Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Media building

di Daniele Antonioli - 10/7/2000


Non alieno da una dilagante nippotendenza, credo sia comunque opportuno soffermarsi su un organismo spaziale che oggi prende sempre più piede e che riveste particolare interesse per quanto riguarda il concetto di media building e la definizione di un nuovo spazio architettonico: il giardino Zen.
Un quadrato/rettangolo di sabbia su cui vengono posate alcune pietre di varia dimensione e foggia, che viene poi rastrellato contornando le presenze lapidee.
Il concetto e la relativa concretizzazione architettonica sono di per sé semplicissimi, il reale interesse non è tuttavia riscontrabile nella fisicità dell'opera, quanto nella sua interazione con la persona che lo contempla: attraverso questa semplice disposizione spaziale infatti si riesce ad affacciarsi su una dimensione intima e introspettiva, reale obiettivo della relazione spazio/fruitore.
La valenza architettonica di un giardino zen non può di conseguenza essere valutata in base alle dimensioni spaziali canoniche, in sostanza esso non è spazio esterno, non è spazio interno, ma è uno spazio virtuale.
Volutamente parlo di spazio virtuale relazionato ad un ambiente apparentemente naturale: spesso infatti si incorre nell'errore di considerare "virtuale" sinonimo di tecnologico, un universo siliceo dai riflessi azzurri in cui flussi di informazioni binarie viaggiano a velocità della luce, mentre si può a mio parere parlare di spazio virtuale in ogni situazione che trascenda le limitazioni dello spazio fisico tridimensionale proiettandosi in una dimensione differente.
Bruno Zevi sosteneva che è architettura tutto ciò che possiede uno spazio interno; è indubbio che anche il giardino zen abbia uno spazio interno, che si rivolge tuttavia ad una dimensione differente da quella fisica.
Lo spazio interno in questa situazione è riscontrabile nella relazione tra chi contempla il giardino e la materialità del giardino stesso, due momenti in correlazione tanto stretta da determinare mutazioni enormi in maniera transitiva.
Spiego: il fruitore viene ad assumere un differente stato a seconda del punto di vista, della disposizione delle pietre ecc., mentre il giardino, l'architettura fisica, viene mutato dal fruitore per assumere una differente connotazione a seconda del momento e dello stato psicofisico.
Virilio afferma che la materia ha tre dimensioni oltre le dimensioni classiche: massa, energia e informazione.
L'informazione è alla base del media building, che presuppone, a suo parere, un edificio totalmente subordinato a ciò che trasmette, non solo una componente concettuale che viene riprodotta attraverso il disegno, il modello, l'assonometria e la prospettiva, ma è anche un materiale costruttivo.
Allo stesso modo il giardino zen vive di informazione, ed essa ne è la parte fondamentale, collabora con lo spazio e ne interagisce.
Siamo alle soglie di una nuova forma architettonica, di una nuova concezione spaziale in cui l'interno è dilatato e assume nuove connotazioni, dove è fondamentale la connessione con il sistema perché solo in questo modo è possibile una lettura dell'opera.
Non più spazio quindi alla base dell'architettura, ma spaziotempo.
Una problematica chiave scaturisce da quanto detto: la componente spaziale dell'architettura ha un'oggettività insita nella sua fisicità e tridimensionalità (lo spazio cartesiano) che ne permette una lettura unica ed oggettiva, ma se a questo subentra una componente temporale le cose cambiano radicalmente.
La temporalità presuppone la simultaneità degli eventi, e questo non permette una lettura oggettiva: mi spiego, se le variabili spaziali sono limitate - tre - è possibile studiarne una loro interazione in un numero di possibilità circoscrivibili - tre alla terza -, ma al crescere delle variabili la loro interazione cresce esponenzialmente tendendo all'infinito.
In una situazione come quella descritta, il verificarsi simultaneamente di più possibilità diviene incontrollabile, ci sono troppi fattori in gioco e a nulla serve una valutazione causa effetto, che imporrebbe una consequenzialità gerarchica contraria al postulato di indeterminazione di Heisemberg.
Filosoficamente questa situazione crea un paradosso, l'effetto stereofonia definito da Baudrillard a cui lo stesso Virilio allude: un impianto stereo permette la riproduzione e la fruizione di un brano musicale, ma un sistema di equalizzazione ne permette una regolazione sonora che migliora le prestazioni dell'impianto e di conseguenza la qualità del suono.
Se tuttavia si introducono impianti in grado di donare maggior purezza al suono si ottiene una situazione in cui, al tendere all'infinito della purezza del suono tenderà a zero la fruizione globale della melodia, cioè l'attenzione si sposterà troppo sulle singole note e sugli infiniti parmetri che le caratterizzano a scapito della melodia nel suo complesso che svanirà totalmente.
Parimenti al tendere all'infinito delle variabili di un progetto tenderà a zero la sua comprensione globale, e questo crea il paradosso della casa di Bill Gates, totalmente cablata e interattiva come un media building richiede, tuttavia l'aspetto architettonico specifico è annullato e si cristallizza in una soluzione preconfezionata che trascenderà sicuramente un gusto kitsch tipicamente americano.
Il problema è, nell'architettura come nella equalizzazione di un suono, che non ci si può fermare scartando alcune variabili, sia perché questa sarebbe una stereotipizzazione, sia perché il rischio è quello di non leggere situazioni che, in un dato momento di elaborazione paiono ininfluenti mentre poi accrescono di importanza e divengono componenti fondamentali (effetto farfalla).
L'architettura oggi quindi parte dallo spazio canonico fisico e tridimensionale, ma poi vive di sfumature Derridiane (e se il postmoderno ha da insegnare qualcosa è proprio questo), è frutto delle relazioni personali tra il fruitore e l'opera_nello_spazio: questa è l'informazione.
Massa ed energia già erano riscontrabili nella architettura moderna, ma questa terza componente è completamente nuova, e la sua gestione a livello progettuale è indispensabile. A nulla potrebbe valere una metanarrazione del costruire oggi, a niente servirebbe un sistema di regole perché sarebbe obsoleto ancor prima di venire dato alla stampa (Lyotard docet).
Se la forza dell'architettura oggi risiede nell'informazione, se essa è mutevole e soggettiva nel suo iter, va comunque considerato che non si possono in virtù di questo azzerare i concetti di massa ed energia, che rimangono comunque validi.
Questo contiene una aporia, se infatti la soggettività dell'informazione presuppone architetture supporto effimere e finalizzate allo show, la massa implica una cristallizzazione spaziale che, per la sua fisicità materica, presuppone una oggettività di base.
Se tuttavia l'interazione tra i concetti di massa ed energia è transitiva, l'una influenza l'altra e viceversa, è pur vero che l'una deve concretizzarsi in una forma geometrica ben definita che, di conseguenza, vincola l'altra nel suo processo escatologico.
La possibilità che queste due forze dialettiche hanno per operare sinergicamente sta nella loro capacità di autoorganizzazione in cui in maniera non lineare, secondo alcune energie catalizzatrici che scartano alcune combinazioni forma/informazione non secondo un giudizio morale inopinabile ma secondo un calcolo probabilistico.
Il media building è un'equazione matematica differenziale il cui risultato porta ad una forma frattale osservabile ed interpretabile a più scale differenti senza con questo invalidarne il calcolo di base.
E' comunque indispensabile chiarire un concetto: P.Puglisi sostiene che Il formalismo, sia quella concezione che vuole a tutti i costi ridurre l'architettura a una serie di rapporti matematici, armonie, simmetrie, e postula l'osservatore posto al di fuori dell'oggetto, in un punto di osservazione distaccato e assoluto… ma appare subito evidente come una concezione matematica di questo tipo sia differente, non contempli un osservatore esterno oggettivo pur riuscendo a conservare la capacità di investigare il reale e di leggerne le sfumature.
Solamente questo tipo di architettura può essere considerata media building, ci aveva già provato Venturi a Las Vegas a dimostrare come determinata architettura sia subordinata alla pubblicità e di conseguenza, all'immagine, ma questo non ha mai portato a una definizione di una nuova spazialità.
Una texture, sia essa un affresco di Giotto o un graffito metropolitano, non ha mai fatto un'architettura. Quando l'informazione si coniuga all'architettura e ne diviene parte fondamentale ne muta inevitabilmente le sue concezioni spaziali, altrimenti rimane un affresco, sia esso fisico analogico o digitale come nel caso del Beaubourg.

(Daniele Antonioli - 10/7/2000)

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