei prossimi anni, per sviluppare un'architettura adeguata, è vero infatti, che l’informazione segue una velocità propria e non ammette ingerenze e appesantiti parametri, come il “tempo” e la “distanza”, quindi è l’informazione stessa, che tende a sottolineare l’entropico degrado dello spazio. Attenzione !! Qui si parla di "mutazione della percezione", fondamentale per questo tipo di visione architettonica, e non di forme e di rendering come gli ultimi concorsi di gruppi giovani! L'architettura non è solo visione! Altrimenti le descrizioni di Bruno Zevi di opere di architetti come Gaudì o Mendelsohn, Wright o Van De Velde si vano a fare benedire e questo non va bene! L'architettura si odora e si tocca esiste come presenza e traccia un'ombra esattamente come la tracciamo noi! Lo spazio ci fa crescere e con esso la vera serie di "relazioni", ma queste sono diverse, da quelle che ci vogliono far credere. Quelle "altre relazioni", non sono, ora, mature troppo legate ad una forte componente mediatica sottoposta a strategie di mercato, che rifiutano sua maestà, lo spazio!
Esso finisce per essere un ostacolo, come un’incrostazione destinata, con il tempo, a scomparire. Paradossale!
Come può, infatti, un elemento che nega totalmente lo spazio, diventare promotore di nuove idee e della sua stessa nuova concezione ed evoluzione? Questo è un nodo da chiarire, sicuramente alimenterà nuove strategie d'intervento (speriamo perchè così, sarà difficile andare avanti, circondati e avviluppati in ipertrasparenze e atmosfere , non pop, che sarebbe interessante, ma blob, senza scampo!). D’altronde è lapalissiano che l’interattività si rivela come uno scambio veloce, un’azione che nella sua presunzione di ubiquità, può evolversi in diverse maniere, ma fugge da qualsiasi compromesso formale; praticamente, il segno e lo spazio sono azzerati.
Pensate che questo probabile paradosso di fronte al quale prima o poi ci troveremo tra velocità dell'informazione e contrazione dello spazio (architettura) sia valida come tematica di discussione e riflessione, secondo me è il tema principale della critica futura che distinguerà le diverse diramazioni e le diverse definizioni delle diverse informazioni e la forza che avranno distinguendo quelle capaci di trasportare un carico di significato architettonico da quelle che avanzeranno senza di esso.
Oppure L'architetura non avendo bisogno di vettori portanti, si affiderà alla materia unico pattern educativo e didatticamnete comunicativo, che avendo un tempo "contemplativo" tutto suo, negherà una velocità divulgativa e mediale, inutile?
Grazie dell'attenzione.

Tutti i commenti di Paolo Marzano

 

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Commento 176 di Carlo Sarno del 05/08/2002


Caro Sandro, sono d'accordo sulla differenza sostanziale tra funzionalità e necessità, sul senso etico e veritiero nell'intenzione dell'architettura moderna, sullo sforzo compiuto da Le Corbusier, Frank Lloyd Wright ed altri per una architettura libera, democratica adatta all'uomo di oggi.

Però quando ti riferisci alla poetica, alla scarsa rilevanza del rapporto bello/brutto, qui non condivido. Il bello, il buono e il giusto sono tre categorie universali che interagiscono per amonizzare il rapporto dell'uomo con il creato, ed in particolare l'architetto con la natura (penso ad esempio alla teoria arcologica di Paolo Soleri).

A tal riguardo ho ripreso un brano di un mio articolo e che spero poi andrai a leggere per intero sul website Buildlab.
Cordialmente, e sempre grazie per le riflessioni che promuovi per una buona architettura (Bruno Zevi sarebbe felice di sentirti!). Ciao Carlo.

"...L'alto valore etico dell'arte, massima espressione del linguaggio, annienta la funzione decorativa e cancella le categorie del "bello" e del "brutto" che inattuabili razionalmente perdono ogni loro significato ed efficacia. Tutta l'arte del novecento ha concepito il proprio ruolo in funzione etica. In particolare l'architettura ne ha fatto un credo nel quale la liberazione dal pregiudizio e dal privilegio di pochi ha assunto nel manifesto del razionalismo la sua massima espressione. Se si dimentica la profonda e appassionata sincerità di questa intenzione, non solo non si capiscono la modernità e la nostra condizione attuale, ma non si capisce nemmeno la storia passata...." Sandro Lazier

"...Mi riferisco ad un libro su "Pio IX e l'Immacolata" di monsignor Michele G. Masciarelli e sulla questione della 'bellezza che salva', così scrive: "… Salverà il mondo solo la bellezza redenta: quella che sorge dallo Spirito ed è apparentata con le ultime realtà; essa opera una coincidenza tra l'esperienza estetica e quella religiosa. Così è la bellezza dell'Immacolata … Nella bellezza dell'Immacolata è compatibile la bellezza dell'intera umanità … Siamo invitati a imitare questa bellezza …perseguendo la vittoria della verità sulla menzogna, dell'unità sulla divisione, della carità sul disamore, della grazia sul peccato …".
Laura Boccenti così parla della bellezza nel suo articolo pubblicato sul numero di maggio di questo anno della rivista di apologetica Il Timone:" … Sempre la bellezza è richiamo all'assoluto perché in essa si sperimenta la 'luminosità' dell'essere e nello splendore dell'essere brilla la gloria di Dio …". " tratto dall'articolo "la bellezza architettonica tra natura e spirito" di Carlo Sarno pubblicato sul portale di architettura buildlab ,per vedere l'articolo l'indirizzo web è: http://www.buidlab.com/article/133

Tutti i commenti di Carlo Sarno

5/8/2002 - Sandro Lazier risponde a Carlo Sarno

Caro Carlo Sarno,
la compagnia platonica del bello, buono e giusto è stirpe che, purtroppo, non ha un patrono imparziale cui fare riferimento. Sono “universali” di cui, grazie al cielo, l’umanità è riuscita a liberarsi con grande fatica, malgrado la perfezione del buon dio, della natura e della storia.
Tra l’altro, mangiarsi il proprio dio come fanno i cristiani, non è né bello, né buono, né giusto, ma può essere mirabile e convincente se la messa in scena coinvolge emotivamente le folle nella promessa di una vita eterna.
Ovviamente non critico la fede, né i fedeli. Mi intriga la liturgia.
La guerra non è né bella, né buona, né giusta. Ma "liturgicamente" ci sono fotografie e filmati che la ritraggono in modo sublime. Come sublimi possono essere le sue macchine mortali.
L’espressione artistica, a mio vedere (ma è pensiero che si perde nella notte dei tempi) è strumento delicato che può giustificare “esteticamente” anche le intenzioni meno nobili. Nella storia non c’è tiranno che non abbia legittimato e vestito il suo privilegio con capolavori artistici.
Perciò non è vero che una cosa bella sia, automaticamente, anche buona e giusta. Così come non è vero che una cosa ingiusta, o cattiva, possa non essere bella. Per questa ragione credo che il “bello” sia una strategia (un modo di esprimere con segni) e non una categoria. L’arte astratta non è né buona né giusta. E’ astratta, perché è solo segno (= significazione). Il resto è vecchia metafisica, che vuol dire assoluto, natura, dio. Che sono altra cosa.

 

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