Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Il linguaggio dell'architettura

di Sandro Lazier - 30/7/2001


Architettura è prima di tutto manipolazione dello spazio per l'uomo e la sua vita. Lo spazio generato prende forma, si fa segno e come tutti i segni che presuppongono esistenza, volontà e intelligenza diviene linguaggio, comunicazione.
Lo spazio diventa allora parole e frasi di un idioma che ci racconta l'essere, la vita, il mondo. A volte queste parole assurgono a poesia e l'architettura diventa arte, per l'essere, per la vita, per il mondo.
La poesia è la massima manifestazione del linguaggio. Essa è compiuta espressione dell'esistenza dell'uomo perché lo stesso, e la sua vita, se inespresse sono nulla. Nessuno esiste se non comunica la sua presenza. Tutti e in tutto si ha linguaggio per comunicare. Senza linguaggio, semplicemente, non si è.

Il linguaggio dell'architettura è lo spazio; non è pareti, facciate, bei disegni, volumi, materiali, luci e ombre, proporzione, colore. Tutto questo concorre, quando serve e se serve, ma l'elemento principale dell'architettura rimane lo spazio. Una costruzione senza spazio, anche se magistralmente decorata, occupa spazio ma non è spazio e quindi non è architettura. Una costruzione ben composta, con volumi accattivanti, decorazioni seducenti e materiali eleganti, ma che nega libertà e costringe gli ambienti in banali stanze e stanzette è una pessima architettura. Così come lo è una costruzione rispettosa del luogo e della consuetudine, conciliante con la storia e la tradizione costruttiva, se lo spazio che racchiude tace in omaggio ad una falsa e travisata visione del paesaggio, dell'ambiente; visione perlopiù nostalgica, superficiale, populista. Troppe sciocche scatolette, con banali piante e sezioni, travestite di storia. Troppi muri ricoperti di falsa cultura che celano la prigione di celle dentro cui vive la maggior parte della popolazione. E tutto questo in virtù di un presunto "contesto".
Nessun "contesto" può costringere l'umanità nella banalità di spazi che proprio la storia ha contribuito a negare.

La materia dell'architetto è lo spazio. Egli costruisce spazio. Non costruisce pareti, solai, strutture, anche se ardite. Una costruzione ardita, finalizzata a sé ed alla sua realizzazione, non è architettura. La Tour Eiffel non è architettura perché è stata pensata per se stessa e non per lo spazio che contiene. Ma, allora, un ponte può essere architettura? Sì, se pensato come spazio e nello spazio e non come modo di stare in piedi. Tutto quanto è concepito come spazio è architettura. Tutto quanto è concepito come modo di stare in piedi, non è architettura.
Troppe volte gli architetti costruiscono per la tecnica, per la funzione, per la forma, per la "storia", per la sociologia, per la psicologia, per la politica, per tutto quello che infine sta nello spazio, ma non costruiscono per esso.
Se ad uno scultore date creta per creare, ad un poeta parole, ad un architetto date spazio.
Progettare con metodo muri, tetti, volumi, pareti, decorazioni è illusorio perché pone l'azione su questi "oggetti", ignorando lo spazio immateriale che invece è la vera materia, è il linguaggio dell'architetto.
La vera differenza tra un costruttore e un architetto è proprio questa: uno pensa gli oggetti che definiscono lo spazio; l'altro lo spazio definito da questi.
L'architettura non è mai "oggetto". Essendo lo spazio immateriale, l'architettura non può avere questa proprietà. Oggetti sono gli elementi corporei di cui ovviamente occorre dotarsi per concretizzare lo spazio architettonico. L'architettura è "soggetto", sempre, come l'uomo e la sua vita.
Quindi un deciso no agli "oggetti architettonici", storicizzati o meno, agli archetipi, alla filologia, alla metafisica del segno linguistico che equivoca e tradisce il soggetto architettura.
Oggi, finalmente, l'uomo ha gli strumenti culturali, sociali e tecnici per foggiare lo spazio su di sé e la propria vita, senza doversi costringere in muri maestri, solai, tetti, facciate, e tutto quello che rientra nel vocabolario dell'architettura ortodossa dell'accademia antica e moderna.


(Sandro Lazier - 30/7/2001)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Sandro Lazier
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti
4 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 13340 di renzo marrucci del 01/11/2014


Non è una questione di palle ma di equilibrio personale , come dire di natura.
Personalmente lo credo e lo vivo. Ho sempre detto quello che pensavo e pagare è normale ... a questo mondo si pagano l'onestà e la franchezza perché è diventata un lusso che pochi possono permettersi. La lealtà è poi una gran cazzata che ti consente di prendere bastonate al limite della sopportazione e anzi occorre, fa bene all'intestardimento... e alla purificazione dell'anima... ma non del corpo beninteso...ti possono venire un cancro oppure ipertensione e mal di cuore...
Milano,1/11/2014

Tutti i commenti di renzo marrucci

 

4 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 9135 di Filippo Lanzafame del 11/11/2010


11/11/2010 Filippo Lanzafame
In risposta all'articolo di Sandro Lazier " Il linguaggio dell'architettura", espongo quanto segue, lasciando al discente le relative considerazioni.
Si progetta e costruisce una architettura per la necessità dell'uomo di svolgere le funzioni della sua esistenza, tali funzioni non si svolgono nel corpo materico del muro, pavimento, solaio, ecc., ma nella parte non occupata dai corpi ovvero nel vuoto ovvero nello spazio. Inoltre si progetta e costruisce in un luogo antropico e naturale, di una città, territorio.
Quindi ecco che il protagonosta del progetto di una qualunque architettura è il rapporto UOMO-SPAZIO-LUOGO, all'uomo, allo spazio vuoto ed al luogo, ovvero ai bisogni, esigenze ed aspettative dell'uomo, alla sua funzione di abitare quello spazio vuoto in quel luogo, dobbiamo pensare per organizzare e articolare i nostri volumi-superfici-materia-luce-ecc. che definiscono lo spazio vuoto che sarà occupato dall'uomo, che si inseriscono nel luogo e che allo stesso tempo ne costruiscono la componente fisica e/o naturale (a seconda del tipo di intervento). Quindi i volumi, le superfici, i materiali, la luce, il cielo, ecc., le funzioni, la forma, la struttura, ecc., che determinano lo spazio vuoto, il luogo fisico e naturale, sono gli strumenti dell'architettura bisogna solo (e non è facilissimo ! ) saperli comporre in modo sapiente, ragionevole, armonico, sistemico, misurato, ecc., ovvero con arte e tecnica insieme, atti a formare giusti rapporti, equilibri, tensioni, ecc., a formare un tutt'uno integrato, un equilibrio tale che se si toglie o aggiunge qualcosa si rovina tutto (o quasi).
Ciò detto, non è giusto parlare male dei volumi, delle superfici, della luce, delle funzioni, della forma, ecc., come lei ha fatto nel suo articolo, perchè questi elementi come dimostrato sopra sono ciò che determinano conformano lo spazio (il vuoto), elementi che debbono solo essere il risultato di scelte giuste derivate e guidate dall'analisi del luogo. Inoltre è bene parlando di una architettura non scordarsi mai dell'uomo e del luogo oltrechè dello spazio e volumi, superfici, materia luce, ecc. ma soprattutto se si ha l'accortezza di citarli di non parlarne male sono un tutt'uno ! non è che scegliendo lo spazio e denigrando e dimenticando gli altri approcci che si fa buona architettura, anzi mancano ancora da citare anche le normative, i vincoli, gli impianti, ecc., tutto è materiale per l'architetto deve saperli comporre magari con l'aiuto della geometria, con l'aiuto delle norme traducendo quelle che pongono dei vincoli in potenzialità, ecc.

Tutti i commenti di Filippo Lanzafame

 

4 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 68 di Beniamino Rocca del 11/03/2002


In risposta al commento 63
Ha ragione Sandro Lazier a dire "...le nuove architetture sono sempre più legate al mantenimento ed alla salvaguardia di ciò che esiste".
Ha ragione a dire che "...è sempre più difficile per un giovane architetto fare il proprio mestiere", ma allora va anche denunciato con forza il perché i giovani appena laureati vengono sistematicamente falcidiati all'esame di stato dagli stessi professori che li hanno promossi appena un mese prima, e da colleghi (badate bene, tutti già ben inseriti nel mondo del lavoro) che hanno tutto l'interesse a tenerli fuori dalla loro professione.
Ordini professionali e università sono oggi un potere intrecciato (e consolidato -vedi ad esempio le iniziative della Fondazione dell'Ordine degli Architetti di Milano) che opera sistematicamente contro il rinnovamento dell'architettura.
La legge Merloni ne costituisce la prova istituzionalizzata
Un'ultima riflessione. Carlo Scarpa è stato denunciato tre volte alla magistratura dall'ordine degli architetti di Venezia perché faceva l' architetto. Sarà stato per tutelare la società dalla cattiva architettura, come ancora oggi spudoratamente sostengono gli ordini per mantenere il loro potere?
Beniamino Rocca

Tutti i commenti di Beniamino Rocca

11/3/2002 - Sandro Lazier risponde a Beniamino Rocca

Caro Beniamino Rocca, le parole che lei cita non sono mie ma di d.n. (purtroppo ci sono pervenute solo le iniziali). Non per questo non condivido quello che lei dice. Anzi, qualche anno fa, per aver scritto in favore dell'abolizione del sistema feudale degli ordinamenti professionali, ho pagato un prezzo salatissimo di cui ancora sento le conseguenze. Ma lamentarsi serve niente.
L'architettura non sono gli ordini e non è l'università. L'architettura è libera espressione, libera cultura e non esistono argomenti sensati che possano legittimare un qualche controllo monopolistico della libertà di esprimersi e di parlare. L'architetto è chi fa architettura, non certamente chi nella casella del censimento alla voce professione scrive "architetto".
Vogliamo abolire gli ordini? D'accordo, ma sappia che il mondo delle costruzioni rappresenta circa il 30% del PIL e le relative parcelle sono una torta che sarà dura togliere dalle robuste mandibole di affamati professionisti il cui interesse culturale per la materia dubito possa sostituire la sacoccia.
Carlo Scarpa? Anch'io sono Carlo Scarpa.

 

4 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 63 di d.n del 02/03/2002


Riferimento: Commento 68
Dov'è la vera architettura? Chi sono gli autori della vera architettura?
Sono poche le volte in cui si rimane piacevolmente sorpresi.
Le "nuove architetture", soprattutto in Italia, sono sempre più legate al mantenimento e alla salvaguardia di ciò che gia esiste.
L'operato che spesso viene richiesto ai professionisiti, deve essere, in molti casi, del tutto impersonale, soprattutto negli interventi di recupero, ristrutturazione ecc. Probabilmente e' un anomalia dei nostri tempi ma tanto piu' un architetto ha intime capacita' creative e tanto meno riesce ad esprimerle.
La figura dell'architetto ha perso quasi totalmente la sua identità creativa, orientandosi sempre più verso quella di tecnico specializzato. Ormai sono pochi i fortunati che riescono "liberamente" a esprimere il proprio linguaggio, a dare allo spazio una sua identita', un suo ruolo.
Soprattutto le nuove generazione di architetti, hanno scarsissime possibilita' di far sentire la propria forza e il proprio pensiero.
Sembra quasi un paradosso, ma i giovani italiani che mediamente trentenni escono dal mondo "fantastico" delle facoltà di architettura, che per preparazione culturale non hanno niente da invidiare ai colleghi europei, probabilmente non riusciranno mai a fare veramente gli architetti. Architetto, non vuol dire aprire il proprio studio con tanto di targhetta, barcamenandosi in lavori di scarso valore, ma prendere coscienza del vero ruolo che questa figura ha nella societa'. Se dobbiamo attingere dal passato, guardiamo l'importanza che l'architetto ha avuto, rendiamo a questa professione la dignità che merita.
La soluzione non è quella di "fuggire" verso preusunte mete migliori, ma quella di raccogliere coraggio, e di "lottare" affinchè il pensiero di questa nuova generazione di architetti italiani emerga.
Ci sono alcuni tentativi di rilanciare l'architettura italiana, che ormai da troppo tempo è sommersa, ma sono pochi e spesso non sono efficaci.
Probablimente ci vorrà ancora del tempo, forse sarà un utopia, ma dobbiamo riportare attenzione sulle nostre potenzialita' e rilanciarci a livello internenazionale.

Tutti i commenti di d.n

2/3/2002 - Paolo G.L. Ferrara risponde a d.n

Il problema c'è, indubbio. Quel che manca è la difficoltà di capire che di passato si può vivere anche attualizzandolo. Abbiamo un sottosegretario ai Beni culturali che sciorina preparazione architettonica e sprizza sentenze da tutti i pori. Ma non è Sgarbi il problema: lo sono gli stessi architetti, i critici, gli storici. Quanti hanno ed avranno il coraggio di rispondergli a tono, di smentirlo, di fargli fare figure barbine? Ecco, se ci sarà il coraggio di reagire pur sapendo che si corre il rischio di essere tagliati fuori, solo allora si potrà dire che si sta facendo il possibile per fare rientrare la cultura architettonica italiana nel contesto internazionale.
Il plauso va a quei pochi che non si prostrano e che dicono quel che pensano senza fare calcoli di convenienza. Tutto qui. Ma ci vogliono le palle, e che palle...!

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]



<