Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Luoghi comuni. Un incipt

di Domenico Cogliandro - 6/5/2004


Il titolo è banale e probabilmente lo saranno pure le asserzioni che verranno appresso ma, pensandoci, proprio il titolo può suggerire due letture. Sono “luoghi comuni”, a dire di un certo Gabrielli, "verità fondamentali e indiscutibili per l'autorità di chi le ha pronunciate, su cui si fondano argomentazioni o ragionamenti"; ma, è cosa da non escludere, per esteso va tenuto in debito conto il significato di "argomenti scontati, banali" costituiti di "frasi fatte". Aggiungo, non senza false pretese gnoseologiche, che sono "luoghi comuni" anche, per l'appunto, i luoghi che ci appartengono, che fanno parte delle nostre storie e che, vuoi caso, si incrociano e ci consentono di "dire" prima che "sparlare" su determinati argomenti.
Curiosamente (sarà freudiano?) mi gorgoglia in mente un termine greco che fa parte della civiltà che ci ha cullato, ma di cui si fa uso e abuso più che del fumo: politica. Quelli che hanno potuto leggere, nei pomeriggi tediosi agostani, la Politica di Aristotele si sono fatti una certa idea della "politica", almeno come intesa in origine, e sarebbe volgare e scorretto sintetizzare in due righe i significati e le sfumature che il testo porta con sé, ma la radice della parola, almeno questo, è ancora conservata nella abusata "polis" che, alla maniera di "uogo comune", tiene in sé tre significati: città, politica, molteplicità. I tre termini derivano dal termine originario che non decide il significato a seconda del contesto ma li tiene legati a sé in tutti i contesti, indifferentemente.
Alcuni anni fa Barthes, per tenere dentro due termini che, sì, avevano significato differente a seconda del contesto, aveva parlato di "anfibologie", oggi noi, invece, abbiamo a che fare con i luoghi comuni.
Purtroppo il titolo denuncia la differenza del significato a seconda del contesto ma mi piacerebbe evitare il contesto e determinare una innocenza dei "luoghi comuni" alla maniera di "polis" e pensare, castamente, alla possibilità di decontestualizzare la cosa per averla sempre dentro indifferentemente.
Leggo con piacere, ma anche con disperazione, che dalla scintilla di Luigi Prestinenza sull'idea di stroncatura critica di cose e di cosi, peraltro già nobilmente utilizzata a suo tempo da Zevi (ho assistito anni fa, a Roma, ad uno scazzo di Zevi contro Libeskind, dopo una conferenza di quest'ultimo a Valle Giulia), alcuni amici già schierati eticamente hanno colto la questione e si sono espressi a favore di un atteggiamento critico sulle questioni che ci riguardano: i progetti, le alleanze, i concorsi, le idee, gli eccetera. Il piacere mi deriva dal fatto che disagi risaputi adesso vengono ampiamente accolti e diventano argomenti su cui scontrarsi e/o confrontarsi; la disperazione, invece, deriva dal silente panorama che mi pone innanzi: non bastano le parole di Gianluigi, di Mara Dolce (uno pseudonimo?) e di Mariopaolo Fadda (che non conosco), di Paolo o di Beniamino, a tranquillizzarmi sul fatto che siamo tutti incazzati (e io lo sono per motivi largamente dichiarati), perché rischia di scatenare, l'idea di Luigi, un ginepraio da cortile, da tribù, da lobby, appunto. Con risultati noti. Dice Luigi "ho pensato che non era da disprezzare l'idea di mettere in evidenza inquietanti coincidenze basate su fatti documentati. Perché avrebbe potuto delineare una geografia occulta, evidenziando una serie di connessioni che sfuggono non solo all¹osservatore distratto ma anche agli interpreti più attenti", con il rischio di avventurarsi in un magma degno del miglior Kafka, fino a farlo diventare un tormentone senza sbocco, prima, e un polpettone maleodorante, poi. Forse bisognerebbe passare queste informazioni a Beppe Grillo per renderle salaci, oppure riuscire a renderle autoironiche perché tanto (e riprendo un motivetto spolverato da Polo Ferrara), come recitava la copertina di "Cuore" tanti anni fa, quelli
hanno "la faccia come il culo".
Traggo, proprio da una delle ultime PresS/Tletter, la stilettata inferta da Teresa Appesa (un altro pseudonimo?) a certi "affari" accademici: "Solo a titolo di esempio si potrebbe analizzare quanto l'imprintig genetico ha prodotto nella gloriosa facoltà di architettura di Aversa. Qui, a dispetto di tutti i principi della statistica, legami di parentela di vario tipo accomunano un gran numero di docenti, ma probabilmente uno studio attento di altre realtà accademiche porterebbe a risultati analoghi. Gli abili ricercatori di genetica napoletani riuscirebbero ad individuare facilmente il gene misterioso che certamente si annida nel patrimonio personale di alcuni dei docenti di questa facoltà. Appartengono infatti allo stesso Collegio dei docenti il preside, sua moglie, il fratello, la loro nipote ed è in arrivo anche il figlio del preside stesso." Ora, non so quanto la cosa abbia inciso sulla pellaccia dei suddetti e quanto se la siano presa a male ma se, ad esempio, l'istituzionale Regione Calabria, che non ha statuto autonomo e non è nemmeno in odore di devolution (piuttosto di prostrazione), ha passato un decreto che privilegia i parenti degli eletti al Consiglio Regionale a dispetto di una diffusa correttezza politica nei confronti degli elettori facendo dichiarare candidamente, su una rete nazionale, al suo Presidente del Consiglio Regionale che "non è possibile discriminare i parenti solo perché sono parenti e, anzi, sarebbe stato meglio esaltarne le qualità", cosa ci attendiamo dalla demolizione critica degli status quo? La stessa legge sul conflitto d¹interessi sta diventando un imprimatur sulla coincidenza d'interessi. E non li ferma nessuno, per non dire che stanno godendo di questa loro impunità territoriale. Tutti.
Eppure, come Don Quixote, io sono il primo che mi butto a spada tratta nella mischia. Perché? Perché ho "luoghi comuni" con Luigi, con Paolo, con Beniamino, con Gianluigi, ad esempio, e non riesco a tradire la fiducia che loro hanno nei miei luoghi comuni. Anche se sono soltanto luoghi comuni.
E allora vorrei che finisse la schifezza di un CNA prono dinanzi a Castelli e a Urbani, come denuncia il Co.Di.Arch., anche perché questo si porta appresso la maggior parte degli ordini professionali provinciali, e tutto quello che sta loro dietro; vorrei che sulle questioni delle "grandi opere" si mettesse in moto un movimento, una rete, un plebiscito di persone diecimila volte superiore a quello smosso per il caso Niemeyer, perché sulla scorta di un "improrogabile" affaire finanziario verranno scorticate le casse dello Stato fino all'ultimo centesimo, a prescindere dalla coalizione che governerà da qui all'eternità; vorrei che al posto dei giochini di ruolo dei concorsi universitari, ma l'ho già scritto due anni fa su Arch'it, i docenti si prendessero direttamente la responsabilità di dichiarare la competenza e le qualità di un proprio collaboratore o amico, a patto di essere mandati a quel paese non appena il nuovo eletto si riveli un deficiente; vorrei che i giudizi sui concorsi d'architettura, come scrive Beniamino, avvenissero in maniera palese (magari in una stanza a vetri) e che su ogni commissario venisse applicata una microspia, alla faccia della privacy ma... come ha cantato Gaber, in fondo tutto questo è stupido/ perché logicamente/ io se fossi Dio/ la Terra la vedrei piuttosto da lontano/ e forse non ce la farei ad accalorarmi/ in questo scontro quotidiano. Io se fossi Dio/ non mi interesserei di odio o di vendetta/ e neanche di perdono/ perché la lontananza è l'unica vendetta/ è l'unico perdono! E allora/ va a finire che se fossi Dio/ io mi ritirerei in campagna/ come ho fatto io.

(Domenico Cogliandro - 6/5/2004)

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1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 735 di Teresa Appesa del 11/05/2004


Forse è il caso di riportare per esteso quanto citato da Cogliandro. C'è anche da aggiungere che sullo stesso argomento un divertente articolo riporta la notizia, facendo nomi e cognomi dei docenti interessati, sull'ultimo numero dell'Espresso.
Ecco di seguito il pezzo uscito sulla rivista di Prestinenza
Teresa Appesa :Il gene segreto della ricerca
La cosiddetta fuga dei cervelli dalla Università è un problema che può, nel breve periodo, annichilire le già scarse possibilità di sviluppo del sistema Italia. Si è scritto molto sulle cause e sui possibili rimedi da porre in essere per tentare di risolvere il problema, ma tutte le analisi hanno peccato di carenza nell'approccio scientifico. A mio parere sarebbe infatti necessario analizzare le menti di un campione significativo di professori e di ricercatori di un determinato ambiente, per cercare di individuare le in-varianti, le peculiarità, le specificità che hanno consentito di selezionare la classe dei ricercatori e degli accademici che ancora non sono migrati all' estero (anche perché hanno orami conquistato il mitico posto fisso). Per nostra fortuna proprio a Napoli uno sparuto gruppo di ricercatori nel campo della genetica ha resistito alle tentazioni dei prestigiosi Istituiti di Ricerca americani così che alcuni di loro potrebbero analizzare le menti del corpo docente di una facoltà-tipo per cercare di individuare, nel patrimonio genetico del Collegio dei docenti, quali geni hanno consentito a questi ultimi di giungere rapidamente alla conquista del titolo accademico. Questo evento deve infatti dipendere da imprintig genetici particolari in quanto è facilmente verificabile, incrociando l'organico dei docenti di una qualsiasi Università e gli stati di famiglia degli stessi, che l'attitudine alla accademia e alla ricerca si trasmette per parentela diretta ovvero per via genetica. Studiare le caratteristiche genetiche del docente-tipo sino a giungere alla scoperta del gene del ricercatore consentirebbe, ai governanti del futuro, di coltivare sin da giovanissimi le migliori menti in modo da non disperdere energie e fondi dello Stato. Si potrebbero individuare sin dalla culla i futuri ricercatori sui quali concentrare tutte le energie, mentre tutti gli altri cittadini potrebbero occuparsi d'altro senza affollare inutilmente, una volta adulti, le sedi di concorso a cattedra.
Solo a titolo di esempio si potrebbe analizzare quanto l'imprintig genetico ha prodotto nella gloriosa facoltà di architettura di Aversa. Qui, a dispetto di tutti i principi della statistica, legami di parentela di vario tipo accomunano un gran numero di docenti, ma probabilmente uno studio attento di altre realtà accademiche porterebbe a risultati analoghi. Gli abili ricercatori di genetica napoletani riuscirebbero ad individuare facilmente il gene misterioso che certamente si annida nel patrimonio personale di alcuni dei docenti di questa facoltà. Appartengono infatti allo stesso Collegio dei docenti il preside, sua moglie, il fratello, la loro nipote ed è in arrivo anche il figlio del preside stesso. Una altra peculiarità genetica che dovrebbe essere attentamente indagata è quella della parentela acquisita perché vivendo fra le stesse mura è possibile che i geni si trasmettano per via aerea: il marito della nipote del preside e la socia di studio del fratello dello stesso siedono anche essi nell'Olimpo aversano. Allo stesso Collegio appartengono poi il vicepreside ed i suoi due figli, ed anche qui i ricercatori potrebbero affinare la tesi e verificare se il frequentare la stessa presidenza ha prodotto mutazioni genetiche tali da accomunare, ad esempio, la nipote del preside e il figlio del vicepreside. Oltre a ciò un nutrito numero di figli di docenti affollano le schiere dei volontari che collaborano a vario titolo con la facoltà ed anche qui le sottili arti dei ricercatori potrebbero individuare le peculiarità dei singoli patrimoni genetici per stabilire vincoli e parentele segrete.
Quello della facoltà di architettura di Aversa è, naturalmente, solo un esempio fra i tanti che certamente si ripetono in altri Atenei, ma studiare un esempio fra i più emblematici consentirebbe di sviluppare una ricerca capace di isolare il gene della ricerca attraverso il quale si potrebbe provare a risolvere definitivamente il problema della fuga dei cervelli dalla Università italiana. Un semplice esame genetico potrebbe permettere di individuare le attitudini alla ricerca ed alla docenza di un giovane così da concentrare sullo stesso tutte le risorse che lo Stato destina alla ricerca. Il futuro ricercatore diventerebbe così ricchissimo e dotato di fondi pressoché illimitati e non sarebbe più costretto ad andare all'estero per esprimere al meglio le sue potenzialità.
Un dubbio rimane: e se si scoprisse, una volta individuato il gene della ricerca, che tutti i ricercatori italiani che hanno attualmente successo all'estero non ne sono dotati?
Teresa Appesa

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