Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Difendere la tradizione dai tradizionalisti

di Sandro Lazier - 12/8/2009


"La dialettica è il tentativo di vedere il nuovo nell'antico invece che soltanto l'antico nel nuovo." (1)
Sono parole di Th.W. Adorno nella sua critica al tradizionalismo. Il suo sistema dialettico rimane sempre attuale perché rinvigorito dal riconoscimento in questo senso espresso dal filosofo della decostruzione, recentemente scomparso, J. Derrida.
Per Adorno la tradizione "Va tenuta lontana, non può essere convocata con un appello e strumentalizzata, pena la sua falsificazione. Ma va anche tenuta presente. Per il suo peso storico, per il suo incarnare(…) la "mediazione" interna a cose e parole, ma non solo."(2)
Cose e parole, realtà e linguaggio, sono i puntelli ma anche i limiti della nostra capacità di comprendere. Oggetto e soggetto, oggettività e soggettività nella dialettica Adorniana non trovano conciliazione, ma sono costrette ad un perenne e critico contradditorio che esclude qualsiasi sintesi. C'è infatti un'asimmetria insita nei due concetti, tra pensiero e cosa pensata, perché il pensiero, potendo pensare se stesso e anche contro se stesso, diviene in parte anche cosa pensata. (3) Il soggetto è in parte anche oggetto mentre l'oggetto rimane solo tale. Un'interferenza questa che genera tensione, squilibrio, particolarità, differenza che non toglie al soggetto il primato sugli oggetti, ma che "materializza" in parte anch'esso, lo contamina al punto che non si può pensare a qualcosa senza intaccarne soggettivamente l'oggettività. L'oggetto non è più soltanto "cosa pensata" ma ha in sé parte del soggetto che l'ha concepita (e quindi rigenerata).
Questa idea, evidentemente materialistica, oggettiva per postura ideologica, affida tuttavia al soggetto la sua sussistenza: un marxismo che introduce l'individuo nella macchina della storia. Un'idea che costringe i fatti storici, la tradizione, a fare i conti con il presente: "La tradizione non è un prodotto del passato, ricevuto passivamente dai contemporanei, ma un punto di vista che uomini del presente sviluppano sul passato. Si tratta di una interpretazione del passato, condotta in funzione del presente. La tradizione non è ciò che è sempre stato ma un richiamo al passato (vero o presunto) per alcuni scopi legati al presente." (4)
Questa condizione porta ad evidenti contraddizioni quali, per esempio, il fatto che più si convoca la tradizione più la si deforma e contamina. Per questo, secondo Adorno, va tenuta alla larga. Ma essa ci è anche necessaria perché mediatica, vale a dire indispensabile al senso della comunicazione. Ma quale senso?
"L'oblio è disumano perché fa dimenticare la sofferenza accumulata: giacché la traccia della storia nelle cose, nelle parole, nei colori e nei suoni è sempre quella della passata sofferenza. Per questo la tradizione si trova oggi davanti a una contraddizione insolubile: nessuna è attuale né da risuscitare, ma quando ogni tradizione è spenta, la marcia verso la disumanità è iniziata". (5)
Secondo Adorno è il senso della storia come resoconto di continue sofferenze mediate dal linguaggio, sofferenze che non si possono dimenticare per non reiterare le vicende che le hanno prodotte. Una visione profondamente umanistica, finalmente positiva, frutto peraltro di una condizione fortemente critica. Come dire che le situazioni negative, in contesti contraddittori, non possono che produrre valori.
Questa dialettica, che Adorno chiama negativa per il suo esito critico, "…è autocoscienza teorica e in quanto teoria immanente smentisce la falsa oggettività, la falsa soggettività e il feticismo dei concetti." (6)
Credo che gli architetti contemporanei non possano che ammirare la bellezza di questo aspetto della teoria adorniana e la sua attinenza alla più recente e sconvolgente prassi architettonica. Così come, credo, non possano ignorare quanto tale pensiero falsifichi ogni pretesa di patrocinio storico da parte di coloro che affidano ad una presunta ragione oggettiva la guida del loro comportamento professionale. Penso ai tradizionalisti in genere e al catechismo tipologico di Aldo Rossi e discepoli neorazionalisti, impegnati a trasformare la materia in concetto, le differenze storiche particolari in conformismo collettivo.

Dice W. Benjamin "In ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla". Da un versante prossimo alla teologia, nel quale il termine Tradizione trova il suo significato più autentico e originario, le tematiche del linguaggio introdotte da Benjamin aiutano a comprendere meglio le ragioni del confronto tra modernità e tradizione. Se tradizione è "un'origine che trascina il materiale della propria nascita" allora "…essa si propone come un divenire che ha come unico compito quello che il già nato venga a noi. In questo senso l'origine è ciò che è stato e, funzione della tradizione, risulta essere la riproduzione il più fedele possibile di questi".
La situazione in cui ci si ritrova non è diversa da quella del traduttore di testi. Ma nel trasporto dal prima al dopo vi è una perdita di senso che va rigenerata: "Nello scritto "Il compito del Traduttore" ciò che si evidenzia è proprio questo rapportarsi di una temporalità della significazione, che avviene tra l'originale e la sua traduzione. Qui il presente non è un momento cronologico, ma bensì il soggetto dell'acquisizione di senso […]. La traduzione viene quindi a riscoprire una funzione di un'attualizzazione del passato, e solo in questo rapporto sta la sua realtà: essere una traduzione. Questa coglie la sua sostanzialità dall'originale, che viene a connotarsi come la sua origine." (7)
Ne segue che il rinnovamento è qualche cosa d'indispensabile e, paradossalmente, per poter rimanere fedeli al testo, non possiamo che tradirlo: "come si mostra che nella conoscenza non potrebbe darsi obiettività, e neppure la pretesa ad essa, se essa consistesse in copie e riproduzioni del reale, così si può dimostrare che nessuna traduzione sarebbe possibile se la traduzione mirasse, nella sua ultima essenza, alla somiglianza con l'originale. Poiché nella sua sopravvivenza, che non potrebbe chiamarsi così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente, l'originale si trasforma". (8)
"Appare chiaro, dunque, che il tradimento auspicato da Benjamin è da formularsi nei confronti del tradizionalismo, il quale, chiuso nel culto del passato, rimane cieco nei confronti di un'attualizzazione dei propri contenuti; in modo da perdere la possibilità che il presente abbia, oltre alla sua apparenza, anche un significato. L'origine in questa condizione rimane perciò mitica e irraggiungibile, il presente, come realtà nuova, sostanzialmente insensato." (9)
Sembra una lezione teorica sul restauro che, volendo, è anch'esso un particolare tipo di traduzione. Il vero nemico della tradizione è quindi il conformismo, con la sua pretesa di fedeltà tradotto in tipologia. È interessante inoltre notare come i termini tradizione, traduzione e tradimento, grazie alla loro equivalente origine etimologica (al proposito vedi Tradimento e tradizione di Vilma Torselli) alla fine trovino un significato vicendevole.


Aosta, mercoledì 14 luglio, libreria Mondadori, nel cortile accanto a Piazza Chanoux incontro Bobo Pernettaz. Lo conosco dai tempi dell'infanzia ma l'ho rivisto da pochi anni. È personaggio eclettico e originale. Ha uno sguardo intenso dal quale si capisce che le cose le fa molto seriamente, malgrado un vasto versante ironico della personalità che sfocia volentieri nel sarcasmo. Oltre la libreria e il lessico che sfodera con destrezza, ha interesse per l'arte figurativa. Scolpisce il legno, come è tradizione di queste parti, e lo fa con poesia. (10)
Nel tragitto dalla piazza al negozio incontro anche alcune indicazioni con una freccia e la scritta: "Segui la freccia e trova il legno sbagliato. Ohi-bo!" Chiedo e mi viene spiegato che l'opera di Pernettaz, presentata al concorso annuale dell'artigianato valdostano su invito degli organizzatori, è stata esclusa per aver utilizzato nella sua realizzazione un pezzo in legno d'essenza non autoctona. L'opera l'ho vista ed è pregevole. Un pastore di legno dorme intagliato in un prato ancora di legno e sogna la sua bella sempre di legno in una nuvola di fil di ferro. Sembra un quadro di Chagall, un racconto onirico scritto con parolacce di scarto. Difficilissimo tra tante essenze legnose scovare la bestemmia, il legno clandestino. Ma, pare, la commissione esaminatrice c'è riuscita. Immagino lo zelo e la soddisfazione del commissario che ha scoperto l'intruso e con lui ha licenziato tutta la ciurma. Perché non gratificarlo - con un pennarello colorato come si dona ai bambini - e con lui premiare anche quelli che riusciranno nell'impresa? Così è nato il concorso "Segui la freccia ecc…" che, se da un lato è occasione di autentica ilarità, dall'altro pone almeno un paio di problemi più seri, che toccano il portafoglio dei valdostani e l'integrità delle loro tradizioni. Integrità che la finalità del concorso si propone di perseguire. La Mostra Concorso dell'Artigianato Valdostano, infatti, giunta alla sua 56° edizione esiste dal 1954 ed è la più importante occasione per gli artigiani del legno di proporre le loro opere al pubblico. Ora, dal 1954 ad oggi, sono cambiate sia le definizioni che i significati delle parole artigianato e tradizione, per cui capisco la difficoltà che procura agli organizzatori fissare limiti e regole della loro rappresentazione, soprattutto quando viene tirata in ballo l'artisticità e si invitano a partecipare autori autentici. Vero è che risulta difficile stabilire il confine tra artigianato ed arte se non si usano categorie astratte quali sono, ad esempio, utilità o inutilità delle opere in questione. Decorare una grolla o un tagliere o intagliare un paio di sabot è cosa diversa dal comporre un pannello o assemblare a piacere oggetti trovati chissà dove. L'arte applicata è cosa ancora diversa dall'arte figurativa, senza ovviamente fare distinzione di valore. L'approccio è diverso. Se alcuni hanno necessità di regole e comportamenti da documentare e tramandare fedelmente ai posteri, pena l'oblio, altri, per essere poeti autentici, hanno invece la necessità di mantenere in vita queste tradizioni traducendo i padri, quindi tradendoli, per stare nel mondo con la sensibilità di oggi, con gli strumenti che preferiscono, di oggi e di ieri, con legni autoctoni o clandestini e persino con la plastica. Ne è forse priva, oggi, la Val d'Aosta?
Per finire trovo sbagliato e vessatorio, demagogico ed erede di un tradizionalismo sprovveduto, pretendere di rinchiudere gli aspetti culturali di un'intera regione dentro un regolamento pittoresco e, nella sua ingenuità, anche un po' fanatico. I soldi spesi con i migliori propositi per salvaguardare giustamente ragioni e oggetti concreti di cultura valdostana purtroppo finanziano solo il conformismo di regolamenti inadeguati e sicuramente, per le ragioni di questo articolo, stanno producendo l'effetto opposto.
Questa precarietà culturale, alimentata da una insensata miopia nostalgica, la si ritrova meglio nelle centinaia di casette tutte uguali che stanno riempiendo la valle, spesso in sostituzione di quelle autentiche. Macchiette della tradizione rurale, con sdolcinate pareti in pietra e legno, sono digerite da tecnici e sovrintendenze, apprezzate da un pubblico di bocca buona e sono rispettose del conformismo di regole e tipologie bigotte; ma stanno cancellando la diversità architettonica e urbanistica di una settantina di comuni valdostani.

Chiudo con un aggiornamento, dal fronte dell'antropologia culturale. "Dagli anni ottanta, dal punto di vista scientifico, si tende a criticare il concetto di tradizione, per mettere in evidenza il fatto che la cultura è situata nell'individuo, ed ogni volta che vi è un passaggio di tratti culturali avviene necessariamente una rielaborazione. In quest'ottica la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in particolare per essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali."



1 - TH.W. Adorno, Sulla metacritica della gnoseologia
2 - TH.W. Adorno, Sulla tradizione
3 - “Per guarire il concetto di essere dalla ferita della sua concettualità, la scissione tra pensiero e pensato, Heidegger definisce l'essere solo tramite sé stesso, cadendo così nella semplice ripetizione del nome. Evita la contingenza del materiale non rinunciando alla concretezza promessa dalla parola esistenza.” Fonte Wikipedia: TH.W. Adorno
4 - Ibidem: Tradizione
5 - E. Tavani, TH.W. Adorno: la critica, la teoria, la tradizione
6 - Fonte Wikipedia: Tradizione
7 - D. Fusaro - Tesi su Walter Benjamin
8 - W. Benjamin - Il compito del traduttore
9 - D. Fusaro - Tesi su Walter Benjamin
10 - Il sito internet di questo autore è http://www.bobopernettaz.com


(Sandro Lazier - 12/8/2009)

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Commento 7444 di renzo marrucci del 22/08/2009


Si potrebbe dire che tra gli uomini c'è sempre chi si chiude troppo nella
realtà dei padri e tende a fissar le regole per difendere qualche cosa che
è comunque difficilmente difendibile... forse chissà... è una molla che vedo scattare spesso anche negli insospettabili. Sovviene nell'apparte
nenza a qualcosa ... alla terra, alla città e a tutto ciò che ci costruisce.
Il tentativo di difenderla troppo la tradizione, la fa ricadere nella imbalsamazione dei suoi contenuti e allora occorre capire il perchè in quanto, comunque, nella continuità deve evolversi anche e neces
sariamente lo spirito di osservazione e il senso critico che se ci porta nel presente elaborando il futuro... ci consente anche di orientarci nell'altrettanto vivo e confuso, spesso elugubrante, speculativo, opportu
nista falso senso del futuro...
Il passaggio dal senso della tradizione e della storia al presente che viene giorno dopo giorno cioè il futuro... è troppo spesso vissuto come
una noia, una cosa da superare a tutti i costi... una frenesia che non si cura spesso di avere o cercare una vera coscienza. E' forse questo che
procura molta confusione? L'intuizione non è sempre qualche cosa che andando avanti porta dietro il meglio di noi?

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Commento 7438 di Vilma Torselli del 17/08/2009


Ci sono luoghi comuni che possiedono una straordinaria forza seduttiva, un potere evocativo tanto radicato quanto ingannevole, uno di questi è l’idea di tradizione. Intimamente connessa al concetto di identità e quindi di differenza, la tradizione è vista come una componente statica della cultura di un popolo, alla quale parametrare la modernità ed al tempo stesso la propria appartenenza etnica. In realtà non vi è nulla di più instabile della tradizione, che non solo è “una tessitura di secoli di avventura.", ma è essa stessa un’avventura in fieri, un impasto indistinguibile di nuovo e vecchio in continua lievitazione, un processo collettivo ed individuale variabile ed imprevedibile al quale è arbitrario attribuire le caratteristiche fisse e precise di uno o l’altro momento storico . Cosa vuol dire seguire la tradizione? Quali i riferimenti da tenere presenti, di cent'anni fa, di duecento? C’è un periodo nel quale individuare e fissare la tradizione?

Mi viene in mente un paragone che ho letto da qualche parte, secondo il quale stabilire un momento significativo al quale far riferimento per la definizione della tradizione e dell’identità di un popolo è un po’ come scattare la foto di gruppo di una indisciplinata classe di bambini, in continuo movimento, che si scambiano di posto, che mutano la disposizione, il numero, l’espressione ….. Qual’è lo scatto che veramente li rappresenta? E una volta fissati in una foto, quei bambini ci si possono veramente riconoscere?

Oggi, in epoca di globalizzazione, l’altra faccia di una medaglia che esibisce con compiacimento una visione ecumenica ed universalizzata della realtà planetaria, è il timore del diverso espresso demagogicamente come difesa delle radici culturali, come difesa di una cultura glocalizzata alibi per una crescente attenzione verso il locale e i localismi in genere, camuffati, appunto, da ‘valori tradizionali’: per citare, Sandro, parole del tuo articolo, “In quest'ottica la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in particolare per essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali."

Bobo, artista immaginativo con una grande manualità e con l’anima ecologica di attento osservatore della natura, è rimasto vittima di “un regolamento pittoresco e, nella sua ingenuità, anche un po' fanatico” che non concepisce neanche lontanamente che, in oltre mezzo secolo, la tradizione, anche quella della Val d’Aosta, possa aver accolto neologismi, ibridazioni e legni clandestini, appropriandosene e quindi assimilandoli in quella che, fra qualche anno, sarà chiamata ‘tradizione’. L’identità collettiva è meglio rappresentata da “regole e comportamenti da documentare e tramandare fedelmente ai posteri” o da chi, pur figlio di quella terra, sta “nel mondo con la sensibilità di oggi” e distilla poesia assemblando con passione e fantasia uno dei materiali più amati dall’uomo (specie valdostano) sin dall’inizio dei tempi senza distinzione di essenze?
Quanto all’imbarazzo degli organizzatori del concorso che sono fermi al ’54, direi che si sono persi un pezzo di storia del ‘900, il quale va incontrovertibilmente verso una unificazione dei linguaggi e l’abolizione di categorie quali arte, artigianato, arti minori, arte applicata, design ecc. ( altrimenti che ci stanno a fare le Arts and Craft, il liberty, la Bauhaus ?). L’espressione creativa è arte, persino sotto forma di ruota di bicicletta o lattina di campbell’s soup.

Ora, che vuol dire quel titolo “Mostra-Concorso dell’artigianato valdostano di tradizione”, volto “agli artigiani del settore tradizionale ed equiparato” (surreale! Vorrei proprio vedere come si fa l’equiparazione)? E’ corretto ed adeguato ai tempi imprigionare un’espressione comunque ‘artistica’ in categorie così riduttive? Non è, oggi come oggi, un’anacronostica forzatura e la deroga un peccato solo veniale, anzi magari un'utile indicazione verso un ammodernamento del regolamento?

Ovviamente non posso/voglio entrare nel merito di scelte che non conosco sufficientemente a fondo, comunque consiglierei a Bobo di ritentare l’anno prossimo, col tempo e con la paglia maturano le nespole, vuoi che non ‘maturino’ pure gli organizzatori di concorsi?

Ps: se passo da quelle parti, chiederò anch’io il mio pennarello colorato e cercherò di individuare il clandestino. Si vince qualche cosa?

Vilma Torselli

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Commento 7437 di PIETRO PAGLIARDINI del 17/08/2009


Commentare questo articolo è difficile, almeno per me, perché a discorrere di tradizione in senso generale corro il forte rischio di scadere nel luogo comune. In questi giorni poi di campagne politiche estive sull’inno nazionale e sui dialetti da insegnare a scuola il rischio rischia di diventare certezza e dà ragione, in fondo, a chi dice “la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in particolare per essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali."
Di primo acchito, invece, mi viene da pensare che “difendere la tradizione dai tradizionalisti” sia, questo sì, un artificio retorico un po’ subdolo per appropriarsi delle armi dell’avversario e con ciò annullare l’avversario stesso. Questo non sarebbe un problema, visto che non c’è nessuna guerra personale in corso, se non fosse che a perdere sarebbe proprio la tradizione stessa e l’architettura rimarrebbe in mano a coloro che la ignorano (la tradizione). Se infatti la tradizione non la difendono, o non ne sono capaci, i tradizionalisti come possono farlo coloro che scientemente l’hanno cancellata in quanto ritenuta inutile e sorpassata fino al punto di ricominciare daccapo e fondare in laboratorio una nuova architettura?
Come può candidarsi ad esserne autentico custode e interprete chi crede che l’uomo del nostro tempio sia altro dall’uomo di appena un secolo fa, quasi avesse subìto una mutazione genica e per questo gli ha cancellato e azzerato ogni riferimento (architettonico, spaziale e urbano) non tanto alla “tradizione”, se banalizzata a livello di pro-loco, ma al patrimonio culturale accumulato dall’uomo nel corso di secoli di lavoro e di ingegno per adattare l'ambiente al proprio benessere fisico e psicologico?
Ma detto questo non posso eludere il problema di come la tradizione possa innestarsi nella contemporaneità affinché non inizi “la marcia verso la disumanità”.
Intanto dico che quanto Benjamin afferma, può essere tranquillamente rovesciato nel suo contrario “In ogni epoca bisogna cercare di strappare il presente al conformismo che è in procinto di sopraffarlo” e rimanere altrettanto vero, dato che è davvero raro trovare maggior conformismo, direi fino alla noia, nella tiritera continua della creatività, dell’esaltazione dell’invenzione e del rinnovamento! Dunque occorre non fidarsi troppo delle parole, specie quando sono double-face.
Inoltre vorrei evitare ogni discussione sul nuovo e sul vecchio. Adorno mostra di dare grande importanza a questi due termini che, in realtà, non esprimono nessun giudizio di merito ma sono pura qualificazione temporale. E’ un vizio, a mi avviso grave e questo sì conformista, quello di contrapporre il nuovo al vecchio, anche questo speculare a quello di coloro che rimpiangono il tempo che fu. E’ un po’ il contraltare di “le stagioni non sono più le stesse”; mitizzazione dell’ieri e mitizzazione dell’oggi, memoria deformata la prima, negazione della memoria la seconda. Vizio diffuso in ogni campo, in politica soprattutto, dove in realtà porta sempre a rapidi e disastrosi fallimenti proprio per la mancanza di merito e valore nel concetto di nuovo in sé; diventa addirittura pericoloso in campo bioetico dove “la marcia verso la disumanità” è cominciata da tempo e dove, per mancanza di memoria, si va inesorabilmente verso azioni che fino a non molto tempo fa evocavano esperimenti mostruosi su innocenti e che erano rappresentati tutti in nella figura di un medico diabolico; il tutto giustificato con la necessità del nuovo (allora nuova razza, oggi nuovo uomo).
Dunque il temine tradizione in campo architettonico, di cui anch’io faccio largo uso, assolve alla funzione di “comunicare” una distinzione con il pensiero architettonico dominante (mi riferisco a quello del mondo culturale, degli architetti, dei media, dell’università, di quello, cioè, che appare e che forma e informa i presenti e futuri architetti) e, in questo senso, serve anche ad esercitare una contrapposizione tra gruppi. Io, poi, a questa contrapposizione credo particolarmente, ne sono addirittura un fautore, per due motivi fondamentali:
il primo perché non può esserci dialogo equilibrato tra una maggioranza bulgara e una piccolissima minoranza carbonara;
il secondo perché appartengo ad una generazione che porta il marchio indelebile della politica e difficilmente riesco a fare astratte disquisizioni non finalizzate ad un risultato, a breve, a medio o lungo termine che sia.
Dunque assumo il termine “tradizione” come mio, pur sapendo che si porta dietro una serie di scorie negative, per farmi capire meglio, per distinguermi da altri. Ma anche per il fatto che è certamente migliore e più vero del termine “antico”. La differenza tra architettura “antica” e architettura “tradizionale” è fondamentale, perché la prima esprime, prima di tutto una datazione consolidata e non può prescindere da uno “stile” architettoni

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