Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

'ò prufessore'

di Mara Dolce - 5/7/2004


Nel supplemento di Repubblica “Affari e Finanza” del 28 giugno, Isao Hosol, ­noto progettista giapponese ­interpellato sullo stato del design italiano, dice: “E’ preoccupante che ad insegnare dalle cattedre universitarie ci sia solo chi ha un diploma di dottorato (nel migliore dei casi n.d.r.), ma non ha mai fatto in vita sua dei progetti di design.”
Dietro le cattedre ci sono meno architetti e designer e sempre più professori di mestiere: è il commento unanime di architetti e designer, che è sintomo dello scollamento tra mondo accademico e quello del fare.
“Proprio mentre l’Italia ha bisogno di competenze nell’applicazione pratica del progetto nel processo d’impresa, le persone competenti in questo campo vengono allontanate dalla facoltà di disegno industriale di Milano” è il commento di Gino Finizio .
Ma la situazione di Milano riguarda l’intero paese. Basta passare in rassegna il risultato di questi ultimi anni prodotto dall’autonomia degli atenei che si sono trasformati in gruppi a gestione familiare: sono stati inventati corsi su misura dai nomi impossibili, sistemati i figli dei professori, amanti e amici, mogli e parenti. Tanto per fare un esempio, alla Facoltà di Camericno e Pescara, il disegno industriale ­ disciplina che per vocazione è applicativa ­ non solo non è insegnata da un designer, ma neppure da un architetto. E’ la figlia di un architetto che se ne occupa: Domitilla Dardi, figlia del più famoso e prematuramente scomparso Costantino. E’ laureata in storia dell’arte, ma attenzione, ha un dottorato che butta un occhio all'architettura, cosa che evidentemente la legittima all’insegnamento della disciplina applicativa per eccellenza. Non si vuole entrare nei meriti del docente, ma ci riesce difficile credere che, al concorso per ricercatore, proprio non ci fosse un architetto che avesse provato almeno a disegnare una forchetta e non fosse in grado di arrivare prima della storica dell’arte.
Anticipo gli insofferenti della sana democrazia ai quali questa franchezza della polemica sembrerà un’offesa intollerabile, dicendo che non me la prendo mai con chi non ha potere; ma solo con chi possiede un ruolo e un peso che gli permette di replicarmi con le medesime armi. E concludo che è inutile stare a perdere tempo a organizzare e a partecipare a tavole sulle sorti dell’architettura italiana, che non esiste, perché non si insegna. E non si insegna perché viene premiata la fedeltà decennale del portaborse-ricercatore da parte degli ordinari e associati ­politici, che preferiscono chi sa scrivere a chi sa progettare e costruire. Qualcuno avverta Centola, Prestinenza , Ciorra e tutti gli altri che tanto si spendono per la promozione dell’architettura italiana: quello è un fenomeno tipo "Cantagiro", perché l’architettura italiana non è fatta da una decina di gruppi che più o meno cercano di mettersi in evidenza, ma da quelle migliaia di neoarchitetti che non imparano niente nelle facoltà italiane.


(Mara Dolce - 5/7/2004)

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2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 761 di Pierluigi Di Baccio del 06/07/2004


Mara Dolce ha PERFETTAMENTE ragione. Dalle facoltà di architettura italiane si esce non più troppo giovani, stressati, demotivati e, dulcis in fundo, analfabeti di ritorno. E l'orrore sta nel fatto che tutti lo sappiamo, magari anche ce lo diciamo ma, in fondo in fondo, ci sta bene così.

Tutti i commenti di Pierluigi Di Baccio

 

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Commento 753 di Riccardo Roberto del 06/07/2004


Non posso esimermi dall'essere d'accordo con la tesi esposta dal professor Hosoe. Sono uno studente di design della terza facoltà di architettura del Politecnico di Milano.Sono profondamente deluso da questo corso di studi; sono ormai al traguardo, lo considero inutile per il design in sé e lo specchio di questa considerazione è senz'altro la situazione di stallo in cui questa disciplina si trova. Il sistema del design italiano è vecchio, inattuale ed assolutamente non informato come le figure che si muovono al suo interno, tranne quei pochi che il design lo vivono e di conseguenza possono insegnarlo. Risulta palese la mancanza di una teoretica e di un percorso di indagine progettuale che possa illuminare le future generazioni di designer. Considero il design un linguaggio fortemente espressivo ed estremamente mutevole, considerando la sua forte matrice idealista. In risposta a chi teorizza il crescente peso del design nella società c'è da far notare quanto l'attuale compagine culturale tagli fuori architetti e designer. Manca tra i docenti l'abilità di potenziare il linguaggio creativo di chi oggi segue questi corsi di studi al punto da spingerli oltre la banalizzazione del progetto perfettamente producibile, al punto da garantire attraverso l'informazione l'innovazione con tutti i suoi risvolti. Tutto è saturo di vecchio e non c'è da stupirsi se tutto affonda nella crisi più buia; il design italiano sopravvive portandosi dietro i suoi trofei passati e il suo carattere fortemente nazionale da cui continua tragicamente a prendere spunto. Se un tempo tutto questo poteva essere giocato come una carta vincente, oggi -nel ventunesimo secolo- non ha alcun valore. Non ha più forza espressiva, è scontato. Durante questi anni ho seguito corsi di tutti i tipi, alcuni di una banalità indecente, altri totalmente inutili, e la cosa più grave e che tra questi posso tranquillamente annoverare dei laboratori vissuti senza nessuno scambio dialettico o culturale con la docenza, di cui oggi purtroppo non ricordo niente.Solo raramente alcuni hanno dato forma alla mia preparazione al punto da poter ammettere in maniera dolorosa la profonda ignoranza del design e di chi ne è coinvolto.

Tutti i commenti di Riccardo Roberto

 

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