Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Auguri 2009

di Sandro Lazier - 30/12/2008


Diciamoci la verità. Negli ultimi due anni ci siamo annoiati, sbirciando inutilmente qua e là per vedere se le archistars onnipresenti e super impegnate del pianeta avessero qualcosa di nuovo e concreto da dire. Inutilmente, appunto.
Vi giuro che l’amarezza conseguente la noia è stata tale che più volte mi sono chiesto se valesse ancora la pena dedicare tempo ed energie a una battaglia che poteva solo essere persa per mancanza di esempi credibili.
Modelli che antithesi aveva promosso con entusiasmo, quando pareva che nuova linfa provenisse dall’architettura di strada, presa nei sobborghi, dall’arte trovata cercando nel mondo delle cose e non in quello delle idee.
Modelli senza più visioni che ora, nelle loro inutili repliche, sono finite nel tritacarne dell’ideologia del profitto proponendosi come vetrina dello spreco e dello sfarzo, esibendo gli attributi come avide puttane di lusso, contraddicendo la ragione stessa del loro essere tali.
L’arte di strada, delle bestemmie innalzate a poesia, ha bisogno di un contesto etico imperativo, senza il quale le bestemmie restano offese e la volgarità finisce in vomito. Il valore delle cose non è nelle cose in sé, ma nel contesto etico che richiamano. Le parole volgari non sono volgari in quanto parole; lo sono quando appartengono a frasi disgustose. Le frasi possono essere volgari; non le parole. Questa è la stata la lezione della Pop-Art e di tutto quello che ne è seguito, ultime archistars comprese. Ergo, senza contesto etico, il messaggio va a farsi fottere.
S’è dovuta aspettare la Biennale 2008 e la capitolazione finanziaria di fine anno per farsi un’idea delle ragioni di un tale disastro. “Andando a ripassare quel che si è visto quest’anno nella XI Biennale di Architettura di Venezia, si scopre così che il castello di carta della finanza era già lì in bella mostra, sotto gli occhi di tutti. Un’architettura fatta di apparenze, dove la parola “edificio” non ha alcun significato tanto da identificarsi nella tomba stessa dell’architettura, come ha fatto il curatore della Biennale Aaron Betsky.” Così Philippe Daverio su RAI3 - Passepartout - Edifici di carte (vedi la puntata-->), in onda domenica 30 novembre 2008 alle 13,20.
Difficile dargli torto e impossibile ignorare il fatto che probabilmente siamo giunti alla fine di un capitolo tanto breve quanto importante della storia e dell’architettura contemporanea. Quello a cui abbiamo assistito in quest’ultimo decennio non è un punto di partenza; è un punto d’arrivo. Questo nuovo a cui tutti abbiamo creduto, sorto dalle ceneri della spazzatura postmoderna, mostra inesorabilmente il suo limite teorico che sta proprio nella sua spregiudicata natura effimera, ipotetica, fiabesca. In un attimo, delusi dalle promesse un po’ infantili del profitto per tutti, ci siamo resi conto che forse un buon vino vale e va pagato per quel che è e non per quel che sembra. Ci siamo illusi di fare facili affari e l’architettura ci ha dato una mano. Questo sembra dirci Daverio.
Ma Zevi diceva l’architettura essere quintessenza di civiltà. Se è vero, come credo fermamente, allora bisogna cambiare. Come? Semplice. Cercando e rovistando nella metà del secolo scorso. Di là tutto è iniziato e tante strade sono rimaste ignote perché chiuse dalla necessità ideologica di un pensiero unico.
Un’ultima considerazione su quanto sta avvenendo nel nostro bel paesello.
Non è una sorpresa che vengano a galla imbrogli e intrallazzi. In Italia la concorrenza leale è pura utopia, dai tempi delle corporazioni medievali fino ai fasci del trentennio, per giungere ai giorni nostri governati da ordini, collegi, e altre armate per la tutela dei privilegi. Ciò che sorprende è che il sistema concorsuale per l’aggiudicazione dei lavori, così come vige attualmente, convinca i più d’essere strumento garante di giustizia e qualità. Sembra che sia sufficiente fare un concorso regolare per garantire la qualità del risultato. Purtroppo, siamo talmente carenti di quell’aspetto formale che è la regolarità della competizione, che non mettiamo minimamente in dubbio l’efficacia dello strumento. Eppure non è difficile capire che la qualità di un risultato dipende dalla qualità dei giurati. Giurati mediocri o ideologicamente programmati promuoveranno progetti mediocri o ideologicamente programmati, anche se tutto avviene nella massima regolarità. Tutto questo lo sanno molto bene i nostri bravi architetti presi con le mani nella marmellata. Sono talmente convinti d’essere bravi che, siccome il concorso per senso comune premia i migliori, ritengono un loro preciso diritto aggiudicarselo in un modo o in un altro, senza tante storie sulla lealtà e per il bene dell’architettura. In effetti, non sanno neppure loro se vincono i concorsi perché sono bravi o se sono ritenuti bravi perché vincono i concorsi. Si chiama sindrome del coglione. Ne sono afflitti i vecchi benestanti che stanno con giovani ballerine. Per questa ragione truccare i concorsi non conviene.
Ma non m’interessa ora entrare nel merito di questi. Mi preme invece portare la riflessione su un aspetto diverso, che è quello che riguarda le connivenze tra ordini, architetti e università. Il sistema, se di sistema si tratta come appare dall’inchiesta giudiziaria, non può assolvere nessuno dei soggetti senza i quali non è possibile in Italia fare la professione. Senza queste fondamenta da noi non puoi nemmeno far richiesta di cambiare le piastrelle del bagno.
In cima alla piramide c’è un sacco di gentaglia? Scuotiamo le fondamenta: nessun valore legale per le lauree e abolizione degli ordini professionali. Libera competizione. Non è poi così difficile.
Infine un augurio a tutti per un 2009 che disattenda le premesse e rispetti le promesse.
Un augurio particolare a Paolo G.L. Ferrara. E un ringraziamento per aver saputo tenere in piedi antithesi, contrariamente a me, credendoci. Con la sua convinzione e sagacia è un esempio per tutti noi e merita tutta questa pubblica dichiarazione di stima.


Postilla
A puro scopo dissauasivo di termini come qualunquismo, pressapochismo, grillismo e altre ingiustificate accuse che potrebbero venire da ulteriori commenti non appena si tocca il tema degli ordini e dell'università, di seguito propongo i seguenti link di approfondimento:
Ordini professionali contro l’architettura di Beniamino Rocca - 29/7/2003
La qualità dell'architettura per legge - di Sandro Lazier - 8/8/2003
Abolire l'ordine degli architetti - di Sandro Lazier - 2/11/2003
Ancora sull'abolizione dell'ordine degli architetti - di Sandro Lazier - 26/11/2003
Sulla riforma dell'ordinamento professionale - di Alberto Scarzella Mazzocchi - 19/10/2006



(Sandro Lazier - 30/12/2008)

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Commento 6776 di pietro pagliardini del 26/01/2009


Giannino Cusano, non intendo contestare punto per punto le sue affermazioni. Però direi che, a pura logica, il fatto che l'uomo continui ad allevare il suo cucciolo anche dopo lo svezzamento sarebbe proprio la prova di quello dico io. Se l'uomo smettesse prima allora la cultura avrebbe prevalso.

Ma qui mi fermo perchè mi sembra che vi sia da parte sua una sorta di pregiudizio ideologico che fa perdere il buon senso: paragonare uno stile architettonico alla schiavitù! Non le sembra un pò grossa?
Lei mi conferma con le sue iperboli che ho colpito alcuni nervi scoperti.
Saluti
Pietro Pagliardini

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Commento 6775 di giannino cusano del 26/01/2009


Scrive Pagliardini"... l’uomo di oggi non è biologicamente diverso da quello di ieri e anche dal punto di vista antropologico non credo si possa parlare di una mutazione improvvisa; per questo il costringere lo stesso uomo di sempre in ambienti e spazi che creano disagio psicologico sarà anche in linea con la moda e la cultura dell’immagine del tempo (occidentale)ma non con la sua immutata condizione di uomo."
Dunque saremmo fatti di impulsi biologici ... Peccato che, per esempio, negli animali l'istinto materno dura il tempo dello svezzamento del cucciolo, negli esseri umani no. Strano, vero? Ovvio: gli "istinti" e la biologia (o, come usa oggi, la "psicobiologia") non bastano a spiegare il comportamento umano e la vita sociale, a diferenza degli animali. Certo, ci sono predisposizioni e condizionamenti biologici: ma da qui al comportamento reale il passo non è breve né scontato.
Tanto che lo stesso Freud abbandonò presto l'ambiguo termine "Istinkt" per introdurre quello più articolato e complesso di "pulsione" ("Trieb"). La differenza è fondamentale: la pulsione è una forza propulsiva che non implica risposte predeterminate alle sollecitazioni dell'ambiente ma risposte flessibili, relativamente poco scontate, elaborate con l'inventiva e la cultura. Perché nella risposta pulsionale entrano in gioco proprio fattori culturali e storici.

Non mitizziamo, per favore: è tutto da dimostrare che i centri storici fossero pensati per gli esseri umani. Sono pensati per ammassare gente (plebe, non popolo) in poco spazio e spostarla quasi di peso quando faceva comodo ai nobili detentori del potere, che talvolta avevano su di loro quasi diritto di vita o di morte. Basta andare in un qualsiasi Archivio di Stato per rendersi conto, da documenti dell'epoca, delle condizioni vessatorie in cui vi erano tenuti quelli che erano non cittadini ma sudditi. E talvolta la morosità delle esose pigioni, che tenevano la gente in stato di pura sopravvivenza, veniva punita con la morte: così nella Roma papalina del 1500, per es. E nei casi peggiori, accompagnate dall'accusa di eresia, le teste dei morosi mozzate venivano appese e messe in bella mostra su picche disposte in fila sui parapetti di Ponte Sant'Angelo. Forse le abitazioni di oggi sono bruttine, ma abbiamo degli standard ignoti nei tanto lodati centri storici. Basta andare nell'archivio storico del notariato di una città (per la mia, Potenza, l'ho fatto, a suo tempo) per capire cos'erano i "bassi" e come viveva davvero la gente. Ne ho, del resto, ancora ricordi indiretti -per mia fortuna- che risalgono alla mia infanzia: c'erano, a un passo da casa mia, persone che vivevano non nella povertà ma nella miseria. Ammassate padre, madre e 8 figli in una stanza seminterrata, umida e buia adiacente, per esempio, a quella del carbone che vendevano per vivere. Del resto, l'affollamento a Testaccio -dove la tubercolosi era endemica- poteva raggiungere non di rado 8 persone a stanza in condizioni di promiscuità davvero bestiali. Siamo ai primi del '900. E le case del Testaccio sono internamente davvero bruttine, a essere buoni.
Se si considera storicamente la questione, si vede che i tanto vituperati standard razionalisti -luce, aria, ventilazione, igiene, dimensioni minime tollerabili degli spazi ecc.- sono stati un enorme e serio avanzamento di civiltà. Mille volte meglio le case popolari dell'IACP di quelle dei centri storici, spesso buie e malsane e fatte per tutto tranne che per "l'uomo". Altro che la speculazione edilizia di oggi!.

Si domanda, poi, Pagliardini come mai " in questo mondo dichiaratamente tollerante e relativista dove sono accolte tutte le espressioni umane e tutte le diversità possibili, guarda caso non hanno diritto di asilo idee e progetti come quelli di Lèon Krier (sempre per esempio) che deve trovare un Principe (ironia della sorte) per poter vedere realizzati, con discreto successo, gli esiti di quelle idee e di quei progetti."
Eh già: in questo mondo tollerante e "relativista" (cioè anti-assolutista) tutte le costituzioni dei paesi democratici vietano espressamente di darsi in schiavitù. Che scandalo! Quale grave limitazione alla libertà!
Ricordo un giornalaio fascistissimo. Brava persona. Ogni volta che mi incontrava, mi obiettava:- Tu sei democratico e devi difendere il mio sacrosanto diritto di avversare la libertà. Io, invece, che democratico non sono, ho tutto il diritto di combattere la democrazia con ogni mezzo per poter instaurare una dittatura e vietare a quelli come te di parlare- Regolarmente gli rispondevo sorridendo: - Vitto', cca' nisciun' è fess': democratico si, masochista no! :) -
Il punto è che le democrazie non devono e non possono sottoscrivere, in nome di una male intesa libertà, il proprio suicidio. La tolleranza non è una mole e vile virtù: la tolleranza è combattiva. E le democrazie aborrono e combattono per principio costitutivo le dittature e gli assoluti. Si

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Commento 6777 di giannino cusano del 26/01/2009


Scrive Pagliardini:

" ... mi sembra che vi sia da parte sua una sorta di pregiudizio ideologico che fa perdere il buon senso: paragonare uno stile architettonico alla schiavitù! Non le sembra un pò grossa?"

No

"Lei mi conferma con le sue iperboli che ho colpito alcuni nervi scoperti."

if You like :)


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Commento 6774 di Pietro pagliardini del 25/01/2009


Gent. mo Sandro Lazier,
la ringrazio per la sua risposta che ha il grande pregio di costringere a riflettere. E io, nonostante la mia “faziosità” sono sempre affascinato dal pensiero altrui, specie se diverso ma frutto di convinzione e ragionamento. Se poi, anche rispetto a questo, io mi esprimo spesso in maniera sbrigativa e liquidatoria, ciò dipende sia da aspetti caratteriali sia dal mio convincimento che è sempre opportuno rimarcare le differenze, nel rispetto degli altri, perché è dal conflitto chiaro e leale che possono emergere le rispettive qualità. Gli equivoci producono confusione e zone grigie e, pur sapendo che la vita è fatta di zone grigie, che in fondo costituiscono il punto di contatto tra posizioni diverse e spesso consentono la soluzione e la sintesi dei problemi, credo anche che laddove possibile è bene mantenere non le distanze ma la propria individualità. E’ un po’ come in politica: se le rispettive posizioni sono limpide si possono fare scelte bipartisan, in caso contrario si fanno solo imbrogli.

A questo punto direi che ciò che ci divide o meglio ciò che ci distingue non è tanto l’espressione architettonica diversa che ognuno di noi “sponsorizza” ma qualcosa che viene un po’ prima. La sua sintesi della condizione dell’uomo contemporaneo “ideologicamente debole ma alla ricerca di un pensiero forte” ha elementi di verità ma è sulle risposte a questo stato che divergono le nostre opinioni.

1) Intanto l’uomo di oggi non è biologicamente diverso da quello di ieri e anche dal punto di vista antropologico non credo si possa parlare di una mutazione improvvisa; per questo il costringere lo stesso uomo di sempre in ambienti e spazi che creano disagio psicologico sarà anche in linea con la moda e la cultura dell’immagine del tempo (occidentale)ma non con la sua immutata condizione di uomo. Ora io credo che non possano esserci dubbi sul fatto che il vivere all’interno di una casa del centro storico piuttosto che nell’unità di abitazione (prendo questa come esempio classico) sia condizione molto più appagante e gratificante per chiunque: operaio, intellettuale e, soprattutto, architetto.
2) C’è poi un altro aspetto da considerare: poiché in questo mondo dichiaratamente tollerante e relativista dove sono accolte tutte le espressioni umane e tutte le diversità possibili, guarda caso non hanno diritto di asilo idee e progetti come quelli di Lèon Krier (sempre per esempio) che deve trovare un Principe (ironia della sorte) per poter vedere realizzati, con discreto successo, gli esiti di quelle idee e di quei progetti.E’ impossibile che progetti di quel tipo possano vincere un concorso “aperto”, a meno che tutto non parta da un’organizzazione che ab origine imposti tutto in quella direzione; a meno che, cioè, non si riesca ad opporre una conventicola ad un’altra conventicola. Il che però è altrettanto impossibile. In fondo non si chiede che diritto d’asilo e, nella logica contemporanea, pari opportunità, che invece vengono negate persino laddove si interviene sul tessuto storico.
3) C’è inoltre chi crede che si possa rispondere a quella condizione ideologicamente debole con un pensiero che non ne assecondi la debolezza, che non aumenti l’angoscia, che proponga un modello forte, o ritenuto tale, che ha retto migliaia di anni. Vi sono inoltre gruppi di cittadini e interi popoli che, nonostante tutto, conservano un pensiero e un’ideologia forte, che hanno forti legami di appartenenza e di identità, etnica, religiosa, politica, territoriale e che, magari, gradirebbero conservarla. E invece viene loro negato da un relativismo che, contraddizione di termini, diventa arrogante perché vuole relativizzare tutti. Io credo che al fondo vi sia questo: non è l’uomo, cioè tutta l’umanità contemporanea, ad essere debole ideologicamente ma è una parte, quella potente, quella ricca, che vuole imporre il proprio modello di vita relativista agli altri popoli e alle minoranze, e che accetta le diversità solo all’interno di quel modello.


Vengo adesso alla questione Ordini. Intanto dico che quell’idea che le ho espresso è del tutto estemporanea e, mi creda, mi è venuta in mente mentre scrivevo il commento. Poi invece ci ho ripensato e mi sembra abbia una sua validità, pur conoscendo le difficoltà di mettere d’accordo gli architetti.
Intanto le dico subito che non vorrei stare in nessuna chiesa, né con lei né con altri. Per quanto mi riguarda per me esiste una Chiesa, cui porto molto rispetto, né ho frequentata, in anni remoti un’altra di chiese e mi è bastato.
Diciamo che occorre trovare un minimo denominatore che, in questo caso, mi sembra relativamente facile, cioè il fatto che gli Ordini hanno perduto ormai la loro funzione storica, che in passato hanno avuto quale espressione di professioni liberali in un mondo non caratterizzato dai grandi numeri. Allo stato attuale l’ordine è solo un organo burocratico che, qualunque riforma venga fatta, diventerebbe

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Commento 6773 di giannino cusano del 25/01/2009


WARNING: intervento LUNGO

Scusi, Pagliardini, ma il suo ragionamento non mi torna.
Se il passato, anche di 50 anni fa, si studia per coazione a ripetere, lei ha perfettamente ragione. Ma se lo si studia criticamente per discernere “ciò che è vivo” da “ciò che è morto” oggi, le sue valenze attuali -spesso trascurate e represse- da quelle divenute abitudini e frasi fatte, le cose sono differenti e siamo in totale disaccordo.

Lei scrive:

“Direi che il tarlo sta proprio in quegli anni da cui lei vuol ripartire, l'idea di dover cancellare e rifare, l'assurda pretesa di cancellare la storia, l'automatica trasposizione della modernità della macchina nell'architettura, scelta più da avanguardia artistica che non da metodo adatto all'architettura, all'edilizia, all'ambiente di vita dell'uomo.”

Detto così, sembra che la storia sia un fiume con un suo corso naturale prestabilito che la modernità ha improvvisamente deviato. Non si spiega, allora, come mai si sia tanto diffusa la modernità. Il movimento moderno, invece, ha una sua chiara storicità e necessità: ha radici antiche, come dimostra assai bene il saggio di Zevi “Architettura e storiografia” già nel 1950, anno della sua prima edizione.

Né si può ridurre la questione della “macchina” a questione ideologica o di gusto da avanguardie senza comprendere la necessità storica del problema.
Affrontarlo significò e significa esattamente poter ricominciare a costruire per “l'uomo”. Espressione, per inciso, che detesto per almeno 2 ragioni: 1. la donna, i gay non sono forse persone?; 2. il concetto di persona non è sovrastorico.

Detto questo, l'architettura moderna nasce perché è centrale e drammatico il confronto col problema e l'età della macchina, anche: della produzione di massa, delle condizioni di lavoro -creativo e non- che poneva, delle modalità di produzione e della conseguente “alienazione” del lavoro meccanizzato nell'era della rivoluzione industriale e dell'esplosione urbana e demografica. Non si comprendono l'urlo d'angoscia dell'espressionismo, altrimenti, o il “gioco” dadaista o il “macchinismo” futurista volto a rompere il feticismo del passato, vero ostacolo a una comprensione del passato più profonda perché attuale.
Si trattava e si tratta anzitutto di capire a quali condizioni è possibile la “qualità” nella società “di massa”, con città che raggiungono in poco tempo dimensioni spaventose, mai viste prima e che non accennano a fermarsi sfuggendoci, il più delle volte, di mano. E non si tratta di qualche palazzotto o grattacielo malriuscito.

Ma la modernità nasce ben prima del '900, con un signore che coglie la straordinaria modernità di alcuni assunti del medio evo: William Morris, Non era un neomedievalista, ma uno che cerca nella storia problemi analoghi ai nostri per estrarne indicazioni di pregnante attualità e di contenuto.
Non fu un caso se il socialismo inglese delle origini - ma non solo- si pose in quest'ottica. Dal lato la “cooperazione al consumo” del socialismo fabiano dei coniugi Webb, dall'altro quello della “cooperazione di produzione” del gildismo di D.H.Cole cui, tardi, approderà anche Morris. Le gilde sono la rilettura in chiave (allora) contemporanea delle arti e mestieri medievali. Incarnano un programma sociale e produttivo prima che artistico e trovano formidabili correlativi nelle Arts & Crafts e nella “Morris, Marshall, Faulkner & co,” l'impresa ideata da Morris per produrre parati e oggetti di design e dimostrare che la sua alternativa era possibile. Non fu un caso isolato in Inghilterra e non a caso quelle idee si diffusero immediatamente in tutto l'occidente.

Morris pone anzitutto questioni di sostanza, di contenuto: dell'architettura come “oggetto” non gliene frega nulla, se non come prodotto-strumento per vivere. E se i modi di produzione sono la serializzazione meccanizzata dell'ovvio, avremo ambienti e città invivibili. Dall'impulso di Morris non nasce solo la Red House: nasce la città giardino di Howard, per es., progenitrice delle New Towns.
Lui contrappone alla produzione industriale l'artigianato, e in questo è soccombente, ma la gamma di problemi che Morris mette sul tappeto è, tutta intera, il background programmatico e di contenuti con cui l'architettura moderna dovrà fare i conti se non vorrà ridursi ad astratta questione di preferenze estetiche e di gusti.
E così sarà: l'Art Nouveau ricorrerà alla linea come strumento per piegare i trafilati tipici del modo di produrre "odierno" a un volere artistico, o (Jugendstil e Hoffnmann) per forgiare un'arte "per tutti" sinceramente borghese, scevra da nostalgie, travestimenti e complessi verso il mondo artistico aristocratico.

E così sarà per “The Art & Craft of the Machine” di Wright del 1909, documento che di fatto impronterà tutta la sua attività; così sarà per la Maison Dom-Ino o la Citrohan di L.C., risposta di

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Commento 6762 di pietro pagliardini del 24/01/2009


E' ben strana questa nostra professione, perchè sono totalmente in disaccordo con lei su ciò che riguarda l'architettura ma potrei sottoscrivere il suo augurio di buon anno per tutto il resto.
In particolare sono assolutamente favorevole all'abolizione degli Ordini professionali che, coscientemente o no, in buona o cattiva fede, sono strumento di collusione nel sistema bacato dei concorsi, costituiscono un freno alla crescita degli studi con le loro litanie parruccone sui minimi inderogabili (non finirò mai di benedire Bersani, pur non essendo a lui vicino politicamente), non servono più, o forse non sono mai serviti, se non in tempi remoti, a garantire un minimo di rispetto delle norme di deontologia, perché intervengono solo "dopo" la magistratura, cioè quando non serve più e diventa un inutile accanimento, invece che prima, quando tutti sanno e si chiudono gli occhi e potrebbero prevenire. insomma, sono una palla al piede e un danno per i professionisti, o almeno per gli architetti. Gli ordini interpretano il loro ruolo di garanti di corretti comportamenti in maniera burocratica, vagamente forcaiola e giustizialista, invece che comportarsi come il buon padre di famiglia con i propri figli. Certo la colpa è anche nei numeri parossistici dei nostri iscritti che rendono difficile, se non impossibile, un simile atteggiamento ma questo è un motivo in più per eliminarli, non per potenziarli, visto che attualmente sono solo un piccolo, o meno piccolo, centro di potere contrattuale.
Mi domando quanti siano gli architetti che la pensano allo stesso modo. Davvero non saprei quantificare. Immagino siano tanti, silenziosi anche se, credo, non maggioranza. Come poter fare emergere questo dato? Come poter trovare un modo di fare sentire la nostra voce? Io proprio non ho risposta. L'unica sciocchezza che mi viene in mente è fare un logo e metterlo in testa ad ogni sito o blog che è favorevole all'abolizione degli ordini, con una brevissima spiegazione. Non è granchè, mi rendo conto, ma meglio di niente. Ci pensi sopra un pò.
E, tanto per evitare sospetti di opportunismi, qualunquismi, grillismi ed altro, come dice lei, le dico subito che io sono stato consigliere dell'Ordine di Arezzo per molti anni, per più anni di tutti i miei colleghi, fino al momento in cui, nel 2002, ho sbattuto la porta e ho dato le dimissioni da consigliere in carica.

Quanto all'architettura, beh, non voglio farla lunga ma io credo che ripartire dalla metà del secolo scorso, come lei auspica, significa ripercorrere gli stessi sbagli, riprendere gli stessi difetti che hanno portato alla degenerazione di cui adesso sempre più si stanno accorgendo, piantare l'albero sullo stesso terreno sbagliato.
Direi che il tarlo sta proprio in quegli anni da cui lei vuol ripartire, l'idea di dover cancellare e rifare, l'assurda pretesa di cancellare la storia, l'automatica trasposizione della modernità della macchina nell'architettura, scelta più da avanguardia artistica che non da metodo adatto all'architettura, all'edilizia, all'ambiente di vita dell'uomo.
Non mi interessano "gli stili", parlo di un'ideologia perversa, spesso coltivata in assoluta buona fede, che mette al centro dell'interesse un architettura auto-referenziale (proprio come gli Ordini) che non tiene in alcun conto l'oggetto del prodotto per cui esiste la stessa architettura, cioè il suo abitante, l'uomo, l'individuo, la persona, il committente, il cittadino, lo chiami come vuole.

La storia dell'architettura moderna è una storia tutta interna ad una casta, esattamente come la scuola è interna a interessi sindacali e politici dei vari soggetti, ad eccezione degli studenti che ne pagano le conseguenze, come la sanità è al servizio di medici e infermieri e personale vario, invece che del malato, ecc.

La casa è per l'uomo e non per l'architetto. Lo so, le potrà sembrare banale, semplicistico, ingenuo, scontato.
Però spesso la verità è la più semplice, la più banale, la più scontata che si possa dare. Tanto per fare una verifica basta domandarlo a persone non addette ai lavori: perché esiste l'architettura?
Vedrà cosa le risponderanno.

Con stima
Pietro Pagliardini

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24/1/2009 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Gentile Pietro Pagliardini, le devo una risposta in due parti.
La prima riguarda l’architettura delle archistars che lei dice autoreferenziale.
Io non credo che appoggiare le proprie tesi critiche su un ideale uomo, abitante, individuo, persona, committente, cittadino, buono per tutti i tempi e per tutte le cifre, possa portare da qualche parte restando immuni dal contagio retorico e, mi consenta, demagogico.
Tutta l’architettura è fatta per l’uomo, compresa quella che lei contesta. Ma per noi lo dev’essere per l’uomo d’oggi, non per un uomo generico fuori del tempo e della storia; perché la condizione di quest’uomo attuale, e la coscienza che ha di sé, non sono più centrali rispetto all’universo come avveniva in passato, tanto da giustificare l’architettura del passato. L’umanità vive oggi con coscienza una condizione periferica e “cosmologicamente” insignificante rispetto alla vastità e complessità dell’universo. Se è compito della cultura essere interpreti e critici del proprio tempo, non si può certamente essere attori di questa nuova tragica condizione richiamandosi all’umanesimo del rinascimento e del neoclassico, questi sì autenticamente disposti alla centralità, universalità e anastoricità degli ideali e dei fatti che li realizzano. L’uomo forte con pensiero forte, così padrone di sé e del mondo da potersi permettere e auspicare una concezione condiscendente e conciliante della vita e dei viventi, è roba d’altri tempi. Quella che lei definisce degenerazione, quindi, non si può più attribuire alla stanchezza ideale di un uomo forte ma, al contrario, è la ricerca di un pensiero forte da parte di un uomo ideologicamente molto debole. Se c’è difetto ed errore in qualche architettura recente, questo è imputabile alla maniera, al ripetersi e abituarsi all’uso formale, stilistico che, come per il passato, riconcilia con una blasfema convinzione di superiorità. Il male maggiore non sta nell’autoreferenzialità (che attiene la scrittura architettonica con la quale occorre convivere) ma nel suo svilirsi in calligrafia pura e semplice.
La seconda riguarda l’abolizione dell’ordine degli architetti.
La profonda differenza ideale che divide il nostro modo di intendere e fare architettura è la ragione prima per cui io e lei non dovremmo stare sotto la stessa chiesa. Per quanto riguarda un sondaggio tra i lettori non credo che molti gradirebbero prestare il proprio nome per la sottoscrizione di una richiesta così radicale. Ma si può provare.

 

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Commento 6772 di renzo marrucci del 24/01/2009


ABOLIRE GLI ORDINI NON VUOL DIRE ANARCHIA
Gli ordini professionali gestiscono l'esistente in modo vecchio e superato, bisogna avere il coraggio di abolirli per rifondarli in modo aderente alla realtà.
Riconquistare e obbligare a riconquistare la partecipazione attiva degli architetti che preferiscono RAGIONEVOLMENTE ignorarne l'esistenza. I problemi che oggi affliggono la professione non trovano casa in questo Ordine che chiede denaro come una tassa obbligata agli iscritti senza dare neppure il ricontro nei termini della tutela della professione che svolge senza nessuna dinamica nei confronti della so
cietà che cambia in ogni momento dietro qualsiasi impulso i termini del dibattito.

ABOLIRE GLI ORDINI VUOL DIRE RIFLETTERE PER DARE ORDINE E COSCIENZA
AD UNA STRUTTURA CHE HA PERSO LA SUA RAGIONE DI ESSERE
Occorre una struttura in grado di dialogare E RAPPRESENTARE I PROBLEMI DEGLI ARCHITETTI con le autorità e LE ISTITUZIONI SOCIALI per svolgere il dovere di capire e proteggere gli interessi dei suoi iscritti ed il loro rapporto con la società. Occorre una struttura rifondata e moderna, attuale, in grado di essere all'altezza delle problematiche che sussistono oggi. Concorsi, gare, incarichi, professionalità e specializzazioni, competenze e limiti nella società costituiscono la materia primaria dove è urgente una costante volontà ad assumersi responsabilità specifiche di critica e controllo… Osservate il recente caso Casamonti... Nessun Ordine se ne vuole occupare sia pure in termini deontologici e per comprendere ed esaminare come è mutato il rapporto tra società e professione mentre ci sarebbe una notevole propensione da parte degli iscritti a capire, silenzio e silenzio inconprensibile... Mentre la società restringe e affievolisce i campi e i margini anche culturali della professione e celebra incontrastate le stars dell'architettura... Schiere di giovani e meno giovani validi architetti mordono la polvere o sono condannati a perseguire livelli di contrattazione marginali ed umilianti senza l'interessamento fattivo di nessuno. Tutto ciò va contro ogni volontà di possibile ripresa della ricerca e della architettura italiana

Renzo Marrucci

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Commento 6770 di Renzo marrucci del 24/01/2009


Abolizione degli ordini professionali? Sono perfettamente in sintornia con Pagliardini. Fotocopie sbiadite di un sistema a perdere che riesce a essere dannoso più che altro agli iscritti e non è un caso che non rap> presenti le problematiche della vita e della reltà professionale della quale oggi ci troviamo ormai in balia. Triste ragione ma ragione!
Si tratta solo di attendere che gli architetti riprendano fiato o prendano coscienza... Magari scossi dalle teorie qualche matematico umanista o chissà da quale filantropo di montagna... Una disamina impietosa sulla scienza della incapacità a diventare trasparenti o....piatti come veline nonostante lo spessore del corpo in carne ed ossa... Uscirà anche se i sociologhi dormono sonni profondi e parentali.
Ecco! Ora capisco anche io... Ma non c'è alcun bisogno di chiamarlo Carolina, Caro Giannino...visto che il più bravo degli onesti in Italia rischia di fare il massimo del suo schifo in queste condizioni di sbando della giustizia e del senso di libertà. La libertà è come una bistecca... La mangi da dove ti pare, cominci con i tuoi strumenti a tagliare da dove l'occhio si posa sopra. E' come fare una vera scelta...L'ambiente dove vivi e operi non deve fare altro che pensare a te! Prende i tuoi soldi e la tua anima e la tua fiducia e se poi ti illude di pensare a te...
Interessanti le considerazioni sui sassi di Matera...Meriterebbero un serio approfondimento!

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Commento 6656 di renzo marrucci del 02/01/2009


A Cinici devo dire che avevo ben capito e mi son servito della sua prosa per nulla comica per sviluppare una riflessione. Si poteva capire ma co
munque niente di particolare. A me interessa che si comprenda il dato ambientale ed il livello di degrado della politica e della società italiana. Apprezzo lo spirito comico ma il mio umile parere è che deve fare ancora esercizio ...è più utile del rancore ma è vero... siamo entrambi dilettanti.
Di Casamonti o simili, sempre che sia dato per certo....perchè non ho ancora letto l'ordinananza che mi auguro sia aderente alla realtà... Fosse che fosse la volta buona? Potrebbe venirne fuori qualche cosa di buono e almeno una volta ne potrebbero spuntare i funghi, quelli che asfissiano le piante se son sane, in questa italietta politicizzata secondo ideali sopraffini e di ispirazione, badi bene : Popolari... e via dicendo. Non mi interessa scagliarmi su quello che si vede... Sento dall'odore quello che c'è nell'aria e nessuno tira sù neanche un ciglio... Sfuriate e basta... Cosa vuole signor Cristoforo, sarà per la mia origine contadina ma io non ho uno spirito retorico e senza spinta o contenuto non mi si muovono le mani. Spero apprezzi il buon umore e non se la prenda ma se non conosce il lavoro duro è buon segno o almeno me lo auguro... Libero di capire come desidera meglio, ci mancherebbe altro... E in fin dei conti meglio le parole che sassi o monetine e... Poi basta !

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Commento 6637 di renzo marrucci del 31/12/2008


Il nostro paese non ha interesse alla cultura? Alla lealtà ed alla competizione? Ma il paese che cosa si crede che sia? Diventare archistar? Se son parole al vento son proprio piene di vento... Aspiranti a veleggiare di fiume? Di mare non mi sembra!


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Commento 6639 di christofer giusti del 31/12/2008


Tanti tanti auguri all'italia che se ne sbatte della cultura e dell'equità, ma che, una volta per tutte, ha la giusta rappresentanza in chi, per mera popolarità, è disposto a fare leggi che consentano la prevaricazione dei figli di puttana sugli onesti!
e chi vuol lavorare, dio buono, diventi star se ne è capace, non faccia l'invidiosetto!

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Commento 6622 di lilly greemens del 30/12/2008


Mi dispiace, caro Sandro Lazier... ma fare del qualunquismo generico affossando tutto nn porta a nulla... si fa la fine del marito che x fare dispetto alla moglie, etc, etc...
I spunti di riflessioni che tu metti sul piatto sono sacrosanti e veri... si è fatto sfregio del decostruttivismo barattandolo con i soldi e il profitto... e' vero... ma bisogna fare nome e cognome... chi l'ha fatto (libenskind sicuramente, un po' purtroppo la Hadid, etc...) e chi no (vedi Gehry)... Come bisogna fare dei distinguo sugli Ordini... mi trovi completamente d'accordo se x Ordine parli del CNAPPC, capeggiato da Raffaele Sirica da almeno un decennio ed eletto antidemocraticamente (ogni Ordine vale 1, ossia un presidente che rappresenta 15.000 iscritti ha lo stesso potere di voto di un presidente che ne rappresenta solo 100!!!), che pur di andare a braccetto con il potere di turno ha venduto, uno ad uno, TUTTO... vedi codice appalti: a parole si è detto contrario all'appalto integrato... a fatti NO, anzi ha esultato quando nn si è riuscito a toccarlo!!!... Come x la riforma delle professioni, si è detto contrario e ha fatto una gran cagnara buttandola sulla difesa delle tariffe (come se avesse sempre controllato qst) solo xchè si stava tentando di eleggere i rappresentanti del Consiglio nazionale in modo democratico... qst è la verità... Bisogna seguire le vicende, prima di buttare tutto nel calderone!!!
Gli Ordini provinciali, invece, nel limite del loro potere (di fatto con il Governo può parlare solo il consiglio nazionale) si stanno battendo, certo chi + chi -, almeno x dare voce ai problemi e x proporre iniziative concrete... Non facciamo del facile qualunquismo, che porta a gran battute di mano alla Grillo ma ci lascia + scemi di prima... nn cambiando nulla!!!
Senza Ordini, certo si può sopravvivere... così come sono, senza una seria e vera riforma nn possono fare molto... ma davvero credi che staremo meglio??? Le battaglie da fare contro chi usurpa ogni giorno la nostra professione sono troppe... e con il qualunquismo e l'individualismo che gira, credi davvero che le cose possano andare meglio??? Io credo fermamente di no... serve UNITA' tra architetti... meglio se tra veri architetti, cercando un modo, una via x eliminare il superfluo sdoganato senza senso negli ultimi decenni dalle università...
La battaglia contro l'università è sacrosanta... è lì la piaga di tutto!!!... E sono più che mai attuali le ragioni che Zevi urlava... se era un esamificio 30anni fa... ora è un import/export dozzinale, dove la cultura nn abita + da decenni... il peggio è che i giovani architetti ne escono anche con tanta boria, si sentono delle neo-archistar solo xche' sanno smanettare con i rendering, sanno fare il copia&incolla (il computer ha facilitato di molto il nefasto sistema dei "riferimenti", combattutto a sangue da me e pochi altri!!!)... ma chiedi loro di fare una semplice sezione (nn dico uno spaccato assonometrico, che te li giochi) e potrai constatare tutto il loro limite di percezione spaziale... purtroppo nn è nemmeno colpa loro xchè lo spazio, la visione dell'idea in testa (la sola che ti permette poi di disegnarla con qualunque mezzo)... nn viene + insegnata... xchè chi insegna (la maggior parte, le eccezioni, che ci sono, nn riescono ad incidere... purtroppo) nn sa vederla, nn ha mai saputo vedere l'architettura!!!
Il vero problema, caro Lazier, è tentare di tenere la barra + che mai dritta... senza ripensamenti, capisci che la guerra contro le archistar fa comodo al potere di turno, o no??? Vogliamo forse ri-assistere al neo-ismo vario??? neo-razionalismo, neo-post-modernismo, etc, etc???
NO GRAZIE....
Le potenzialità del linguaggio decostruttivista sono + che mai VIVE, infatti il vero linguaggio architettonico segue un filo rosso con la storia (l'eritreo greco, le città medioevali, il barocco borrominiano, le avanguardie del '900, etc...)
E' la contro-storia che ci deve guidare... nn scivolare su qst... vuoi unirti, forse, all'imperante richiamo dei nostalgici degli anni 30, ricostruendo l'arco dell'Eur e facendo rivoltare nella tomba, + di quanto ha dovuto in vita, il popolo Libera??? Attenzione!!!
Parliamo, gridiamo, urliamo affinchè RITORNI LA CULTURA DEL PROGETTO e nn il protagonismo solo dei PROGETTISTI divenuti famosi!!!
Cerchiamo di indirizzare la nostra rabbia verso un fine... che deve essere quello delle pari opportunità x tutti... che invece dalla legge Merloni fino al Codice degli appalti hanno tolto... lo sai o no, che x fare un concorso in Italia devi essere scelto come progettista (fatturato, numero dei dipendenti, sconto sulla tariffa, etc) e nn x l'idea che proponi??? Fino a che le cose stanno così, davvero l'Architettura muore... lentamente... ma sta morendo... Quindi che facciamo, aboliamo gli organi che potrebbero aiutarci??? NO... costringiamoli ad aiutarci davvero, controllandoli!!!
AUGURI anche a te ;)

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30/12/2008 - Sandro Lazier risponde a lilly greemens

Postilla all'articolo.
A puro scopo dissuasivo di termini come qualunquismo, pressapochismo, grillismo e altre ingiustificate accuse che potrebbero venire da ulteriori commenti non appena si tocca il tema degli ordini e dell'università, di seguito propongo i seguenti link di approfondimento:
Ordini professionali contro l’architettura di Beniamino Rocca - 29/7/2003
La qualità dell'architettura per legge - di Sandro Lazier - 8/8/2003
Abolire l'ordine degli architetti - di Sandro Lazier - 2/11/2003
Ancora sull'abolizione dell'ordine degli architetti - di Sandro Lazier - 26/11/2003
Sulla riforma dell'ordinamento professionale - di Alberto Scarzella Mazzocchi - 19/10/2006

 

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Commento 6635 di Maurizio de caro del 30/12/2008


sandro carissimo, intanto ricambio gli auguri e spero che il nuovo anno ti porti quella serenità che l'architettura ti toglie.
non ti risponderò perchè conosci il mio pensiero. vorrei chiederti,invece se pensi che il "nostro mondo"non faccia parte di un sistema più ampio (il nostro paese) che non ha nessun interesse per la cultura, la lealtà professionale, la corretta concorrenza.
le invettive fanno male a tutti fuorchè ai destinatari. invece di rassegnarci non è meglio diventare archi-star e contrastare ad armi pari star, starlette, maestri presunti, geni incompresi, intellettuali di nicchia, invidiosi e invidiosetti?
per vincere ogni guerra, specialmente culturale, servono forze ingenti. le parole,belle come le tue possono solo rendere meno amara una prevedibile sconfitta
Un abbraccio
Maurizio


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Commento 6634 di renzo Marrucci del 30/12/2008


iL Giusti che cosa si aspettava? Che da questa finestra ne uscisse che cosa?
Di quale reticenza parla? Voleva fonti di accusa verso chi si conosce solo per l'arresto segnalato dalla stampa su qualche attività ? Credo che non solo abbia male interpretato e pardon: male capito... Ma ha anche male agito perchè il compito è quello di capire il problema e misurarne se è possibile l'entità morale come architetti e farne materia di coscienza e importante di discussione .... Nè un processo nè un blaterare sulle spalle della gente... e se così lei lo avesse capito... sono davvero allibito!
Che il 2009 gli porti consiglio caro signor Giusti.

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Commento 6631 di christofer giusti del 30/12/2008


Signor Lazier,
ottima sintesi!
le porgo i miei saluti e i miei auguri per un buon 2009!

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Commento 6627 di Renzo marrucci del 30/12/2008


Cara Lilly, chi ti dice che per tenere la barra dritta ci sia bisogno degli Ordini professionali? Hai una ricetta segreta nascosta da qualche parte? Faccela vedere... Altrimenti dopo il disservizio reso continuare è davvero da tosti ma da tosti per davvero! La casa degli architetti dovrà essere ricostruita semmai e se ne vale la pena... Quest è la mia idea...e se gli architetti si accorgono... che la società di oggi demanda al collettivo che oggi è assente nella presenza, ossia c'è ma non si esprime e accetta perchè ha paura di progettare il futuro...allora come minimo cambieranno le cose e si andrà avanti migliorando sulle ceneri della vecchia casa incrostata sul vecchio che non funziona e che a tenere in piedi costa più in termini di arretratezza culturale e organizzativa che altro... Come mai il settanta per cento degli architetti non vogliono... e si interrogano nella crisi di valori e della professione che oggi stiamo vivendo e pagando carisssima sia in termini di vita che di economia che di educazione che di cultura e di tutto altro? La cui realtà, così come è, tutto sommato, torna bene a chi torna bene... Mentre agli architetti non torna solo nulla di fatto ma purtroppo funge da ancora alla paura del progetto... Vivacchiare nella vecchia casa non va più bene ed il dovere morale coincide con un po di coraggio... per il bene di tutti...

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Commento 6625 di lilly greemens del 30/12/2008


Errata corrige: volevo dire "povero Libera"... ma ho scritto "popolo"... scusatemi... è palesamente un no-sense... ma, incosciamente, potrebbe pure avere senso... ;)

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