Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Nuove categorie critiche

di Mara Dolce - 25/2/2003


” Eleganza, trasparenza, leggerezza, flusso”. Non è l’ultimo slogan pubblicitario di Armani per lanciare la nuova collezione di moda primavera-estate, ma le parole in assoluto più usate dai critici e nelle quali ci si imbatte leggendo gli articoli delle riviste specializzate, a commento di un progetto architettonico (vedere Domus di gennaio sul progetto di Z.Hadid a Innsbruk, l’Architettura di dicembre2002, l’Arca di febbraio 2003).
Le nuove categorie di giudizio critico vanno per la maggiore anche per descrivere opere che non sono nemmeno sfiorate da uno dei quattro aggettivi, al punto che ti metti a sfogliare avanti e indietro cercando il progetto di cui leggi, pensando ad un errore d’impaginazione. Niente da fare, il ferro da stiro che hai davanti e che assomiglia ad un edificio, sgraziato, brutalista è semplicemente, banalmente, nient’altro che brutto. All’occhio futurologico del critico che riesce a vedere oltre -dove i comuni mortali non arrivano- è quantomeno elegante con i suoi “flussi” -che poi sarebbero i corridoi - come se gli esseri umani, invece di camminare, scivolassero lungo le pareti di un edificio come gocce d’acqua, fluendo appunto. Una casa con delle normalissime, comunissime finestre di vetro, che arriva ad occupare il 50% dell’intera superficie costruita, si distingue per le sue straordinarie caratteristiche di “trasparenza”: analfabeta riduzione del concetto architettonico di trasparenza che è invece legato a criteri compositivi di altra natura.
L’uso che viene fatto della categoria critica “leggerezza”, è addirittura esilarante. Il concetto è usato in maniera arbitraria, quasi sempre è identificato con “eleganza”. Leggero, poco peso, anoressia = eleganza; attualissima equazione tessile, di puro estetismo e legata al mondo della moda. E’ il prezzemolo tra le nuove categorie critiche: quando si è a corto di aggettivi per giustificare qualcosa che non ha qualità architettoniche, si dice che è “leggero”, che vuol dire tutto e niente. I piu’ temerari invece, si spingono oltre e, senza che cambi troppo lo scenario architettonico, osano categorie di giudizio critico quali “liquido, ipersuperficie, osmotico”. Ecco allora che uno spazio espositivo per il solo fatto di avere un inutile, costoso e radioattivo rivestimento in titanio, viene descritto come “liquido” perché dotato di superfici riflettenti, senza soffermarsi troppo su quale potrebbe essere il valore di un architettura che sia tale. Quando invece qualcosa è osmotico, c’è di mezzo una “membrana”. Che poi altro non è che una superficie con dei sensori. Basta questo per inventare un genere, una nuova corrente, come se l’architettura fosse data da singoli pezzi di alta tecnologia e non dall’impiego di questi, in uno spazio ordinato, che è l’architettura.
Il provinciale panorama cartaceo è tenuto insieme da una fragilissima e leggerissima -questa sì- struttura fatta da mere definizioni, prive di qualsiasi giustificazione e contenuto architettonico consistente.
“Eleganza, trasparenza, leggerezza, flusso, liquido, ipersuperficie, osmotico” sono peggio dell’antrace, infezione stafilococcica, che a ritmo serrato e preoccupante, contagia e affligge la critica e le riviste di architettura italiane. Parafrasando la celebre frase di Moretti nel film “Palombella rossa: “Chi parla male, pensa male e agisce male”; potremmo dire: chi parla male, pensa male e scrive “flusso”.



(Mara Dolce - 25/2/2003)

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Commento 411 di Francesco Pietrella del 20/09/2003


Se ci sono nuove categorie critiche e' anche perche' il linguaggio architettonico contemporaneo e' cambiato fortemente rispetto al passato. Un'opera come il Bilbao scardina tutta una serie di analisi di quelle, per esempio, che insegnano nei vari corsi di metodologia della prog. oppure analisi costruttiva e distributiva, e cio' e' un bene.
Pur tuttavia insieme ai miei piu' intimi amici e colleghi ci siamo da tempo resi conto di quanto un certo tipo di architettura contemporanea dopo un primo periodo di enfasi sia gia' passata di moda. Il fatto e' che viene fortemente imitata e fortemente male dalle nuove generazioni. E cio' e' male. Ci siamo resi conto che la strada segnata per esempio da mvrdv e dagli studi olandesi sia un atteggiamento progettuale molto sano ed "etico".....anche interpretativo di un mondo di appartenenza mittel-europeo. Noi come generazione nascente perseguiamo un'architettura dalle storture composte...assimilando alcuni concetti del decostruttivismo e sintetizzandoli al massimo. Nell'architettura industriale guardiamo con ammirazione a quelle realizzazioni che usano espedienti di design nella formalizzazione degli involcri edlizi. Mi riferisco ai progetti con uso seriale di elementi estranei alla consuetudine edilizia che conpongono le facciate .....concretizzano una scena di alto valore ideativo ed "etico" e accostano sempre piu' l'architettura al design. Per quanto riguarda quest'ultimo, il tema della "sensorialita'" mi sembra molto importante e indicativo, poiche' affronta gli aspetti primitivi dell'ambito umano attualizzandoli in un design antichissimo e mordenissimo allo stesso tempo.
un design...antichissimo e modernissimo!!
Francesco Pietrella

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Commento 297 di Giovanni D'Ambrosio del 03/03/2003


La ringrazio per avermi dato modo di leggere un articolo intelligente e spiritoso.
Ho sorriso quando ho letto le parole leggerezza, trasparenza e flusso.
Era da tanto tempo che riflettevo su questi aggettivi, e le sue attenzioni mi sembrano appropriate.
Il modo di fare critica dell'architettura in alcuni ambienti mi appare veramente leggero, trasparente e fluido a tal punto da non lasciare assolutamente nulla di significante nella descrizione che i critici si accingono a dare su i nuovi modelli architettonici che così innovativi poi non appaiono.
Spesso al lettore non rimane nulla di veramente solido per arricchire la propia crescita intellettuale sull'architettura .
Infatti ormai la solidità non sembra contare più nulla , tutto è etereo e delicato.
Leggendo le righe del suo articolo mi sento a mio agio , e mi riconosco nel suo pensiero .
complimenti
Giovanni D'Ambrosio

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