Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Critica da allevamento

di Mara Dolce - 30/6/2003


"La critica comporta un giudizio estetico. Questo giudizio consiste in una valutazione individuale dell’opera architettonica che il critico realizza a partire dalla complessità del bagaglio di conoscenze che dispone, dalla metodologia che usa, dalla sua capacità analitica e sintetica e anche della sua sensibilità, intuizione e gusto. Allo stesso tempo parte da un impegno etico: il miglioramento della società, l’arricchimento del gusto artistico, la difesa dell’adeguamento dell’architettura ai suoi fini. Pertanto, questa critica iniziata come opinione personale da uno specialista, ha come obbiettivo quello di entrare a far parte della volontà collettiva di una comunità, con pubblicazioni, strumenti mediatici , corsi e dibattiti cittadini e, alla fine, tornare allo stato primitivo nella sfera soggettiva di ogni individuo nella società."

Parole di J.M.Montaner in “Architettura e Critica”, ma vorrei soffermarmi
sull’impegno etico della critica.

Sulla copertina di Architecture.it per settimane ha capeggiato “il primo "concept building" energeticamente autonomo” di F. Roche e S. Lavaux di R&Sie, anche in versione animata.
Arch’It qualche giorno fa ci informava che all'ICA (Istitute of Contemporary Arts) di Londra ha avuto luogo onedotzero7, festival di immagine digitale in movimento.
su Channelbeta.net, la sezione speciale, da mesi, è dedicata a Winka Dubbedalm che insieme a Prestinenza Puglisi, si chiedono se l'architettura e ' dinamica oppure no.
Il recente arrivo del digitalista Greg Lynn all’Università di Ferrara è stato salutato come un avvenimento da non perdere da pressoché tutte le riviste digitali.
L’In/Arch nazionale quest’anno ha inaugurato un master di architettura digitale con una serie di seminari aperti al pubblico di cui l’ultimo dal titolo “mondi e mente virtuali”.
Tra le ultime novità editoriali invece, ricordiamo il volume “Architettura digitale” con interventi di docenti di diverse università italiane tra i quali F.Purini, L.Prestinenza, L.Sacchi
I temi di progettazione nelle università italiane riguardano nella quasi totalità, spazi flessibili interattivi, mediateche, musei “a flusso”, spazi espositivi intelligenti.
Parallelamente a questa realtà ce n’è un’altra, sicuramente meno seducente perché non futura né futuribile: ma solo, semplicemente, banalmente e drammaticamente presente. Ed è la realtà italiana che costruisce a grandi ritmi. Trattasi dell’architettura delle imprese costruttrici che lottizza le periferie dei grandi centri sfornando edifici da appartamenti seguendo “l’impegno etico” della pura speculazione.
Ma la critica, tutta, dico tutta, unanimemente, su questo non scrive una virgola.
Quando dai mondi virtuali si cerca di atterrare su quello reale, al massimo sono previsti quindici punti per cercare di intervenire nei centri delle città. Nessuno che muova il culo dal centro storico per andarsi a fare una passeggiata in periferia e scrivere su quanto sta succedendo. È più facile teorizzare ed avanzare proposte sul futuro in generale e su quello della modernità nei centri storici, di come dovrebbe essere il disegno dei lampioni e delle panchine, che della modernità inesistente delle città italiane.
L’idea contemporanea e diffusa tra i critici è quella che se sapranno prefigurare un convincente futuro dell’architettura, questo gli farà guadagnare un paragrafo nei libri di storia. Lavorano per il futuro, sì, ma per assicurarsi in questo, un posto che gli garantisca l’immortalità.
In Italia si assiste da tempo, all’inutile gara a chi per primo indovina
l’architettura che sarà. Lo sport nazionale consiste nello sperticarsi in interpretazioni illuminanti sulle opere degli architetti dello star system, piuttosto che praticare, anche parallelamente, l’ingrato impegno di denuncia e critica di un’architettura scadente che si sta scatenando subito fuori il tuorlo del centro storico; assolvendo così, in minima parte,al ruolo millenario dell’essere architetti nell'accezione piu' ampia, ovvero della sua funzione sociale che contempla appunto anche la denuncia.
Non c’è da sorprendersi allora, dello scollamento delle realtà,tra quello che si vede facendo quattro passi in una periferia urbana e quello che si legge sulle riviste di architettura. Si conferma la sgradevole sensazione che l’università italiana sia un parco giochi, un paradiso artificiale dell’assoluta astrazione formale, dove il generalizzato proiezionismo adolescenziale verso un futuro con le sembianze della patacca Matrix Reloaded, faccia da padrone.Una sperticata celebrazione del grafismo e del nuovismo, priva, ancor prima che di utilità sociale, della benché minima giustificazione architettonica.
Lo si vede dalle tesi di laurea, dagli articoli e dai libri dei loro docenti che raccontano una realtà che non esiste, con sperimentazioni la cui quasi totalità è inutile, oziosa, superflua, scadente sia nei contenuti teorici quanto nei risultati. E quando da questo autistico virtualismo si plana sulla terra, allora non si esce fuori dal dibattito sull’intervento nel centro storico. Perché se proprio della realtà e delle città bisogna parlare ( e ci fa schifo, sia chiaro) che almeno sia centro storico che fa più chic.
Si delinea allora una generazione di critici da “allevamento” intorpiditi dal benessere da residenza-centro-storico, con pose da intellettuali scontenti e da avanguardia, ai quali i lacci dell’ empirismo stanno troppo stretti. E’ una critica “bene” che si occupa di architettura da salotto, teorizzata, parlata, metaforizzata, sognata, proiettata, futuribilizzata,che non ha tempo per la realtà. Una critica da allevamento che non vuol sporcarsi le mani, in perenne stato di adolescenza senile preda di un’invincibile passione per la playstation; che ritiene di esaurire il quasi doveroso impegno sociale che l’essere critici comporta, con la pressoché generalizzata, arbitraria promozione dei giovani architetti italiani e con l’intasamento periodico,nel mediocre mondo dell’editoria, della loro ultima rivelazione sul futuro.

PS
Da segnalare, tra le riviste digitali, l’impegno di ArchPhoto.it con la sezione “architettura terremotata” e, a suo modo, ARCASO.com, che denuncia le irregolarità dei concorsi di architettura.


(Mara Dolce - 30/6/2003)

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Commento 376 di Mara Dolce del 19/07/2003


Il professor Saggio difende il suo lavoro: legittimo.
Ma da qui a dire che le critiche vengono da posizioni poco informate
perché non hanno citato il suo lavoro critico ce ne corre.
Per quanto riguarda "le generalizzazioni ad effetto", forse si riferisce ai suoi colleghi e alla critica italiana che con i facili proclami ha cercato di supplire all'incompetenza. Ritengo che le osservazioni qui riportate siano tutto meno che generiche, bensí puntualissime accuse.


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Commento 375 di Sandro Lazier del 19/07/2003


Concordo in pieno con Nino Saggio che, nei suoi commenti del giovedì, scrive: "A me sembrano posizioni poco informate che tendono a generalizzazioni ad effetto. Vorrei ricordare, almeno, il lavoro compiuto nella sezione "Gli Architetti" dopo la scomparsa del fondatore dell'Universale di Architettura."
Distinguere le opinioni dalle formulazioni teoriche mi sembra una considerazione pedante che non ha ragion d'essere nel pensiero contemporaneo. Infatti, la missione critica è mettere alla prova e "falsificare" teorie anziché produrle. Questo mi pare evidente e fondamentale. Se valgono le ragioni di Mara Dolce mi chiedo cosa ci sta a fare un giornale come il nostro.

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Commento 374 di Mara Dolce del 17/07/2003


formulo un' ipotesi: che la pessima opinione che hanno i lettori piu’ critici sulla critica italiana, sia dovuta al fatto che sono coscienti di trovarsi di fronte ad opinioni che si vogliono far passare per critica .
La critica, per chi avesse letto almeno un libro sul genere, ha le sue condizioni. Una delle quali, elementare, e’ che non esiste critica senza teoria, dalla quale trarre i giudizi che sostengono le interpretazioni. Non c’e’ critica senza teoria e nemmeno ha senso la teoria senza la critica dell’opera. Ma e’ recentissima la polemica che ha ospitato questa rivista su una quasi medaglia italiana alla critica, ad un finalista che ha mai pubblicato nemmeno un articolo .
Un’altra condizione affinche’ esista la critica, e’ che questa entri nell’analisi strettamente formale dell’opera superando la lettura dell’interpretazione generale per entrare nel merito delle caratteristiche spaziali, della logica strutturale, dei materiali usati e delle questioni funzionali.E con questa seconda condizione abbiamo tolto di mezzo la critica italiana che si limita a considerazioni storico- sociologiche.
Una terza condizione e’ che esiste la critica solo quando esistono visioni contrapposte di possibilitá; anche in questo caso la critica italiana é fuori gioco: siamo infatti in piena stagione di grandi tavolate di tutti-amici-di-tutti.
Una quarta riguarda l’emissione di giudizi che non devono intendersi nel suo senso piú immediato, di promozione o negazione, di stabilire quale architettura é buona e quale non lo e’; ma nella recente editoria, non si é visto altro che discutibili liste di promesse italiane allegate all’ultimo libro del docente di turno.
Fuori di queste elementari condizioni, esiste una critica da condominio, perché in realtá, é di opinioni che si tratta.
Non é poi cosí “strano e un po' paradossale che i più critici tra i nostri lettori abbiano una così pessima opinione della critica”.

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Commento 373 di Sandro Lazier del 15/07/2003


E' strano e un po' paradossale che i più critici tra i nostri lettori abbiano una così pessima opinione della critica che, comunque e sempre, rimane facoltà di esprimere giudizi.
Molto spesso gli autori disdegnano chi li critica con argomenti e opinioni. Spesso, inoltre, come ho sentito personalmente più volte, si accusa la critica di determinare i destini di questa o quella architettura secondo ben determinate convenienze. Non dico che questo può non accadere, ma purtroppo - sennò sarebbe facile, comodo e vantaggioso - la critica non ha questa capacità e importanza. La critica LEGGE la realtà come una sorta di coscienza letteraria. Quindi, se non c'è architettura - e il pallino rimane sempre e comunque nelle mani degli autori - non si può leggere e non c'è critica che tenga e possa attuarsi.
Secondo il mio personale parere, per concludere, bisognerebbe arrabbiarsi molto per l'assenza di architettura più che per la presenza di critica.

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Commento 372 di Mara Dolce del 15/07/2003


"critica da allevamento" giunge alle stesse conclusioni di Botta: la critica non serve a niente e a nessuno se non a se stessa. Ma vorrei aggiungere : "questa" critica italiana che valorizza e promuove una ricerca frivola ed elitista di originalitá e novitá a qualsiasi costo; e in questo momento storico .
Gli inizi della critica dell'architettura vengono fatti risalire alla meta' del VIII secolo con gli scritti dei teorici del neoclassicismo: Winckelmann, Lessing, Mengs, che si lanciarono contro il tardo barocco.
Diderot con i suoi saggi e pensieri su pittura, scultura e poesia, e Milizia con la difesa dei concetti rigoristi e classicisti in "Principi dell'architettura civile" e "arte del saper vedere..", possono considerarsi i precursori e gli iniziatori di questo spiritico critico che ebbe la sua teorizzazione nel sistema filosofico di Kant. Ed e' a partire dell'arte da avanguardia e il movimento moderno che l'attivita' critica ha il suo ruolo piu' rilevante nella difesa di una nuova architetttura (razionalista, funzionalista, sociale).
A partire dagli anni sessanta inizió il processo di discredito della critica con l'articolo di Sontag "Contro l'interpretazione". Questa rapidissima ed insufficiente escursione nella storia della critica, per dire che la critica esiste e va di pari passo con l'architettura.
Ed e' una realta' che vende libri, produce master con iscritti, siti con clicks, conferenze e un sacco di gente che apparentemente non sta a spasso...Allora visto che esiste, l'invito e', che almeno cerchi di svolgere un ruolo etico (e non morale), con una appropriata funzione sociale.

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Commento 371 di Vilma Torselli del 14/07/2003


Egregio EnricogBotta,
sono grosso modo d’accordo sulla sua definizione di critica inutile che "serve solo ed esclusivamente a se stessa”, mi sono espressa in termini simili in un mio precedente commento.
Non sono d’accordo sul fatto che, per essere l’architettura “un servizio che va offerto nel rispetto e nella salvaguardia della vita, della salute, della proprietà e del benessere collettivo”, (e nell’occasione mi complimento per la sua invidiabile chiarezza di idee, nella linea del pragmatismo americano che noi europei invidiamo tanto) debba essere automaticamente esentata da un giudizio critico, almeno così sembrerebbe dal suo intervento. Perché mai? Critichiamo tutto, gli ospedali, le pensioni, i cibi transgenici, perché mai non dovremmo criticare l’architettura?
Il vero tema della discussione, che mi pare lei scavalchi, è definire non l’architettura, ma la critica dell’architettura, che è una delle "definizioni mancanti " del nostro paese, come lei lamenta.
Dino Formaggio dice che “Arte è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato arte”: parafrasandolo, si potrebbe dire che critica è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato critica, quello che intende lei, io o altri. L' Art. 21 della Costituzione italiana recita: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
E' inevitabile che ne beneficino anche i critici d'allevamento, lasciamoli parlare e....critichiamoli!.
Cordiali saluti


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Commento 370 di enricogbotta del 14/07/2003


Non sono d'accordo con l'idea di critica, se l'ho compresa bene, che questo articolo presuppone. Mara Dolce a mio avviso investe la critica di ruoli che non le competono. Le accuse di disinteresse nei confronti della periferia urbana andrebbero rivolte agli architetti, non ai critici
La critica non ha nessun ruolo nel produrre soluzioni. Ovvio, molti si illudono che sia cosi, molti, soprattutto i critici stessi, credono o vogliono far credere che la critica serva a migliorare l'architettura. Non è così.
La critica serve solo ed esclusivamente a se stessa e al sistema editoriale che guadagna e fa guadagnare soldi. Una volta che si sia compreso questo, mi sembra evidente che non ci si possa stupire del fatto che la critica non abbia nella sua agenda scopi morali.
"Non c'è da sorprendersi allora, dello scollamento delle realtà tra quello che si vede facendo quattro passi in una periferia urbana e quello che si legge sulle riviste di architettura."
Infatti, non c'è da stupirsi. Come non ci si stupisce dello "scollamento" tra le sfilate di alta moda e il modo in cui la gente per strada si veste e cammina. Sono cose che per definizione non hanno nulla a che fare l'una con l'altra. Anzi mi stupirei di più se questo scollamento non ci fosse. La critica appositamente non parla della realtà perche se parlasse della realtà non interesserebbe a nessuno e questo sarebbe un vero disastro: libri invenduti sugli scaffali, conferenze deserte, siti senza clicks, master senza iscritti, un mucchio di gente a spasso.
Quindi preoccupiamoci piuttosto del fatto che esistano degli "architetti" a cui interessa ciò di cui parla la critica contemporanea, cioè di cose che hanno più a che fare con il gossip e l'haute couture piuttosto che con il risolvere problemi. Se gli interessa questa roba è probabile che agiscano di conseguenza, cioè producano, nel migliore dei casi, haute couture e lascino tutti i problemi come stanno, cioè irrisolti.
Giustamente si finisce sempre a parlare di università. Il problema (uno dei problemi dovrei dire) è che nel nostro paese mancano le definizioni o spesso ci se ne dimentica. Alla domanda cos'è l'architettura gli studenti del primo anno strabuzzerebbero gli occhi, quelli del terzo direbbero "un misto tra scienza e arte", quelli del quinto ti attaccherebbero un pistolotto fatto di citazioni strampalate prese da storici, critici, sociologi, neuropsichiatri etc: due ore di parole per non dire niente.
Ovviamente nessuno gli ha mai insegnato (ammesso che qualcuno la conosca) la definizione di architettura. Quella che hanno insegnato a me è la definizione di architettura che dà lo stato di New York:
http://www.op.nysed.gov/archguideintro.htm
"The practice of the profession of architecture is defined as rendering or offering to render services which require the application of the art, science, and aesthetics of design and construction of buildings, groups of buildings, including their components and appurtenances and the spaces around them wherein the safeguarding of life, health, property, and public welfare is concerned. The services include, but are not limited to consultation, evaluation, planning, the provision of preliminary studies, designs, construction documents, construction management, and the administration of construction contracts."

L'architettura è un servizio che va offerto nel rispetto e nella salvaguardia della vita, della salute, della proprietà e del benessere collettivo.
Si delinea allora una generazione di critici da "allevamento" intorpiditi dal benessere da residenza-centro-storico, con pose da intellettuali scontenti e da avanguardia, ai quali i lacci dell'empirismo stanno troppo stretti. E' una critica "bene" che si occupa di architettura da salotto, teorizzata, parlata, metaforizzata, sognata, proiettata, futuribilizzata,che non ha tempo per la realtà.

Insisto, la critica è da "allevamento" per definizione.
enricogbotta
http://www.quantumarchitecture.net

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Commento 363 di Vilma Torselli del 02/07/2003


"Nella critica ci deve essere un'attitudine alla spregiudicatezza, di viaggio, d'avventura, senza parametri, senza apriori. Sono caduti i rituali dell'avanguardia, siamo immersi ormai in un magma: ognuno si muove a ruota libera, libero nelle memorie, negli strapaesi, nelle archeologie, nei neri, negli scuri, nell'ironia oppure nelle epiche e nelle mitologie. Anche la critica deve fare i conti con questo. O sta a battere cattedra e a parlare del Rubicone, ma allora rimane emarginata, o deve "scendere"."(Emilio Vedova, 1984)

La critica, da allevamento e non, è sempre più spesso un gioco linguistico ed un esercizio narcisistico esercitato dalla figura del “critico creativo”, oggi così diffusa, che inventa il suo ruolo, le sue capacità, la sua autorità, gli architetti e l’architettura da salotto, affetto da un inguaribile logocentrismo (penso a ciò che intende Deridda) , che, tra gli innumerevoli “centri di significato” definiti dal pensiero occidentale, ha posto anche le parole “critica”, “estetica”, “gusto”.
La centralità del linguaggio ha sostituito la centralità dell’architettura, l’imperante logocentrismo e fonocentrismo fa sì che spesso un bel discorso venga scambiato per una buona critica.
Molta critica di oggi è, come molta architettura, inutile: per i criticati, che se ne fregano, per i critici, che restano ognuno asserragliato in posizioni personali senza dialettica costruttiva, per il grosso pubblico, l’utente finale, il non addetto ai lavori, che non può capire neanche il senso di certi farragginosi discorsi.
Così la critica galleggia, come un palloncino, tra la vacuità del senso e la vanità del significato, autoreferenziale, egocentrica, fine a sé stessa.
Che la critica, di qualunque genere, possa e debba assumersi un ruolo di denuncia in nome di un “impegno etico” che le è connaturato, sembrerebbe ovvio ed auspicabile: persino Michael Fried, critico americano in un paese che non brilla certo per coscienza civile e sociale, rivendica per il critico, così come per l’artista, un’autonomia morale nei confronti della società che lo metta in grado di dare dei giudizi, pur ammettendo che potrebbe trattarsi di “una concezione intollerabilmente arrogante”.
Ma non è per sottrarsi all’arroganza che nessun critico parla “dell’architettura delle imprese costruttrici” nelle brutte periferie urbane di tante città italiane: non ne parla perché “scendere” è faticoso, impegnativo, oscuro, il confronto è anonimo, generico, non fa clamore perché il “misfatto” viene compiuto nell’anonimato dei giochi di potere, spesso da personaggi squallidi e sconosciuti.
Se invece il “misfatto” porta una firma illustre, allora non è più un misfatto, vale la pena che se ne parli, e l’architettura scadente troverà, da una parte o dall’altra, una interpretazione illuminante che la trasformi in una interessante sperimentazione proiettata verso il futuro.
Credo che questa, Mara Dolce, sia la realtà contro la quale lei si applica con lodevole, condivisibile, appassionato ed inutile impegno, inutile quanto certa critica: esclusi i presenti, naturalmente.



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