Giornale di Critica dell'Architettura
Design

La Fiera e la Moda

di Gianni Marcarino - 24/4/2011


La Fiera del Mobile di Milano anche quest'anno ha suscitato un grande interesse ed i media si sono buttati a capofitto nella cronaca e nel commento delle giornate dedicate al mondo dell'arredo e del design.
Mi ha colpito un lungo servizio del TG5. E' stata esaltata una variegata passerella di stilisti con le loro ultime creazioni legate al gusto della maison.
Non mi aspettavo di certo approfondimenti specialistici, ma il taglio del pezzo è stato di una superficialità e inconsistenza imbarazzanti. Da alcuni anni ormai la moda investe nel mondo dell'arredamento, tentando di far conquistare allo stilismo quote di mercato in un settore in cui sono in ballo non solo l'istante o l'emozione di una stagione, ma visioni profonde e aspettative di qualità materiale ed esistenziale ben più durevoli e consistenti.
La contaminazione tra moda e design non è un peccato capitale se la ricerca di materiali, texture, forme crea un travaso di informazioni ed esperienze e non si ferma all'ammiccare ad atmosfere che durano il tempo di una veloce scenografia di cartone..
Sono stati, in questo servizio, completamente ignorati aspetti tecnici, formali, culturali propri del design inteso come tensione tra funzione, forma, materiali, innovazione.
Pareva di essere al tè delle cinque, nella saletta della boutique, in compagnia di educate signore cotonate.
Ancora una volta la televisione ci fornisce dosi di glamour a buon mercato, di conformismo camuffato da innovazione, alla faccia del senso critico e del coraggio di sperimentare che sono necessari per far ripartire veramente il nostro potenziale umano ed economico.

(Gianni Marcarino - 24/4/2011)

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Commento 10152 di vilma torselli del 10/05/2011


La parola consumo, specie a causa dell’azione demistificante della pop art, è stata talmente demonizzata da venir oggi usata quasi esclusivamente per indicare una generalizzata cattiva abitudine che percorre trasversalmente strati sociali e stati politici nel nome del fatidico “compro quindi sono”.
Eppure è proprio grazie al consumismo che è nato il design, un'idea che si fa derivare, soprattutto nell'immaginario collettivo degli architetti, dal mitico Bauhaus.
Il quale, tuttavia, nonostante le premesse populiste più che popolari, fu un movimento elitario, intellettualistico, nato a tavolino, che sostanzialmente fallì i suoi scopi, tanto che Paul Klee nel 1924, dichiara: "Non abbiamo l'appoggio della gente. Ma ci stiamo cercando un popolo. È proprio così che abbiamo cominciato, laggiù al Bauhaus. Abbiamo cominciato con una comunità a cui abbiamo dato tutto quello che avevamo. Non possiamo fare di più".

Il design che si riconosce figlio di questo movimento, come il design italiano di trent'anni fa, non fu un'utopia, perché, come la pop art, insegnò alla gente a guardare l'oggetto quotidiano con occhi nuovi, a capire che se un apriscatole, oltre che funzionale, è anche bello, ciò non guasta.
Scontato che 'non ci sono più i designer di una volta', mi sembra resti in sospeso la differenza individuata da Andrea fra design e non design. Perché se vogliamo riagganciarci al Bauhaus, la sequenza logica di una corretta operazione di design sarebbe questa: progettazione/produzione industriale-seriale/abbattimento dei costi/accessibilità al mercato, è irrilevante dove avvenga la produzione, in o fuori Europa, lo scopo è di produrre a basso costo prodotti in serie utili e tecnologicamente aggiornati. Qualunque oggetto può essere design quando assolve a questi fini, sia che esprima tendenze di elite che popolari, è design per il modo in cui tutti i fattori si sintetizzano e non per una presunta ed opinabile bellezza formale. Anche perché il concetto di design è figlio della mentalità positivista del suo tempo ("la forma segue la funzione") e non persegue primariamente, almeno in teoria, una ricerca estetica.
Se oggi i progetti di vita, come le occupazioni lavorative, sono a termine, se un tostapane dura più di un matrimonio, è inevitabile 'pensare ikea', per soluzioni abitative anch'esse a termine, senza che ciò tradisca lo spirito del design (alcune proposte ikea sono a mio avviso veramente geniali!).
Design usa e getta per vite usa e getta ……. tutto torna.

Ciò non scongiura il proliferare di una parallela produzione di pseudo design che se ne frega dell'abbattimento dei costi, delle difficoltà di produzione seriale e del politically correct: basta girare per i vari saloni e fuori saloni e dare un'occhiata alla seduta-tappeto di Sophie de Vocht, alle varie poltrone-trono o alla neonata VM Valeria Marini Home Collection …….
Ricorrendo alle facili astuzie svelate da Gianni Marcarino, si parla di brand design oriented , di styling, di desing process, quello che Andrea definisce prototipazione e sperimentazione.

E’ esattamente quello che mi viene in mente guardando un progetto di Gehry, anche in questo caso tutto torna.

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Commento 10150 di gianni marcarino del 09/05/2011


Vilma dice: "In definitiva mi pare che la sfida del mercato si giochi oggi tra la durata nel tempo di un oggetto di qualità per pochi e la transitorietà di un oggetto usa e getta per molti, già all’origine concepito per una breve durata perché destinato comunque ad essere eliminato per obsolescenza".
Non c'è contrapposizione infatti tra oggetti che nascono con scopi e concetti diversi. Spesso si tratta di campi operativi distanti, quali l'arredo e l'elettronica, ognuno con prerogative e sviluppi propri.
Non solo lo sviluppo tecnologico, ma anche le dinamiche sociali hanno spinto in una nicchia produzioni di design, spesso non così impossibili da acquistare da un consumatore"medio", ma durevoli anche in vista di un progetto di vita e non di frammenti d' esperienze. Se metti su famiglia verso i quaranta, se a quarantadue ti separi e cerchi il monolocale, se poi il lavoro non è stabile oppure è molto mobile, sarà più difficile pensare ad oggetti e arredi che non siano Ikea. Che tra l'altro ha buon gioco a fare man bassa "democratica" di nuove forme od idee uscite dalla nicchia dei designer e produttori di qualità, potendo contare peraltro su enormi risorse da spendere in comunicazione.
La risposta della controparte è al momento, in effetti, affidata all'astuzia.
Redesign, vintage, riproduzione pari pari di oggetti mai nati o messi in pensione già decenni fa. Risposta debole, da tiriamo a campà, poi si vedrà...

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Commento 10149 di andrea pacciani del 02/05/2011


Vilma dice: "In definitiva mi pare che la sfida del mercato si giochi oggi tra la durata nel tempo di un oggetto di qualità per pochi e la transitorietà di un oggetto usa e getta per molti, già all’origine concepito per una breve durata perché destinato comunque ad essere eliminato per obsolescenza".
E' esattamente il mio pensiero anche se rirtengo che la sfida sia già finita e persa.
Dei primi oggetti si occupa il design griffato europeo che prende a modello gli scenari consolidati della moda.
Dei secondi oggetti si occupano studi cinesi, indiani e coereani che lavorano per il 99% dei prodotti messi sul mercato.
L'utopia del design italiano di trent'anni fa, se ti ricordi bene, e che per inerzia forse si insegna ancora nelle scuole oggi, era quella che il Design colto del Bauhaus e compagnia cantando avrebbe cavalcato la produzione industriale del globo migliorando la vita di ciascuno.
Purtroppo non è andata così; la produzione di massa di ogni settore è emigrata fuori europa e così la sua progettazione, se ci guardiamo intorno vediamo che gli oggetti che ci circondano passati sotto la buona progettazione del deisgn sono pochissimi, meno forse dei tempi di Castiglioni e Zanuso.
Lo iato tra Design e non Design è enorme e incolmabile senza possibilità di recupero; il design dell'elettronica di da bene il polso della situazione; apple e qualche altra marca leader puntano sul design e i suoi costi ma il 99% del venduto non ha alcun interesse a fare degli oggetti giusti.
Il Design perciò sopravvive e può sopravvivere solo mettendosi alla guida di tendenze d'elite da rinnovare di continuo per non essere raggiunti dalla produzione di massima, esattamente come nella moda.
pensiamo solo ai continui restilying delle automobili che sono ormai annuali (una volta un modello rimaneva uguale a se stesso per almeno 4 anni!)
Sicuramente la durata di vita un oggetto è ormai assimilata a quella di un capo di abbigliamento (non considerando l'usa e getta) non ci vedo nulla di male se mercato e produzione usino ormai gli stessi scenari di comunicazione con il pubblico

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Commento 10146 di vilma torselli del 30/04/2011


L'oggetto durevole non è necessariamente il più bello, forse è il più solido, certo è il più caro, ma questo, dal punto di vista dell'accessibilità economica da parte delle masse e quindi della divulgazione di un (buon)gusto diffuso ( o al fine della "missione educativa e sociale del design "), è un limite, non un merito.
Le tecnologie si bruciano nel tempo di una stagione non perché imitano la moda, ma perché il progresso tecnologico è più veloce di quello dei nostri tempi di adattamento, non facciamo in tempo ad affezionarci ad una cosa che è già obsoleta, meno sicura, meno efficiente, non ergonomica, non a norma. Ho fatto ricablare la mia vecchia Pavoni, ora è perfetta, non si prende più la scossa, l'interruttore è sicuro, i contatti sono a posto ….. ma fa un caffè da schifo, oggetto cult, durevole, costoso, oggi superato nei risultati dalla più economica delle macchinette per espresso made in Japan che costa un quinto, dura un decimo e magari ha una linea stilisticamente pregevole.
'Design' sta per 'industrial design', il prodotto finale, “inteso come tensione tra funzione, forma, materiali, innovazione” è pesantemente connotato dall'aspetto tecnologico, fa parte del gioco il fatto che il prodotto venga eliminato (butterò la mia Pavoni!) se la funzione alla quale deve la sua nascita non è più assolta al meglio, non c’è niente di male se nel giro di un anno ci orienteremo su oggetti “più aggiornati stilisticamente”, specie se l’aggiornamento deriva da radicali riprogettazioni tecniche (basti pensare cosa ha significato ‘stilisticamente’ la miniaturizzazione dei componenti elettronici per tanti oggetti d’uso comune).

In definitiva mi pare che la sfida del mercato si giochi oggi tra la durata nel tempo di un oggetto di qualità per pochi e la transitorietà di un oggetto usa e getta per molti, già all’origine concepito per una breve durata perché destinato comunque ad essere eliminato per obsolescenza. In realtà io non ci vedo una contrapposizione, ci sono oggetti che appartengono alla prima categoria (lo spremiagrumi di Stark, perché si può prevedere che ancora per un bel pezzo gli agrumi si continuerà a spremerli nello stesso modo) ed altri alla seconda (il rasoio Bic, la penna a sfera). Difficile stabilire dove sta più genialità.
Quando Zanuso ha disegnato la Cubo per Brionvega voleva progettare una radio portatile, vorrei vederlo quello che oggi se la porterebbe …. ed anche se si tratta di un oggetto dotato di intrinseca bellezza, tutto è tranne che una radio portatile e come tale non ha più senso.

Per i nostalgici, resta la rivisitazione operata dal redesign, astuta operazione di 'cosmesi', per dirla con Gillo Dorfles, proposta anche da certa architettura, secondo me da evitare accuratamente.

Vilma

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Commento 10145 di andrea pacciani del 29/04/2011


"design inteso come tensione tra funzione, forma, materiali, innovazione" è quello che mi hanno insegnato 25 anni fa al politecnico di Milano, quello di Castiglioni e Zanuso. Nobilissimo, bellissimo e raffinatissimo finchè si vuole ma oggi il mondo è cambiato, in peggio ma è cambiato dobbiamo prenderne atto. A quei tempi c'erano pochi oggetti e si pensava che si potesse pian piano riprogettarli tutti educando l'utente finale ad usare le cose migliori qualitativamente e più belle.
Ma il mercato ha travolto tutto come uno tsunami: l'offerta dei prodotti di consumo è talmente elevata che non c'è spazio per oggetti durevoli e di qualità se non per piccoli numeri e un elite di persone che se lo possono permettere.
La missione educativa e sociale del design del secolo scorso è fallita (tanto quanto quella dell'architettura moderna che però ha fatto danni maggiori), travolta dal mercato della globalizzazione da tecnologie, innovazioni e forme e che si bruciano nel tempo di una stagione esattamente come avviene nella moda.
Non vedo nulla di strano perciò se il mondo del design di oggi ripropone gli stessi copioni della moda e la tv tratti il design alla stessa stregua della moda; infatti con cadenza annuale (per ora) c'è il lancio della stagione al salone con grandi eventi "fuori salone" per presentare l'equivalente dell'alta moda, nel design di quest'anno; perciò griffes e stilisti autoreferenziati dalle elite che danno l'imput stilistico al pret a porte che è rappresentato dalle case che invadono il mondo di oggetti che non si riesce nemmeno a consumare o perchè si rompono subito o perchè nel giro di un anno ce li ricompriamo più aggiornati stilisticamente.
Al design rimane solo il mondo della prototipazione e della sperimentazione, ma non quello della produzione degli oggetti che adoperano le masse di persone comuni; tanto quanto le architetture moderne rimangono per le elite colte ed il mondo autoreferenziale delle riviste mentre le masse di persone comuni abitano in edifici epigoni ammansiti da caratteri tradizionali per renderli più vivibili.
Ad un operatore del settore ho chiesto se si rendesse conto dello iato tra il design da rivista e l'aspetto sociale che invece il design dovrebbe avere
per migliorare la vita delle persone: la risposta è stata che era meglio così perchè altrimenti non si potrebbero sostenere i costi altissimi dei loro prodotti che si possono mantenere solo con una manifesta qualità superiore

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Commento 10141 di vilma torselli del 25/04/2011



Qualcosa di più interessante ed intelligente sul tema del rapporto moda/design (ma anche arte e architettura) si trova su RAI5 (per esempio 'Il bello il brutto e il cattivo', magazine settimanale sulla creatività italiana, 'Tous les habits du monde', 11 documentari intorno alla moda nel mondo come indicatore visivo della società).


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