Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Libera cultura e bastioni oscurantisti

di Mariopaolo Fadda - 29/1/2004


Escluso che gli architetti italiani siano mentalmente disabili al cospetto dei loro colleghi francesi, tedeschi, inglesi, olandesi, americani, bisogna cercare di capire perché le loro idee e capacità progettuali non emergano nel panorama internazionale.
Innanzitutto scontiamo, anche e livello architettonico, quel clima di repellente conformismo che avvolge la cultura italiana in generale: sprofondata nella melma, sopraffatta da una verbosità contorta e inconcludente, tutta intenta ad autoincensarsi, ridotta a megafono propagandistico di infimo livello. Fa impressione sentire gente che si presume intelligente (Eco, Colombo, Melandri, Sgarbi), dire sciocchezze a ripetizione per far piacere alla platea che li applaude.
É agghiacciante constatare quanto certe élites politico-intellettuali, che sono la versione in farsa delle élites della cittadella mumfordiana, si sentano al di sopra di tutto e di tutti perché investite di una presunta superiorità morale verso coloro i quali avversano le loro idee. Forti di questa presunta superiorità considerano ogni cambiamento anormale perché una violazione delle norme che loro hanno scritto. E, come tutte le élites, vivono nel terrore di diventare obsolete e di vedere scardinata la cultura tradizionale di cui sono portatrici e perciò si riciclano sotto le forme più accattivanti pur di continuare a egemonizzare la cultura e gozzovigliare nei salotti buoni del potere politico-finanziario.
L’architettura rispecchia fedelmente il clima politico: impantanata in un’ondata tradizionalista sconosciuta persino durante il fascismo, tutta sdraiata ad assecondare i padrini politici, allergica al libero confronto di idee, galleggia nei bassifondi del provincialismo e dell’incultura.
In questo contesto, il libero pensiero, il pensiero non organico agli schieramenti politici, non conta nulla ed è ridotto a poche, isolate urla nel silenzio. Ecco perché accadono, nel più generale disinteresse, cose raccapriccianti quali lo sfregio della Casa della Scherma, la demolizione dell’ala del Museo d’Arte Moderna, la ricostruzione della Fenice. E non ci sono Inarch o DARC che tengano. Istituzioni il cui prestigio mi pare ridotto all’osso e quindi, quando va bene, non hanno nessun peso nella difesa degli architetti e dell’architettura moderna. Quando va male se ne fottono sia degli architetti che protestano, sia delle opere che rischiano la scomparsa: è il caso del vergognoso silenzio del direttore del DARC, Pio Baldi, su Villa Colli. Il fascino narcotizzante della poltrona, della carica di potere.
Per il resto regnano incontrastati i CNA (con relativi appendicoli), le soprintendenze, i baronati universitari, le associazioni parastatali (Italia Nostra, Lega Ambiente, ecc.), cioè le corporazioni, la burocrazia, la cultura della compiacenza e i politicanti.
E come se tutto ciò non fosse abbastanza dobbiamo assistere al desolante spettacolo offerto da giovani architetti che, terrorizzati dal nuovo, dall’originale, si fanno ascari del trombonismo accademico per dileggiare opere moderne. Sembra quasi di essere tornati alle angosce ed alle paure del tardo-antico e del medioevo, una sorta di autoflagellazione per espiare chissà quali colpe. Forse quelle dei loro professori.
Questo il clima generale in cui si muovono quelle forze di natura corporativa, burocratica, politica, culturale che, difendendo a denti stretti il loro miserabile spazio di potere, si ergono a bastioni dello status quo:
1. gli ordini professionali
2. le soprintendenze
3. gli intellettuali organici

1. Gli ordini professionali
Faccio interamente mio l’articolo di Sandro Lazier"Abolire l'ordine degli architetti" che auspica il siluramento degli ordini professionali. Rapidamente e senza rimpianti.
2. Le soprintendenze
Le soprintendenze ai monumenti, siano essere nella versione statale di Beni Architettonici o nella versione regionale (delegata) degli Uffici per la Tutela del Paesaggio, sono una borbonica istituzione il cui potere di intimidazione ha raggiunto limiti ormai non più tollerabili. Parlar male dei soprintendenti è un po’ come parlar male di Garibaldi e rompere questo tabù tutto italiano significa sfidare non solo l’impopolarità ma attirarsi l’odio feroce della burocrazia soprintendenziale. Chi ha avuto a che fare con i soprintendenti ha sperimentato sulla propria pelle quanto sto sostenendo. E lo ha sperimentato anche Arata Isozaki a Firenze, nella vergognosa vicenda del nuovo ingresso degli Uffizi.
Per anni abbiamo sostenuto le buoni ragioni di chi riteneva e ritiene legittimi gli interventi contemporanei nei nostri centri storici. Per anni ci siamo battuti perché si facessero i concorsi per far prevalere la qualità. Finalmente si fa un concorso internazionale per un’opera moderna nel cuore di Firenze e subito inizia l’opera per confutarne il risultato. Non entro nel merito del progetto ma c’è da rilevare che nello Zambia o nello Yemen del Sud una simile vicenda sarebbe inconcepibile.
Sin da quando entra in carica, il sottosegretario alla Cultura di Stato Sgarbi si lancia in un crescendo di vergognose aggressioni a Isozaki. Va in Giappone e, senza alcun senso del ridicolo e del grottesco, scarabocchia (si scarabocchia!), ad un Isozaki allibito le sue proposte di modifica del progetto. Il soprintendente di turno, che non sapendo più come destreggiarsi con il suo scatenato superiore gerarchico, si aggrappa alla scoperta archeologica della prima cerchia di mura della città. Da un lato un sottosegretario in orbace ed il fedele servitore dello stato, che vogliono imporre, senza alcun fondamento giuridico e culturale, il loro personale punto di vista; dall’altra l’architetto che ha vinto un regolare concorso ed aspetta, con nipponica pazienza, di poter concludere il suo incarico ai patti stabiliti. Un atteggiamento di arroganza e prepotenza degna dei peggiori teppisti “intellettuali” prestati alla politica che fanno rimediare all’Italia la consueta figuraccia internazionale. Dichiarerà Isozaki al Corriere della Sera che in Italia appare sempre difficile progettare nuovi spazi, per la “frammentazione, tipicamente italiana, tra poteri più o meno forti: stato, comuni, soprintendenze, assessorati e molto altro ancora. Entità che spesso agiscono in contrapposizione fra di loro, bloccando ogni buona intenzione.” Questo quanto ha dovuto subire un architetto di fama, proviamo a meditare su quello che devono subire, ad opera di oscuri funzionari in carriera, ogni santo giorno architetti sconosciuti per vedere approvati i loro progetti in ambiti storici.
Ai sacerdoti della conservazione si sono aggiunti, in tempi più recenti, i retori dell’ambiente. In questo campo siamo persino indietro rispetto a quello già arretrato della conservazione del patrimonio storico-architettonico. Perché se è relativamente facile confutare, sul piano culturale, aberrazioni quali "com'era, dov'era" o pseudo-teorie quali "l'ambientamento" è molto più difficile contrastare l'improvvisazione, l'ecologismo orecchiato, la retorica naturalista. Spesso sono solo stati d'animo viscerali o la pura e semplice propaganda, e non nobili e rispettabili posizioni critiche, che guidano impeccabili studiosi e sguaiati ambientalisti di ritorno nel propugnare una certa politica di tutela e salvaguardia del paesaggio. Sono stati d'animo che emanano il lezzo del conservatorismo più nostalgico e patetico, che sbava davanti ad un alberello rachitico sognando il paradiso perduto, che addita con impeto moralistico al pubblico ludibrio il presunto mostro da abbattere: la civiltà contemporanea. Un conservatorismo che guarda con le lacrime agli occhi al passato, alla presunta armonia, al presunto equilibrio del mondo rurale che fu, che odia la modernità, ignora la creatività.
Un conservatorismo alimentato, fino alla vergogna, dagli uffici regionali per la Tutela del Paesaggio. Un conservatorismo che tenta di intontire il grosso pubblico con operazioni di rilettura del passato che nulla hanno a che vedere con la cultura ma che servono solo a ingenerare storture mentali e ad alimentare pericolosi pregiudizi. Qualcuno lo ha ben messo in evidenza: "Il paesaggio in positivo tanto celebrato ai giorni nostri - come è quello storico italiano che più degli altri ha ispirato l'immaginario e l'espressione moderni - non è generato da volontà paesaggistica ma da progettualità... E' dunque curioso che spesso si attribuisca coscienza paesaggistica a quelle epoche trascorse che hanno a tutti gli effetti disegnato il territorio ottenendo il paesaggio ma a questo non pensando in quanto tale." (B. Pedretti)
Purtroppo ogni pretesa estetica, ogni ricerca della qualità si scontra con la volgarità burocratica eretta a sistema. Le espressioni artistiche sono sottoposte alla supervisione di maniaci passatisti e fanatici ambientalisti incapaci di comprendere i problemi in cui si dibatte la moderna cultura architettonica. E questo mentre il territorio italiano viene sommerso di orrori, il 90% dei quali hanno le carte in regola. Lo sfregio del paesaggio e l’umiliazione dell’architettura con tanto di timbri, nullaosta, carte bollate, tutto perfettamente in regola. Torna alla mente l'appassionata, lucida denuncia di Umberto Boccioni "Credere che Natura sia là dove non esiste il disordine, l'incomodo, il caotico (il 'naturale' come dicono le anime agresti) e soprattutto dove manca la mano dell'uomo, è un errore pietoso... Non possiamo pensare senza disgusto e compassione che esistono società per la conservazione del paesaggio. Per la conservazione, si noti bene, di quello che le stampe e i quadri antichi ci hanno lasciato di certi luoghi... divenuti sublimi attraverso la cultura. Il paesaggio fu creato dagli artisti e il conservarlo è un panmuseismo, è un voler mettere un tourniquet alla natura e darla a tutti ogni giorno per un franco: la domenica entrata libera. Imbecilli! Conservare che cosa? Ma i paesaggi che oggi si vogliono conservare non esistono forse sul posto e in virtù di altri distrutti o trasformati? Conservare che cosa? Tre bossi a sinistra, una quercia a destra, una casupola (pittoresca) al centro... e poi? Imbecilli! Come non fosse infinitamente sublime lo sconvolgere che fa l'uomo sotto la spinta della ricerca e della creazione, l'aprire strade, colmare laghi, sommergere isole, lanciare dighe, livellare, squarciare, forare, sfondare, innalzare, per questa divina inquietudine che ci spara nel futuro."
Ma come poteva immaginare il buon Boccioni che in pieno terzo millennio sarebbe prevalso il moralismo antiurbano e antimoderno degli amici dei soli che ridono, degli amici della terra, degli amici degli animali, degli amici degli arcobaleni e non la “ divina inquietudine che ci spara nel futuro"?

3. Gli intellettuali organici
- Qualcuno si schiera a favore della palazzina di Wright sul Canal Grande, ma il progetto viene affossato.
- Qualche altro ancora protesta per le falsificazioni bolognesi ma queste vengono elevate agli altari e santificate.
- Qualche altro insorge contro la ricostruzione del Carlo Infelice e questo viene edificato in nome di un classicismo da fogna.
- Qualcuno protesta perché si vuole rifare la Fenice “com’era, dov’era” e l’orrore viene perpetuato lo stesso.
- Qualche altro interviene in favore del progetto di Gehry a Modena e l’architetto americano viene allontanato a calci nel sedere.
- Qualche altro ancora protesta per la paventata demolizione dell’ampliamento della Galleria d’Arte Moderna e questa viene rasa al suolo come fosse una baracca abusiva.
Da oltre cinquant’anni si ripete ciclicamente questo rito delle vuote proteste. É chiaro quindi che il punto non è protestare prima o dopo, il punto è che non serve né prima né dopo. Siamo impantanati nelle sabbie mobili delle contrapposizioni ideologiche e non c’è verso di venirne a capo.
Sin dal dopoguerra, quando il riformismo liberal-socialista tenta di battersi contro i conservatori per dotare le città italiane di piani regolatori efficienti e democratici, di promuovere la riforma urbanistica ed incoraggiare l’architettura moderna viene al pettine il nodo del rapporto con l'atteggiamento settario del mondo culturale comunista. Un rapporto che si concluderà con l’affermazione dell’egemonia marxista e che provoca una devastante retrocessione della cultura italiana.
Un'ondata di folle demagogia, di conformismo sfrenato, di sociologismo velleitario travolge la cultura architettonica che finisce sotto la protezione ideologica della sinistra più oscurantista.
Gli intellettuali organici teorizzati da Gramsci conoscono il loro momento di gloria. Si fanno paladini di una ideologia totalitaria per giustificare i loro atteggiamenti snob verso una classe operaia che non merita certo simili cantori. Non riescono a digerire l'impegno di chi non si arrende allo spreco, al depauperamento di un immenso patrimonio di opere e idee. Pretendono che gli intellettuali e gli architetti si prostrino di fronte all'"ideologia", si arrendano alla strategia politica e si sottomettano ai principi del "socialismo".
Poi succede un sessantotto e i loro sogni vanno in fumo. Scambiano però le proprie crisi, le proprie disillusioni ed angosce con la crisi dell'architettura moderna. Si prestano a noiosi ed inconcludenti dibattiti sulla fine dell'architettura ma si fanno in quattro per sostenere ed applaudire i più disgustosi recuperi storicistici.
Poi il tonfo catastrofico. Crollano miseramente i miti delle rivoluzioni d'ottobre, delle rivoluzioni culturali, i deliri sulle “ideali città comuniste” (C. Aymonino), sull'"utopia di un'architettura comunista" (A. Mendini), le divagazioni sulla “crisi della funzione ideologica dell'architettura” (M. Tafuri), i sogni di un “inserimento organico (in senso gramsciano) nella classe antagonista" (B. Gravagnuolo).
Oggi, gli intellettuali dalle turpi utopie, ce li saremo aspettati in prima fila nel tentare di recuperare gli sperperi delle mode, i cento passi indietro, i fallimenti ed i cedimenti esistenziali. Invece no. Impiegando “l'astuzia delle colombe” (M. Tafuri) si sono riciclati, prima, tuffandosi nell'"autonomia" disciplinare per giustificare l'evasione storicistica, poi, fottendosene dell’aborrita “logica capitalistica”, prendendo d’assalto cariche pubbliche, baronati universitari, direzioni di riviste, presidenze di giurie. Altro che colombe, questi in rapacità superano persino le aquile! Ed è giusto che sia così perché tutto intorno non si vede altro che putrefazione, mostri, decomposizione, agonia...

Bruno Zevi, riferendosi alla situazione italiana, affermava: “La professione è cinquant’anni indietro rispetto proposte del secolo appena scorso. Le scuole di architettura sono cento anni indietro. Il compito di recuperare l’analfabetismo architettonico è urgente. Chi se ne assume l’onere?.”
Una sparuta e dispersa minoranza (non faccio nomi perché dimenticherei qualcuno, basta navigare su Arch’IT, AntiTHesi e links), ha accettato la sfida zeviana non solo per recuperare l’analfabetismo ma anche per tenere vivo il libero dibattito e fronteggiare ogni tentativo di egemonia, ogni tentativo di soffocare, per l’ennesima volta, le voci eretiche e anticonformiste della cultura architettonica italiana.


(Mariopaolo Fadda - 29/1/2004)

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5 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 648 di Marco Mauro del 10/02/2004


Rapidamente le rispondo. Mi chiede: “sa almeno leggere quello che scrivo?” Prima di risponderle le farei notare quel che si è permesso di scrivermi dopo il mio primo intervento:

“… lei ha ben poco da dire. Anzi direi che non ha proprio nulla da dire, se non esibire un devastante (per lei) sfogo dettato da frustrazione, rancore, impotenza. E infarcito di insulti gratuiti. Se Isozaki è presuntuoso lei cosa sarebbe? […] lei cosa sostiene se non cumuli di infantili banalità, slogans da stadio e ignobili sciocchezze […] Mi fermo qui perchè il resto è un crescendo di repellente demagogia […] che non merita repliche. […] Fai la somma dei tuoi rancori e vergognati”.

Io in quell’intervento ho detto la mia, e non sono tenuto a leggere tutto quello che lei ha scritto prima di dire la mia dato che il mio intervento non era rivolto contro di lei. Non mi sembra di averle arrecato un’offesa personale (come lei invece sta facendo con me da quando scrivo in questo sito). E non mi sembra di doverle ricordare che alcune mie prese di posizione sono simili alle vostre . Che senso avrebbe? La pare che io sia qui per fare i riassunti del vostro pensiero o per farmi suo discepolo? Le pare che io debba scrivere solo quello che voi ancora non avete detto?
Si limiti a leggere quello che scrivo prima ancora di attribuirmi aggettivi infamanti e prima ancora di farmi domande sciocche (questo se lo merita). Le pare che io desideri spartire un bottino? O che io detesti gli architetti?
Lei generalizza.
Le pare che disprezzare Isozaki, Le Corbusier, Kahn, Rossi più di altri (Gehry, Gregotti, Eisenman, Aulenti), significhi detestare l’architettura o gli architetti?
Non credo che le sue coordinate di gusto siano basate sui nomi sopra citati. Lo spero.
Posso essere libero di amare altri architetti? Posso amare Venezia, Sejima, Nouvel, Klotz ad esempio? Potrò preferire Foster a Calatrava? Sarò libero di dire che mi fanno schifo Le Corbusier, Kahn e Mies e preferisco Machintosh, Wright o Aalto? Oppure sarò libero di dire che studiando gli scritti di Rossi e Le Corbù il novanta per cento degli studenti di architettura finiscono per credersi dei teorici o dei rivoluzionari senza dover spiegare il banale? Le sembra un bene la teoricizzazione dell’architettura causata da Le Corbù, CIAM e balle varie? Non credo. Allora non mi accusi prima ancora d’avermi imparato a leggere.
Non desidero entrare nelle grazie di nessuno: le ricordo che il mio trenta e lode nel laboratorio di progettazione con l”incriminata” Lima (è per questo che la conosco), Salvadeo, Lula lo presi e rifiutai di seguirla anche l’anno seguente nel suo laboratorio (me lo chiese esplicitamente). E rifiutai anche di fargli d’assistente.
Sono più libero di lei mi creda.
Non ho bisogno di agganciarmi a cordate giuste o sbagliate, non mi attribuisca comportamenti che semmai riguardavano lei ai tempi dei suoi tentativi di diventare qualcuno.
Redimere l’architettura e rieducare gli architetti lei la chiama “missione”. La definisce, concludendo in maniera quasi vergognosa, missione “difficile e pericolosa, non un pranzo di gala”.
“Fai la somma dei tuoi rancori e vergognati”.
Lei si permette di definire gente che si presume intelligente i vari Sgarbi o Eco accusandoli di “dire sciocchezze a ripetizione per far piacere alla platea che li applaude”. Questo sì che è un bel calderone, è lei a “far impressione”. Forse lei ignora l’importanza che ha avuto Sgarbi negli studi sulla storia dell’arte del quattrocento? Lei ignora l’importanza che ha Eco nella letteratura italiana? (si legga “Lector in fabula” e la smetta di scrivere idiozie). Crede che persone di quel calibro possano dire sciocchezze in fatto di cultura arte e architettura?
No ovviamente. Però li mette (lei sì) in un calderone gigantesco. Peccato che fra i suoi calderoni e i miei ci sia una non piccola differenza.
Ho studiato Eco come ho studiato Le Corbù. Non devo dimostrare a lei (lei sì che è intelligente) quale sia il mio mestiere.
Ma sia chiara una cosa: sono fiero di far parte della platea che applaude con intelligenza (e questo, le spiego, non significa che io ami le platee, ma significa che la mia sensibilità mi permette di capire la portata – in bene e in male – di certe idee).
Lei si tenga le sue idee fondate sul fraintendimento e la cecità, ma non si permetta più di fare il redentore dell’architettura, se nemmeno capisce la portata culturale di certi dibattiti o l’importanza del saper vedere in profondità (questa banalità se l’è cercata, rifletta).
Ha letto troppo poco e con troppo pressappochismo credo.
Forse è questo a farle vedere negli altri i suoi stessi difetti.
Le randellate non me le ha mai date nessuno, non si preoccupi; piuttosto sta cercando di farlo ora lei per sfogarsi di quelle che negli anni ha preso lei, quindi, quei dolori se li tenga per lei e cerchi, se possibile, di non sfogarsi su di me

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10/2/2004 - Mariopaolo Fadda risponde a Marco Mauro

Parafrasando Sandro Lazier: della serie "Pugnette, non fatti". Quindi argomento chiuso.

 

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Commento 629 di Pierluigi Di Baccio del 07/02/2004


Carissimo Fadda (!),
benchè non mi risulta lei bazzichi molto per l'italico suolo, pare proprio sia molto informato sulla vicenda nostrana. O almeno pretende di esserlo.
Sinceramente scrivo questo commento spinto solo dal fastidio provocatomi dal tono delle sue note e delle sue risposte, improntate proprio a quell'atteggiamento di arroganza e prepotenza degna dei peggiori teppisti “intellettuali” che lei attribuisce (a ragione) al suo collega rampognaro Vittorio Sgarbi.
Credo lei debba un po' chiarirsi le idee: non le piace Sgarbi (come dire: a tutto c'è un limite) perchè quello a sua volta preferisce Portoghesi a Isozaki (i gusti son gusti), tuttavia direi proprio che la di lui lezione lei la applichi con pervicace impegno.
Mi deve proprio scusare, se le riesce, ma a me restano particolarmente indigesti questi minestroni infarciti di affermazioni gratuite quanto banali contro i soliti Cattivi che si mangiano i bambini mentre i poveri, sparuti Buoni di turno con ardito ardore si lanciano controcorrente alla salvezza del Futuro....mah
E poi, il pistoletto sui biechi intellettuali organici (comunisti!, of course) attentatori delle libertà civili etc. ....per favore, certe cose, almeno lei, ce le risparmi...ci sono già i Bondi, gli Schifani, i Bagget Bozzo, i Berlusconi e le ballerine al seguito a ricordarcele a ogni piè sospinto!
Non so se ha presente, ma qui fra un po' ci rimane solo la canna del gas per salvare la nostra integrità mentale.
Comunque, se poi qualche temerario avesse ancora voglia di comincia a capire qualcosa della intricata vicenda dell'architettura moderna, al di là di semplificazioni e dietrologismi che lasciano il tempo che trovano, consiglio vivamente un ottimo articolo appena comparso su Arch'it: "Postmodern Oppositions. Eisenman contro Koolhaas" di
Pier Vittorio Aureli e Gabriele Mastrigli.
Auguri!

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7/2/2004 - mariopaolo fadda risponde a Pierluigi Di Baccio

Un’altro che mi attribuisce un amore inconfessato per Isozaki.
Io parlo di stravolgimento delle regole e questi orbi prendono fischi per fiaschi.
Diversamente da lei non lancio accuse generiche ma faccio nomi e cognomi. Non parlo di povere mammolette, ma di gente che per anni ci ha raccontato la favola dell’architettura esemplare, delle esemplari città comuniste, della società esemplari, che si stavano costruendo nella madre patria, nascondendo e coprendo le persecuzioni "Il contrattacco stalinista fu feroce. I migliori architetti furono arrestati, ostracizzati oppure obbligati a rinnegare la loro arte per progettare con assurde forme greco-latine. Il poeta Majakovskij si suicida il 4 aprile 1930. Sì, il momento eroico dell'architettura sovietica è cominciato col grido di un poeta e si è concluso col suicidio di un poeta... Rendiamo omaggio ai fucilati, agli scomparsi, agli imprigionati, agli umiliati, alle vittime del loro amore e della loro passione per l'architettura." (G. Candilis)
Lei vorrebbe che su questo tacessimo perchè ne parla anche Berlusconi? Un corno! Lei vorrebbe che su questo tacessimo per non rovinare l'assalto al potere dell'intellighenzia organica riciclata negli ulivi? Un corno!
Per quanto mi riguarda ho preso da tempo le opportune precauzioni per l’integrità mentale, mi auguro che anche lei ci riesca senza la canna del gas.

 

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Commento 627 di Marco Mauro del 06/02/2004


Senta Mariopaolo Fadda, il mio rancore è quello di ogni studente di Architettura.
Fortunatamente non ho mai disegnato cose oscene come Gregotti (ovviamente lei è disposto a tagliarsi la lingua pur di non dire che Gregotti è incapace - fra le altre cose - di scrivere), Aulenti e compagni.
Crede che io non riuscirò mai a fare strada anche se (purtroppo dirà lei) ho la dote di disegnare belle cose (parli con i miei docenti)?
Certo, le rispondo può essere, la mia media universitaria non vuol dire nulla e il gusto (spesso pessimo dei miei docenti non è una buona prova - guardi i progetti di D'Alfonso ad esempio. Le ricordo che andai ad una conferenza due anni fa, con Frampton che avrebbe dovuto discutere di Storia dell'Architettura. Ebbene, D'Alfonso - docente del Politecnico - iniziò a parlare riempiendosi la bocca di cose che non aveva capito, e che quindi non sapeva dirci, e non lasciò spazio all'altro che guardava divertito lui e le nostre facce sconvolte - Frampton in un'ora parlò 5 minuti. Chieda ai testimoni se non mi crede.). Certo il mio futuro dipenderà anche dal master che frequenterò l'anno prossimo e dallo studio dove farò i primi passi (o meglio dalla possibilità che mi daranno di poter imparare il mestiere).
Allora, mi chiederà, perchè nutre così rancore per Isozaki?
Perchè sono incazzato con lo schifo che gira in quest'ambiente. Io da studente non conoscevo il mondo del lavoro. L'ho conosciuto indirettamente la scorsa settimana, quando mi sono accorto che il Concorso Internazionale di Progettazione "Piazze 2001" (IN/ARCH e Regione Lombardia) è stato vinto in Piazza Gambara da Vincenza Lima con un progetto TERRIFICANTE.
Lo sa perchè ha vinto il progetto più brutto? Lo sa vero perchè c'è solo bruttezza? E questo da Lima in sù e in giù?
Perchè il capogruppo Lima è docente del Politecnico di Milano (con Cecchi, altro partecipante al gruppo di progettazione).
Lo sa però che il settimo componente della giuria del Concorso era lo stesso Pierluigi Salvadeo (docente del Politecnico, assistente della Lima dal 1998 al 2001, curatore di un libro edito da Skira che raccoglie anche un saggio a due mani Cecchi-Lima?).
Ora lei può anche permettersi di dirmi che pronuncio ignobili sciocchezze con cumuli di infantili banalità, eppure sappia che la mia frustrazione non è dovuta alla mie (forse innata?) grandi capacità di fare il bello. Ma alla mia sensibilità. E' dovuta alle bruttezze che alcuni architetti continuano a produrre (perchè abili ciarlatani e produttori del proprio mito) sanno infinocchiare chi culturalmente è ancor meno dotato di loro o chi è meno intrallazzato di loro.
Si tenga pure le belle parole e le belle architetture.
Per ritornare a Isozaki, parli bene di lui (e delle sue scatole fuoriscala antinucleari in cemento, a prova di ere geologiche), parli di Le Corbù, Gropius, Kahn, Rossi, Hejduk, Eisenman. Si riempia la bocca di concetti.
Ma sono certo (se lei è del mestiere)di una cosa: i suoi progetti, caro Fadda, sono terrificanti.
Si rilegga le mie banalità. Non sto scrivendo un trattato sul Modulor, sui frattali. Non sto tentando di ricrivere la storia dell'architettura come han cercato di fare con i loro libri gli incapaci (com'era divertente Wright quando parlava di Le Corbusier agli amici: "Ora che ha finito un'opera, ci scriverà su quattro libri.").
Gli emeriti docenti di progettazione (e incapaci) ci fanno leggere "Verso una Architettura".
Ma perchè i docenti Storia dell'Arte non ci fanno studiare i suoi quadri?
Perchè in Sociologia non studiamo la sua idea di internazionalismo?
Perchè forse era un bravo architetto e un pessimo pittore?
No.
Questo succede solo perchè in certi campi, dove forse meno sarebbe importante, regna ancora il gusto per il bello.
Poi Fadda, i suoi motti sesantottini (magari lei esce da Architettura proprio in quel periodo di lotta politica, pistolettate nella quale gli studenti si davano i voti fra di loro) se li tenga pure.
Sappia che se ogni persona sensibile che si indigna di fronte allo schifo di molte architetture, deve essere accusata e ritenuta rancorosa e risentita, questo succede perchè quelli come lei, han perso la capacità di apprezzare il bello. Vi siete nutriti di schifezze. La bruttezza (e non solo) vi ha corrotto.
Ma lei non può provar vergogna per quel che fa, perchè non si può render conto delle brutture che si è permesso di scrivermi (non mi stupisce...ma non mi ferisce).
Sa cosa disse Gae Aulenti in un'intervista qualche anno dopo la realizzazione della terrificante stazione a Cadorna?
"L'uomo deve imparare a vedere la bellezza".
Si vergognino lei signor Fadda e l'Aulenti

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6/2/2004 - mariopaolo fadda risponde a Marco Mauro

Il suo più che rancore è odio cieco: mette tutti nello stesso calderone, Isozaki, Le Corbusier, Kahn, Rossi,Gehry, Gregotti, Eisenman, Aulenti, gli speculatori, AntiThesi, il sottoscritto, frutta, verdura, cani, porci. Tutti degenerati. Tutti al rogo.

Dovrebbe ricordarci quando io, o AntiThesi, avremmo preso le difese o tenuto bordone a Gregotti, Aulenti e compagnia cantante, truccato i concorsi, o fatto apologia della schifezza universitaria. Dovrebbe ricordarmi in quale occasione avrei lodato il progetto di Isozaki per gli Uffizi (ma sa almeno leggere quello che scrivo?). Dovrebbe spiegare cosa c’entri Le Corbusier con lo sfascio universitario italiano.
Sono domande retoriche che non esigono risposte, non si affretti quindi a servirci qualche altro polpettone bruciacchiato.

Se disprezza l’architettura, detesta gli architetti, le fa schifo l’università perchè frequenta la facoltà di architettura? Spera di poter un giorno partecipare alla spartizione del bottino?
Spera di entrare nelle grazie di uno dei tanti docenti raccomandati e lottizzati sparando a zero su tutto e su tutti? Spera di agganciare la cordata giusta?

Lei è frustato per tutti quei casini che AntiThesi, e, nel suo piccolo anche il sottoscritto, denuciano ogni santo giorno: i baronati universitari, i favoritismi della corporazione, l’ostracismo delle riviste patinate, i concorsi truccati, l’analfabetismo.
Come vede denunciamo le stesse cose che denuncia lei; con una differenza: noi crediamo in qualcosa e per questo ci battiamo, pagandone anche il prezzo quando è necessario, lei non crede in niente e morde, come un cagnolino bastonato, chiunque le venga a portata di mascella. Se qualcuno le dà una randellata, se la tenga e non se la prenda con il mondo infame. Redimere l’architettura e rieducare gli architetti è una missione difficile e pericolosa, non un pranzo di gala.

 

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Commento 623 di Marco Mauro del 03/02/2004


Cerco di dire la mia.
Prima di aggiungere altro, il fatto che Isozaki abbia vinto un concorso regolare non vuol dire nulla, dal mio sciocco punto di vista. C'è bisogno di intervenire agli Uffizi? E soprattutto: quanti hanno partecipato a quel Concorso? A giudicare dal progetto vincitore direi che la qualità dei progetti concorrenti era ancor più disastrosa.
Possibile che in Italia ci si debba accanire contro i cavilli legislativi, politici, organizzativi e non si debba discutere dell'incapacità degli architetti di oggi di sapersi rapportare alla storia senza presunzione. In quanto a presunzione Isozaki ne dimostra fin troppa: uno - perchè ha partecipato ad un concorso inammissibile. due - perchè la sua proposta progettuale è terribilmente imponente, volgare ed invasiva ed irrispettosa.
Insomma il problema di fondo, prima ancora di parlare di amministrazioni, ordini degli architetti, politica, partiti, WWF e balle varie, e prima ancora di sputtanare le disastrate università italiane vorrei far notare una cosa. Il gusto.
Abbiamo architetti (in tutto il mondo) che ostentano cultura. Lo accetto. Fa parte del mestiere dell'architetto il dimostrarsi competenti in tutto: computi metrici, statica, particolari costruttivi, leggi, normative (in passato si credevano persino astronomi), suono, clima. In realtà non san nulla. Vaneggiano. Leggere Gregotti ad esempio è intollerabile ma non propongo il rogo. Gli architetti si impastano la bocca di concetti che non conoscono e di pensieri che non sanno formulare chiaramente. Quando parlano o scrivono si riempiono la bocca di nomi che non conoscono e concetti che credono di sapere. Parlano di materiali come fossero dei chimici o dei geologi. E lo accetto. Parlano di Heidegger, di caos, di Nerone e di frattali. Spiegano ad un ingeniere del suono l'acustica e ad uno scultore la scultura. Gli artisti (e già qui si potrebbe parlare di arte e architettura - ammesso che l'architettura sia un'arte) sono alteri. E diciamo che dobbiamo tollerarli per questa loro faccia della medaglia.
Ma cosa conta nell'architettura? L'altra faccia. Conta il loro sapersi confondere le idee, il loro discutere di materie che non gli competono, o l'edificare per l'uomo?
L'architettura è fatta per gli uomini e questo è il punto fondamentale.
E cioè che da quando gente come Le Corbusier (uno dei tanti preso a caso dalla storia) è entrata nelle facoltà di architettura, si è persa la dimensione vera del fare architettura.
Ideologie. Utopie. Ma peggio ancora: teorie. E l'architettura? Sostenete la balla che l'architettura deve essere teoria, utopia ecc.ecc.? Ma per favore!
Paradossalmente (ma non troppo perchè a dimostrarlo sono le loro facce immortalate nelle fotografie, il loro vestire eccentrico, o il loro vestirsi di nero per imitare Michelangelo ad esempio - ditemi se non si credono degli dei in terra tutti i più conosciuti architetti) l'architetto costruisce solo per se stesso, anche quando con raggiri tenta di spiegarci che in realtà disegna per l'uomo.
L'architetto di oggi cerca solo la gloria. L'eternità. E anche l'effimero diventa solo una questione teorica mai praticata. Una giustificazione all'insignificante.
Ecco insomma che l'architetto con la sua vanagloria si inserisce con presunzione (quasi sempre) in contesti storici, sulla città, piegandola e ridisegnandola da 10000 metri con riga e squadra. Questa strada è giusta questa no. E questo a tutte le scale. Sempre dall'alto.
VERGOGNA!
Allora c'è da vergognarsi. Già perchè qualsiasi architettura moderna (il 90% delle opere che troviamo pubblicate sulle costosissime rivista di architettura) sono terrificanti. E il terrificante in architettura è il bello vuoto. Scatole inabitabili. Parchi che sembrano percorsi di guerra accidentati. Palazzi che sembrano dei surgelatori. Musei che sembrano dire: la tela ha bisogno di una parete piana per esporre? Allora io la piego e ti metto un soffitto inclinato con degli spigoli in modo che tu possa sentirti male quando cammini dentro il museo. Avete mai provato a camminare dentro un edificio di Eisenman? Ci si sente male! (balle se mi parlate dello scultore Ghery come di un architetto - e balle se mi dite che l'operazione provocatoria di Wright possa avere ancora senso continuando ossessivamente a proporre musei che sono essi stessi opere). E cosa dire dei giapponesi? Disegni pulitissimi, superfici e materiali fantastici. Incantevole ooesia. E poi? Poi scopro che abito in un cubo di cemento armato a vista e vetro senza un posto dove io possa riporre un libro senza sentirmi fuori luogo e senza turbare l'armonia interna dello spazio.
E' questo il problema.
Prima di criticare gli storici o i politici, riflettiamo sul gusto.
Il gusto della gente dei giorni nostri nasce e si modifica con la pubblicità o con le riviste. Ma muore con l'esperienza del quotidiano. Si spegne nelle case degli architetti di oggi che vogliono gli interni mov

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3/2/2004 - Mariopaolo Fadda risponde a Marco Mauro

Marco Mauro,
AntiTHesi - giornale di critica dell’architettura - le consente di dire la sua. Anche se lei ha ben poco da dire. Anzi direi che non ha proprio nulla da dire, se non esibire un devastante (per lei) sfogo dettato da frustrazione, rancore, impotenza. E infarcito di insulti gratuiti.
Se Isozaki è presuntuoso lei cosa sarebbe? (Mi scuso con Isozaki per l’inqualificabile accostamento)
Se noi (io) sosteniamo (tutta da verificare) “la balla che l'architettura deve essere teoria, utopia ecc.ecc.”, lei cosa sostiene se non cumuli di infantili banalità (“L'architettura è fatta per gli uomini), slogans da stadio (“Viva l'arco. Viva le colonne nelle villette, gli gnomi nel giardino e le cucine di una volta.”) e ignobili sciocchezze (“Gli architetti si impastano la bocca di concetti che non conoscono e di pensieri che non sanno formulare chiaramente.”)?
Mi fermo qui perchè il resto è un crescendo di repellente demagogia (“L'architetto di oggi cerca solo la gloria. L'eternità.” “Parlino alla gente! Allora, quando un operaio, come una cassiera o un politico, tornando a casa si sentiranno a proprio agio, nel bello, vorrà dire che l'architetto ha capito il suo mestiere.”) che non merita repliche.
Diceva uno slogan del ‘68 francese “Fai la somma dei tuoi rancori e vergognati”.

 

5 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 616 di Carlo Sarno del 01/02/2004


Semplicemente amore , più amore per l'architettura e per l'umanità. Viviamo in un mondo che sta dimenticando il vero amore . Basta leggere le riviste di architetturra, i libri di architettura, ascoltare i convegni di architettura, le commissioni di piano, ascoltare gli architetti e gli urbanisti di oggi, ... per capire che hanno dimenticato la parola " amore ", che hanno tolto dal loro linguaggio architettonico l'amore .
Caro Mariopaolo, parlo qui di un amore radicale, alla maniera di Gesù Cristo, un amore fino alla morte per la libertà del prossimo, un amore senza compromessi, che non vacilla, che difende la libertà e la giustizia dell'abitare democratico e creativo.
E' prima nel cuore degli architetti e degli urbanisti che deve avvenire la liberalizzazione, occorre prima purificare i nostri cori ed abituarli alla verità. Solo allora l'oscurantismo sarà debellato alla radice .
Mi viene in mente il meraviglioso libro di Pavel Nikolajevic Evdokimov sull'arte dell'icona intitolato: Teologia della Bellezza. Lì si dice chiaramente che nessuno potrà diventare un vero iconografo se prima non avrà reso bella, libera e vera la sua coscienza di artista. Riconquistiamo la luce dentro di noi e saremo luce anche per gli altri, in questo caso nell'ambito dell'urbatettura intesa zevianamente.
Impariamo di nuovo ad amare se vogliamo veramente creare una civiltà dell'amore e della solidarietà.
Cordialmente, Carlo.

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