Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Lo spazio dell'uomo

di Sandro Lazier - 10/7/2001


Lo spazio è estensione: possibilità di muoversi e spostarsi per tutte le ragioni possibili ed immaginabili. Muoversi è non essere limitati e obbligati in ambiti e percorsi scontati, automatici, ripetitivi, perché muoversi è soprattutto osservare, curiosare, scoprire, quindi conoscere. La conoscenza è, dai tempi dell'illuminismo, liberazione dalle paure figlie dell'ignoranza, è riscatto sociale, è uguaglianza effettiva. Muoversi è soprattutto libertà di scegliere cosa vedere, cosa conoscere. Vivere è scegliere, sempre, e non si sceglie se non si conosce. Non c'è quindi libertà senza conoscenza e non c'è conoscenza ell'isometria di piani tutti uguali: basta uno sguardo; tutto è sempre uguale. Se lo spazio vissuto è principalmente il contenitore delle libertà individuali, lo spazio vissuto è quindi la materia prima dell'architettura per l'uomo.

Gli architetti - che manipolano lo spazio dell'uomo e per l'uomo - hanno il dovere morale di promuovere la libertà di spazio, abbandonando ogni velleità creativa fine a se stessa che limiti e condizioni la vita delle persone.
La loro massima aspirazione deve essere quella di favorire la diversità spaziale, perché gli uomini sono tutti diversi, hanno desideri diversi, vivono e si muovono in modo diverso. Essi hanno il diritto di vestire, parlare, esprimersi come vogliono, liberamente; quindi hanno il diritto di abitare lo spazio liberamente.
Nessuno, infatti, ha più il diritto di costringere l'umanità dietro facciate composte da un disegno autocompiacente, obbligando gli ambienti nel residuo ambito servo di un'idea assurda di architettura che da sola si nega.
Nessuno ha più il diritto di rinchiudere le persone dentro celle in scatole ordinate e pianificate, siano esse figlie del funzionalismo razionalista, decotto o rinvigorito dal folclore più raffinato, oppure dalla follia falsificatrice e anch'essa oppressiva della metafisica postmoderna.
Nessuno, infine, ha più il diritto di imporre il rigore e l'autorità del tradizionalismo costruttivo schiavo di linee rette e squadrate e muri a piombo. Si vive meglio e più liberamente nella complessità e nel "gotico" di strade storte e pendenti.
L'economia costruttiva della linea retta non è stata che pretesto per il furto di troppi speculatori, peraltro soccorsi e confortati da un sistema urbanistico-normativo equivoco e astratto come la geometria elementare che lo determina, tanto che la devastazione fisica, morale e sociale del territorio non è più condannabile come figlia dell'arbitrio perché è stata rigorosamente, presuntuosamente ed incoscientemente pianificata. Lo scatolame edilizio che ha aggredito e mortificato le città gotiche sono la prova evidente del fallimento della dittatura dell'ortogonalità, della linea retta, del piano e del piombo. Le città ortogonali non risolvono né il problema della viabilità né quello della pura vivibilità: non servono alle automobili e, tanto meno, alla vita delle persone. Lo spazio urbano, banalizzato dalla prepotenza di assi viari, fughe prospettiche, allineamenti e livellamenti, ha meno dignità del disordine improvvisato dell'ultimo degli insediamenti nomadi.
Il "nomadismo" architettonico, la spontaneità, la casualità sono la sola possibilità di conciliazione con la conoscenza della complessità del mondo; non ci sono alternative se non quella di un nostalgico ritorno all'ordine gerarchico e classista del passato, fatto di padroni e servi, di pochi privilegiati che possono fare e molti che devono subire; fatto, soprattutto, di piccoli tiranni tutori della storia, della tradizione, della religione, del perbenismo famigliare e, alla fine, della razza.
Rinnegare il proprio passato non è rinnegare la storia. Essa avviene comunque: storicismo e antistoricismo, infatti, sono la nostra storia. Il problema è un altro: dominarla o subirla? Tradire l'esistenza, l'individuo, il libero arbitrio, la volontà perché servi di un'idea meccanica che determina le vicende umane o proiettare la propria vita, la propria volontà di vita, nella mischia quotidiana determinandone la cronaca? La storia è, soprattutto oggi, cronaca; storia di volontà, troppe volte imposte, meschinamente imposte con l'alibi della cultura.


(Sandro Lazier - 10/7/2001)

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