Giornale di Critica dell'Architettura

121 commenti di Vilma Torselli

Commento 14680 del 21/01/2018
relativo all'articolo OcchioPinOcchio
di Ugo Rosa


La predominanza dello sguardo, ipocrita, bugiardo, prepotente e ingannatore che sia, ha ragioni soprattutto evolutive ed è iniziata quando un nostro lontano antenato si è faticosamente drizzato sulle zampe posteriori scoprendo, da quella insolita altezza, nuovi, sconfinati orizzonti in cui spaziare (con lo sguardo), ricavando una visione del territorio infinitamente più ampia e più ricca di informazioni 'osservabili' utili per la sua sopravvivenza. Voglio dire che "la parte del leone" l'occhio non se la è presa, gliele abbiamo data, privilegiando una scelta evolutiva che, pare fino ad oggi, è stata la più utile (quand'anche non necessariamente la migliore) per la nostra sopravvivenza.
Certo, il naso si è allontanato dal suolo e l'odore dell'humus si è fatto più debole, la localizzazione data dai suoni è passata in secondo piano a fronte della precisione della visione e forse è da allora che è cominciato l'adattamento selettivo per l'utilizzo dei nostri miseri cinque sensi, orientandosi alcuni verso la coscienza rappresentativa e cognitiva, altri verso quella affettiva.
Così un neonato riconosce la madre dall'odore che emana, dal sapore del cibo che gli fornisce, dal suono della voce, dal contatto fisico di un corpo caldo, finendo solo in seguito per privilegiare il canale visivo che allo stato attuale, ci fornisce circa l'80% delle informazioni sul mondo che ci circonda.
Quanto a Goethe, più fonti gli attribuiscono queste considerazioni: "Usare occhiali non ha un effetto costruttivo per gli uomini. Quando vedo attraverso le lenti, sono un altro uomo. Non mi piaccio più. Vedo più di quanto sia necessario vedere. Il mondo visto eccessivamente nitido non va d'accordo con il mio io nella sua globalità."
Ma non basta più non mettersi gli occhiali, perché oggi ogni riflessione sulla nostra identità passa attraverso il selfie, che innesca un processo cognitivo, emozionale e relazionale attorno ad un racconto autobiografico dove l'io soggetto-spettatore e l'io oggetto-rappresentato coincidono. E non ci sono scappatoie.

[Torna su]

Commento 14672 del 29/11/2017
relativo all'articolo Cartella L - sezione museo
di Antonio Mastrogiacomo


Come spesso accade quando si parla di 'mode', culturali e non, l'Italia sta cercando di adeguarsi al modello americano, efficacemente rappresentato, uno per tutti, dal Guggenheim, una griffe come Prada e Armani diffusa nel mondo, a New York a Bilbao a Venezia a Berlino (dove è in joint-venture con Deutsche Bank), vera e propria multinazionale dell’arte che gestisce la totalità delle opere del ‘900 e parallelamente un enorme bilancio per ciò che riguarda l’indotto (vendita di cataloghi, riproduzioni, gadget firmati, shop museum, guggenheim store, café museum ecc.), una delle multinazionali dell’arte in mano a famiglie americane ricche e potenti che, mettendo a frutto le proprie opere private, gestiscono autonomamente oltre ai vari Guggenheim, il Getty Museum, il Whitney Museum, il Metropolitan ecc. per iniziativa di singoli individui ai quali la comunità, diversamente che in Italia, non ha delegato alcun compito rappresentativo.
Nulla di male che il museo, oltre che cultura, produca anche reddito e servizi, anzi, tuttavia, come commenta Salvatore Settis in una vecchia ma ancora attuale intervista su Repubblica, non va dimenticata la "profonda differenza ontologica tra musei italiani e statunitensi” secondo la quale “i musei americani non hanno alcun legame storico con il luogo in cui sorgono, a differenza dell'Italia dove formano invece un tutt'uno con la città, il villaggio, il paese. Gli Uffizi appartengono a Firenze così come Firenze è rappresentata dagli Uffizi. Il Metropolitan, il Getty sono delle "astronavi" che potrebbero vivere ovunque negli Stati Uniti …. ”. (http://www.repubblica.it/2003/j/sezioni/cronaca/musei/settis/settis.html).
Quindi sì a ristorazione, bar, oggetti ricordo, gadget, cataloghi, volantini e quant'altro, ma soprattutto iniziative e nuove idee per la valorizzazione del "nesso museo-territorio", per non omologare il nostro paese unico e bellissimo, fatto di realtà molteplici ed tutte diverse, alla imperante McDonaldizzazione che non ci rappresenta e non ci meritiamo.

[Torna su]

Commento 14665 del 31/10/2017
relativo all'articolo Architettura al MAXXI, utopia o realtà?
di Ambra Benvenuto


Come dire: meglio l'utopia della realtà, meglio la versione disneyzzata tipo "minitalia" piuttosto che una realtà che, al banco di prova, si rivelerebbe deludente e inadeguata. Questa spiazzante virtualizzazione del mondo alla quale google maps ci ha introdotto, con viaggi impossibili nell'infinitesimale già appannaggio della letteratura fantasy del '900, mi sembra un pessimo segnale sia per gli architetti che per i fruitori della loro architettura, almeno fino a che non sarà possibile la miniaturizzazione degli utenti come in un celebre film degli anni '60.

[Torna su]

Commento 14416 del 31/10/2016
relativo all'articolo Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Ital
di Sandro Lazier


Sandro, vorrei, a margine, sottolineare, come tu stesso rilevi, che nel caso della Fallingwater, Wright sperimentava a spese del signor Edgar J. Kaufmann, proprietario dell'omonima catena di grandi magazzini, che non doveva rendere conto ad un popolo di contribuenti di ciò che spendeva.
E' chiaro come il progetto della “nuvola nella teca” (poetico gioco di ruoli che vorrebbe imprigionare ciò che non si può imprigionare) persegua l'intento di creare una "configurazione informale" in quella che Zevi avrebbe definito action architetture, perseguita con un notevole "grado di accuratezza e di profondità del progetto nel suo insieme" tanto più lodevole trattandosi di un progetto molto complesso, accuratezza e profondità necessarie e doverose, ci mancherebbe altro, dopo 18 anni di elaborazione progettuale e un esborso di euro pubblici lievitato da 275 milioni a 413 non ancora definitivi, oltre ad un prestito governativo di 100 milioni di euro.
In attesa di stabilire "se siamo di fronte ad un’opera d’arte vera o ad una costosissima gigionata", vale la pena di sottolineare che il ruolo etico dell'architettura non è un optional o un'invenzione di pochi benpensanti, e voglio ricordarlo citando uno stralcio dal libro di un biogenetista Edoardo Boncinelli: ‘Come nascono le idee’, Edizioni Laterza, 2008 – pag.107:
"In un famoso studio condotto su un nutrito gruppo di architetti, si osservò per esempio che l'interocampione mostrava nei test di intelligenza punteggi superiori a quelli misurati nella popolazione generale, ma quando gli architetti, giudicati come più creativi dai colleghi, venivano confrontati con il resto del campione, architetti creativi e architetti per cosÌ dire più normali non mostravano differenze significative nei punteggi riportati nei test di intelligenza. D'altra parte, i soggetti giudicati creativi erano anche giudicati come più intelligenti dalla media dei loro pari. Ciò può dipendere dal carattere fortemente sociale della creatività. Per essa occorre anche il riscontro della valutazione collettiva. Essere creativi implica produrre qualcosa di innovativo che appaia utile o comunque rispondente a un bisogno condiviso e che ottenga pubblico consenso per entrambi i termini. Il prodotto creativo, cioè, deve poter essere giudicato dalla comunità in cui l'atto creativo è espresso come innovativo realmente utile." Per quanto strano possa sembrare, un biogenetista parla specificatamente di ‘architetti’ e pone l’accento sulla qualità sociale che si accompagna alla creatività e che giudica l’atto creativo degno di riconoscimento in quanto origine di un prodotto socialmente utile, in grado di sintetizzare ruolo civico e valenza etica.
Apparentemente, guardando al fenomeno delle archistar, non sembra più necessario il pubblico consenso né una particolare capacità sociale, essendo la maggior parte dell’architettura e (dell’arte) moderna estranea ed incompresa per il grande pubblico e per la comunità in cui si esprime. Del resto è stato così anche quando hanno costruito la Basilica di San Pietro.
E' irrilevante che da allora siano passati secoli? Che qualcosa sia cambiato nella consapevolezza sociale dell'uomo di oggi?
E' scontato "che per dare giudizi sull’architettura occorre innanzitutto conoscere l’architettura", ma il resto del mondo, che non ha conoscenze per dare giudizi di architettura (e magari neppure ne dà), ma la paga e la subisce e dovrebbe essere l'utilizzatore finale, che ruolo ha?
Cogliendo i commenti sulla festa di inaugurazione molto elitaria del centro di Fuksas, osserva Alessandro Tempi, attento osservatore del sistema dell'arte moderno: "l’idea che il popolo - o il pubblico, i cittadini - debba solo (gioiosamente?) confermare quanto altri hanno scelto per loro in campo artistico ha qualcosa di perverso, per almeno un paio di motivi, il primo dei quali è presto detto: esso dissimula il fatto che solo questi “altri” siano in grado di dire cosa arte possa essere o diventare; il popolo può solo venire a far festa dopo."

Non voglio essere polemica, né sono in grado di offrire proposte di soluzione per una dicotomia che, anche da prima della costruzione della Basilica di San Pietro, è sempre stata "il riflesso di quella stessa fastidiosamente disinvolta autoreferenzialità che affligge la nostra classe politica, che si sforza di rendere appetibile l’Italia affamando gli italiani."

[Torna su]

Commento 14411 del 23/10/2016
relativo all'articolo Ennesimo terremoto con disastro annesso
di Sandro Lazier


bravo Sandro, una voce forte e chiara contro l'insensata retorica del com'era dov'era!

[Torna su]

Commento 13619 del 12/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015
di Sandro Lazier


Sandro, mi pare che l'architettura contemporanea, come del resto l'arte visiva, sempre più tenda ad un linguaggio sinestetico entro il quale la scenografia (il come) rivendica la sua parte. Perché pelle, epidermide, facciata dovrebbero essere termini esclusi da ogni discorso sull'architettura? Forse la pelle non è indispensabile tramite per portare in superficie l'urlo che parte da dentro? E non è proprio la manifestazione epidermica, melodrammatica, teatrale che lo riverbera all'esterno? E la pelle, non è forse il luogo in cui l'architettura confina col mondo ed acquisisce senso dal confronto con esso?
L'apparenza sta sempre più diventando sostanza, sostituendo l'immagine della rappresentazione alla rappresentazione stessa in una 'realtà aumentata' o aumentabile con informazioni 'aggiuntive' che possono alterare radicalmente la percezione spaziale di ogni architettura. Se l'architettura, come ogni esperienza umana, è ciò che percepiamo di essa, oggi l'architettura è uno spazio, o meglio la percezione di uno spazio, radicalmente cambiato nei suoi stessi parametri, pluridimensionale, elastico, mutevole, colorato, interattivo, contaminato, multiforme, virtualizzato e, perché no, scenografico, questo ci dice il viaggio ai limiti della realtà tra i padiglioni dell'Expo.
"La storia dell'architettura è anzitutto e prevalentemente la storia delle concezioni spaziali" scrive Zevi ("Saper Vedere l'Architettura", 1948), ma lo 'spazio puro' non esiste più e forse non è mai esistito.
E se la 'sostanza architettonica' fosse oggi la 'forma esteriore' ?

[Torna su]

Commento 13618 del 11/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015
di Sandro Lazier


Indubbiamente, come suggerisce Vito Corte, sarebbe meglio verificare sul posto, scoprendo che, da altre angolazioni, il volume è decisamente meno goffo, laddove squarci vetrati sembrano voler liberare una seconda pelle, lucida e trasparente, dall’intrico di sovrapposizioni che ne costituiscono il confine e l’interfaccia con l’esterno.
Di grande suggestione percettiva gli interni, dove una sorta di entropia architettonica fa venire in mente la versione brutalista di un Calatrava o certe sperimentazioni sull’involucro di Herzog & de Mueuron.
Nel bene e nel male, un’architettura frutto di una ‘mente estesa’ in sintonia con la nostra natura biologica che aspira ad integrare dati emozionali, sensoriali, culturali, sociali secondo un principio di correlazione totale, tracciando la via per un post-decostruttivismo prossimo venturo che già fa apparire obsoleti i scintillanti ghirigori barocchi di Gehry e le cervellotiche architetture diagrammatiche di Hadid.

Quanto all'albero della vita, lo vedrei perfetto per la piazza principale di Dubai.

[Torna su]

11/5/2015 - Sandro Lazier risponde

La mia critica, Vilma, riguarda il come, non il cosa. Ed è il come questa architettura è stata espressa, in forma del tutto scenografica, che mi fa dubitare della sua capacità di superare quella che molti considerano la deriva decostruttivista. Infatti, credo, se si ha intenzione di generare nuovi linguaggi, questi non possano che procedere da una rinnovata scrittura, la quale non può essere limitata alla sola pelle dell’edificio ma deve coinvolgere la sua struttura. Né Gehry, né Hadid hanno mai concesso troppo all’epidermide. Discorso diverso per Calatrava che, nella sua ripetitività rimane, a mio parere, un neoclassico. Le strutture di Gehry e Hadid, se vogliamo, nel loro delirio drammaticamente espresso, urlano a partire da dentro; non sono espressioni di facciata su un fisico compassato e indifferente, pronto, se ce ne fosse necessità, a cambiare la propria pelle e il proprio destino. Insomma, una struttura buona per tutte le stagioni con su la maschera di circostanza. Siamo in pieno melodramma.
Ma forse sta qui tutta l’italianità.

Commento 13615 del 08/05/2015
relativo all'articolo Rem Koolhaas, Fondazione Prada a Milano
di Sandro Lazier


Rem Koolhaas mi ha sempre indotto qualche perplessità, del tipo "ci sei o ci fai?", alla lunga però ho finito per riconoscergli una onestà intellettuale ignota a molte archistar contemporanee.

Dice del suo gruppo "abbiamo abbracciato il tema della conservazione", ironia, astuzia, disimpegno, ma anche umiltà, rispetto, amore e magari un po' di nostalgia.
E dice "Dobbiamo preservare la storia", un racconto corale fatto da tutti, architetti compresi, l'antica Roma è meravigliosa, più che mai oggi "la gente vuole vivere in edifici con una storia".

C'è più di un eco di Marc Augé, di Zygmunt Bauman, il seguito di quanto già dichiarato nella veste di curatore della passata biennale di architettura di Venezia 'Fundamentals': "si concentrerà sulla storia - sugli inevitabili elementi di tutta l'architettura utilizzati da ogni architetto, in ogni tempo e in ogni luogo", la modernizzazione come percorso secolare senza soluzione di continuità, che vuol dire anche recupero, riconversione, riutilizzo.
Un percorso lungo il quale l'Italia è un paese 'fondamentale'.
Può essere una conferma?

[Torna su]

Commento 13598 del 24/04/2015
relativo all'articolo Metrocubismo in salsa verde
di Sandro Lazier


Il confronto faccia a faccia con al mole antonelliana e quello a distanza con le cime spigolose delle alpi suggerivano, in effetti, il tema di un dialogo che non c'è.
Non si capisce perchè l'ecosostenibilità debba necessariamente esprimersi in uno "scatolone vetrato", specie se il pensiero va al grattacielo di un'altra banca, la Norddeutsche Landesbank ad Hannover, a firma di Günter Behnisch, esempio di controllo sugli aspetti tecnologici, impiantistici, strutturali e funzionali che già nel lontano 2002 poneva al centro della progettazione una gestione intelligente delle disponibilità energetiche nel rispetto dell'ecologia e dell'inquinamento ambientale: l'effetto camino per una ventilazione naturale, l'isolamento della facciata a doppia pelle, il raffreddamento tramite un serbatoio che ottimizza i consumi d'acqua, alette esterne per direzionare la luce naturale e specchi eliostatici per l'energia solare, migliaia di diodi inseriti nel cristallo stratificato delle facciate per l'illuminazione notturna a basso costo......... il tutto senza rinunciare ad un segno architettonico forte, visionario, espressionista come si addice a quella cultura.

A Torino, mi pare che Piano, spesso sospeso tra minimalismo high-tech e intellettualismo qualunquista, non si sia staccato dal suo target, realizzando un'architettura anonima e un po' vecchiotta, ad 'effetto ferraglia' come già alle origini il suo Beaubourg, che però almeno cercava un confronto con la tipologia costruttiva delle demolite Halles e della tour Eiffel (credo!).

[Torna su]

Commento 12109 del 25/01/2013
relativo all'articolo Lo strumento di Caravaggio
di Sandro Lazier


Ho letto il libro di Antonino Saggio "Lo strumento di Caravaggio" e l'ho trovato una interessante lettura che aggiunge significative, nuove osservazioni su un artista sul quale pareva che tutto fosse già stato scritto.

All'interno dell'analisi che l'autore compie, trovo particolarmente suggestivo l'accenno all'iperrealismo in Caravaggio, peraltro padre della successiva pittura iperrealista padana: non può non stupire il fatto che, in tempi così distanti anche geograficamente, l'iperrealismo (o fotorealismo) americano degli anni '70 copi la realtà nella rappresentazione che ne dà la fotografia, surrogato dello specchio caravaggesco, imprigionandola nella bidimensionalità della visione piana. Questa mediazione tecnica frapposta tra il reale e la sua copia, strumentale a due esiti opposti (in Caravaggio mezzo per rompere gli stereotipi di una rappresentazione avulsa dalla vita reale, nell'iperrealismo al contrario in funzione chiaramente revisionista) ci conferma che non solo il mezzo, di per sé neutro quando non viene usato, ma il personale uso del mezzo, il significato che l'utilizzatore gli attribuisce, possono fare la differenza.
Potrebbe esserne prova l'angelo di san Matteo, sospeso nel vuoto del solaio di copertura sfondato (con l'autorizzazione della proprietaria  in cambio di una dichiarazione che prometteva il ripristino finale dell'alloggio a spese dell'inquilino!), appeso al soffitto con un lenzuolo così realistico nel gioco delle pieghe e così irrealistico secondo la legge della gravità, un artificio nell'artificio, una licenza poetica.
Curiosa coincidenza che l'autore, nel capitolo "Narciso nel tempo", citi lo stesso brano di Longhi che mi è venuto in mente prima ancora di leggere il libro, così come le osservazioni nel nuovo capitolo "Modernità & Digits" sulle frequenze cromatiche che, a quanto pare, hanno basi reali. E pare che tutto dipenda dal fatto che il sensore digitale cattura la radiazione, la luminanza, mentre la pellicola cattura in analogico ciò che il nostro sistema visivo umano vede della radiazione, cioè la tonalità. Sintetizzando, parrebbe che il sensore digitale catturi più dettagli chiari di quanto noi possiamo vedere e meno dettagli scuri di quanti ne possiamo vedere, tecnicamente si parla di luci compresse ed ombre espanse.
Il legame con la tecnica si infittisce, aprendo l'ipotesi di una diversa lettura percettiva che lo stesso Caravaggio non poteva prefigurarsi.
Sempre nel nuovo capitolo, affascinante l'idea del "potere delle dita", l'indice puntato del demiurgo che supera i confini mortali del tempo, un gesto di grande significato simbolico che si presta a qualche deriva esoterica, come del resto molti quadri di Caravaggio.

L'inedita chiave di lettura, inserita nel recente filone della cultura digitale, è stimolante ed incoraggiante, perché non si perda mai la capacità di "avere nuovi occhi" nell'affrontare ogni viaggio di scoperta.

[Torna su]

Commento 12101 del 15/01/2013
relativo all'articolo L'indegna sorte d’un architetto patafisico
di Sandro Lazier


Io esorterei Paolo Bettini a non arrendersi e a trovare il tempo e la voglia di "scrivere pagine su pagine" per mettere tutti quelli che seguono questo blog nella condizione di capire le sostenibili ragioni (se ci sono) alla base della sua boutade.
Gettare il sasso e nascondere la mano non solo è sleale, ma può apparire come un facile stratagemma per coprire una vuota voglia di polemica fine a sé stessa.
Siamo tutti ansiosi, credo, di leggere e di capire il suo illuminato parere, per condividerlo, per confutarlo, per dibatterlo secondo le modalità più consone ad un confronto produttivo ricco di argomentazioni e non di insulti.

[Torna su]

Commento 12088 del 11/01/2013
relativo all'articolo Lo strumento di Caravaggio
di Sandro Lazier


Non so la critica, ma certamente l'arte moderna ha da tempo cassato l'aspetto narrativo dell'opera a beneficio del (solo) aspetto descrittivo, esasperatamente nel concettualismo, nel nome di un possibilismo interpretativo per il quale è stato coniato l'aggettivo 'antigestaltico'.
E molta dell'arte contemporanea, con scelta estrema e radicale, si affida addirittura alle proprietà tautologiche dei materiali, una sorta di 'matrice tecnica' di grado zero, per un esito "nel quale la tecnica, e non  le emozioni, controllano il risultato".
Per dire che la lettura di Caravaggio data da AS ha forse un sapore innovativo meno pregante di quanto tu le attribuisci, premettendo per doverosa onestà che non ho ancora letto il libro e quindi non commento quello, ma il tuo commento a quello.
Per dire che questo aspetto di Caravaggio, il fatto che le sue invenzioni tecniche si inseriscano in una necessità sia estetica che concettuale fino a sostituirla è in fondo già largamente indagato da Roberto Longhi: "da grande spirito qual era, egli non poteva che scoprire il senso poetico, la portata sentimentale di una realtà allora tutta sconosciuta, anche non avendone piena coscienza. La sua ostinata deferenza al vero poté anzi dapprima confermarlo nella ingenua credenza che fosse "l’occhio della camera" a guardare per lui e a suggerirgli tutto. Molte volte egli dovette incantarsi di fronte a quella "magia naturale"; e ciò che più lo sorprese fu di accorgersi che allo specchio non è punto indispensabile la figura umana ….." (Roberto Longhi, “Da Cimabue a Morandi",1973), la tecnica oltre il racconto, in vece del racconto, la "mac­china es­sen­ziale" che diviene “oc­chio interiore”.

A titolo aneddotico, ricordo, e non so se AS lo fa nel suo libro, l'utilizzo di cromie della gamma tipiche della pittura caravaggesca atte a produrre frequenze infrarosse al limite estremo dello spettro visibile, in grado di configurare ed influenzare risposte bio-psicologiche, il che potrebbe far pensare ad un utilizzo della scelta (nonché della tecnica) del colore in chiave neurofisiologica, un modo per orientare la percezione, attraverso l'esperienza visiva, su prescelti schemi di valori.
Credo che ci siano studi specifici su questo filone anche per ciò che riguarda la luce nell'architettura.

[Torna su]

11/1/2013 - Sandro Lazier risponde

Non sono sicuro che l’arte moderna abbia cassato l’aspetto narrativo. Non credi che l’abbia solo spostato? Spostato, intendo, dal figurativo al materico, se non addirittura al tecnico, al performativo? Ma sempre di narrazione si tratta, perché questo, comunicare, in fondo è il senso ultimo di un’opera d’arte.
Il discorso che volevo affrontare nell’articolo non riguarda tanto il punto di vista dell’autore quanto, piuttosto, quella del critico e della sua “strategia” di valutazione.
Se egli, infatti, rimuove l’attenzione dall’interpretazione dell’intenzione dell’autore, dall’interpretazione del significato dell’opera, compresi tutti i riferimenti alla galassia dei possibili contesti, rischia di ridurre la sua critica a pura cronaca d’un fatto artistico, figurativo o materico che sia.
L’intuizione di Saggio, secondo il mio parere, è che la cronaca, ovvero la descrizione emotivamente neutra di come viene costruito il dipinto, è in grado da sola di aprire nuovi scenari interpretativi capaci di cambiare il nostro codice di lettura. Il realismo veemente di Caravaggio, al cospetto di strumenti e tecniche di rappresentazione fertili, scopre nell’osservatore che ne avrà coscienza una dimensione emozionale sicuramente nuova.

Commento 11107 del 18/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


nazzareno romano pierandrei, sai che non l'ho capita?
Sei pro o contro? E nel caso, pro chi e contro chi? Stai parlando di politica o di architettura? Intrigante il rimando Monti-Colle, vuol richiamare una scala dimensionale simbolica? o l'hai scritto a caso?

[Torna su]

Commento 11100 del 11/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Pietro, evidentemente non sono riuscita a farmi capire, volevo indicare un piccolo spicchio di luna e invece sono riuscita a mostrare solo il mio esile, fragile e insignificante dito.
Ci riprovo.
Ho citato, banalmente, lo riconosco, il sistema wifi, la più vistosa e palese delle innovazioni che stanno cambiando il mondo, volendo significare che, in pochi decenni, si sono concretizzati e si concretizzeranno significativi parametri mediante i quali misurare l’efficienza di un sistema urbano, dei quali gli studiosi, storici, teorici dell’urbanistica di solo pochi anni fa necessariamente ignoravano né potevano prevedere l’esistenza, il che rende oggi almeno datato, certo non voglio dire inutile, il loro lavoro.
Curiosa la tua inversione tra causa ed effetto, tra funzioni che passano e città che restano, prima lo schema e poi le funzioni che lo utilizzano ….. accidenti, il ‘900 è passato invano dalle tue parti!

Il continuo superamento della tecnologia, che ne determina l’obsolescenza, è il motore che spinge a inventare sempre qualcosa di nuovo e di migliore, a superare il limite, a mandare avanti il mondo che tu vorresti mummificato in uno stato di “stabilità” per un utilizzo “costante e duraturo”, uno scenario allucinante che si ripeta all’infinito in una sorta di Truman show per cervelli anestetizzati.
Per fortuna ci sono i folli che pensano l’esatto contrario, e per fortuna “solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”
Specie oggi, quando persino tutte le cosiddette scienze esatte, la matematica, la biologia, la fisica, la chimica, nonché la storia e persino la geografia si mettono in gioco, si dibattono in una profonda crisi di identità, si interrogano su sé stesse.
Specie oggi, quando le tracce della particella di dio fortunosamente comparse nel fantomatico “tunnel Gelmini” scuotono dalle fondamenta niente di meno che l’universo einsteiniano dimostrandoci che nulla di tutto ciò che conosciamo può essere dato per scontato e che siamo condannati alla ricerca perpetua.
Poiché prevedo mi dirai che non c’entra niente il bosone di Higgs con l’architettura, preciso che utilizzo il paradigma a scopo puramente evocativo di un clima di dubbio generalizzato, di incertezza, insicurezza ed anche, per ciò che mi riguarda, di curiosità nei riguardi di un futuro sempre meno prevedibile, tranne che in architettura e urbanistica, dove è consigliabile un fermo immagine, anzi una bella marcia indietro, soluzione tolemaica ma certamente rassicurante.

Il paragone evoluzionista, mutuando parole dalla genetica, mi sembrava, evidentemente a torto, di comprensione facile ed intuitiva.
Nessun individuo nasce nuovo, nasciamo senza nulla di nostro, nasciamo solo con un vecchissimo patrimonio altrui che parte dai nostri genitori ed arriva ad uno sconosciuto Australopitecus afarensis, ma la vita che vivremo, quella sì, è nostra, irripetibile ed unica, è il nostro contributo alla continuità, il nostro modo di portare l’antico nel presente, vivendo oggi, non in un passato che non c’è più, non in un futuro che non c’è ancora.
Vivendo il presente testimoniamo il passato senza il quale non esisteremmo, non dobbiamo frugare nei bauli del nonno per provare che abbiamo un passato, ne siamo dimostrazione concreta in ogni momento della nostra esistenza, qui e ora. Perciò l’uomo ha in dovere di agire nel presente, per permettere ad altri che verranno di avere un passato.
In architettura succede un po’ la stessa cosa, l’architettura di oggi non nasce dal nulla, ha anche lei le sue radici nella caverna dell’Australopitecus afarensis, nell’architettura di oggi c’è dentro tutta una storia, bisogna decifrarla e non rifiutarla, ci consegnarà una delle chiavi di lettura del tempo in cui viviamo.

Forse non sono riuscita a spiegarmi neanche ora, ma ho cercato di fare del mio meglio, uno sforzo che merita che tu non mi risponda parlandomi di incroci, di negozi nel cantone, di tabaccherie strategiche.

Oltretutto, io sono contraria al fumo.

[Torna su]

Commento 11097 del 08/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Per Pietro.
Sempre più spesso ci potrà capitare in futuro di passeggiare in un centro cittadino e vedere locali, parchi e spazi pubblici dove gente comodamente seduta dialoga con l’ufficio, la casa, raccoglie informazioni, si scambia opinioni, accede agli uffici pubblici, legge e compie altre svariate attività grazie alla copertura Wi-Fi di aree pubbliche sempre più estese, già accade a Bologna, a Roma, a Verona, Udine, Mestre ……
Non è difficile ipotizzare che, in breve tempo, progetti dedicati al Wi-Fi e alla nuova frontiera di orientamento urbano chiamato Bluetrack interamente basato su tecnologia Bluetooth (quella di Bologna, per esempio) costituiranno il più importante richiamo aggregativo del tessuto urbano grazie ad una rete interconnessa che giustificherà, essa sola e con tutta la sua virtualità, “perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto e non in un altro”, perché un settore della città sia più frequentato di un altro, ridefinendo un metodo di indagine della crescita e dell’evoluzione tipologica del tessuto urbano agganciato a parametri che fino ad ieri non c’erano e dei quali, per ragioni cronologiche, Caniggia ignorava l’esistenza, come per i frattali (che per la verità già esistevano ma probabilmente non gli interessavano).
Frattali che sono una specie di ombrello sotto il quale ci sta di tutto, a seconda dell’intenzione, e vanno bene se supportano le teorie di Salingaros, sono ininfluenti se applicati all’arte moderna e ai quadri di Pollock, dove la sequenza spaziale distributiva dei bianchi e dei colorati è, sì, frattalica, ma non vuol dire niente, trattandosi dell’opera di un originale imbrattatele alcolista che si è schiantato con l’auto ubriaco fradicio.
Giudico paradossale studiare la “realtà territoriale” del mondo, costruito da e per l’uomo, in modo limitatamente strutturalista e ritenere inutili “sociologia o psicanalisi o psicologia o statistica (?) o teorie politiche, ecc” , discipline che studiano l’uomo artefice di quel mondo, così come ritengo del tutto discutibile la pretesa scientificità dell’urbanistica interpretata da chiunque, una scienza deve, fra l’altro, avere supporti statistici e permettere la ripetibilità dell’esperimento, cosa che evidentemente in urbanistica non avviene, altrimenti non saremmo qui a discutere.
“l'ontogenesi dell'individuo e la filo-genesi della stirpe a cui esso appartiene, stanno fra loro nel più intimo rapporto causale. La storia del germe è un riassunto della storia della stirpe, o, con altre parole, l'ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi”: parafrasando Haeckel, credo sia questa l’unica base “antropologica” (e culturale e fisiologica) che si possa invocare nell’agire umano, qualunque siano gli esiti, nei quali, proseguendo la metafora dell’evoluzionismo, variabilità ed ereditarietà sono fenomeni correlati e complementari, l’una legata al caso e responsabile delle mutazioni, l’altra alle necessità riproduttive ed a leggi o meccanismi di trasmissione dei fattori ereditari.
Senza dare per scontato che la trasmissione dei caratteri ereditari avvenga senza travagli, dato che c'è sempre qualcuno/qualcosa di recessivo che viene sacrificato sull'altare dell'evoluzione, si potrebbe però dire che oggi stiamo assistendo ad una mutazione dell’architettura, una mutazione genetica ed estetica che la sta trasformando da “oggetto tettonico portatore di regole “disciplinari” codificate nel tempo e di verità costruttive assolute in oggetto performativo cioè un’ architettura come dispositivo che produce fenomeni, come involucro di un’ azione, come filtro che renda visibile il fluire delle “forze invisibili” della società e che evidenzi le azioni umane” (Annalisa Chieppa, 2008, La morte del dettaglio).
E’ così che oggi l’architettura, per quanto ti possa apparire lontana e povera di contenuti, di teoria, di prassi, ha l’occasione di raccontare da vicino, fedelmente e in tempo reale, le mutazioni (genetiche) delle città che “esistono da millenni” e dell’uomo che a te, che vivi su Marte, non risulta essere cambiato.

[Torna su]

Commento 11090 del 06/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Pietro, nel tuo intervento rilevo alcune vistose contraddizioni che ti sottopongo.
Studiare "i processi di crescita e di formazione delle varie tipologie …. come gli edifici si aggregano a formare le strade e quali siano le gerarchie che si instaurano ….. perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto ecc." penso sia ciò che possono fare e probabilmente fanno tutti gli architetti che si apprestino a progettare, non è questo il punto su cui discutere, il punto, ed è proprio ciò che tu critichi, è l'esito che deriva da questa analisi.
Ciò che tu non consideri e non ammetti è che qualcuno, da questi preliminari, possa derivare il progetto di "tre scatolette incastrate, o quattro puntazze al vento", secondo te necessariamente frutto di "sensazioni personali e poco più", senza cultura e senza storia.
Guarda che per andare contro corrente bisogna conoscere i percorsi della corrente, chi inventa qualcosa di nuovo, in tutti i campi, lo fa perché ha sviluppato una conoscenza critica del vecchio ed affronta con nuovi mezzi "il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l'eterno dramma del processo evolutivo."
Le dinamiche sociali sono le più difficili da ricreare artificialmente, ma anche da conservare immutate o sviluppare a tavolino secondo evoluzioni future difficilmente prevedibili o assolutamente impreviste (la globalizzazione e la multietnicità, per esempio).
Ma per te dallo studio dei processi del passato deve scaturire per forza un progetto "tradizionale", non importa che sia coerente con la società (moderna) che lo utilizzerà, basta che sia coerente con la tradizione della società che realizzato quei progetti 100? 200? 300? anni prima.
Mi pare un punto di vista assai poco democratico per uno che vuole chiamare il popolo a scegliere e poi decreta a priori che, se vorrà dimostrarsi ‘intelligente’, non dovrà/potrà optare per "scatolette incastrate", ma solo per soluzioni "tradizionaliste".
Sarà forse la scelta più ‘votata’, ma solo perché è difficile per i non addetti ai lavori immaginare qualcosa di diverso o contrario a ciò che fa parte del loro immaginario consolidato ed in questo senso, penso al commento di Lenzarini, risulta noto, già visto, rassicurante e perciò più ‘semplice’ da capire ed accettare.
Rinunciando ad un’occasione, quella di guardare oltre il proprio naso e captare il respiro del mondo, dove sta andando, dove potrà/vorrà arrivare.
Perché la tradizione va, appunto, tradìta (o tràdita, come vorrebbe l’etimologia), essa è una lunga storia di regole e norme consolidate disattese, ribaltate, abbandonate, e "quando la nuova regola o configurazione si afferma, il tradimento si trasforma in tradizione [……] Proprio questo è il significato etimologico della tradizione: essa è la storia dei tradimenti passati". (Ada Cortese)

[Torna su]

Commento 10954 del 30/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


"Io sono la Via, la Verità e la Vita", Gv.14,1-6

E' bello vedere tante luminose certezze radunate in una sola persona, tante apodittiche verità trovate, scritte e avvallate (in modo asettico) da un solo individuo, tante inconfutabili dimostrazioni prodotte da un solo uomo che ha raccontato, dimostrato, pubblicato, sempre mettendosi in gioco in prima (e unica) persona nel nome della Verità assoluta.

E' bello e ci conforta, vuol dire che Dio esiste.

E si chiama E.M.M.

[Torna su]

Commento 10958 del 30/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Ettore, ma io sono infantile, fortunatamente e saggiamente infantile, ho dubbi, ripensamenti, crisi, esitazioni, autocritiche, incertezze ……. so che domani non sarò più la stessa e vedrò quello che ho fatto ieri in modo nuovo, forse opposto, certamente critico, ogni giorno accade qualcosa che cambia il mondo, che ci cambia, le fonti ufficiali restano ufficiali, siamo noi che cambiamo e con noi il loro senso, la storia raccontata muta a seconda della finalità che vogliamo darle, troviamo quello che cerchiamo solo se sappiamo cosa cercare prima di trovare, non esiste la storia "raccontata in maniera cruda e vera", esiste la storia raccontata da te e quella raccontata da tanti altri che non sono te.
Neanche la storia di Dio ha una sola versione (su Gesù ci sono vangeli canonici, vangeli gnostici e vangeli apocrifi) non resti che tu, EMM, quale depositario di versioni uniche, racconti asettici e storia vera e documentata.
Non ti devi risentire se te lo faccio notare, è una fortuna che, sotto sotto, ti invidio un po'.


[Torna su]

Commento 10930 del 20/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Mi incuneo brevemente e sinteticamente nel dibattito su un punto per me di particolare interesse.
Sul rapporto arte-architettura, sulla possibile ma non necessaria inutilità dell’una e la necessaria e sempre possibile utilità dell’altra, mi sembra illuminate ciò che Gramsci scrive nella sua ‘Letteratura funzionale’ sul fatto che l’architettura sola, tra le varie attività creative svolte dall’uomo (per esempio la letteratura) debba/possa essere “funzionale secondo un indirizzo sociale prestabilito”: forse perché l’architettura risponde a “necessità” mentre le “altre arti sono necessarie solo per gli intellettuali, per gli uomini di cultura”?
L’architettura, sulla scia di Persico e prima di lui di Sant’Elia, è per Gramsci linguaggio “pratico” di dimensione sociale attraverso il quale essa si incunea nella società reale, perché “proprio i ‘pratici’ si propongono di rendere necessarie tutte le arti per tutti gli uomini, di rendere tutti ‘artisti’ “.
In questa filosofia (o estetica) della prassi, dove l’architettura si qualifica come tramite per soddisfare i bisogni umani e delineare le relazioni tra organizzazione sociale e ambiente, sembra concludersi una conciliazione accettabile tra arte e architettura per la realizzazione di “un mondo socio-umano”.


[Torna su]

Commento 10821 del 18/11/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


C’è una sentenza del TAR del Piemonte (n. 657/2005) circa la legittimità di un permesso di costruire che recita: "Seppure la Commissione Edilizia abbia perso, a seguito delle innovazioni introdotte dal D.P.R. 380/2001, il suo carattere di organo necessario ex-lege – potendo oggi scegliere gli enti locali se conservarla o sopprimerla –, laddove si sia optato per la persistenza di tale organo, l’effettiva espressione di un parere da parte di una commissione illegittimamente composta da soggetti politici, in violazione del generale principio di separazione delle funzioni politiche da quelle amministrativo-gestionali (principio che ha portata generale ed è per ciò stesso in suscettibile di eccezioni che non siano espressamente previste dalla legge), inficia di conseguenza gli atti successivi del procedimento e travolge la legittimità del provvedimento finale".
Il che oltre a sancire il principio di separazione fra competenze politiche e competenze amministrative, in un certo senso sancisce anche la sostanziale libertà di giudizio, ma anche l'inutilità, della C.E.
Della quale peraltro, da sempre il parere è consultivo e non costituisce presunzione della emissione di concessione: secondo il T.U. sull’Edilizia (D.P.R. 380/2001) che ne mantiene in vita l'istituto, sulla base dell'art. 4 comma 2 la C.E. è facoltativa e disciplinata in base a quanto statuito nel Regolamento Edilizio di ciascun comune che di essa intenda valersi. Ovviamente, la decisione sottostà a logiche squisitamente politiche che prescindono da valutazioni estetiche o dalla originaria attribuzione della C.E. al momento della sua costituzione come ‘Commissione di ornato’ (r.d. 23 ottobre 1859 n.3702).
Se la C. E. può essere un alibi per scelte che nulla hanno a che fare con i suoi presunti compiti, c'è quindi da chiedersi perché un comune scelga di dotarsi di C.E. ed un altro no. Voglio dire, il problema va spostato su un piano politico, forse non sono le C.E. che impediscono "il confronto delle idee", è la strumentalizzazione che la politica ne fa, con la scusa di “fermare il brutto”.

Secondo me ci sarebbe da discutere sul fatto che "Così come ci si sceglie vestito e automobile e ci si esprime liberamente con parole e gesti, allo stesso modo si ha il sacrosanto diritto di abitare a proprio gusto e piacere ….. ", perché l'architettura ha peculiarità ben diverse da un abito o un'auto, beni di consumo di durabilità variabile e comunque contenuta: l'architettura resta, in particolare in Italia, dove si tende a conservare tutto indiscriminatamente, il ciclo vitale di un edificio può durare secoli, dopo di che difficilmente esprimerà il "modo molto intimo e personale di stare al mondo" di chi lo ha pensato, ma pur perdendo la sua giustificazione estemporanea resterà comunque e per lungo tempo un elemento connotativo dell'ambiente e del paesaggio (beni indiscutibilmente collettivi), anche se magari non era questa l'intenzione né del committente né del progettista. Mi sembra un nodo importante, ancorché di difficile soluzione.
Così come mi pare difficile scegliere tra la presenza di C.E. che censurino la libertà progettuale dell’architetto esprimendo poco deontologici giudizi di merito, e, in assenza di esse, sindaci o assessori che si inventino chissà quali “strumenti giuridici per fermare il brutto”. E magari sono pure geometri!

Il parallelo tra arte e architettura moderne, a mio parere uno dei temi portanti della cultura contemporanea, cozza da sempre ed inevitabilmente contro un discrimine irremovibile: l’arte è libera perché è inutile, l’architettura no, quantomeno non è inutile, quantomeno nella maggior parte dei casi.

Ma questa è un’altra storia.

Saluti


[Torna su]

Commento 10654 del 02/09/2011
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


In risposta alla sana e simpatica incazzatura di Claudio Giunta:

“[………] il compito dell'architetto, servire o dirigere?". La risposta è semplice ed è implicita in quanto ho detto: ponete una "e" al posto della "o". Servire e dirigere appaiono interdipendenti. Il buon architetto deve servire gli altri e simultaneamente svolgere una reale funzione di guida, fondata su una convinzione reale: guidare tanto il suo cliente quanto il gruppo di lavoro che si raccoglie intorno all'edificio. Dirigere non dipende solo dall'innato talento, ma anche, e moltissimo, dall'intensità di convinzione che si possiede e dalla volontà di servire.
Come potrà raggiungere questa posizione? Mi è stato spesso domandato dai miei studenti qualche consiglio sul problema di divenire architetti indipendenti dopo la laurea, ed evitare di svendere le proprie convinzioni a una società ancora abbastanza ignorante circa le idee moderne in architettura e in urbanistica.
La mia risposta è questa:
Guadagnarsi la vita non può essere l'unico scopo di un giovane che vuole soprattutto realizzare le proprie idee creative. Perciò il vostro problema è come serbare intatta l'integrità delle vostre convinzioni, come vivere quel che propugnate e, nello stesso tempo, guadagnare. [..........] Create centri strategici dove il pubblico sia posto di fronte a una realtà nuova e tentate poi di superare l'inevitabile stadio di violenza critica finché la gente non abbia imparato a rimettere in funzione le proprie atrofizzate capacità fisiche e mentali, in modo da utilizzare adeguatamente la nuova soluzione che le è offerta. Dobbiamo distinguere tra i bisogni vitali, reali della gente, e la consuetudine dell'inerzia, l'abitudine, così spesso gabbata per "la volontà del popolo".
Le forti e terribili realtà del nostro mondo non saranno attenuate rivestendole di "nuove vedute", e tentare di umanizzare la nostra civiltà aggiungendo alle nostre case fronzoli sentimentali sarà ugualmente futile.
Ma se il fattore umano diverrà sempre più dominante nel nostro lavoro, l'architettura rivelerà le qualità emotive del suo autore proprio nelle ossa degli edifici, e non solo nei loro rivestimenti: sarà il risultato di un giusto servire e di un giusto guidare."

(Walter Gropius, “Architettura integrata”, edizioni il Saggiatore, 1954)

[Torna su]

Commento 10646 del 07/08/2011
relativo all'articolo Estetica dell'abuso
di Sandro Lazier


Sandro, mi sono divertita molto a leggere l’articolo ed anche a documentarmi in rete su questo artista, strano personaggio di cuneese trapiantato al sud, che, come tutti gli artisti, gode del privilegio di poter essere irrazionale, utopista, sovversivo, visionario, provocatorio, anarchico, superfluo.
Certo, se un progettista, architetto o ingegnere o geometra, avesse distribuito agli utenti un questionario come quello di Tibaldi come base per un reale progetto architettonico, sarebbe stato gentilmente invitato a recarsi presso il più vicino centro di igiene mentale, ma Tibaldi non si inserisce in alcuna categoria, quindi segue le procedure che crede. E lui sa che non dovrà progettare veramente quell’improbabile condominio, quindi provoca, perché lui può farlo, perché lui è un artista, mica un architetto, il suo ‘mestiere’ è provocare, non fare case. L’eterogenea schiera di condòmini del suo utopic building probabilmente è la stessa che si siede attorno alla sua tabula rasa portandosi da casa la sedia ed inscenando attorno al tavolo una sorta di happening dell’arredamento, o la stessa armata brancaleone che costruisce in tempo record una casa bifamiliare abusiva neanche peggio di quelle erette con tutti i sigilli dell’ufficialità.

C’è una parola che accomuna tutto ciò, ed è ‘libertà’. E’ quella che si legge nell’inusuale questionario che non darà luogo ad alcun condominio ma che avrà fatto sognare qualcuno, nell’accozzaglia di sedie scompagnate dove nessuno rinuncia alla propria comodità, nel perverso efficientismo dell’illegalità, libertà dalle regole, dalle convenzioni, dalle imposizioni, dall’”apparato burocratico”, dal “minimalismo modaiolo”, dal “significato ad ogni costo”.
Da tempo l’architettura guarda all’arte con interesse, con emulazione e con dichiarata invidia, cerca di indagarne i codici linguistici aprendosi alla contaminazione ed all’interdisciplinarità, di evadere dalle imposizioni della ragione e della funzionalità per poter finalmente volare.
Gerhy o Hadid sono grandi evasori, la loro architettura artisticizzata è un tentativo continuo di sottrarsi ai condizionamenti culturali, stilistici, persino statici, opera aperta che, come l’arte, rifiuta dichiarazioni formali o funzionali definitive.
E l’arte non fa prigionieri, l’arte si lascia dietro solo cadaveri nel continuo superamento di sé, una fuga in avanti che lascia il vuoto, che ce la fa perdere di vista e quando la raggiungiamo spesso non riusciamo a riconoscerla.
Invece l’architettura, per sua stessa natura, è comunque destinata a divenire testimonianza permanente ben oltre le sue ragioni progettuali, perché
nessun’altra attività umana influisce sull’ambiente e sulla qualità della vita in modo così determinante e soprattutto duraturo, perché la materia dell’architettura sopravvive alla sua stessa idea.
Quanto l’architettura è necessaria, altrettanto l’arte è inutile e proprio l’inutilità sembra essere il decisivo discrimine tra queste due discipline. Certamente anche un’architettura può essere inutile, tutte le volte che non dà “risposte convincenti ai singoli“ senza avere il coraggio di liberarsi da “generiche soluzioni generaliste autocompiacenti e auto compiaciute”, ma questo non la rende un’opera d’arte, solo una brutta architettura.

Quando tu invochi, la liberazione dell’architettura sull’esempio di un’arte che, a differenza di essa, è capace di affrancarsi dall’omologazione e dall’inscatolamento di massa affermando la priorità del singolo sulla presunta tutela “d’un astratto fine collettivo che nessuno individualmente riconosce come proprio”, quando auspichi la libertà degli architetti (e presumo anche un’adeguata capacità professionale), mi vengono in mente parole del lontano 1954, di Walter Gropius (‘Il compito dell'architetto: servire o guidare?’, Architectural Forum, New York) che sintetizzano ciò che lui definiva ‘comporre in funzione del vivere’: “l'architetto dovrebbe concepire gli edifici non come monumenti ma come asili del flusso di vita che essi debbono servire ……” , il flusso di vita, sedie scompagnate, condominii utopici, maestranze improvvisate, “le tensioni estetiche ed emotive” degli uomini che abitano l’architettura.

Per citare un ricorrente tormentone, “non servono nuove leggi, basta applicare quelle che già ci sono”, parafrasando si potrebbe dire: “non servono architetti liberi, solo architetti capaci”.
Per legge.


[Torna su]

Commento 10152 del 10/05/2011
relativo all'articolo La Fiera e la Moda
di Gianni Marcarino


La parola consumo, specie a causa dell’azione demistificante della pop art, è stata talmente demonizzata da venir oggi usata quasi esclusivamente per indicare una generalizzata cattiva abitudine che percorre trasversalmente strati sociali e stati politici nel nome del fatidico “compro quindi sono”.
Eppure è proprio grazie al consumismo che è nato il design, un'idea che si fa derivare, soprattutto nell'immaginario collettivo degli architetti, dal mitico Bauhaus.
Il quale, tuttavia, nonostante le premesse populiste più che popolari, fu un movimento elitario, intellettualistico, nato a tavolino, che sostanzialmente fallì i suoi scopi, tanto che Paul Klee nel 1924, dichiara: "Non abbiamo l'appoggio della gente. Ma ci stiamo cercando un popolo. È proprio così che abbiamo cominciato, laggiù al Bauhaus. Abbiamo cominciato con una comunità a cui abbiamo dato tutto quello che avevamo. Non possiamo fare di più".

Il design che si riconosce figlio di questo movimento, come il design italiano di trent'anni fa, non fu un'utopia, perché, come la pop art, insegnò alla gente a guardare l'oggetto quotidiano con occhi nuovi, a capire che se un apriscatole, oltre che funzionale, è anche bello, ciò non guasta.
Scontato che 'non ci sono più i designer di una volta', mi sembra resti in sospeso la differenza individuata da Andrea fra design e non design. Perché se vogliamo riagganciarci al Bauhaus, la sequenza logica di una corretta operazione di design sarebbe questa: progettazione/produzione industriale-seriale/abbattimento dei costi/accessibilità al mercato, è irrilevante dove avvenga la produzione, in o fuori Europa, lo scopo è di produrre a basso costo prodotti in serie utili e tecnologicamente aggiornati. Qualunque oggetto può essere design quando assolve a questi fini, sia che esprima tendenze di elite che popolari, è design per il modo in cui tutti i fattori si sintetizzano e non per una presunta ed opinabile bellezza formale. Anche perché il concetto di design è figlio della mentalità positivista del suo tempo ("la forma segue la funzione") e non persegue primariamente, almeno in teoria, una ricerca estetica.
Se oggi i progetti di vita, come le occupazioni lavorative, sono a termine, se un tostapane dura più di un matrimonio, è inevitabile 'pensare ikea', per soluzioni abitative anch'esse a termine, senza che ciò tradisca lo spirito del design (alcune proposte ikea sono a mio avviso veramente geniali!).
Design usa e getta per vite usa e getta ……. tutto torna.

Ciò non scongiura il proliferare di una parallela produzione di pseudo design che se ne frega dell'abbattimento dei costi, delle difficoltà di produzione seriale e del politically correct: basta girare per i vari saloni e fuori saloni e dare un'occhiata alla seduta-tappeto di Sophie de Vocht, alle varie poltrone-trono o alla neonata VM Valeria Marini Home Collection …….
Ricorrendo alle facili astuzie svelate da Gianni Marcarino, si parla di brand design oriented , di styling, di desing process, quello che Andrea definisce prototipazione e sperimentazione.

E’ esattamente quello che mi viene in mente guardando un progetto di Gehry, anche in questo caso tutto torna.

[Torna su]

Commento 10146 del 30/04/2011
relativo all'articolo La Fiera e la Moda
di Gianni Marcarino


L'oggetto durevole non è necessariamente il più bello, forse è il più solido, certo è il più caro, ma questo, dal punto di vista dell'accessibilità economica da parte delle masse e quindi della divulgazione di un (buon)gusto diffuso ( o al fine della "missione educativa e sociale del design "), è un limite, non un merito.
Le tecnologie si bruciano nel tempo di una stagione non perché imitano la moda, ma perché il progresso tecnologico è più veloce di quello dei nostri tempi di adattamento, non facciamo in tempo ad affezionarci ad una cosa che è già obsoleta, meno sicura, meno efficiente, non ergonomica, non a norma. Ho fatto ricablare la mia vecchia Pavoni, ora è perfetta, non si prende più la scossa, l'interruttore è sicuro, i contatti sono a posto ….. ma fa un caffè da schifo, oggetto cult, durevole, costoso, oggi superato nei risultati dalla più economica delle macchinette per espresso made in Japan che costa un quinto, dura un decimo e magari ha una linea stilisticamente pregevole.
'Design' sta per 'industrial design', il prodotto finale, “inteso come tensione tra funzione, forma, materiali, innovazione” è pesantemente connotato dall'aspetto tecnologico, fa parte del gioco il fatto che il prodotto venga eliminato (butterò la mia Pavoni!) se la funzione alla quale deve la sua nascita non è più assolta al meglio, non c’è niente di male se nel giro di un anno ci orienteremo su oggetti “più aggiornati stilisticamente”, specie se l’aggiornamento deriva da radicali riprogettazioni tecniche (basti pensare cosa ha significato ‘stilisticamente’ la miniaturizzazione dei componenti elettronici per tanti oggetti d’uso comune).

In definitiva mi pare che la sfida del mercato si giochi oggi tra la durata nel tempo di un oggetto di qualità per pochi e la transitorietà di un oggetto usa e getta per molti, già all’origine concepito per una breve durata perché destinato comunque ad essere eliminato per obsolescenza. In realtà io non ci vedo una contrapposizione, ci sono oggetti che appartengono alla prima categoria (lo spremiagrumi di Stark, perché si può prevedere che ancora per un bel pezzo gli agrumi si continuerà a spremerli nello stesso modo) ed altri alla seconda (il rasoio Bic, la penna a sfera). Difficile stabilire dove sta più genialità.
Quando Zanuso ha disegnato la Cubo per Brionvega voleva progettare una radio portatile, vorrei vederlo quello che oggi se la porterebbe …. ed anche se si tratta di un oggetto dotato di intrinseca bellezza, tutto è tranne che una radio portatile e come tale non ha più senso.

Per i nostalgici, resta la rivisitazione operata dal redesign, astuta operazione di 'cosmesi', per dirla con Gillo Dorfles, proposta anche da certa architettura, secondo me da evitare accuratamente.

Vilma

[Torna su]

Commento 10141 del 25/04/2011
relativo all'articolo La Fiera e la Moda
di Gianni Marcarino



Qualcosa di più interessante ed intelligente sul tema del rapporto moda/design (ma anche arte e architettura) si trova su RAI5 (per esempio 'Il bello il brutto e il cattivo', magazine settimanale sulla creatività italiana, 'Tous les habits du monde', 11 documentari intorno alla moda nel mondo come indicatore visivo della società).


[Torna su]

Commento 9277 del 14/02/2011
relativo all'articolo Rivendichiamo l'AntiPiacentinismo
di Antonino Saggio


"........ La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta ......"

da 'La storia', di Eugenio Montale.

[Torna su]

Commento 9224 del 03/01/2011
relativo all'articolo Un anno difficile
di Sandro Lazier


Oltre che una 'cara Signora' (bontà sua) alla quale rivolgere 'garbate riflessioni', sono anche un architetto regolarmente laureata al Politecnico di Milano parecchio tempo fa.
E' incredibile come ancora nel terzo millennio si tenda a rivolgersi alle donne con più o meno celata sufficienza, come ad 'esseri' alieni avulsi dalla società attiva e dalla realtà lavorativa (roba da uomini, sia chiaro, e non da casalinghe di Voghera, che parlino di uncinetto, se proprio devono parlare!)
Non si adombri, caro Signor Errico, mi rivolgo a lei perché per caso me ne ha offerto lo spunto e probabilmente perché oggi ho la luna storta o Saturno contro, prego i maschietti di astenersi da commenti, il mio è off topic, a una cara signora si può concedere.

Saluti
dr. arch. Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 9222 del 02/01/2011
relativo all'articolo Un anno difficile
di Sandro Lazier


Brunelleschi, Bernini, Palladio, Longhena ….. furono per il loro tempo grandi architetti/archistar, portatori di una libertà espressiva tanto dirompente e spiazzante (o eccessiva per alcuni) quanto quella dell'architettura contemporanea. Quanto all'ibridazione dei linguaggi, che si potrebbe anche chiamare interdisciplinarità, forse va ricordato che Michelangelo fu pittore, scultore e architetto, che Leonardo fu artista e ingegnere, che Loos fu architetto, designer, arredatore e stilista, che Nervi fu ingegnere e architetto, che Gio Ponti fu architetto e creatore di piastrelle, che Morris fu architetto, artigiano e disegnatore di carte da parati …… tutti personaggi 'inclassificabili', forse perché geniali, ma così averne!

Invochiamo pure quali partecipanti alle iniziative degli architetti "il gelataio, l'edicolante, la parrucchiera", ma invitiamo anche lo scrittore, il professore, il manager, altrimenti si rischia di fare della demagogia populista, che è forse peggio della cortigianeria.

[Torna su]

Commento 9211 del 19/12/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Pietro, l’architettura, nata per rispondere a necessità primarie quali la difesa dai pericoli esterni e dai rigori climatici, riparo ed involucro protettivo per il corpo dell’uomo con la stessa funzione di un 'abito' vero e proprio, secondo Gottfried Semper, architetto e teorico tedesco dell’ottocento, si sarebbe poi sviluppata come architettura ‘abitata’, con etimo appunto nella parola ‘abito’, grazie alla pratica della tessitura, tutta femminile, attraverso la quale veniva costruito l’abito per il corpo. Da lì avrebbero infatti preso spunto le costruzioni arcaiche fatte di strutture intrecciate (tende e capanne), materiali ‘tessuti’ sull’esempio di quanto facevano le donne della tribù.
Al di là della curiosità della teoria, stupisce già a metà dell’ottocento questo approccio antropologico allo studio dell’architettura, che evolve con l’uomo sulla base delle sue esigenze sociali.

In realtà, “ci dice la grammatica che il latino habitare è un verbo frequentativo (o intensivo) di habere (avere). Esso significa, innanzitutto, avere continuamente o ripetutamente. “Abitare” rimanda quindi all’avere con continuità. L’abitante, allora, “ha” il luogo in cui abita…" (Sebastiano Ghisu, “Essere, abitare, costruire, vedere”), e lo “ha” tanto più quanto più lo personalizza, lo rende unico e rispondente all’idea che ha di sé …..”
Anche secondo questa derivazione, l’idea di abitare è strettamente legata all’abitante/possessore, alla sua vita, al suo tempo, alle sue esigenze peculiari e transitorie. In questo senso l’architettura è un ‘bene di consumo’, che muta, o dovrebbe mutare, a seconda delle necessità e delle richieste. Come gli abiti.

Partendo da Walter Benjamin (‘Parigi capitale del XIX secolo ‘ appunti incompiuti del 1925: “Moda e architettura appartengono all'oscurità dell'attimo vissuto, alla coscienza onirica del collettivo ….. architetture, moda, anzi persino il tempo atmosferico, sono, all'interno del collettivo, ciò che i processi organici, i sintomi della malattia o della salute, sono all'interno dell'individuo”), Patrizia Calefato, che si interessa di sociolinguistica, scrive: “C'è un profondo intreccio - poetico, semiotico, testuale - tra la moda e la città, un intreccio che si avviluppa sul nucleo della "strada", per riprendere l'immagine di Benjamin, intesa come il luogo dove il gusto sperimenta l'atmosfera del tempo, come zona di incrocio tra culture e tensioni, come spazio fisico e metaforico entro cui la città acquisisce il suo senso in virtù di pratiche sociali condivise. Dalla "strada", concepita in questo modo, è possibile guardare ai flussi che moda e architettura veicolano e moltiplicano.“
E poi, basta pensare agli edifici e agli abiti del barocco, del rinascimento, del neoclassicismo per rilevare a colpo d’occhio profonde analogie tra moda e architettura. Più o meno consapevolmente, la moda si è caratterizzata nel tempo in senso concettuale, assecondando sempre di più la ‘fluidità’ (passami il termine abusato) del corpo anziché l’esibizione di esteriorità, per giungere oggi ad una disinvolta ibridazione di forme e materiali grazie alla quale “moda e architettura si integrano come stili di vita e forme di estetizzazione del quotidiano.”
E non è un caso che famose archistar firmino i punti vendita di famosi marchi di fashion.

[Torna su]

Commento 9153 del 10/12/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


solo una breve intromissione in una tenzone che promette di essere interessante: Ugo dice "provate ora a immaginare un padiglione per malati terminali di cancro progettato “à la Gehry”".
Non occorre immaginare, guardate qua
http://www.mrflock.com/eventi/lou-ruvo-center-incredibile-architettura-di-frank-gehry.html
è un centro di salute mentale (si fa per dire) specializzato nella cura di malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, la SLA, progettato da Gehry.
Ogni commento è superfluo.

[Torna su]

Commento 9143 del 30/11/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Egregio Lenzarini, mi permetto una breve replica.
Anche se qualcuno si ricordasse che il progetto del Maxxi è incompiuto, ciò non cambierebbe le eventuali critiche, specie quelle negative: un progetto incompiuto e mozzato è un progetto fallito, indipendentemente da chi si possa caricare della colpa, o dell’inavvedutezza, o dell’incapacità alla base del risultato. Voglio dire, riusciamo ad immaginarci il colonnato del Bernini realizzato per metà? Colpa del progettista, del papa o di chiunque altro, sarebbe una scempiaggine e basta!
La lettura diagrammatica (così la chiamano) del progetto secondo i flussi di espansione dei fluidi, (http://www.plancton.com/genart/inarch04/Ciclo_acqua.pdf) con tanto di restringimenti, deviazioni e ‘pozzanghere’ (così le chiamano) informative è senz’altro affascinante, quasi romantica: come non ricordare Zygmunt Bauman e la sua ‘società liquida’, dove anche la modernità è liquida, ”un tipo di modernità individualizzato, privatizzato, in cui l'onere di tesserne l'ordito e la responsabilità del fallimento ricadono principalmente sulle spalle dell'individuo" (Z. Bauman, Modernità liquida, 2002)?
E’ una condizione storica, culturale e soprattutto umana, la liquidità, quella stessa che permette di incanalare in flussi sia i fluidi che le persone, entrambi incapaci di mantenere una forma in mancanza di coesione propria. “Vite di scarto”, persone di scarto, arte di scarto, musei di scarto, mutevoli, effimeri, senza domani ….

Ma tornando al Maxxi e alla sua “affascinante corrispondenza spazio-fruitiva con le modalità dell'allestimento museografico: lungi ovviamente dal proporsi come contenitore neutrale e quindi facilmente allestibile, il Maxxi pretende di interagire costruttivamente con l'attività museografica che si svolgerà al suo interno.”

Compito non facile, a giudicare dall’allestimento iniziale, dove “sculture, dipinti e installazioni dispiegano la loro bulimia a muoversi e a rapportarsi con la nuova liquidità territoriale del comunicare architettonico. Affidate attraverso la mano dei curatori ad un nuovo continente senza confini tradizionali vagano e perdono ogni ancoraggio. Sono fantasmi dispersi e sconcertati che si scontrano e si sovrappongono senza una logica, perché nel mondo della rete aperta e dei flussi dinamici non sussiste né storia né tema. Così il tentativo di isolare gruppi di lavori d'arte, raccogliendoli sotto titoli [……] risulta astratto e inutile. Rende superficiali certi insiemi […..] oppure scardina l'impatto mitico di certi interventi […..]. Di fatto questa riduzione di prestazione artistica è il risultato di una contraddizione. Contrappone la fluidità architettonica ad una pratica statica e passiva, decisamente storica: quella del museo, dove conta l'accumulo, cronologico e linguistico, non la comunicazione. Una schizofrenia tra il compito di collezionare il passato e di proiettarsi nel futuro che produce un procedere ibrido su cui riflettere al fine di non rovinare la funzione dell'istituzione. [……] Avendo progettato un'architettura senza confini né territori privilegiati, un corpo quasi sferico in cui tanto le irradiazioni quanto le prospettive non sono riferimento, ma indici erranti di una superficie totale, Hadid ha sollecitato l'affermazione di un'estetica pluralista, che volge lo sguardo a tutti i possibili stimoli dall'Asia all'Africa, dalle Americhe all'India: un invito alla rimozione del locale e nazionale, per un'apertura alla mondializzazione. E qui si concretizza un'altra dicotomia del nuovo museo che manifesta intenti globali, ma è sollecitato a rivolgere la sua attenzione alla dimensione interiore, quella dell'arte italiana, augurandosi una sua potenzialità internazionale.” Così Germano Celant, “Maxxi caos” sull’Espresso e La repubblica del 3 giugno 2010.
L’articolo di Celant smonta facilmente alcune non scontate prese di posizione:
- che l’arte moderna debba necessariamente essere esposta in un museo moderno
- che l’agibilità per flussi sia automaticamente più intelligente di quella per percorsi
- che i flussi spaziali possano essere reinterpretati al variare delle esigenze espositive secondo una flessibilità parallela tra contenente e contenuto che non pare così agevolmente attuabile, come dimostra l’insoddisfacente esposizione di apertura.

Su queste scelte di fondo l’incompiutezza della struttura ha scarsa rilevanza, anzi, la compiutezza forse accentuerebbe le incongruenze.







[Torna su]

Commento 9134 del 10/11/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Per Antonino Saggio.
Premettendo che condivido ciò che scrive nell’articolo da lei stesso citato, mi pare vadano aggiunte alcune considerazioni:

L’idea di un museo autosostenibile, che si autofinanzi con introiti propri mi pare assolutamente normale per quei musei americani, circa ventimila, la quasi totalità dei musei sul territorio, che non sono statali, ma sono stati pensati, costruiti e ‘riempiti’ da privati: dal Getty Museum al Whitney Museum ai vari Guggenheim, che hanno dato ‘casa’ ai transfughi surrealisti europei monopolizzandone le opere e creando da zero l’espressionismo astratto americano, ai vari Rothschild, che ne hanno esposto nelle loro sedi bancarie 2500 esemplari, ai Castelli ecc.

Cito dalla rete www.sindromedistendhal.com/LaLente... “I nostri musei hanno ben poco in comune con quelli americani. Sia da un punto di vista istituzionale, gestionale ed amministrativo, sia sotto l’ottica più strettamente legata alla funzione culturale del museo. Negli ultimi anni si deve al noto studioso e direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis un impegno attento e appassionato sull’argomento. Ne sono testimonianza due importanti libri (“Italia S.pa.” pubblicato da Einaudi nel 2003 e “Battaglia senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, una raccolta di articoli e interviste, edizione Electa -2005), numerosi interventi su giornali e riviste specializzate ed infine la recente nomina a presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali.
Settis è impegnato a dimostrare, innanzitutto, che primo ostacolo all’applicazione del “modello americano” in Italia è una profonda differenza ontologica tra musei italiani e statunitensi.”

Personalmente, forse perché non sono americana, penso che la cultura, come la scuola, debba/possa essere gratuita o anche onerosa, penso che i musei non dovrebbero far pagare il biglietto d’ingresso, che i depliant e il materiale divulgativo sulle iniziative in corso dovrebbero essere regalati ed offerti gratis ai visitatori perché meglio comprendano (un catalogo che costa 50 euro non è alla portata di tutti, delle orrende tazzine con su scritto ‘Tamara de Lempika’ sono inutili, portano soldi all’organizzazione ma non diffondono cultura).
Oggi Guggenheim è una griffe come Prada e Armani, un marchio diffuso nel mondo, a New York a Bilbao a Venezia a Berlino (dove è in joint-venture con Deutsche Bank), una vera e propria multinazionale dell’arte che gestisce la totalità delle opere del ‘900, dal Surrealismo al Cubismo, all'Astrattismo alla Pop Art.
Parallelamente gestisce anche un enorme bilancio per ciò che riguarda l’indotto, vendita di cataloghi, di riproduzioni, gadget firmati, shop museum, guggenheim store, café museum ecc.
Una recente invenzione, che ottimizza la gestione economica e si inquadra in un crescente processo di McDonaldizzazione della cultura cosiddetta globale (nel senso che offre tutto a tutti in modo indifferenziato) è quella delle mostre itineranti (mostra sulla Bauhaus che passa da Berlino a New York, di Tiffany tra Parigi e Montreal, di Hopper da Milano a Roma a Losanna, della mostra sul Futurismo, quella su Hans Hartung ecc.), un unico pacchetto preconfezionato che si sposta da Milano a Roma, dalla Francia alla Germania, con un’organizzazione controllata, efficiente, prevedibile, asservita alla logica di mercato che governa oggi molti fenomeni sociali e culturali (dall'alimentazione al lavoro al tempo libero) .
Sarebbe pensabile e possibile un tale sistema in Italia? Una famiglia ricca e potente che fa incetta di opere e gestisce una catena di musei senza chiedere finanziamenti statali e proponendo una sua libera offerta culturale? Non so se è auspicabile, ma forse, e il MAXXI potrebbe esserne l'occasione, non è da escludere, confidando nel fatto che il supermanager Mario Resca, consigliere del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, è anche l’ex presidente di McDonald’s Italia. Non ci resta che aspettare.

Il 3 giugno 2009 viene inaugurato a Venezia il museo Vedova, modesto, piccolo, costa solo 1,5 milioni di euro, è il primo ‘museo in movimento’ dedicato a trenta tele di un solo artista italiano, dove “le tele del grande artista veneziano vengono esposte per mezzo di una struttura meccanica che con un movimento circolare le trasporta dal magazzino, in cui sono conservate, nella sala dove gli spettatori possono ammirarle mentre “galleggiano” nell’aria.”
www.veneziasi.it/it/musei-gallerie-venezia...
E’ una novità, anche dal punto dello sfruttamento ottimale degli spazi, la tecnologia è semplice ma efficace, bell’idea, forse Elizabeth Diller l’avrebbe o l’ha apprezzata, qui in Italia nessuno ha fatto una piega.

Voglio dire, per chi vive nella realtà di un paese come l’Ita

[Torna su]

Commento 9131 del 08/11/2010
relativo all'articolo Leonardo Ricci. Lo spazio inseguito
di la Redazione e Antonino Saggio


Forse Socci voleva sapere chi è Carlo Sarno, cioè l'autore del commento , e non chi è Leonardo Ricci (da parte mia confesso la mia ignoranza su entrambi).

[Torna su]

Commento 9130 del 08/11/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Questo http://dailymotion.virgilio.it/video... è un divertente Sgarbi-show che forse è sfuggito a Ugo Rosa.

[Torna su]

Commento 9079 del 01/11/2010
relativo all'articolo La modernità, tramite tra passato e futuro
di Vilma Torselli


gentile Scandellari Valeria, circa la chiusa del suo commento al mio scritto, cito una notizia di oggi pescata in rete: "Mentre l'Europa ha celebrato il 65esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale la Germania inaugura "Topografia del Terrore" un museo sugli orrori nazisti. Proprio nella vecchia sede di SS e Gestapo". Il titolo: Berlino non dimentica.

Come sempre, l'odio tiene vivo sé stesso attraverso questi musei della memoria.
Solo così fa notizia.

Saluti

[Torna su]

Commento 8753 del 20/07/2010
relativo all'articolo Addio Giannino Cusano
di La redazione


Sono costernata, come immagino tutti quelli che, come me, hanno avuto il piacere di dialogare con lui sulle pagine di antithesi ed apprezzare la sua cultura, l'intelligenza aperta, la capacità di ascolto, la voglia di mettersi in discussione.
Da ieri siamo tutti un pò più poveri.

[Torna su]

Commento 8562 del 03/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


Cusano scrive: "..... la logica "concettuale" precede quella "poetica" o non è, piuttosto, il contrario? E' il "Cogito" (peraltro vuoto di contenuto, così come lo aveva formulato Cartesio) o non è per caso l'intuizione poetica che fonda la realtà? ....."

Bella domanda!
“…… io credo che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. La spiegazione era data dalla rimozione, e l’inconscio veniva riempito da pensieri che avrebbero potuto essere consci, ma che la rimozione e il meccanismo onirico aveva distorto. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi. Queste considerazioni sono particolarmente pertinenti nell’ambito di qualunque tentativo per ricavare una teoria dell’arte e della poesia. La poesia non è un tipo distorto e ornato di prosa; piuttosto la prosa è poesia spogliata e inchiodata al letto di Procuste della logica…..”:
così risponde Bateson, che sintetizza questa sua rivoluzione copernicana in una frase di Pascal: "Le coeur a ses raisons que la raison ne connait pas”.

E ancora: ".... una relazione astratta, ad esempio tra verità e giustizia, viene prima concepita in termini razionali; poi viene tradotta in metafora e agghindata per farla apparire il prodotto di un processo primario.”, invertendo il normale processo, creativo che in realtà, secondo lui, avviene al contrario.

Quindi non è l'arte ad interpretare il reale trasfigurando e veicolando in messaggi irrazionali concetti logici, ma è invece la ragione che si adopera per relazionare con significati consci i messaggi che l'arte ci invia dall'inconscio.

“La natura imita ciò che l'opera d'arte le propone. Avete notato come, da qualche tempo, la natura si è messa a somigliare ai paesaggi di Corot? ” (non è Bateson, è quel burlone di Oscar Wilde)

[Torna su]

Commento 8559 del 02/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


Mi trovo d'accordo con l'analisi di Cusano, se ho capito correttamente tutti i passaggi.
In particolare mi pare assolutamente condivisibile la chiusa finale: "L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso".

Ciò che intendo per senso dell'arte è il suo significato peculiare, diverso da opera ad opera e da artista ad artista, il quale artista produce un intreccio indissolubile tra contenuto e forma che si materializza in un quadro, una statua, una installazione ecc., contenuto e forma che sono propri di quell'opera e irripetibili da altri e anche dal medesimo artefice (non permutabili con altri colori o parole), il che mi riporta alla discussione con Sandro sul linguaggio, che manterrebbe invece nel tempo la sua autonomia anche in presenza di un messaggio obsoleto.
In realtà, il linguaggio, specie per l'arte moderna, è esso stesso, come contenuto e forma, un elemento irrinunciabile del messaggio, con il quale nasce e muore, senza pretese 'universalistiche'.

Che l'artista sia semplice 'produttore' dell'opera mi sembra riduttivo, fare arte implica progettività e intenzionalità, oltre a capacità tecniche oggettive e razionali come la scelta dei materiali, l'uso del pennello, dei colori, dello scalpello ecc.
Van Gogh, indubbiamente artista e indubbiamente malato mentale, ha tanta consapevolezza di ciò che fa che descrive minutamente, nell'epistolario con il fratello Teo, come rappresenterà la sua camera di Arles e persino a quale mercante porterà il quadro, su quale parete della galleria lo posizionarà, sullo sfondo di quale tappezzeria. Con lucida autoanalisi, così spiega al fratello il suo "Caffè di notte": "Ho cercato di esprimere con il rosso e il verde le terribili passioni umane. La sala è rosso sangue e giallo opaco, un biliardo verde in mezzo, quattro lampade giallo limone a irradiazione arancione e verde. C'è dappertutto una lotta e un'antitesi dei più diversi verdi e rossi, nei piccoli personaggi di furfanti dormienti, nella sala triste e vuota, e del violetto contro il blu".

Parallelamente, la fruizione dell'opera d'arte non dipende solo da una sorta di rapimento empatico che per vie irrazionali ce ne fa capire il senso, ma anche dalla possibilità di collocarla entro una sorta di spazio culturale percepito come condivisibile da fruitori opportunamente informati sulle intenzionalità dell'artista che ha eseguito un'opera. E' quanto sostiene Joseph Margolis, filosofo pragmatista poco noto in Italia, interessato alla sociologia e all'estetica, (Art and Philosophy, 1980) che con posizione anti-idealistica (o non idealistica) collega a questo aspetto la comprensione del senso di un'opera d'arte.
Ed infatti se sappiamo che Daniel Spoerri, instancabile nomade intellettuale (poeta, ballerino, coreografo, regista, attore, costumista, organizzatore museale, regista, insegnante all'Accademia di belle Arti di Colonia) è anche appassionato di culinaria (si definisce ‘uomo di teatro e di cucina’), autore di un libro di ricette "Diario Gastronomico"(Grecia, 1966), nonché proprietario fondatore del ‘Ristorante Spoerri’, (Dusseldorf nel '68), probabilmente riusciamo a meglio capire da dove scaturiscano i suoi tableaux-pieges, se sappiamo che Cy Twombly, americano conquistato dal classicismo, già da bambino piccolissimo ripeteva sempre: “Da grande andrò a Roma!” riusciamo a capire il "simbolismo romantico” delle sue potenti sinfonie barocche, né ci stupiremo davanti alla tela tutta bianca di Robert Rauschenberg se la vedremo come contrappunto ai 4’33″ di silenzio di John Cage, amico ed ispiratore.

Edoardo Boncinelli, biologo genetico e molecolare, sostiene il "carattere fortemente sociale della creatività. Per essa occorre anche il riscontro della valutazione collettiva. Essere creativi implica produrre qualcosa di innovativo che appaia utile o comunque rispondente a un bisogno condiviso e che ottenga pubblico consenso per entrambi i termini. Il prodotto creativo, cioè, deve poter essere giudicato dalla comunità in cui l'atto creativo è espresso come innovativo realmente utile. Il successo creativo, pertanto, richiede qualità sociali tali da permettere l'affermazione propria. e dei propri prodotti, e tali capacità sociali possono facilitare un giudizio positivo sull'insieme delle caratteristiche possedute dal soggetto creativo…… “(‘Come nascono le idee’, 2008)
Dal canto suo Gregory Bateson, antropologo, psichiatra, studioso di logica e cibernetica, dice: “Ritengo che sia d’importanza fondamentale possedere un sistema concettuale che ci costringa a vedere il ‘messaggio’ (p. es. l’oggetto artistico) sia come in sé internamente strutturato, sia come parte esso stesso di un più vasto universo strutturato: la cultura o qualche sua parte…… " (Verso un'ecologia della mente 1977)

L’approccio quasi antropologico all'arte che si desume dalle ipotesi sia di Boncinell

[Torna su]

Commento 8555 del 30/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier



Per J.P. Sartre le opere d'arte "sono soltanto 'analoga' materiali delle immagini ideali che costituiscono la vera e propria opera d’arte valutabile”, la quale è una struttura irreale, cioè priva di senso corrente, in grado di rivelare un mondo dell'immaginazione diversamente non accessibile dalla coscienza: gli aspetti materiali e fisici dell'opera sono, insomma, dei catalizzatori per arrivare al 'senso dell'opera'.
Secondo questa interpretazione, il gesto dell'artista si fa senso nell'urgenza della domanda, nella ricerca della risposta, nel segno che lascia, nella ridefinizione di una sorta di 'statuto mimetico' dell'arte.

Arthur Danto parla di "destituzione filosofica dell’arte" e sceglie il pop di Andy Warhol per interrogarsi sul perché qualcosa sia arte e qualcosa di esattamente uguale sul piano percettivo non lo sia: davanti ad una scatola di Brillo dipinta da Warhol non possiamo cogliere la differenza rispetto ad una scatola del supermercato se non concentrandoci non sul suo aspetto fisico, ma sul pensiero, sull'idea che trasforma il mezzo in senso e l'oggetto in opera artistica mediante la traslitterazione dal reale.

"Per usare il mio esempio favorito, nulla indica una differenza esteriore fra la Brillo Box di Andy Warhol e le scatole di Brillo al supermercato. E l’arte concettuale ha dimostrato che non serve nemmeno un oggetto visivo tangibile affinché qualcosa sia un’opera d’arte. Ciò significa che non puoi spiegare il significato dell’arte per esempi. Ciò significa che, in quanto si tratta di apparenze, qualunque cosa può essere un’opera d’arte, e significa che se si cerca di scoprire che cosa sia l’arte, ci si deve spostare dall’esperienza dei sensi al pensiero. Si deve, in breve, voltarsi verso la filosofia." (Arthur Danto, "L'abuso della bellezza" 1997)

Con ciò, l'arte scivola nella filosofia, ma ciò decreta la morte dell'arte?

La s-definizione dell'arte paventata da Harold Rosemberg, la sparizione dell'arte lamentata da Baudrillard, l’arte allo stato gassoso di Yves Michaud, trasformata in 'etere artistico' sono il limite estremo della de-sostanzializzazione dell'arte che, con Duchamp, diventa procedurale e concettuale, acquisendo in ciò autoconsapevolezza e senso.

Non è poco.

[Torna su]

Commento 8553 del 30/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


L'arte ha sempre un 'senso', anche se non si tratta di 'senso comune', quest'ultimo sì che non è obbligatorio.
La decodificazione del linguaggio artistico avviene secondo un 'senso' intrinseco all'opera che non ha niente a che fare con i normali meccanismi cognitivi di cui ci serviamo nella vita quotidiana.

[Torna su]

Commento 8030 del 11/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


Sandro, sono molti i punti del tuo articolo sui quali discuterei, anche se so di non avere la preparazione e gli strumenti per contestarli efficacemente, ma ci provo ugualmente, premettendo che le mie argomentazioni potranno sembrare semplicistiche.
Ti chiedi “che fine fa la verità”, datosi che la mappatura del territorio viene costruita prima di esplorarlo e la rappresentazione dei fatti, scrivi, è “ormai a totale servizio del modo con cui vengono descritti”.
Io credo che i fatti siano nella stragrande maggioranza dei casi ‘fatti descritti’, in tutti i modi possibili, oggi con le simulazioni virtuali, in passato attraverso il racconto di testimoni o storici o cronisti, l’invenzione dei linguaggi e delle scritture hanno permesso la prima, importante decontestualizzazione della storia rendendo possibile raccontare ‘la realtà’ dei fatti anche senza esserne stato testimone oculare.
Da allora la ‘verità’ dei fatti ha cessato di esistere.
Io non sono mai stata a Petra, so che esiste, o almeno mi hanno fatto credere che esista, perché me l’hanno raccontata, fotografata, descritta, oggi me la fanno percorrere con sofisticati mezzi tecnologici di simulazione in 3D, è comunque sempre un racconto mediato, seppure costruito con linguaggi diversi, probabilmente inquinato, come tutti i racconti, dalla soggettività del narratore.
Mi è anche difficile, data la mai ignoranza in materia, discutere sul discorso del linguaggio, al quale attribuisci una sua autonomia strutturale che lo rende sempre autentico e veritiero: da ciò che capisco, lo paragonerei al medium di McLuhan, dotato di una struttura intrinseca che lo straforma da mezzo per esprimere un messaggio a messaggio vero e proprio. E allora, il virtuale non è un mezzo, quindi un linguaggio? Non racconta una sua verità?

Quanto a Duchamp, mi viene in mente una curiosa foto del Baudrillard-artista che fotografa una poltrona nascosta sotto un drappo rosso (dalla mostra ‘Scatti’, Bologna, 2000, http://img104.imageshack.us/img104/8784/baudrillardsaintbeuve19.jpg): che fa, se non decontestualizzare un comune ed insignificante pezzo di stoffa “senza alterarlo in alcun modo […… ] per trasformarlo in oggetto d’arte, consegnandolo all’estetica divorante della banalità.”? Io lo leggo come un ironico e benevolo omaggio al pop, non è proprio una lattina di campbell's soup, tuttavia …..
Quanto a “Il delitto perfetto, così commenta lo stesso autore:“ [……] Voglio dire che la perdita più grave è senz'altro quella dell'illusione, vale a dire di una parte diversa del nostro rapporto con l'esistente. Il concetto di realtà è relativamente recente, contiene un sistema di valori solo da poco consolidatosi. Per contro, mi sembra che l'illusione sia parte integrante dell'organizzazione simbolica del mondo, ed è perciò assai più dinamica. È l'illusione vitale di cui parla Nietzsche, costituita da apparenze, fantasie, e tutto ciò che può essere la forma di una proiezione, come una scena diversa da quella della realtà. E mi pare che essa sia stata completamente eliminata da questa operazione del virtuale che, in parole semplici, io chiamo "delitto" ma che in fondo non è che una metafora un poco esagerata e forse persino non troppo giusta, nella misura in cui non si tratta in realtà di un crimine o di un assassinio in senso simbolico. Quando Nietzsche diceva "Dio è morto", ad esempio, intendeva identificare con l'uccisione di Dio una rivoluzione positiva, se così posso esprimermi, mentre nell'altro caso non abbiamo un omicidio ma una eliminazione, una scomparsa, un annullamento, cosa alquanto più grave. Quanto all'aggettivo "perfetto", esso denota come il vero delitto, come sto per dire, consista nella perfezione, perché vuol dire che è quest'ultima il risultato finale.” (Intervista sul virtuale a Jean Baudrillard, 1999, http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/baudrillard.htm).
Sono convinta che se Baudrillard, per cause di forza maggiore, non si fosse perso gli ultimi tre anni del decennio, avrebbe cambiato almeno alcune delle sue affermazioni.

Sulla felicità della scrittura di F. O. Gehry, sono d’accordo, è senz’altro felice, lui, prima di tutto, che ha il coraggio, la capacità, la possibilità e l’onestà(?) di esprimersi, credo che non ci sia un architetto che non lo invidi!
E’, come dici, una scrittura “liberata dal giogo del significato”, ma io il “confronto sempre leale con la realtà (materiale e sociale)” che sarebbe prerogativa ineludibile dell’architettura non ce lo vedo.
Mi sembra anche discutibile sostenere che la spettacolarità di certa architettura risulti tale perché confrontata con la pochezza dell’arte figurativa che ospita, fra contenente e contenuto c'è, ci deve essere, una tensione reciproca che suggerisca un equilibrio delle parti a beneficio di entrambe, perché si capisca che sono fatte l'una per l'altra.
“who’s the star, the building or its contents?” si chiede Andrew McClellan, sto

[Torna su]

11/5/2010 - Sandro Lazier risponde

Vilma, ho letto il tuo ultimo scritto “Se questo è un quadro” dove lamenti per l’arte e l’architettura l’assenza di racconto. So, quindi, che non puoi essere d’accordo con me, che propongo una decisa presa di distanza da qualsiasi forma di significato. Il racconto, secondo la mia opinione, non è vietato ma negato, perché non può aver pretesa di contaminare e condizionare il linguaggio artistico o architettonico. L’autonomia “formale” di questo lo rende immune dal giudizio sulle cose che raccontiamo. Si può dire la più grande menzogna o la più grande verità con linguaggio raro o banale indifferentemente. La differenza la fa la “forma” del linguaggio, non la sua sostanza.
Il riferimento a McLuhan non credo sia del tutto adatto. Il linguaggio non è un messaggio o un medium, rimane uno strumento per comunicare che però ha una sua vita propria. Vive e prospera anche quando il messaggio è esaurito.
La poltrona rossa di Baudrillard. In occasione della mostra, su Repubblica del 30 aprile 2009, viene pubblicato lo stralcio di uno scritto del 2004, Ombre et photo, che dice a un certo punto: “La fotografia (…) conserva la traccia di una scrittura d'ombra, quale essa è altrettanto che "scrittura di luce", e dunque il segreto di una fonte luminosa venuta dalla notte dei tempi.
All’autore interessa, in questa fotografia, la relazione tra luce e ombra e il loro dialogo. Il racconto c’è, ma è interno al dialogo luce ombra esclusivamente fotografico. Non ci sono riferimenti altri che al linguaggio. Infatti, dice ancora più avanti: “Ora, bisogna che un'immagine sia libera da se stessa, che sia sola e sovrana, che abbia il proprio spazio simbolico.

Si racconta che Stendhal passasse alcuni giorni di tempo su poche righe dei suoi romanzi. Non era in discussione il racconto, ma la forma con cui veniva comunicato. La letteratura, per rinnovarsi, deve fare i conti con la lingua. L’architettura, per rinnovarsi, deve fare i conti con la scrittura dello spazio, non con i suoi significati.
L’arte contemporanea deve innanzitutto ritrovare il suo ambito formale, il luogo dell’espressione e della sua scrittura.

Recentemente ho visto due immagini piene di significato. La prima riguarda un americano che, per la festa di Halloween, ha indossato un costume da prete cattolico con cucito sull’abito all’altezza dei genitali un bimbo visto da tergo. La seconda è sulla copertina di un settimanale tedesco, dove una classica statua greca tende il pugno rovesciato in avanti con l’indice medio alzato.
La pubblicistica è la vera arte dei significati e queste due immagini valgono molto più di un asino appeso al soffitto di un museo.

Commento 8029 del 10/05/2010
relativo all'articolo Costruire con i suoni
di Vincenzo Santarcangelo e Sara Bracco


vorrei ricordare: 4’33’’ di John Cage, composizione per pianoforte.

[Torna su]

Commento 8019 del 20/04/2010
relativo all'articolo Kairos e modernità
di Paolo G.L. Ferrara


" ......Il nostro concetto di moderno è ATEMPORALE ed è così che si definisce un atteggiamento, un modo di porsi rispetto al mondo e pertanto in quanto tale non è definibile temporalmente. Altro concetto è quello di crisi. Nel cambiamento delle situazioni si operano grandi e potenti crisi di trasformazioni, sono crisi profondissime , sono crisi che rappresentano la grande difficolta' nel collocarsi.........CRISI e MODERNITA' SI LEGANO, perchè la definizione migliore di modernità è quella che suscita domande e risposte alle crisi..........": sono parole di Antonino Saggio, le ho lette tempo fa e confesso di non ricordarne l'esatta collocazione (magari ce la può indicare lui stesso).
Mi pare che ci sia una certa 'circolarità' con l'articolo di Paolo Ferrara.

Però sto leggendo il libro cercando di dimenticarmene, perché sono contraria al fatto di seguire, in qualsiasi lettura, le 'istruzioni per l'uso'. Saluti
Vilma

[Torna su]

Commento 8006 del 14/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


Ma Zappalà, lei non ha capito niente della mia replica a Tanzi, anzi, se devo essere più precisa, credo che lei faccia fatica a capire qualunque cosa.
Il tema che Tanzi propone e che io ho raccolto, il rapporto uomo/macchina, creatività/tecnologia, è uno dei filoni portanti del dibattito culturale di tutto il '900, indipendentemente da ciò che sta scritto nel libro in questione, e lei me lo liquida come 'arroganza salottiera'? Ma dove è stato fino ad ora?A cosa crede pensasse lo stesso Antonino Saggio quando ha scritto "Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura", "Frank O. Gehry, Architetture residuali", nonché svariati articoli sul tema? Se li è persi tutti? La sua, Zappalà, non è semplificazione, è ignoranza.

Per il resto, credo che qui nessuno voglia esprimere 'giudizi', ma solo pareri ed opinioni, i giudizi li esprime lei, che arrogante lo è davvero, con una grossolanità che lascia ben poche speranze circa la profondità del suo pensiero, le sue conoscenze e la sua educazione.

Le lascio un aforisma facile facile, si sforzi, vedrà che riuscirà a capire: "Quando il dito indica la luna, l'imbecille guarda il dito".

[Torna su]

Commento 8010 del 14/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Paolo G.L. Ferrara


Giannino Cusano, ciò che intendevo dire è che, con l'avvento delle tecnologie informatiche, il rapporto tra medium e messaggio o opera creativa significante del pensiero dell'artefice, si è talmente assottigliato che oggi il paragone con il fabbro che curva il ferro di Horta o il falegname che curva il faggio per Thonet e il tecnico informatico è improponibile.

C'è infatti una differenza fondamentale tra il fabbro che martella fino a domare il ferro secondo il disegno fornito da Horta, azione sostanzialmente copiativa, e il tecnico che utilizza i nuovi mezzi digitali, differenza costituita dal fatto che questi ultimi possiedono una loro "intelligenza", attivabile attraverso l'applicazione di programmi di funzionamento anche molto complessi, con i quali l'utilizzatore si deve relazionare.
Per riuscirci non è indispensabile "conoscere" il programma, bisogna però saperlo "usare", e forse per la prima volta nella storia della tecnica, la seconda cosa è più difficile della prima.

Le nuove tecnologie digitali sono a base visiva, pongono al centro della comunicazione e della elaborazione l'immagine e non il testo, lo fanno il cinema, la televisione, l'arte digitale e, almeno in parte, l'architettura.
Con queste premesse è evidentemente sempre più difficile stabilire quanto il risultato sia attribuibile al cervello che ha pensato quel tal progetto o a quello che ha escogitato ed utilizzato al meglio gli strumenti che lo renderanno leggibile e realizzabile.

Questo mi sembra anche il senso del commento di Pietro Pagliardini.

Horta senz'altro non conosceva neppure l'artigiano che curvava il suo ferro, mentre Gehry deve lavorare gomito a gomito e in perfetta sintonia con il suo programmatore, del quale non può fare a meno (mentre Horta si poteva rivolgere indifferentemente a vari fornitori).
In questo senso mi chiedevo che farebbe Gehry se il suo programmatore andasse in pensione (non essendo tanto facile sostituirlo quanto un fabbro), ipotizzando che, in tal caso, potesse tornare alla professione di quando era uno scultore di belle speranze povero e sconosciuto, il camionista, appunto ( "Povero ebreo arrivato a Los Angeles dal Canada nel 1947, guida un camion per mantenersi agli studi ...." da una pagina di Antonino Saggio http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/filmati/bilbao/Page.html)


[Torna su]

Commento 7999 del 13/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


Tanzi scrive “….edifici "pionieristici" progettati secondo una logica compositiva fortemente influenzata dai mezzi informatici, (mediateca di Sendai ed altro), offre una panoramica sulle ricerche interdisciplinari che coinvolgono l'architettura contemporanea e questo credo che sia un merito del libro.”
Anche se non ho ancora letto il libro, accetto a scatola chiusa questo suo merito.
Tuttavia mi viene spontanea la stessa riflessione che ho fatto quando ho letto in rete un articolo di Saggio, non ricordo dove, che parlava di un libro che un autore americano ha scritto sul modo di procedere di Gehry e su come dai suoi schizzi, che, diciamocelo, lasciano piuttosto a desiderare, i suoi esperti informatici ricavino progetti comprensibili e fattibili con sofisticati programmi grafici.
Devo dire che mi sfugge come la scintilla del genio si trasferisca dallo schizzo sommario al progetto finito e mi pare che il clou di tutta la faccenda sia nel mezzo: voglio dire, chissà quanti giovani architetti in grado di sbizzarrirsi con la matita e un foglietto di carta ci restano sconosciuti perché non hanno i tecnici di Gehry che trasformano i loro scarabocchi in musei, centri commerciali o auditori, chissà se il genio di Gehry sarebbe venuto alla luce senza l’accurata operazione di maieutica di uno staff che magari di architettura capisce poco, ma che con il computer fa magie.

Non voglio rispolverare l’antico dilemma del rapporto tra arte e scienza, irrisolto quanto quello di stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma mi pare che Saggio prenda la faccenda da un certo punto in avanti, senza porsi il problema principale, cioè se quello che ne viene fuori sia architettura.
E’ un po’ come dire di un artista che è un gran pittore, peccato che non sappia usare il pennello!
Gehry fa degli schizzi eufemisticamente mediocri, per fortuna c’è chi sa usare il pennello al posto suo.

Oggi il medium e il messaggio sono talmente intrisi l’uno nell’altro (Mac Lhuan non ha parlato invano) da risultare inscindibili, il nocciolo della questione sta, secondo me, nel come relazionare le abilità (o le disabilità) tecniche con l’atto creativo della mente in modo che le une siano indispensabili all’altro e viceversa.

Da casalinga di Voghera: se non ci fosse il computer e chi lo sa usare con consumata maestria, Gehry sarebbe un architetto (o un 'creatore di sogni', come da spot a firma di Sydney Pollack) o sarebbe destinato a fare il camionista?

[Torna su]

Commento 7962 del 25/03/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


effettivamente, sono d'accordo con Marrucci (una volta tanto!): un bello spot pubblicitario, non c'è che dire, complimenti a A.S., che leggo da sempre con assiduità e piacere, ma soprattutto a lei!

[Torna su]

Commento 7756 del 13/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Il dibattito Pagliardini-Cusano ha finito per indurmi in tentazione, voglio dire la mia.
Però, come Pietro sa, poiché l'argomento è tutt'altro che nuovo, mi prendo l'arbitrio di ripetermi con un mio post sullo stesso tema comparso sul blog di Giorgio Muratore, Archiwatch.
Da allora, infatti, il mio parere non è cambiato, e neppure quello di Pietro, pare!

A proposito di … Giurie popolari …
Vilma Torselli, … rispondendo a Pietro Pagliardini, … così commenta:

Forse deludendoti, devo ribadire (rispondo a Pietro che mi ha citata in modo puntuale) che non ho nessuna fiducia nelle possibilità di apporto costruttivo, almeno in campo urbanistico-architettonico, da parte delle casalinghe di Voghera: una volta mi hai scritto che ti sembravo un po’ snob, forse avevi ragione, può essere che sia anche antidemocratica, presuntuosa, classista ecc. , non ho difficoltà ad ammettere, con tutto ciò che questo comporta, i miei personali pregiudizi negativi sulla necessità/possibilità di progettazioni partecipate da chicchessia.
Ho visto da vicino i mitici anni ’80 della Milano da bere, consigli di zona, comitati di quartiere, tavole rotonde, seminari aperti e tutto il repertorio del populismo ipocrita travestito da democrazia, da una parte platee di metalmeccanici, bottegai e casalinghe disperate che improvvisandosi progettisti sparavano fesserie fuori tema, quasi sempre dettate da contingenti interessi personali (l’asilo, o il parco o il minimarket, perché non lo facciamo vicino a casa mia? e su quella strada, perchè non ci mettiamo un semaforo così appena esco dal portone posso attraversare? analogamente per il tracciato del metrò, la fermata del bus, il parcheggio dei negozi ecc.), dall’altra parte palchi di demogoghi imbonitori che fingevano di trovarle intelligenti: se la cosa avesse veramente funzionato oggi dovremmo avere città diverse, più vivibili, le città dei cittadini, invece il tempo passa e vediamo ancora i soliti architetti, soliti politici, soliti palazzinari ….
Nulla è cambiato, as time goes by, Lui, nella sua eternità di celluloide, continua a fumare la solita sigaretta e Sam suona ancora la solita canzone, sempre quella.

La nostra legge urbanistica è la più vecchia, la più farraginosa, complicata, vincolante e restrittiva di tutto il pianeta, abbiamo il maggior numero di centri storici e di siti protetti da vincoli storico-ambientali, paesaggistici e artistici, una miriade di sovraintendenze, associazioni e fondazioni che mummificano ogni tentativo di cambiamento ostinatamente propensi al non-intervento a prescindere, questa è la realtà entro la quale si deve districare un progettista oggi, ci mancherebbe pure che ci si mettesse la giuria popolare a dire la sua.

Ho letto da qualche parte che nei parchi giapponesi, le pavimentazioni dei percorsi pedonali vengono posate sulle tracce lasciate dal calpestio dei passanti sull’erba, il che, se non è una leggenda metropolitana, costituisce un piccolo ma illuminante esempio di integrazione sui generis tra progettazione pubblica ed esigenze della comunità in un paese che non è certo noto per i coinvolgimenti popolari a qualunque livello.
Questo esempio minimale mi porta a dire che, forse, l’architetto debba essere prima di tutto un cacciatore di tracce, un segugio che scopre i segni che la gente lascia nell’ambiente senza neppure rendersene conto, quei ‘percorsi’ spontenei derivati dall’uso e dalle abitudini di una comunità, deve trovarli, analizzarli, decifrarli e trarne le conclusioni sotto forma di un progetto nel quale, in qualche modo, quelle vecchie tracce siano recepite e identificabili: non dico che sia facile farlo, dico anche che l’architetto non può né deve operare da solo per conto di Dio, non basta stare sul campo, ha bisogno di opportune integrazioni che vengano dalla sociologia, dall’antropologia, dalla statistica, dalla storia, dalla psicologia, da tutta una serie di discipline umanistiche che si occupano dell’uomo nel suo ambiente.

E non di una platea di incompetenti che gli fornisca non tanto informazini utili, quanto un alibi per un eventuale insuccesso, quello, sì, condiviso.

[Torna su]

Commento 7697 del 30/12/2009
relativo all'articolo L'arte facile
di Sandro Lazier


Sandro, immagino tu sappia che non era mia intenzione di sbarazzarmi delle tue parole "con tanta sicurezza e celerità". Certo anche per me la sintesi, obbligatoria in questa sede per non tediare a dismisura sia te che i tuoi lettori, non mi ha evidentemente aiutata ad esprimere a dovere il mio pensiero. Ma sostanzialmente non credo che ci si possa sbarazzare facilmente di un fenomeno (di cultura? di costume? di moda?) così dirompente come il concettualismo, oggi riattualizzato alla luce della progressiva virtualizzazione delle azioni e delle relazioni umane nella società moderna. Mi pare che sia proprio Baudrillard ad affermare che la realtà è morta, uccisa dal virtuale, ed è stato un delitto perfetto.
Certamente ognuno può auspicare ciò che crede, sperare nel ritorno alla scrittura e alla lingua ed affermarne la necessità, questo non vuol dire esprimere un giudizio sulla contemporaneità, ma solo una speranza sui suoi futuri sviluppi.
La citazione che fa di Hopper, per la verità, mi sembra inopportuna, Hopper era talmente minutamente figurativo da essere definito precisionista, tutte le sue idee erano ben visibili nei suoi dipinti, racconti raggelati nelle sue atmosfere sospese, piene, appunto, di tristezza e solitudine, non doveva aggiungere altro, non c'era problema, essendo quanto di più lontano dal concettuale.



[Torna su]

Commento 7695 del 30/12/2009
relativo all'articolo L'arte facile
di Sandro Lazier


"…. L’idea in se stessa [……] è un lavoro d’arte tanto quanto un prodotto finito. […] Nell’arte concettuale l’idea o il concetto è l’aspetto più importante del lavoro." ( Sol LeWitt “Paragraphs on Conceptual Art”, da Artforum, 1967)

E' innegabile che questo processo di dematerializzazione, dove la spiegazione dell'opera sostituisce l'opera stessa, abbia prodotto una frattura tra l'arte ed i suoi fruitori e sia responsabile dell’instaurarsi di una incomunicabilità imbarazzante: come scrive Luigi Baldacci nella sua raccolta ’I quadri da vicino’ può oggi accadere che il destinatario del messaggio artistico, il pubblico, sia "assente o sconosciuto al portalettere", poiché l’arte pare essersi arroccata su posizioni aridamente didascaliche, preda di una autoreferenzialità narcisistica dove viene a mancare lo spazio per quel processo identificativo senza il quale la fruizione dell'arte non è possibile.

Tuttavia vorrei ripercorrere l’articolo di Sandro Lazier e fare alcune osservazioni.

Sono d’accordo sul fatto che l’homo faber abbia esaurito il suo tempo ed il suo ruolo lasciando sul suo cammino quelle che Sandro chiama tracce, orme, scrittura ecc. Ma non va dimenticato che le scritture sono necessariamente compatibili con i mezzi di cui si dispone per ‘scrivere’: la pennellata di Leonardo è unica, come la martellata di Michelangelo, l’unico modo per non perderle è quello di conservare il prodotto oggettuale (al Louvre o in San Pietro) e andarcelo a guardare per ‘leggerlo’ e per captarne l’irripetibile aura. Per l’arte concettuale, che non usa pennello e scalpello e beneficia di straordinarie tecnologie avanzate, la procedura non è più questa poiché ricorre ad altri mezzi di registrazione ed archiviazione delle tracce, non ha bisogno dell’oggetto perché si propone di conservare l’idea che sta a monte, della quale la traccia sarà un filmato, un video, un cd, un testo ….. Il concettualismo sospinge ad un riesame radicale della natura dell'arte al di là della visibilità (e quindi della possibile mercificazione) del prodotto artistico e persegue, tra utopia e ribellione (quella che Sandro chiama “provocazione puramente scenica”), l’idea di un’arte-evento che, in quanto essenza concettuale e mentale, non può essere posseduta e venduta.
L’intenzione è quella di indurre una presa di coscienza di ordine intellettuale e mentale verso problemi di ordine sociale, esistenziale, culturale, filosofico.
Non è un’arte facile quella che vuol parlare direttamente al cervello senza la mediazione sensoriale e la seduzione del racconto, non è a basso costo, visto che nessuno può comprarsi le sedie della 'One and Three Chairs' di Kosuth o l’orinatoio di Duchamp, è un’arte difficile che non ha prezzo.

Il rapporto dell’arte con il mercato c’è sempre stato, tutti i grandi del passato, da Raffaello a Michelangelo hanno sempre prodotto i loro capolavori grazie a ricchi mecenati che attraverso le loro opere tramandavano la propria immagine o la storia della loro vita, penso alla Cappella Sistina, che non ci sarebbe se papa Sisto IV non avesse finanziato i lavori. D’altra parte, non c’erano gallerie o musei o mostre-mercato che rendessero redditizio il mestiere dell’artista, bisognava dipendere dai pochi ricchi disponibili, mentre oggi i canali del danaro sono solo più numerosi e diversificati ed il mercato dell’arte più organizzato e strutturato, quindi più perverso.

Spesso i tentativi “per richiamare al racconto e alla scrittura” compiuti da critici ed artisti volenterosi non sono altro che il tentativo di trovarsi uno spazio anche o soprattutto nel mercato grazie a discorsi frusti e già sentiti che possono sembrare nuovi solo in antitesi al concettualismo: la Transavanguardia è proprio un movimento costruito a tavolino grazie all’abilità, la cultura e il potere di un critico giocoliere della parola quale Achille Bonito Oliva che così la definisce " Transavanguardia significa apertura verso l’intenzionale scacco del logocentrismo della cultura occidentale, verso un pragmatismo che restituisce spazio all’istinto dell’opera"
Una dichiarazione di estrema banalità travestita da novità.

Il minimalismo vuol esprimere concetti non necessariamente minimali, ma attraverso il minimo dei mezzi, il che è innegabilmente la scelta più adatta a riflettere il sostanziale minimalismo di ideali, sia quantitativo che qualitativo, nella società contemporanea, in congruità con il concetto che ogni società ha la cultura che si merita. E non si possono prendere le distanze dal suo minimalismo modaiolo come fosse una cosa che non ci riguarda, si può solo impegnarsi per cambiarla, assieme all’arte e all’architettura.

[Torna su]

30/12/2009 - Sandro Lazier risponde

Cara Vilma, ho troppa stima delle tue parole per pensare che tu possa sbarazzarti delle mie con tanta sicurezza e celerità.
Il mio discorso sul linguaggio è sicuramente molto più profondo di quanto le mie modeste doti letterarie hanno saputo esprimere in questo articolo. Per questo ti cito Jean Baudrillard (La scomparsa della realtà): “La critica ideologica e moralistica, ossessionata dal senso e dal contenuto, dalla finalità politica del discorso, non tiene mai conto della scrittura, dell’atto di scrivere, della forza poetica, ironica, allusiva, del linguaggio, del gioco col senso. Non vede che la risoluzione del senso si trova nella forma stessa, nella materialità formale dell’espressione. […] Tutti hanno delle idee, più di quante ne siano necessarie. Ciò che conta è la singolarità poetica dell’analisi, che sola può giustificare chi scrive e non la miserabile oggettività critica delle idee. L’unica soluzione possibile alla contraddizione delle idee sta nell’energia e nella felicità della lingua. “Non dipingo la tristezza e la solitudine – dice Hopper – cerco solo di dipingere la luce su questo muro”. “
Io credo che, per dirla con Baudrillard, per recuperare credibilità e attualità critica si debba inevitabilmente tornare al linguaggio e alla scrittura.
Se vedo un carrello della spesa allungato su un tappeto bianco, non m’importa il suo significato perché qualsiasi significato esso abbia è analiticamente solo una realtà fenomenica che mi arriva in forma distorta, una semplice tautologia imbrogliata. M’interessa molto di più com’è costruito il carrello e com’è disposto sul pavimento, perché ci dice molte cose molto più interessanti e coinvolgenti.
Dissento quindi totalmente dall’affermazione di Sol LeWitt. L’idea rimane un’idea e, come le parole, se inespressa, è niente. La difficoltà teorica della dottrina di LeWitt sta nel fatto che è impossibile qualsiasi evidenza al di fuori della scrittura, opere sue comprese, che quindi cadono in inevitabile contraddizione dal momento che “non è così facile sbarazzarsi del cadavere della realtà”.
Sul mercato dell’arte una precisazione. Ognuno di noi, architetto, ha avuto incarichi dove sono in ballo somme di denaro ben superiori a quelle che potrebbero permetterci l’acquisto d’opere d’arte anche importanti. Ciò detto, nessuno di noi crede d’aver a che fare con dei mecenati ma con persone comuni di questa società, fortunatamente priva di queste figure, seppure meritorie. Se l’arte concettuale deve la sua fama alla contrapposizione con quella “borghese” riservata a pochi privilegiati, perché tirarli in ballo per motivi di bottega finendo nella più grande delle contraddizioni?
Per quanto riguarda la transavanguardia, il vero scacco al logocentrismo dell’occidente è la decostruzione del linguaggio, quindi la scrittura, non il ritorno allo spazio istintivo dell’arte. Con buona pace di Achille Bonito Oliva.

Commento 7675 del 21/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


In arte non ha senso parlare di buono o cattivo, ma solo di bello o brutto, l’arte può esprimersi liberamente senza autolimitarsi né finalizzarsi, può essere bella e cattiva, brutta e buona, può essere contemporaneamente bella e brutta, buona e cattiva, senza intenzionalità alcuna, senza scopo e senza utilità.
Ha ragione Eco, che per la verità compie un ragionamento più articolato di come sembrerebbe nella citazione di Casgnola: "L'artista non ha convinzioni etiche”, non servirebbero, l’arte è comunque etica, suo malgrado e al di là delle sue stesse intenzioni (l’intenzionalità condurrebbe ad “un imperdonabile manierismo dello stile"): è etica perché ha a che fare con i comportamenti umani, con la società, con i costumi, è etica perché, per tornare ad Eco, essa è "metafora epistemologica di una persuasione culturale assimilata" ed in grado di definire il mondo come qualsiasi altro strumento conoscitivo del sapere del suo tempo.

[Torna su]

Commento 7668 del 20/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


Il concetto del bello (e del brutto) ha subìto e subisce continue trasformazioni nel tempo, legato com’è ad un excursus storico-critico che parte dalla concezione platonica e classica di bellezza basata su proporzione ed armonia fino a giungere, oggi, al predominio di una voluta, provocatoria dissonanza formale che pare il linguaggio più adatto ad esprimere la crisi della cultura contemporanea. Tanto che chi si occupa di comunicazione visiva si chiede se nell’estetica moderna sia il brutto ad essere diventato la vera bellezza.

Umberto Eco ha scritto una interessante “Storia della bellezza” (2004) , a cui ha fatto seguito, per par condicio, una altrettanto interessante "Storia della Bruttezza”(2007) partendo proprio dal presupposto che la Bellezza non sia mai stata, nel corso dei secoli, un valore assoluto e atemporale: la lettura potrebbe chiarire tante idee, specialmente a Flavio Casgnola.

[Torna su]

Commento 7656 del 14/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


A Flavio Casgnola:
“L’Architettura in quanto tale è una forma dell’espressività e creatività umana che prescinde dalla politica, se non per le implicazioni deboli legate alla pianificazione territoriale e, di contro dovrebbe influenzare la cultura, intesa come costume, ma solo per gli aspetti più profondi legati alla sensibilità estetica.
Tutto il resto è pura demagogia o, peggio, retorica.”

Non sono d’accordo, neanche in parte, e confesso che è una delle poche volte, se non l’unica (non è uno scherzo, vero?), in cui sento affermare da un architetto che ciò che fa vuole avere come risultato prioritario di influenzare “gli aspetti più profondi legati alla sensibilità estetica”, (tutto il resto è optional).
Dire che “Fare gli architetti significa fare politica e cultura” non vuol dire che l’architetto debba piattamente aderire alla pianificazioni (politiche) di chicchessia, mi sembrerebbe una lettura piuttosto semplicistica dell’affermazione di Sandro, così come mi sembra oltremodo riduttivo dire che l’architettura sia un fenomeno di costume legato alla “sensibilità estetica” dei destinatari.
C’è un innegabile legame tra etica ed estetica (tra bene e bellezza) in base al quale
l’architettura che sollecita ed appaga la ‘sensibilità estetica’ del maggior numero possibile di fruitori (dato che ogni architettura è patrimonio collettivo), acquisisce automaticamente una valenza etica, altro che ‘prescindere’!.
(Se vogliamo discutere del rapporto etica-politica dobbiamo probabilmente spostarci su un altro blog).
Edoardo Boncinelli (‘Come nascono le idee’, 2008) mette in risalto il “carattere fortemente sociale della creatività” , mezzo per soddisfare, in termini di novità e fruibilità, bisogni condivisi, e proprio la soddisfazione di bisogni, o se vogliamo, l’assolvimento di una funzione, è da sempre uno dei temi caldi se si parla di architettura. Soddisfare i bisogni dei fruitori vuol dire fare ‘politica’, direttamente o indirettamente, quando quei bisogni siano determinanti per il buon andamento della convivenza civile, sociale e comunitaria.
Voglio fare anch’io un po’ di retorica e citare una frase di William Morris: "L'architettura abbraccia l'intero ambiente della vita, e rappresenta l'insieme delle trasformazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane" dove il fare architettura ha proprio il senso dell’operare in vista dell’assolvimento di bisogni (necessità umane) e funzioni.

In epoca di bipolarismo, anch'io trovo divertenti, oltre che provocatorie, le divisioni proposte da Sandro tra destra e sinistra dell’architettura (ci manca solo un’indagine per sapere se l’architetto con la canotta è di sinistra e quello con la T-shirt di destra), divisioni che comunque sono paradigma di una situazione assolutamente realistica.

[Torna su]

Commento 7630 del 30/11/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


Mi pare che Marrucci tratteggi con acuta efficacia la 'macchietta' del più grande architetto vivente (così ho sentito definire Piano), che Prestinenza Puglisi, con minor ironia e maggior conformismo definisce "il più persuasivo e affascinante degli architetti presenti sulla scena internazionale" riconoscendogli in dote " straordinaria retorica neo-umanista e accortezza tattica e comunicativa da manuale" (Due sfide per Piano, 2007).
La stessa retorica del boschetto di Milano, la stessa che assegna un nome vagamente 'ambientalista' ,Vulcano Buono, ad un allucinante centro commerciale giocato attorno ad una piazza vuota di alienante squallore.
Se questo è quello buono, figuriamoci quello cattivo ........

[Torna su]

Commento 7617 del 24/11/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


Renzo Marrucci,
mi pareva di aver capito che l'articolo di Lazier volesse affrontare il problema in termini più generali, ma posso aver sbagliato. Secondo me ciò su cui si dovrebbe discutere è la 'demolibilità' di strutture diventate estranee non solo al contesto, ma alle loro stesse intenzionalità. Questo non viene determinato da infiltrazioni d'acqua o da scrostameto di intonaci, ma dal fatto che l'edificio non serve più, essendo venute meno l'ispirazione sociale e la base ideologica che ne hanno informato il progetto.
Quindi, la manutenzione che lei auspica potrebbe certamente salvare la struttura, ma se "Il valore (dell'opera d'arte) non è più nella materia e nella forma che la costituiscono ma nel racconto che essa propone.", racconto esaurito e divenuto vuoto di significato, perché farlo?


[Torna su]

Commento 7613 del 21/11/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


Trovo che l’idea di un’architettura che, se non ha più “nulla da raccontare”, possa/debba essere demolita sia estremamente moderna, oggi, quando la rapidità del divenire spinge inesorabilmente ogni forma espressiva verso il provvisorio, il superamento di sé, secondo l’idea che architettura sia non solo il costruito e l’abitato, ma anche il temporaneo, il precario, l’instabile, l’effimero ‘eterno" direbbe Daniel Spoerri, artista concettuale del tableaux-piège.
La radicata opinione che l’architettura sia fatta per durare nei secoli, cosa che di fatto è spesso accaduta, si scontra oggi con l’idea che anch’essa debba avere un ciclo vitale, decada e si consumi.
“….ogni cosa dura il tempo che dura. Perché auspicare che un'architettura si conservi per l'eternità? (Massimiliano Fuksas, "Più emozioni in periferia", intervista di Leonardo Servadio, L'Avvenire on line, 02.02.05).
E’ forse ciò che intende Marc Augé in modo indubbiamente più articolato e sottile, quando scrive: “L’architettura contemporanea non mira all’eternità ma al presente: un presente, tuttavia, insuperabile. Essa non anela all’eternità di un sogno di pietra, ma a un presente “sostituibile” all’infinito….. “
Il che tuttavia, mi sembra contrasti, quantomeno in termini pratici, con la possibilità che la ‘scrittura’ abbia invece un suo valore atemporale e sia praticamente sempre attuale o attualizzabile e conservabile, con una prelazione di eternità. Voglio dire, come si fa a decidere quando si può demolire (perché un’architettura non è più in grado “di servire materialmente una funzione”) e quando invece valga la pena di conservare una testimonianza di ‘scrittura’ “anche quando il contenuto non ha più efficacia o interesse”?
Il colosseo non serve più da parecchi anni, ma si è deciso che la sua scrittura meritasse di sopravvivere alla sua funzionalità, a quanto pare, e stessa sorte potrebbe toccare alla la scrittura di Pellegrin. E’ però evidente che mancano criteri oggettivi per stabilire simili distinguo, specie se si parla di architettura recente, il che è abbastanza grave perché un’architettura demolita non si può riabilitare come si fa con una critica negativa, una demolizione è per sempre.
Nel dubbio, noi italiani abbiamo sempre optato preferibilmente per la conservazione, in nome della memoria o dell’indifferenza o della incapacità di operare scelte, non so, applicando ciò che Sandro propone, una riattualizzazione di strutture obsolete, ma di buona scrittura, talvolta con qualche evidente forzatura. Il che, sono certa, non sarebbe il caso della scuola di Pellegrin affidata a Galvagni.

Già che ci siamo, vorrei aggiungere che non darei proprio per scontato che l’arte concettuale, in mancanza di “interazione tra pensiero e cosa pensata” abbia rinunciato a considerare l’importanza della scrittura, anzi, l’arte concettuale nasce proprio come tentativo di far coincidere l'opera d’arte con l'analisi del linguaggio e del sistema in cui si colloca, con la scrittura, appunto, secondo un metodo non più intuitivo, ma analitico-scientifico attraverso il quale comunicare un concetto. Non a caso nel suo 'Art after Philosophy' Joseph Kosuth parte dal pensiero di Wittgenstein, filosofo del linguaggio, per affermare l’idea di un’arte in cui gli oggetti non hanno altro scopo che definire sé stessi, al di là di ogni pretesa soggettiva, estetica o contemplativa, per un’arte ‘senza cervello’, estranea alla fisicità della materia.
L'arte ha a che fare coi significati e non con la loro forma, quella concettuale ignora la grammatica e predilige la logica del linguaggio, è “come un gioco che costruisce se stesso”, la sua mancanza di referenzialismo non significa mancanza di scrittura, significa circolarità di un processo in cui il linguaggio diviene esso stesso arte.
In questo caso non c’è diversità tra pensiero e cosa pensata, la scrittura coincide con questa relazione di identità, ciò che l’artista concettuale vuol dire coincide con ciò che dice.

Be’, è cervellotico, ma affascinante!

[Torna su]

Commento 7600 del 15/11/2009
relativo all'articolo Kazuyo Sejima direttore della Biennale 2010
di La Redazione


Scusate, non c'è nessun altro, oltre me, che abbia rilevato nel contenuto l'alta percentuale di aria fritta?

[Torna su]

Commento 7559 del 22/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate 3
di Leandro Janni


Se vogliamo essere precisi, Leandro Janni, leggo nei suoi articoli:

" .... ineffabili affermazioni del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli a proposito del ponte sullo Stretto: “Spero che al massimo per gennaio i primi lavori a terra possano partire, spero anzi che il via possa esserci già a dicembre” (Opere faraoniche e tragedie annunciate). Ora, io in quel 'ineffabili' ci leggo una presa di posizione critica, oltre che ironica. Sbaglio?

"Mentre non mancano, a quanto pare, risorse economico-finanziarie, per mandare avanti opere faraoniche come il ponte sullo Stretto ....... di vero e di concreto, per la realizzazione di questa inutile e faraonica opera ..... il parere che il ponte sullo Stretto rimanga una priorità, sembra sostenuto ormai dal solo ministro Matteoli " (Opere faraoniche e tragedie annunciate 2). Mi sembra che la sua posizione sia chiara ed inequivocabile. Sbaglio?

........ “Il ponte ha da farsi e si farà” ..... Che l’eventuale realizzazione della mega-infrastruttura andrà a sconvolgere il paesaggio di uno dei luoghi più belli e delicati del nostro Paese, non è considerato degno di attenzione......." (Opere faraoniche e tragedie annunciate 3) Qui c'è poco da commentare, e anche da sbagliare.

Che tutto ciò concordi con la sua affermazione "Io non sono mai stato ostile all'idea di un PONTE" me lo deve, questo sì, spiegare bene, non vorrei sbagliare per l'ennesima volta.


[Torna su]

Commento 7555 del 21/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate 3
di Leandro Janni


Visto che, gira e rigira, del ponte si finisce sempre per parlare, vorrei capire come mai tanta ostilità verso un'intenzione, quella di unire fisicamente seppure artificialmente, due sponde della stessa nazione, che ha rappresentato da sempre il sogno urbanistico di chi si affacciasse su quelle sponde, dai romani che costruirono sullo stretto, in mancanza di meglio, ponti di barche a Carlo Magno a vari re di Sicilia, Oggi che il sogno è realizzabile, ci sono le tecniche, ci sono, pare, i soldi, no, non va bene, continuiamo con le barche.

Faccio mia una "PROPOSTA DI LEGGE PER LA SALVAGUARDIA E LA PROTEZIONE DEL PAESAGGIO PERFETTO ITALIANO" redatta da una sedicente Sezione californiana di Italia Nostra (Santa Monica, CA) e segnalata già nel 2004 da Mariopaolo Fadda proprio sulle pagine di Antithesi in occasione del rigetto del progetto di Niemeyer (noto sabotatore di paesaggi perfetti) per l'auditorium di Ravello.
Cito per esteso gli articoli più significativi:

Art. 1. L’intero territorio italiano viene proclamato, ai sensi della presente legge, paesaggio perfetto.

Art. 2. Il paesaggio di cui all’art.1 dovrà essere salvaguardato e conservato nella sua integrità. Un Piano Paesistico Nazionale, dalle Alpi alla Sicilia, dalla Sardegna alle Puglie, dovrà essere predisposto entro 40 anni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Sino all’approvazione del PPN, e con effetto retroattivo, sono indistintamente e tassativamente proibite, in tutto il territorio nazionale, costruzioni moderne di ogni genere ed espressione. Qualora, per imprescindibili situazioni locali, si rendesse necessario procedere con un intervento contemporaneo, il giudizio definitivo sul progetto verrà demandato ad una apposita commissione, composta da 999 membri di cui un terzo nominati da buoni padri di famiglia, un terzo da Italia Nostra ed un terzo dai sindacati del settore agricolo-pastorale. La commissione, presieduta dal Presidente di Italia Nostra, deciderà all’unanimità. In caso di disaccordo tra i membri il progetto si intenderà respinto.

Art. 3. Al fine di ripristinare le condizioni originarie del paesaggio perfetto, ed ai sensi dell’art. 2 della presente legge, sono consentite, sotto la diretta supervisione dei Soprintendenti ai Beni Ambientali, di concerto con il Presidente di Italia Nostra, demolizioni di edifici di qualsiasi genere (chiese, palazzi comunali, stazioni ferroviarie, ecc.) che siano sorti in danno al paesaggio di cui all’art. 1. Il ripristino del paesaggio dovrà essere attuato con la metodologia scientifica del “com’era, e dov’era”. In mancanza di documentazione inoppugnabile si procederà per analogia con paesaggi delle stesse caratteristiche.

Art. 4. ... omissis ...

Art. 5. Ai Soprintendenti ai Beni Ambientali, vengono conferiti, con la presente legge, pieni poteri per l’intero territorio italiano e per tale ufficio saranno forniti delle più sofisticate attrezzature per combattere guerre “intelligenti”, nonchè dei più tradizionali mezzi di coercizione: carri armati, portaerei, mezzi anfibi da sbarco e corpi speciali d’assalto. Il Governo attiverà anche le procedure per l’attribuzione dello status di caschi blù ai soci di Italia Nostra.

Art. 6. .... omissis ....

Art. 7. É autorizzata in via del tutto eccezionale la creazione di liste di prospcrizione dei sostenitori degli inserimenti moderni nel paesaggio perfetto. Per la tenuta della lista verrà creata, con separato provvedimento, un’autorità Garante. Al Garante spetterà il compito di tenere aggiornata la lista e trasmetterla periodicamente ai Soprintendenti ed al PDA per i provvedimenti di loro competenza.

Art. 8. .... omissis .....

Art. 9. ..... omissis .....

Art. 10. Con la presente legge si dà mandato al Governo perchè attivi le procedure nazionali ed internazionali per proclamare, sotto l’egida dell’UNESCO, il territorio della Repubblica Italiana .

La proposta di Fadda, se convertita in legge, potrebbe venire incontro alle richieste di Italia Nostra, Paese Loro, Il Sole che Sorride, L'arcobaleno che Ammicca, Il Movimento per l'Abolizione dei Terremoti, Leandro Janni e tutti quanti si adoperano per la salvaguardia del Paesaggio Perfetto, naturalmente senza ponti.

Saluti

[Torna su]

Commento 7516 del 14/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate 2
di Leandro Janni


Sono d'accordo con Pietro (una volta tanto!), il problema sta a monte. Se, come scrive Janni, "negli ultimi anni questo territorio è stato offeso, violentato da un’urbanizzazione aggressiva e dissennata, che ha stravolto i delicati equilibri ambientali e paesaggistici. Numerose sono le inchieste della magistratura che riguardano abusi e speculazioni edilizie perpetrate in aree torrentizie", concentrarsi sul piano casa è un pò come guardare la pagliuzza e dimenticarsi della trave.
Se il disastro incombeva da anni per una scriteriata gestione del territorio è perché gli stessi cittadini, diretti interessati e oggi direttamente danneggiati, non hanno scelto di farsi governare da politici corretti e capaci, ma hanno scelto di barattare licenze abusive e demolizioni mancate contro voti.
Non avremo politici con una coscienza civile finché non saremo cittadini con una coscienza civile.

[Torna su]

Commento 7506 del 10/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate
di Leandro Janni


Ci informa Leandro Janni: “Il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo ...….. ha espresso la volontà di adottare un atteggiamento intransigente verso l’abusivismo ........”, evviva, bontà sua!
Dobbiamo ringraziarlo perché fa rispettare leggi dello stato? Ma non sarebbe un obbligo (da svolgere in silenzio e senza proclami)?

[Torna su]

Commento 7491 del 07/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate
di Leandro Janni


Sul fatto che il territorio italiano necessiti di essere 'messo in sicurezza' non ci sono dubbi, sul fatto che possa essere messo in sicurezza ci sono dubbi (anni fa ho visto rimpolpare con iniezioni di cls la rocca di tufo su cui sorge Orvieto e mi è venuto da ridere), sul fatto che non si debba costruire (abusivamente) su aree torrentizie o faglie franose ci dovrebbero essere certezze.
Forse, specie a Sarno e a Messina, bisognerebbe cominciare dalla elementari ad insegnare ai bimbi che se fai una casa abusiva in zona sismica o alluvionale, può essere che la perdi per catastrofe naturale, perché mai lo stato te la dovrebbe ripagare?
Certo te lo dovrebbe quantomeno impedire, demolirla con le ruspe una volta che l'hai fatta, forse aveva intenzione di farlo se, come ho sentito, ci sono un migliaio di provvedimenti antiabusivismo recapitati ad altrettanti abusivi.
Forse la natura è solo arrivata un pò prima della burocrazia.

Quanto al ponte sullo stretto, che personalmente non ritengo indispensabile, mi pare che si finanzi con altre partite di bilancio, con contributi europei che non si potrebbero utilizzare diversamente (per esempio per la messa in sicurezza del territorio) e che andrebbero quindi persi. O sbaglio?

[Torna su]

Commento 7438 del 17/08/2009
relativo all'articolo Difendere la tradizione dai tradizionalisti
di Sandro Lazier


Ci sono luoghi comuni che possiedono una straordinaria forza seduttiva, un potere evocativo tanto radicato quanto ingannevole, uno di questi è l’idea di tradizione. Intimamente connessa al concetto di identità e quindi di differenza, la tradizione è vista come una componente statica della cultura di un popolo, alla quale parametrare la modernità ed al tempo stesso la propria appartenenza etnica. In realtà non vi è nulla di più instabile della tradizione, che non solo è “una tessitura di secoli di avventura.", ma è essa stessa un’avventura in fieri, un impasto indistinguibile di nuovo e vecchio in continua lievitazione, un processo collettivo ed individuale variabile ed imprevedibile al quale è arbitrario attribuire le caratteristiche fisse e precise di uno o l’altro momento storico . Cosa vuol dire seguire la tradizione? Quali i riferimenti da tenere presenti, di cent'anni fa, di duecento? C’è un periodo nel quale individuare e fissare la tradizione?

Mi viene in mente un paragone che ho letto da qualche parte, secondo il quale stabilire un momento significativo al quale far riferimento per la definizione della tradizione e dell’identità di un popolo è un po’ come scattare la foto di gruppo di una indisciplinata classe di bambini, in continuo movimento, che si scambiano di posto, che mutano la disposizione, il numero, l’espressione ….. Qual’è lo scatto che veramente li rappresenta? E una volta fissati in una foto, quei bambini ci si possono veramente riconoscere?

Oggi, in epoca di globalizzazione, l’altra faccia di una medaglia che esibisce con compiacimento una visione ecumenica ed universalizzata della realtà planetaria, è il timore del diverso espresso demagogicamente come difesa delle radici culturali, come difesa di una cultura glocalizzata alibi per una crescente attenzione verso il locale e i localismi in genere, camuffati, appunto, da ‘valori tradizionali’: per citare, Sandro, parole del tuo articolo, “In quest'ottica la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in particolare per essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali."

Bobo, artista immaginativo con una grande manualità e con l’anima ecologica di attento osservatore della natura, è rimasto vittima di “un regolamento pittoresco e, nella sua ingenuità, anche un po' fanatico” che non concepisce neanche lontanamente che, in oltre mezzo secolo, la tradizione, anche quella della Val d’Aosta, possa aver accolto neologismi, ibridazioni e legni clandestini, appropriandosene e quindi assimilandoli in quella che, fra qualche anno, sarà chiamata ‘tradizione’. L’identità collettiva è meglio rappresentata da “regole e comportamenti da documentare e tramandare fedelmente ai posteri” o da chi, pur figlio di quella terra, sta “nel mondo con la sensibilità di oggi” e distilla poesia assemblando con passione e fantasia uno dei materiali più amati dall’uomo (specie valdostano) sin dall’inizio dei tempi senza distinzione di essenze?
Quanto all’imbarazzo degli organizzatori del concorso che sono fermi al ’54, direi che si sono persi un pezzo di storia del ‘900, il quale va incontrovertibilmente verso una unificazione dei linguaggi e l’abolizione di categorie quali arte, artigianato, arti minori, arte applicata, design ecc. ( altrimenti che ci stanno a fare le Arts and Craft, il liberty, la Bauhaus ?). L’espressione creativa è arte, persino sotto forma di ruota di bicicletta o lattina di campbell’s soup.

Ora, che vuol dire quel titolo “Mostra-Concorso dell’artigianato valdostano di tradizione”, volto “agli artigiani del settore tradizionale ed equiparato” (surreale! Vorrei proprio vedere come si fa l’equiparazione)? E’ corretto ed adeguato ai tempi imprigionare un’espressione comunque ‘artistica’ in categorie così riduttive? Non è, oggi come oggi, un’anacronostica forzatura e la deroga un peccato solo veniale, anzi magari un'utile indicazione verso un ammodernamento del regolamento?

Ovviamente non posso/voglio entrare nel merito di scelte che non conosco sufficientemente a fondo, comunque consiglierei a Bobo di ritentare l’anno prossimo, col tempo e con la paglia maturano le nespole, vuoi che non ‘maturino’ pure gli organizzatori di concorsi?

Ps: se passo da quelle parti, chiederò anch’io il mio pennarello colorato e cercherò di individuare il clandestino. Si vince qualche cosa?

Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 7334 del 27/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Allora, Christofer, commento breve ma pieno di contraddizioni: società inetta, e va bene, un manipolo di intellettuali (e qui mi chiamo ovviamente fuori, il mio target sono le casalinghe di Voghera) impegnati nel risveglio delle 'insensibili coscienze', e fin qui non mi sembra criticabile, che però lo fanno con 'alterigia' sentendosi i 'pochi eletti', e a questo punto non ci capisco più niente........

[Torna su]

Commento 7319 del 22/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Renzo Marrucci, “Arte dotata di aurea sacrale?” ……
il termine ‘aura sacrale’ a cui ricorre Eraclito-Cusano, è accreditato, nella storia dell’arte, da autorevoli studiosi della materia e non la deve scandalizzare più di tanto. Ciò che lei ribatte sono ovvietà (“L'arte è vita e per questo è sincera e profonda, quando è seria...” ecc.), il mondo non è affatto semplice, l’arte lo è ancora meno.

Cos’è l’aura? Non sarò io a darne una definizione, basta leggersi Walter Benjamin. Il concetto è sottile, punta sull’aspetto emotivo della fruizione dell’opera d’arte, ma ha una sua inscalfibile credibilità: aura è l’irrepetibilità, l’hic et nunc, la percezione di manipolazioni tecniche individuali (dell’artista) e perciò uniche ed inimitabili, l’aura è una specie di timbro di autenticità, legata all’opera in quel luogo ed in quel tempo.
Penso che non sia il caso di addentrarsi più di tanto in un argomento che forse esula dal tema principale e che coinvolgerebbe altri temi ‘caldi’ (il restauro, la riproducibilità, il falso ecc…) in grado di produrre altri 50 commenti.

Un’osservazione da casalinga di Voghera: si è mai chiesto perché, potendo, tanta gente va al Louvre a vedersi la Monna Lisa, che pure è l’opera più riprodotta al mondo e si può vedere stampata anche in Lapponia?

Per ‘sentire’ l’aura, per spiare la crespatura delle pennellate fatte dalla mano di Leonardo, cogliere qualche incertezza, qualche ripensamento, per vedere la leggera patina che secoli di storia hanno steso sull’immagine, per rendersi conto che la sorgente di tutte le riproduzioni sparse per il mondo è quella, l’unica, e sta davanti ai loro occhi …… e capire che per quell’emozione valeva la pena di arrivare fino a lì.

[Torna su]

Commento 7290 del 17/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Renzo Marrucci, la funzione dell’arte in quanto, come lei scrive, stimolo “verso interrogativi” a quanto pare esistenziali alla ricerca di risposte para-artistiche e filosofiche mi sembra già meglio di niente, in grado di attribuire all’arte una qualche utilità. Credo tuttavia che il dibattito attorno all’arte, specie moderna, sia in gran parte ozioso: l’arte non è un oggetto, che ogni tanto ci possiamo rigirare tra le mani per scoprirne cambiamenti e deterioramenti, non è una capricciosa signora che a volte ci seduce e a volte ci respinge a seconda del suo instabile umore,"arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte” (Dino Formaggio,“L'arte come idea e come esperienza”, Mondadori, 1990), è semplicemente il prodotto degli artisti, ai quali anche Croce, come ricorda Cusano, se i miei ricordi scolastici non mi tradiscono, delega il potere e la capacità di saper esprimere intuizioni di valenza collettiva e morale nella forma più adatta. E’ vero che Croce, per ragioni anagrafiche, si è perso gli ultimi 50 anni del ‘900, forse avrebbe corretto il tiro….., comunque la sua posizione in merito è di estrema modernità, ripresa anche da un grande storico-critico dell’arte quale Gombrich.

Quanto ai “critici e storici”, usando parole di Alessandro Tempi "possiamo dire che la funzione critica oggi fa molta paralogia e poca ontologia, ci offre ragionamenti e spesso sofismi intorno a qualcosa chiamata arte, ma non ci dice perché quel qualcosa è effettivamente arte [….] L’arte (lungo il corso del ‘900) si trasforma in una qualità immateriale, un effetto di pensiero, uno spostamento insieme fisico e concettuale di qualcosa da un piano all’altro dell’esperienza. E’ a questo punto che il lavoro dei critici diventa indispensabile, se non altro per decodificare ad uso del fruitore linguaggi altrimenti incomprensibili”, anche se questa operazione, lei osserva, “forse toglie gli strumenti per questa crescita della sensibilità artistica e poetica”.
La funzione della critica dovrebbe essere provvisoria e transitoria, dovrebbe tendere a portare il pubblico a non avere più bisogno dei critici, ma questo nessuno lo vuole, né il pubblico, che per pigrizia o ignoranza spesso preferisce l’esperienza vicaria, mediata, impersonale e delega volentieri ai critici la funzione interpretativa, né i critici stessi, per un’ovvia questione corporativa.
Anche se la società (non meglio identificata) “non fa nulla per elevare il senso critico dei cittadini” , si può sperare tuttavia nella futura estinzione della razza dei critici d’arte quanto nel futuro avvento di un pubblico meno impreparato e indifferente.

Per il discorso sulla ”realtà economica, mercantile” del mondo dell’arte, per quanto possa apparire immorale il fatto che l’arte possa/voglia/debba essere una macchina per fare soldi e che il mercato ed il commercio dell'arte prevarichino oggi l’importanza dell’arte stessa grazie soprattutto a figure-chiave di professionisti ed operatori (critici, galleristi, mercanti, collezionisti ecc.), oggi, nel nostro "regime della comunicazione", i reali produttori degli eventi artistici e forse degli artisti stessi o di veri e propri movimenti, va fatta una considerazione: da sempre l’arte è stata connessa al potere economico, dato che re, papi, principi, signori e la loro disponibilità finanziaria hanno condizionato la possibilità che un artista si potesse esprimere e si potesse far conoscere grazie a quella elegante e un po’ ipocrita forma di munificità che si chiama mecenatismo. Il quale, “…..se da una parte [….] garantisce quella tranquillità economica così spesso, anche drammaticamente, inseguita dagli uomini di cultura, dall’altro prevede una diretta committenza per il suo riconoscimento, la sua gratificazione politica e sociale che non può non limitare la libertà dell’artista [….]. “(Floriana Calitti)
Ciò ha configurato due punti di vista opposti tra chi vede nel mecenatismo una promozione delle arti come "virtuosa" manifestazione della liberalità e magnificenza del principe […………] e chi invece considera una produzione "asservita" di letteratura encomiastica un prezzo troppo alto da pagare per la prodigalità del mecenate.” (idem)

Questo per dire che la demonizzazione dell’arte moderna e contemporanea ( brutta, venale, incomprensibile ecc.) esprime una visione facile e parziale di un fenomeno che accompagna la vita dell’uomo sin dai suoi albori e che andrebbe valutato più oggettivamente nel complesso del suo divenire storico.

[Torna su]

Commento 7284 del 15/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Christofer Giusti, lei è un abile provocatore, quasi quanto Marcel Duchamp e Piero Manzoni, e la sua provocazione è andata a segno, per ciò che mi riguarda, tant’è che le sto scrivendo.

Bisogna però dire che i suoi spiazzanti abbinamenti sono in realtà falsi sillogismi, specie quando si chiede se “premesso che sia arte orinare e defecare, che siano arte feci e orina, è lecito abbinarle a orinatoio (fontana) e WC?”, come dire se l’orinatoio è arte, lo è pure l’atto dell’orinare?

Già molti artisti del passato, da Rembrandt a Goya, sono stati, per il loro tempo, grandi provocatori, da Caravaggio che ritraeva provocatoriamente come sante le puttane delle sue osterie a Michelangelo che usava il non-finito per ridicolizzare le regole del classicismo rinascimentale, inoltre nell’arte classica sono innumerevoli le rappresentazioni di ammazzamenti, crocifissioni, decollazioni (penso a La Tour, Tiziano, Caravaggio), eppure credo che lei non si sia mai chiesto se la provocazione cambiava in qualche misura il valore del loro messaggio o se il fatto che Goya abbia dipinto celebri fucilazioni renda artistico anche l’atto del fucilare.

In realtà credo che lei sappia benissimo che, dopo la Monna Lisa baffuta di Duchamp (titolata, a proposito di provocazioni, con l’acronimo L.H.O.O.Q. , Elle a chaud au cul”) la vera essenza dell'opera sta nell'idea che la precede e il progetto, il gioco sottile dell'intelligenza, la formazione del pensiero sono i veri prodotti artistici, l'opera non è che pretesto, traduzione materiale di un discorso e di una riflessione concettuale.

E a proposito degli interrogativi che lei esprime con tanta divertente ironia, sappia che l’arte è fatta proprio per suscitare domande, non per dare risposte.

[Torna su]

Commento 7260 del 31/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Pietro Paglliardini, puoi anche fregartene della neurofisiologia, della psicanalisi, dell’emotività, della comunicazione subliminale ecc., però siamo fatti così, analizzare l’architettura per quello che è senza voler conoscere l’uomo, che l’ha ‘inventata’, è un esercizio monco che darà risultati parziali e inesatti.

Ogni azione creativa compiuta dall’uomo trasmette un messaggio, comunica qualcosa, consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, che lo voglia o no, tutto, dall’arte all’architettura, allo scarabocchio di un bambino al disegno di un folle, dalla scrittura nella sua componente grafologica all’impaginazione di un testo, dal disegno più elaborato alla nota della spesa ( la mia per esempio dice che sono una persona piuttosto distratta con un senso dell’ordine del tutto personale).
Anche nel fare una capanna, un tetto che ripari dalla pioggia, quattro mura, si trasmette un messaggio, e tutte le volte che si delimita uno spazio (lo spazio racchiuso di Zevi) e gli si attribuisce una funzione si fa architettura: in quest’ottica la differenza tra edilizia e architettura appare del tutto artificiosa mentre la definizione di “emergenze specialistiche” sembrerebbe inevitabilmente delegata a valutazioni marcatamente soggettive (di chi?), il che non mi sembra coerente con la tua posizione.

Scrive Salvatore Zingale: “Gli spazi della vita sociale sono un ‘campo semiotico’ e dialogico che richiede una nostra risposta in termini di scelta di azione: che cosa dobbiamo fare per ‘trovare la strada’? Questo campo è composto di luoghi e percorsi, mete e direzioni. È immaginabile come un reticolo di schemi d’uso inscritti in quel tessuto o testo architettonico che è lo spazio costruito.”

I segni dello spazio semiotico raccontano un ‘senso’, definiscono degli schemi che dobbiamo trovare ed interpretare per interagire con quegli spazi. Tutta la nostra vita si svolge in spazi semiotici, architettonici o urbanistici, quelli delle nostre case, dove lo spazio comunica il nostro vissuto, quelli delle città, dove siamo continuamente chiamati a dialogare con l’ambiente, dove continuamente ‘chiediamo’ informazioni per orientarci e ‘rispondiamo’ interpretandole: lo sguardo, un’occhiata all’insieme (guardare, ancora guardare) è il primo mezzo di contatto e quanto più è buono il contatto ( quindi non si parla solo di esperienza visiva ma anche di coinvolgimento empatico e affettivo, ciò che ti fa sentire ‘a casa’), tanto migliore è la cognizione dell’ambiente.
Le città sono veri e propri discorsi (Roland Barthes, Umberto Eco), dove lo spazio urbano non può però essere letto autonomamente perché non può prescindere dall’architettura (la quale invece può essere autonomamente valutata), dove “niente è sperimentato singolarmente, ma sempre in relazione alle sue adiacenze, alle sequenze di eventi che portano ad esso, alla memoria delle precedenti esperienze.” (Kevin Lynch, “L'immagine della città”, 1960).

Se la cortina architettonica che contorna l’invaso a cielo aperto di piazza del Campo si articola in una serie di ‘segni’ inseriti in un sistema autonomo, viceversa il sistema urbanistico non ha significato senza quel contorno.
Louis Hjelmslev scrive che l’elemento urbanistico è “un tutto formato da elementi solidali fra loro e tali che ciascuno dipenda dagli altri e non possa essere quello che è se non in virtù delle sue relazioni con essi”, la tensione tra spazio urbanistico e spazio architettonico, le reciproche connessioni di vuoto e pieno, che fanno di quella piazza “una entità autonoma di dipendenze interne” potrebbero rappresentare una possibile risposta ed un efficace canale di comunicazione non verbale tra passato e presente, oppure i significati originari, ammesso che fossero in questi termini leggibili, sono irrimediabilmente persi e ciò che sperimentiamo è una loro interpretazione attualizzata?

La spontaneità che tu proponi come chiave di lettura non risolve il quesito, ciò che emerge da un’analisi anche superficiale e sommaria come la mia mi pare sia la necessità di cercare risposte in campi disparati e in discipline apparentemente lontane, non ci sono, se ci fermiamo limitatamente al campo dell’architettura e dell’urbanistica, regole per porre le ‘condizioni di base’ che facciano scattare la molla della poesia, per conoscere l’opera dell’uomo bisogna indagare l’uomo.

So che non scalfirò le tue convinzioni, ma il bello della discusssione è il disaccordo
ciao
Vilma

[Torna su]

Commento 7256 del 28/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Pietro, conoscendoti, frequentando il tuo blog ed avendo spesso dialogato con te, trovo il tuo commento del tutto pertinente con il tuo pensiero generale, con il tuo “caratteriale pragmatismo”, specie quando, in estrema sintesi, definisci “l’arte non finalizzata all’ottenimento di uno scopo preciso”.
Hai ragione su tutto, certo l’arte non ti ripara dalla pioggia e non ti dà un tetto, è un’attività senza un perché, è una componente accessoria dell’architettura.
Ebbene, devo dire che non ho mai inteso parlare dell’arte in questi termini, tanto meno sostenere che può aiutarti nella vita pratica o nel perseguire precise finalità o avere determinata importanza nel definire un’architettura: non ho difficoltà a convenire che tutto ciò l’arte non lo può fare (né lo vuole).

Tenendo conto che intendo per arte quella visiva, il punto da cui sono partita è un altro: mi sono chiesta perché sia l’uomo di Lascaux che quello del terzo millennio siano così affascinati da una ‘cosa’ che li induce semplicemente a guardare, ad esercitare la vista. Naturalmente, tutto si può guardare, un paracarro come un tramonto, ma l’arte usa un trucco accattivante e geniale, la bellezza, dotandosi di un significato estetico, un valore aggiunto costituito dal fatto di essere ‘bella’, nell’accezione più ampia del termine e compatibilmente con le sue mille varianti nel corso dei secoli. Guardare, perché?

Voglio citare brevi parole di Adriano Sofri tratte dalla sua recensione di un libro di Semir Zeki ormai divenuto classico, “La visione dall´interno” (Bollati Boringhieri, 1999): “Noi vediamo, dice Zeki, per conoscere il nostro mondo. (Ho visto dunque so, dicevano i greci: e la stessa radice è in vedere e in idea). La premessa è che gli artisti possono prendere in conto solo le caratteristiche della natura che il loro cervello è attrezzato a vedere. Non avvertono i raggi ultravioletti, e dunque non li riportano sulla tela, benché i fisici sappiano indagarli. Le api, sensibili all´ultravioletto, potrebbero trasferirlo nelle loro opere d´arte - e magari lo fanno. Questa apparente ovvietà, con la consapevolezza che la visione sia il più efficace mezzo di conoscenza del mondo, è, secondo Zeki, trascurata dai neurologi come dagli artisti. Si continua a pensare che la visione sia un processo passivo - un´impressione sulla retina, trasmessa da questa a una zona della corteccia visiva che la riceva e decodifichi, e non piuttosto un processo in cui il cervello specializzato interviene attivamente. Mirando la conoscenza ad astrarre l´essenziale dai dati contingenti disponibili, il sistema visivo, dice Zeki, è molto più evoluto del linguaggio verbale, acquisto ben più recente …”

Ora, il punto chiave mi è sembrato proprio questo, il fatto che l’arte sia sopravissuta alla selezione che la natura opera abbandonando nel corso dell’evoluzione le caratteristiche inutili e sia stata conservata tra le attività che l’uomo continua a svolgere e perfezionare. Se vedere vuol dire “conoscere il nostro mondo” e la conoscenza del mondo vuol dire migliorare le possibilità di sopravvivenza della specie, allora tutto ciò che migliora, affina ed arricchisce la nostra capacità di vedere (o guardare) è inevitabilmente utile, sia al singolo che alla specie.
L’arte quindi non ci aiuta a costruire una casa, ma ci aiuterebbe a migliorare la nostra conoscenza dell’ambiente-mondo, il che è comunque correlato con le attività che vi si collocano (compresa quella di costruirci la casa).

Sicuramente il discorso è preso molto più alla lontana di quanto il tuo pragmatismo vorrebbe, voglio dire che la necessità dell’arte non sta nel guardare un quadro di Mirò piuttosto che uno di Picasso per trarne un piacere fine a sé stesso, ma nell’esercitare una delle nostre ‘abilità’ conservandola al meglio grazie all’arte.

Più o meno, così la penso io
Un saluto
Vilma

[Torna su]

Commento 7254 del 28/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Certo, Renzo Marrucci, sempre e solo secondo me, non ho verità apodittiche da proporre!
Non posso che invidiare le sue certezze e le “idee chiare” che ha sull’arte, avendo oltre tutto un passato di scultore passato all’architettura, peccato che non ce ne faccia partecipi.

In realtà, se avessi voluto controbattere il suo primo commento con maggior precisione, avrei dovuto partire da più lontano, e chiederle cosa intendesse per ‘capire’.
Infatti, parlando di arte visiva e preferibilmente di arte moderna, che per noi moderni dovrebbe essere la più interessante, il verbo capire è più elastico che mai, almeno a partire dagli ultimi decenni dell’ ‘800. E’ allora che l’avvento della fotografia comincia a mettere in crisi la possibilità di ‘capire’, quando nasce la pittura impressionista e il racconto, la narrazione, la rappresentazione realistica cominciano a sgretolarsi. Fino ad allora, nella stratificazione dei molti significati possibili di un’opera, il racconto dei fatti, la raffigurazione mimetica della realtà erano un punto fermo di comprensione immediata ed accessibile anche alle casalinghe di Voghera: l’immagine, il paesaggio, le fattezze di un volto le capiscono tutti.
Ma quando ci si accorge che la fotografia può raffigurare la realtà (era stato questo, fino ad allora, lo scopo, seppure ingannevole, dell’arte figurativa) meglio, più fedelmente, più rapidamente e a minor costo di quanto faccia la pittura, l’arte visiva piomba nel bel mezzo di una grave crisi di identità dalla quale non è uscita ancora oggi.
L’arte è costretta a rifondarsi annullando il suo passato, cerca nuove motivazioni al suo stesso esistere e si volge all’analisi e alla rappresentazione dell’animo umano, delle passioni, delle pulsioni interiori (il contemporaneo Freud fa la sua parte!): nasce l’espressionismo, che travolge come un fiume in piena regole e canoni, prospettiva, proporzioni ........ Certo, l’animo umano non si può fotografare, non ci può essere concorrenza, ma non si può neanche raffigurare secondo l’iconografia classica.
L’arte cerca nuove tecniche, nuovi mezzi e inediti linguaggi espressivi lungo itinerari creativi inesplorati, diventando aniconica, astratta, informale, in una inarrestabile marcia di allontanamento dalla figurazione che l’ha condotta oggi al concettuale più radicale, dove non è richiesta neanche la presenza dell’opera.

Ecco, ora cosa c’è da capire? Che elementi abbiamo per capire il messaggio che l’artista di oggi ci invia in modi talvolta criptici? E poi, è così importante capire, dal momento che non ci può essere un’unica, inequivocabile lettura di un ‘concetto’?
Cito ancora Gombrich quando dice: "Che rapporto ha l'arte con il sapere, che senso ha parlare delle possibilità di comprendere un capolavoro? Non sapremo mai che significato potesse avere per il suo creatore, perché anche ammettendo che ce ne abbia parlato può essere che in realtà fosse ignoto persino a lui. L'opera d'arte significa dunque ciò che significa per noi, non c'è altro criterio".

Mancando il racconto, eliminata la necessità della lettura razionale, ci resta come arma solo la nostra ‘intelligenza emotiva’ per tentare di capire un messaggio che coinvolge direttamente il nostro emisfero cerebrale destro, che vuole trasmettere non più un’emozione suscitata da una realtà narrata, ma l’emozione in modo diretto, senza mediazioni di ‘senso’ e di significato.
In questo territorio, ci si addentra con la mappa costruita “in base alle nostre conoscenze e alle nostre esperienze precedenti [……] - tuttavia - [......] con una bella espressione della Programmazione NeuroLinguistica possiamo dire: la mappa non e' il territorio, e ognuno di noi costruisce mappe diverse dello stesso territorio e anche mappe diverse da momento a momento, in base al nostro grado di attenzione, ai nostri bisogni, alle nostre motivazioni."

Nella sostanziale, soggettiva indeterminazione dell’approccio all'opera d'arte come sistema comunicativo dobbiamo mettere in conto infinite variabili nella decodificazione del messaggio che rendono quanto mai plurivoco il significato dell’atto di ‘capire’. Per questo ho riconosciuto nel suo coraggio una dose di 'eroica' incoscienza!

ps 1: mi scuso per la didascalicità del testo, ma non sapevo come altrimenti farmi capire

ps 2: adoro Bruciafoco!

[Torna su]

Commento 7249 del 27/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Secondo me, egregio Marrucci, bisognerebbe a monte di tutto stabilire cos’è l’arte e quindi dove e come dobbiamo cercare la sua eventuale utilità.
Ma anche preso per buono che sia/possa essere utile, lei dice “bisogna imparare a capirla necessariamente”, una affermazione che affronta con coraggio e forse un po’ di incoscienza uno degli interrogativi più sibillini della storia dell’uomo (e dell’arte) dopo i classici "chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?": capire l’arte è possibile? E soprattutto è necessario?

Perché per decidere se è possibile capire bisogna anche decidere se è possibile spiegare, e quindi se è possibile stabilire una relazione univoca tra spiegare e comprendere, condizione che sola può rendere feconda l'opera di decodificazione di un linguaggio, nella fattispecie quello artistico, secondo un 'senso', quest'ultimo inteso come categoria comune e unificante tra chi spiega l'arte e chi la capisce.
Se poi si ricorda ciò che afferma Gombrich, che cioè non esiste una 'cosa' chiamata arte (lui aggiunge che esistono solo gli artisti), e che "l'opera d'arte significa dunque ciò che significa per noi, non c'è altro criterio", lei vede come le cose si complichino e come appaia difficile sia capire che spiegare.

Quanto poi al fatto che l’arte sia “utile quando segue un percorso serio, lineare, e non si rivolge alla sola elite”, mi sento con tutta tranquillità di dire che: 1) l’arte non può né vuole seguire un percorso né serio né lineare (basti pensare ai movimenti avanguardisti del ‘900 che della non-linearità fanno la loro bandiera). – 2) l’arte non può né vuole rivolgersi né ad una elite di intellettuali né alle casalinghe di Voghera, queste categorie sono semmai nelle intenzioni dei critici d’arte, non degli artisti, l’arte si rivolge, come lei giustamente afferma, “agli uomini in senso lato, di ogni forma e colore, lingua o vissuto.”

Perché l’arte è emozione (la vibrazione di cui parla Lazier nel suo articolo), è prima di tutto com-passione, empatia, intuizione, ed anche se sembra alla moderna neurobiologia che la fruizione estetica abbia basi biologiche comuni e reali (il che spiegherebbe perché tutti o quasi provano sensazioni simili davanti allo stesso capolavoro), ciò avviene in un cervello che è diverso per ogni uomo, ed anche nello stesso uomo in momenti differenti: pensi dunque come può essere arduo 'spiegare' o guidare con opportune 'istruzioni per l'uso' un percorso così aleatorio e indefinito quale è quello dell'emozione.

Perché l’arte è irrazionalità, è abdicazione a quella che Lazier chiama la “propria struttura logica e culturale”, è, paradossalmente, “l’abbandono di una precisa coscienza artistica”, è spericolata incursione nelle “aree di conflitto e contestazione delle regole comuni” ……
una volta spiegato e capito, l'irrazionale non sarebbe più tale ...... e l'arte, una volta spiegata, continuerebbe ad essere arte?

[Torna su]

Commento 7243 del 26/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Grazie, Sandro, dell'attenzione al mio scritto, e grazie soprattutto per l'interpretazione acuta e pertinente del suo senso, trovarti d'accordo mi è di grande conforto!
Divertente il siparietto Lazier-Libeskind che ci offre una versione umanizzata di una indiscussa archistar spaesata in quel di Alba e riportata ai livelli di assoluta normalità di un turista qualsiasi, forse anche un po' rintronato da insolite degustazioni e dalla temperatura insostenibile di "una piattaforma tipo bolla" poco confacente al clima di questi giorni.
Ogni esperienza ci lascia qualcosa, Libeskind se ne ricorderà certamente!

Vilma

[Torna su]

Commento 7219 del 20/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Allora, signor sindaco, se ho capito bene lei delinea due vie alla ricostruzione, entrambe pericolose e nefaste: una che fa del territorio un palcoscenico per le sperimentazioni selvagge di un manipolo di vanitose archistar "che spesso supportano quelle holding immobiliariste ammantando con accattivanti messaggi figurativi grandi operazioni di speculazione", l'altra, altrattanto temuta, che sbriciola la torta tra un nugulo di archigeometri "incolti tecnici allo sbaraglio che, brandendo una abilitazione professionale dalle incerte origini, occupano quelle posizioni che il mercato dell’edilizia e dell’urbanistica ancora lascia per le loro attività".
Come sempre, sta nel mezzo una via virtuosa, quella che vedrebbe impegnati silenziosi operatori culturali e centinaia di piccoli architetti che sarebbero in grado di fare presto e bene.

Forza, signor sindaco, nomi, cognomi, referenze, curricula ....... lei, la sua giunta, i suoi elettori, la sua ventennale esperienza ..... cosa vi impedisce di farvi sentire ed imporvi? Al di là delle lamentele e delle catastrofiche previsioni, Il potere politico siete voi!

Quanto a Sgarbi, che lei cita ad esempio ma che di architettura non è che ne capisca molto, specie di quella moderna, direi che si è sempre dimostrato talmente prevenuto 'a prescindere' verso il nuovo che il suo parere, fatta salva la facile presa del suo accattivante eloquio, è oggi totalmente squalificato.

Saluti ed auguri
Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 7170 del 27/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


In realtà, Andrea Pacciani, ho usato quella definizione non in senso spregiativo, almeno dal mio punto di vista, volendo significare l'accattivante valenza oggettuale del cubo di Fuksas, che minaccia di diventare più famoso di quello di Rubik.
Il mio commento è senza'altro una semplificazione un pò provocatoria, così come lo può sembrare la scelta progettuale di Fuksas, che in genere non apprezzo particolarmente.
Il suo tentativo di mediare tra slancio espressionista e ingabbiatura cartesiana mi ha richiamato certe immagini di Claes Oldenburg (Clothespin, Trowel, Spoonbridge and Cherry o se vogliamo il milanese Ago e filo) dove l'oggetto gigantesco diventa archetipo di un'idea platonica di 'oggetto'.

[Torna su]

Commento 7124 del 19/04/2009
relativo all'articolo Etica e disegno della città
di Leandro Janni


Ciò che si evince dall’articolo, almeno secondo la mia personale lettura, è che etica ed urbanistica siano due aspetti distinti della società, che bisognerebbe far convergere ed integrare il più possibile, avendo l’etica “fortissime implicazioni sul nuovo disegno della città” .
In realtà, credo, tra i due termini non c’è differenza, la città ‘etica’ è il risultato della eticità (da ethos=costume) dei suoi abitanti, non è necessario cercare convergenze, etica e città sono la stessa cosa, l’una applicata ai fondamenti programmatici e razionali del progettare, l’altra ai risultati concreti della messa in atto degli stessi. Paradossalmente si potrebbe dire che la città è sempre etica, in quanto specchio della civiltà che la produce, espressione tangibile della ‘moralità’, per usare un sinonimo, dei suoi cittadini.

Il concetto di bene comune non è sempre stato lo stesso, variando a seconda delle epoche e in rapporto all’idea del bene e del male così come definita ed accettata nel codice di regolamentazione dei rapporti comuni in ogni tempo.
La città di oggi discende dall’idea di città degli ultimi decenni, “dagli anni Cinquanta ad oggi”, quando la priorità condivisa, e quindi l’etica corrente, era quella di dare ad ogni famiglia italiana una casa, era l’epoca dei “facili arricchimenti privati”, ma anche quella eroica del cooperativismo (di tutti i colori, dal rosso al bianco passando per tutte le sfumature intermedie), dopo la quale l’Italia ha raggiunto un primato di cui non c’è certo da vergognarsi: è la nazione in Europa nella quale è maggiore il numero di abitanti che abitano una casa di proprietà.

Oggi quel record ci presenta il conto, periferie inumane, inquinamento, cattivo utilizzo delle risorse, insufficienza delle infrastrutture ecc., cosicché oggi la priorità è diventata un’altra, quella “visione nuova” dell’urbanistica integrale e dell’architettura sostenibile in linea con il “pensiero contemporaneo (ecologico, sistemico, organicistico, olistico)”.
Cambiamenti sociali, climatici, tecnologici, economici hanno configurato una nuova idea di etica, modellata sui tempi, il che non significa ‘migliore’ di quella di altri periodi, solo diversa, non significa creata o imposta ex-novo all'occorrenza, ma discendente per una naturale evoluzione da quella passata.

E passibile di cambiamento in futuro.

[Torna su]

Commento 7111 del 16/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


Ma vi rendete conto? Se tutta l'animata discussione che ci ha impegnato nei giorni scorsi è partita da Gibellina, o meglio dall'idea che abbiamo di Gibellina, e se Enzo Messina ha invece ragione (né c'è motivo di dubitarlo) ....... vuol dire che abbiamo discusso con tanta foga sul vestito dell'imperatore mentre lui se ne andava in giro tutto nudo?

[Torna su]

Commento 7094 del 15/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


Maurizio Zappalà, mi sono riletta il suo primo commento ed estraggo quello che mi pare il succo più pregnante: “Demolire completamente il "demolito" e ricostruirlo come e con la tecnologia che ci consente, l'oggi! Giù ,rovine e ruderi (chiese, ospedali, palazzi pubblici, chiese) …………. Città nuova nel vecchio sito! ……….. Un'architettura fatta da archistars ma anche e soprattutto da architettura fresca e giovane, …….. mininimale ma non banale, fatta di materiali contemporanei come il vetro, l’etfe, l’acciaio, lo zinzo, il titanio, la resina, il corian, l’eterno legno e il giusto cemento! Allora, la sfida del riscatto passa attraverso il coraggio del cambiamento e non del ripristino filologico/falso ……"

Confesso che neppure io vedo la terza via, a meno che lei non voglia intendere una mediazione un po’ pasticciata tra le due (modernismo/passatismo).
Città nuova nel vecchio sito … (pronta a crollare di nuovo al minimo movimento della faglia di 15 chilometri che spacca in due il territorio), architettura di archistar ma anche di giovani, fatta di materiali nuovi ma anche di quelli vecchi … insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte: non c’è un po’ troppa aria fritta, per uno che, 'molto "seriamente" ', (sic!), unico in un gruppo che cazzeggia del più e del meno, si ritiene all'altezza di dare un fattivo contributo alla causa?

[Torna su]

Commento 7086 del 14/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


A Maurizio Zappalà vorrei segnalare ciò che afferma Roberto Grandi, docente e prorettore dell’Università di Bologna, che si occupa di sociologia dei processi culturali e comunicativi, in occasione del Convegno “L’architettura del movimento” (Bologna, maggio 2006), secondo un concetto difficilmente non condivisibile, quello della città intesa come realtà in continuo divenire o, come dice con felice espressione, a “identità variabile”:

“……. La città è pertanto la risultante di un processo di costruzione che intreccia di continuo l’apporto individuale con quello collettivo, avendo di conseguenza un’”identità variabile”. Parlare pertanto di persistenza dell’identità dei territori è assai aleatorio, perché significa individuare, in un processo dinamico inarrestabile, un preciso momento storico cui assegnare un’essenza particolare, relativizzando tutto il resto, arbitrariamente:….. “

Ricostruire ‘com’era e dov’era’ vorrebbe quindi dire riprodurre e consegnare ai posteri “un preciso momento storico”, nel caso specifico quello temporalmente corrispondente all’evento terremoto, e ciò che verrebbe tramandato sarebbe quindi uno solo dei molti momenti della vita della città, non necessariamente il più significativo e il più pregevole, solo quello più traumatico, scelto casualmente da una imprevedibile Natura.

Come vede, non si tratta di una semplice partita tra "passatisti contro modernisti" né del ripristino o meno di "volute” e “cagnoli”, si tratta di definire come leggere la storia di una città, sapendo, come ci insegna la moderna storiografia, che la storia non è una scienza esatta, a volte è bugiarda, a volte solo reticente, sempre manipolabile e alterabile, sia dall’uomo che dai terremoti.

[Torna su]

Commento 7075 del 13/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


“Le rovine non hanno altro avvenire se non lo sguardo che vi posiamo sopra. Tra i loro passati molteplici e la loro funzionalità perduta, ciò che lasciano percepire è una sorta di tempo puro, al di fuori della storia, a cui è sensibile l'individuo che le contempla, come se questo tempo puro l'aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui.” (Marc Augé, ‘Narrazione, viaggio, alterità’, 2005’)

Pietro, abbiamo già discusso innumerevoli volte su questo tema e rischierei di ripetermi. Direi che Sandro Lazier ha espresso un pensiero che condivido in pieno e che non avrei potuto esprimere meglio, sono assolutamente convinta della necessità del cambiamento e non di una conservazione a tutti i costi, anzi penso addirittura che certe distruzioni (fatte dall’uomo o dalla natura) possano essere occasione e pretesto di coraggioso rinnovamento.
Le città antiche sono nate per ragioni utilitaristiche e non sentimentali, Milano l’hanno fatta lì non perché fosse un gran bel posto, ma perché era un crocevia di rotte commerciali, così come altre città sono state edificate lungo le vie d’acqua per facilitare i trasporti, o su colli aguzzi per renderne più agevola la difesa dai nemici ecc. veramente oggi "appartenenza" e "identità" di una comunità discendono da questi valori? O non si collocano, invece, nella cultura comune sedimentata nel tempo, nella comune memoria storica, nel sentimento di empatia che tutti i cittadini dell’Aquila proveranno, in futuro, davanti alla cattedrale distrutta o ai resti delle case in frantumi? La memoria assicura la persistenza del sentimento di appartenenza, la condivisione di un destino e di un passato comune costituisce una comune identità, non un villaggio riprodotto tale e quale a prima, o una chiesa riedificata ad uso turistico.

Scrive ancora Marc Augé (‘ Rovine e macerie. Il senso del tempo’, 2004).
“Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi è un grande scarto fra il tempo storico della distruzione, che rivela la follia della storia (le vie di Kabul o di Beirut), e il tempo puro, il tempo in rovina, le rovine del tempo che ha perduto la storia o che la storia ha perduto”
La follia della storia o, come all’Aquila, quella cieca della natura hanno prodotto solo macerie, ci vuole il tempo che diventino rovine se vogliamo che ci sia storia.

Ma nel frattempo, la vita è altrove, in una zona possibilmente meno a rischio, in edifici antisismici, in una ricostruzione nella quale ciascuno farà del suo meglio, perché non ci si debba in futuro vergognare, tutti, e Gibellina sia servita a qualcosa.
(Be’, lasciatemi sognare….)

[Torna su]

Commento 7057 del 11/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


A scanso di equivoci, dico subito che è assolutamente condivisibile lo sdegno, la critica, la stroncatura e tutto quanto il dicibile sull'esperimento Gibellina, tuttavia vorrei chiedere al signor Rossi che scrive "L'Aquila deve tornare dove era e come era.... ", cioè una città pericolosamente fondata su una faglia, in stile falso antico come una Poundbury italiana?

[Torna su]

Commento 6975 del 26/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


X Giannino Cusano

PS: sì, ho visto, e me ne compiaccio.

Buona giornata
Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 6968 del 24/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Si tranquillizzi, Cusano, mi sono solo accodata all’argomento che lei ha portato avanti con ‘ampie argomentazioni’, non volevo rispondere in particolare a lei (ci sarebbe voluto ben altro impegno), non volevo tacciarla di essere l’esegeta di Derrida (come le è venuto in mente?), non volevo scalfire la sua granitica (super)valutazione di Carmelo Bene (ma non le sembra un argomento un po’ off topic per insisterci tanto?), sul quale vorrà essere così equanime da lasciare intatte le mie personali convinzioni, non intendevo confutare due sue espressioni (…..(Come) si dice in spazi questa “elisione della presenza”? - comm.6938) e (…… porsi in termini di esclusione dell'utente - comm 6949) ma semmai rafforzarle.

Vorrei, questo sì, consigliarle una lettura meno scolastica dell’arte moderna e poi, visto che la parola ‘forse’ la inquieta, aggiugerei una breve meditazione su una frase pescata in rete che mi piace molto: "Se un uomo parte da certezze, terminerà con dubbi; ma se si contenta di cominciare con dubbi, terminerà con certezze." (Francis Bacon)

Ancora saluti
Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 6961 del 23/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Approfittando delle ampie argomentazioni fornite da Giannino Cusano, tornerei su Carmelo Bene, indubbiamente un fenomeno singolare e circoscritto della nostra cultura non solo teatrale, ma aggiungerei che andrebbe inquadrato in un discorso più generale, ed in un certo senso più generico, con un occhio di riguardo ai tanti fenomeni dell’arte moderna che in qualche modo lo riguardano e lo contaminano, happening, performance, environmental art e persino body art, arti che accadono, plurivoche, non programmabili, interdisciplinari, comportamentali, giungendo fino dalle parti di Allan Kaprow, Mattew Barney, Dennis Oppenheim e tanti altri, senza dimenticare ciò che della musica ha fatto John Cage.
E magari senza dimenticarci nemmeno di Luigi Pareyson, teorico della formatività' , che invoca per l’arte “ un fare critico, intellettualmente attivo, che si interroga lungo il suo procedere” , che mentre “fa” inventa il suo modo di “fare”.
Può essere questo ciò che Cusano intende per “sottrarsi alla tirannia della struttura”?

Quanto al resto, Bernard Tschumi scrive: "Il corpo è sempre stato sospetto in architettura: perché ha posto i propri limiti alle ambizioni architettoniche più estreme. Disturba la purezza dell'ordine architettonico. Equivale a una pericolosa proibizione", e suggerisce una rilettura modernizzata delle categorie vitruviane venustas-firmitas-utilitas che le muti in linguaggio-materia-corpo, dove il corpo suggerisce sia l’aspetto utilitaristico e funzionale dell’architettura che la sua esperienza edonistica e sensoriale.
Come dire che, per quanto si faccia, il corpo, in quanto presenza fisica umana, non può essere escluso dal pensare, fare e fruire l’architettura, attività eminentemente umana, fatta dall’uomo per l’uomo, quindi doppiamente ed inevitabilmente autoreferenziale.
Impossibile quindi ogni “elisione della presenza”.

“quando si pensa all’architettura, si pensa ad un’arte abitata, con un corpo umano che si muove al suo interno e l’architettura che si adatta ad esso” scrive Bassam Lahoud, d’altra parte lo stesso Derrida dice che l’architettura (cito ancora dall’articolo di Luisella Piscottu) "è anche un'attività o un impegno della gente che legge, guarda questi edifici, entra nel loro spazio, si muove nello spazio, sperimenta lo spazio in modo diverso.” E così conclude riferendo il pensiero dello stesso Derrida: “Secondo Derrida, Eisenman e Tschumi hanno dato prova che quella decostruttivista è una strada percorribile; anche le loro creazioni sono fatte per essere abitate, per dare riparo, tuttavia, dietro consiglio di Derrida, quello che bisogna chiedersi "non è soltanto ciò che costruiscono, ma come noi interpretiamo ciò che essi costruiscono".
L’uomo, sempre l’uomo, artefice e fruitore, onnipresente ed ineliminabile.
Impossibile quindi ogni “esclusione dell’utente”.

Tuttavia sul fatto che ci possa essere un parallelo stretto tra critica del logocentrismo e decostruttivismo (del linguaggio architettonico) resta sempre qualche dubbio, condiviso forse dallo stesso Derrida.
Il quale, invitato nel 1986, con Eisenman, proprio da Bernard Tschumi a collaborare alla stesura di un progetto di giardino nella "promenade cinématique" a Parigi, progetto poi rifiutato dalla committenza e mai realizzato, scrive un libro, si direbbe senza eccessiva convinzione, “Adesso l’architettura”, addentrandosi in un campo di speculazione nuovo con una certa cautela, se a pag.198 scrive: “Io non so molto bene che cos’è un parco. Che cos’è un parco? Una città? Queste non sono questioni filosofiche astratte. Parlare di un parco urbano è ancora più problematico. Chiederei di rivedere tutto”.

Alimentando il sospetto che i supporti teorico-filosofici del decostruttivismo siano veramente poco “sostanziosi”.

Saluti
Vilma Torselli


[Torna su]

Commento 6948 del 22/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Trovo assai curioso, signor Avino, che lei consigli di leggere attentamente "Della Grammatologia" proprio a me che, cosciente dei miei limiti di semplice architetto, non sono intervenuta direttamente nel dibattito e non ho espresso alcun giudizio personale, avendo invece citato pari pari due fonti senz'altro più autorevoli di me e probabilmente anche di lei: Luisella Pisciottu, docente di filosofia, e Andrea Tagliapietra, professore ordinario di Storia della filosofia.
Consigli direttamente a loro di leggersi attentamente "Della Grammatologia", e se lo legga pure lei, attentamente, mi raccomando.
Saluti
Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 6929 del 18/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Il senso dell'articolo di Lazier mi sembra largamente condiviso.
Se vogliamo, possiamo anche leggerci questa pagina:
http://www.giornalediconfine.net/n_2/art_6.htm
là dove Luisella Pisciottu scrive "La sua posizione [di Derrida] si configura come una lotta al logocentrismo, a quel privilegio che la tradizione della metafisica occidentale ha sempre accordato alla "foné", alla voce come luogo della vicinanza assoluta tra significato e significante: nella voce il corpo sensibile del significante sembra cancellarsi nel momento stesso in cui viene espresso; l'atto che anima l'intenzione è immediatamente presente a sé.
L'epoca della fonè è l'epoca dell'essere nella forma della presenza. Ciò ha comportato inevitabilmente una condanna della "grammé", della scrittura come deriva e perdita del senso..."


Oppure anche l'articolo di Andrea Tagliapietra, Addio a Derrida, filosofo della differenza
(http://www.giornalediconfine.net/tagliapietra_rassegnastampa...)
là dove si legge "All'origine del linguaggio, suggerisce Derrida, non sta la voce, il risuonare della "parola detta", ma la scrittura, un'archiscrittura che ci consente di accedere all'essere non mediante lo schema della presenza - la parola è sempre, almeno all'inizio, una parola pronunciata -, ma attraverso quello della differenza, della presenza-assenza che la scrittura custodisce. ...".

Con buona pace di Dio e di tutti i santi!

Vilma Torselli

[Torna su]

18/3/2009 - Sandro Lazier risponde

Grazie Vilma.
Il link al testo di Luisella Pisciottu al quale ti riferisci era già inserito in fondo all'articolo criticato da Luca Avino.
Ma, secondo me, il nostro non l'ha nemmeno visto.

Commento 6874 del 26/02/2009
relativo all'articolo Geografia interstiziale
Audible geography<

di Sara Bracco e Emanuela Giudice


ok, Renzo Marrucci, tolgo il “maschietto e la faccio finita, anche se sarebbe forte la tentazioni di discutere con lei su come accada in tutti i fatti della vita, e non solo nella geografia, che ci sia un punto di vista maschile e uno femminile, magari diversi, non c’è niente di male, anzi, il progresso va avanti grazie alle disuguaglianze, e anche discutere su come sia il suo, e non il mio, un concetto di geografia ottocentocinquantesco.

Una cosa però la voglio aggiungere: ha presente un recente spot pubblicitario per una marca di whisky dove Alessandro Gassman cerca di proporsi come nuovo testimonial e una signora bendata, come assaggia il Glen Grant, lo guarda illuminandosi e lo chiama “Michele!”?
Ecco, sappia che d’ora in poi c’è il rischio che chi legge il suo nome su Antithesi aggiunga “ah sì, il maschietto!”, senza offesa, si intende ……..

Posso salutarla con un ‘adieu’, o è un po’ troppo 'aristocratico'?

Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 6863 del 25/02/2009
relativo all'articolo Geografia interstiziale
Audible geography<

di Sara Bracco e Emanuela Giudice


Nessun particolare protezionismo, egregio Marrucci, se non una inconscia e involontaria solidarietà femminile, forse ….. E’ comunque utile che chiarisca la mia personale interpretazione del tema, forse più a me stessa che a lei.
La geografia è nell’ultimo secolo profondamente cambiata, certamente sotto la spinta dell’evoluzione delle tecniche di indagine e di restituzione, ma soprattutto per l’evolversi del concetto stesso di geografia, sempre più convergente verso il senso di una ‘geografia culturale’ che tiene conto non solo del territorio, ma anche del paesaggio, delle etnie, degli stati e delle frontiere, dei modelli di sviluppo, dei sistemi urbani ecc.
All’inizio del ‘900, a fronte di una concezione che già appariva riduttiva per questa disciplina, Friedrich Ratzel fonda una nuova branca, la geografia antropica, e conia la definizione di spazio vitale, in seguito si intensificano studi e ricerche che passano per Rudolf Arnheim, teso ad assimilare la fruizione spaziale all’esperienza estetica come per l’arte visiva, per i paths, edges, nodes, land-marks ecc. che governano la visone spaziale dell’urbanistica secondo il pensiero funzionalista di Kevin Andrew Lynch, per Edward Hall, inventore della prossemica, che punta sulla componente culturale e comportamentale che influenzerebbe in maniera determinante il concetto di spazio, per Gordon Cullen che pone l’accento sull’aspetto visivo dell’ambiente geografico ed urbano, con indirizzo sostanzialmente artistico-estetizzante, senza dimenticare il situazionismo di Debord, che introduce un filone chiaramente destabilizzante nell’analisi dell’ambiente e riconduce l’attenzione all’ambito comportamentistico e sensoriale dell’esperienza umana.
E’ questa la concezione della geografia moderna, secondo la quale lo spazio geografico con il quale il nostro corpo interagisce genera nel fruitore ‘sensazioni’ molteplici legate appunto ai ‘sensi’, che sono quindi di tipo tattile, visivo, uditivo ecc., mentre all’elaborazione soggettiva e personale delle stesse sono dovute le ‘percezioni’, con base culturale, conoscitiva, etnica ecc.
Le percezioni sono assai più complesse delle sensazioni, perché coinvolgono anche aspetti psicologici del soggetto immerso nell’ambiente, tanto che si può parlare di psicogeografia, di geografia della percezione e di psicologia ambientale come oggetto di studi e discipline specifiche.
Si è insomma acquisito il concetto che la geografia dei luoghi non è definita solo dallo spazio, ma anche dalla rappresentazione che di esso hanno i fruitori per effetto di una cultura di base che li porta ad interagire con l’ambiente in modo del tutto peculiare.
Entro la varietà delle possibili chiavi di lettura del termine geografia, che sono come si vede assai numerose, ci sta anche quella di Audible Geography, un linguaggio sonoro che lega “spazio e luogo” in una fruizione che si potrebbe definire sinestetica e che non annulla il valore “umano e sociale, culturale della geografia”, lo contrabbanda, semmai, in una forma adatta ai linguaggi comunicativi della società attuale.

Almeno credo sia questa la corretta lettura.

Cordialità
Vilma Torselli


[Torna su]

Commento 6851 del 24/02/2009
relativo all'articolo Geografia interstiziale
Audible geography<

di Sara Bracco e Emanuela Giudice


Sono certa che l’Università della Tasmania, alla quale è attribuito il patrocinio del progetto, non aveva nessuna intenzione di occuparsi delle nostre città che crescono come periferie da terzo mondo, anche se quelle erano le sue personali aspettative.
L'articolo verte su altri temi, forse lei doveva scegliere di leggere un altro testo .......


[Torna su]

Commento 6849 del 23/02/2009
relativo all'articolo Geografia interstiziale
Audible geography<

di Sara Bracco e Emanuela Giudice


Posso capire, e condividere, la sua delusione, Renzo Marrucci, per una certa sbrigatività dell’articolo e per concetti molto (troppo) sintetizzati che galleggiano sulla superficie di un problema che, evidentemente, è ‘altro’.
Non sarei però così tranciante, l’articolo, più che sviscerare un tema, mi pare che voglia lanciarlo come un piccolo sasso in uno stagno, per dirci che c’è anche ‘quel’ modo di leggere la geografia, stimolando forse il lettore ad andare oltre per conto suo.
E magari ci sarà chi stenderà un prossimo articolo scrivendone e parlandone “in modo chiaro, mettendo in evidenza criticamente e chiaramente le perversioni culturali di oggi”.
Con la calma, la meditazione e la cultura che sia lei che io ci auguriamo.

Cordiali saluti
Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 1897 del 04/03/2007
relativo all'articolo Rosa e il fiore di Gehry
di Paolo G.L. Ferrara


Mi permetto un riferimento ameno che , seppure sommario e superficiale, è comunque un significativo specchio dei tempi. Leggo su un blog di architettura (http://www.deluxdesign.it) frequentato soprattutto da giovani architetti , a proposito del progetto Marques de Riscal , questo post del 16 ottobre 2006: " Ho letto su Professionearchitetto.it che Gehry ha progettato la nuova sede dell’azienda vinicola Marques de Riscal “pensando a qualcosa di eccitante e festoso, perchè il vino è un piacere”. Confrontando questo progetto con i precedenti le ipotesi sono due: la vena artistica di Gehry si sta esaurendo, oppure progetta sempre pensando al vino ;-)".
Anche i giovani non sono più quelli di una volta, è sempre più difficile gabbarli!

[Torna su]

Commento 1764 del 27/01/2007
relativo all'articolo Nonsolomoda, anche idiozie
di Paolo G.L. Ferrara


Ma quando mai, sig. Schintu, le opere di architettura si comportano come abiti usati, che passati di moda si mettono da parte e che ogni tanto rispuntano dagli armadi in odore di vintage? E se un ‘tipo’ di architettura ‘stufa’, che facciamo, la ripieghiamo per bene e la mettiamo in naftalina in attesa di riciclo?
Il sillogismo “se i musei sono loro stessi delle opere d'arte, è inevitabile che dopo un pò stufino”, seppure umoristico, lascia veramente sconcertati, anche perché poi, imperterrito, ribadisce “quel tipo di museo dopo un pò stufa, sicuramente tornerà in auge tra un pò di tempo, tutto è un ciclo e riciclo….”.
Come mai non ci dice niente dei saldi?

[Torna su]

Commento 1474 del 20/11/2006
relativo all'articolo Carnevale a Piazza Armerina: la carrozzata 'Villa
di la Redazione


Pare che Vittorio Sgarbi abbia finalmente acquietato ciò che, parafrasando Freud, chiamerei “invidia del titolo” e sia riuscito a fare l’architetto, seppure in carenza di regolare “autorizzazione” accademica.
Naturalmente, per la suddetta carenza, lo fa male, rischiando di fornire l’ennesimo esempio di come le buone intenzioni degli incompetenti possano essere più dannose dell’indifferenza degli esperti.
Evidentemente, nel caso specifico, il fatto che si tratti di un intervento di restauro lo autorizza in qualche modo ad impicciarsi di una disciplina non sua, ma anche una casalinga di Voghera sa che non si può restaurare ciò che non si conosce profondamente, perché il restauro attiene all’anima delle cose, ad una intimità che dorme sotto il degrado e che va attentamente indagata con opportuni strumenti culturali.
La realtà è che Vittorio Sgarbi non ha una particolare vocazione per l’architettura, è molto più brillante quando parla/scrive di quadri, evidentemente la bidimensionalità della tela gli è più congeniale, è quello il campo in cui dispiega al meglio il suo linguaggio colto, ricco, evocativo, di intrinseca eleganza letteraria, perché mai non si ‘limita’ a quello?

[Torna su]

Commento 1434 del 08/10/2006
relativo all'articolo Addio a Vico Magistretti
di la Redazione


Lui stesso, Vico Magistretti, era 'concettualmente' elegante, l'ho visto ad una riunione di lavoro in camicia a scacchi, pantaloni gialli, calzini rossi e mocassino di colore indescrivibile, giacca marrone. Forse non era elegante secondo le correnti regole della fashion più rigorosa, ma era elegantissimo nei termini di uno stile originale ed indipendente che nasceva dalla sua personalità interiore, uno stile concettuale, appunto.

[Torna su]

Commento 1367 del 15/08/2006
relativo all'articolo Sull'idea di complessità
di Sandro Lazier


Condivido le perplessità espresse da Christofer Giusti circa la frattura tra le teorie spesso affascinanti che hanno attraverstao la storia dell'architettura moderna ed il loro risultato pratico sul campo, molte volte deludente.
Ciò non toglie che, magari come puro esercizio intellettuale, nell'ambito di un dibattito di interesse generale e non di un più o meno polemico dialogo a due , non si possa discutere da un punto di vista puramente speculativo 'sull'idea di complessità' e non su come Lazier la abbia o no applicata nei suoi progetti.
Mi è capitato più volte di scrivere di architettura, da architetto e da appassionata di questa materia, ma non mi è mai capitato di dover essere chiamata a giustificarmi per non aver applicato le teorie analizzate nei miei scritti. Mi rendo conto oggi che la mia più grande fortuna è stata quella che Christofer Giusti non li abbia mai letti!

[Torna su]

Commento 1361 del 13/08/2006
relativo all'articolo Lottare disegnando. Disegnare scrivendo.
Qualch

di Marco Maria Sambo


Forse quel “meraviglioso mondo chiamato Architettura” è sempre stato un gioco di soldi e speculazione, papi, principi, ricchi mercanti non necessariamente illuminati e poi banchieri, industriali e mafiosi ci hanno lasciato il mondo di chiese, palazzi, vie, quartieri e centri commerciali nel quale, più o meno bene, abitiamo, ignorando le lotte che gli architetti che ci hanno preceduto, anche questi non sempre illuminati, hanno combattuto per costruirlo e lasciarcelo in eredità.
E’ vero, non ci sono più i Caffè di una volta, nei quali gli architetti si radunavano per parlare con scrittori pittori, artisti, oggi c’è il villaggio globale in cui ognuno entra e esce senza chiedere il permesso, dice ciò che vuole, posta un’opinione che nessuno leggerà, o lo farà qualcuno all’altro capo del mondo, di un’altra lingua e di un’altra civiltà. Le identità sbiadiscono, l’appartenenza non ha significato, la cultura massificata ed omologata di un mondo dove tutto è alla portata di tutti si è appiattita in linguaggi senza peculiarità, generalisti e perciò sommamente democratici, i movimenti oggi si costruiscono a tavolino, basta stipendiare un critico, comprare qualche giornalista, affittare una sede prestigiosa, inventarsi un premio, sono aperti, globali, oggi un architetto di Canicattì può, senza muoversi dal suo studio, partecipare ad un concorso per un museo in Nuova Zelanda, e vincerlo pure!
E tutto ciò non significa qualunquismo, ma globalizzazione, le parole di Zevi sono lontane anni luce, l’architetto vincente oggi non è un lottatore, ma un mediatore, che sa superare un suo personale background culturale, una sua idea del mondo “fatato” in cui la realtà si piega alla forza delle sue idee, per captare e catturare senza preconcetti i segnali del mondo reale, anche se lontano da una sua immaginata “città invisibile”, rinunciando, mediando, compromettendo, elaborando, ibridando, progettando un mondo certamente non perfetto, ma tuttavia il migliore dei mondi possibili.

[Torna su]

Commento 1358 del 11/08/2006
relativo all'articolo Sull'idea di complessità
di Sandro Lazier


Innanzi tutto, Sandro, complimenti ed auguri per Architentare, ho visitato il sito e mi pare che il progetto sia innovativo, interessante e stimolante.

Sul tuo articolo, devo dire che rappresenta un excursus ampio, esaustivo, elegante ed affascinante su di un argomento tutt’altro che facile, zeppo di concetti talvolta francamente ostici: non ho difficoltà a confessare che mi ha fatto scoprire parecchie mie lacune ed in parte mi ha aiutato a riempirle, come penso sia accaduto a molti tuoi lettori.

Poiché, tuttavia, mi pare che esista una frattura o quanto meno una non perfetta consequenzialità tra ciò che afferma Salingaros e la tua seguente trattazione, vorrei, se me lo concedi, aggiungere qualche considerazione e per farlo devo partire un po’ da lontano, dall’assegnazione, nel 1964, del Gran Premio della Biennale di Venezia al padre spirituale della Pop Art Robert Rauschenberg, riconoscimento per la prima volta assegnato ad uno statunitense nel sacrario della cultura visiva europea, che ufficializza definitivamente la supremazia americana in campo artistico mondiale, gettando le basi di uno dei più importanti imperialismi culturali che mai abbiano dominato il mondo dell’arte.
L’evento è stato sapientemente preparato negli anni precedenti mettendo in atto una attenta sequenza di strategie politiche, mediatiche ed economiche che hanno coinvolto indiscriminatamente artisti, critici, galleristi, collezionisti, dalle manovre della CIA degli ultimi anni ’40, volte a promuovere l’arte americana – il direttore del MOMA, Alfred Barr, convinse la rivista "Life" a sostenere i pittori d'avanguardia ed intraprese un organico programma d’esportazione verso l'Europa, previa garanzia di una sovvenzione governativa di 125.000 dollari l’anno per cinque anni – agli scritti di James Johnson Sweeney (1952), critico d’arte, direttore del Solomon R. Guggenheim Museum e consulente del Museum of Modern Art di New York, che esaltano i contenuti filo-americani profondamente democratici di un’arte di libertà estrema come solo un paese estremamente libero può esprimere, all’attività propagandistico-divulgativa del gallerista italo-americano Leo Castelli e della moglie Ileana Sonnabend, proprietari di una vera e propria catena di prestigiose gallerie in America ed in Europa, alla rassegna "Thè Responsive Eye" organizzata dal MOMA nel 1965 che consacra sul fronte internazionale la nascita dell’Espressionismo astratto americano nonché dell’optical art, peraltro già apparsa in Europa con assai meno scalpore.
Anche la Pop Art, ufficializzata a New York con una collettiva del 1962, "The New Realistsal”, è fenomeno americano seppure di indiscutibile matrice europea che scippa e neutralizza grazie a costosissime campagne di marketing sia la nascente Popular Art inglese sia il Nouveau Réalisme italo-francese, che hanno il solo torto di essere i parenti poveri della grande famiglia new dada. L’investimento di mezzi darà i suoi frutti, dopo la Pop Art l’America sarà infatti la culla di ogni nuovo movimento artistico importante, il concettualismo, la minimal art, la body art, la land art e così via, opportunamente associando fortune artistiche e fortune economiche in una nazione nella quale, si sa, utile e dilettevole costituiscono da sempre l’accoppiata vincente, con una netta propensione per l’utile, visto che anche in epoca più recente “…….. Il boom della pittura contemporanea coincise con una fase di espansione dell’economia americana comunemente detta Reaganomics. In un articolo del 1980 il critico d’arte del New Yorker Calvin Tompkins scriveva: “Il congiungimento fra un nuovo tipo di pubblico ed una nuova generazione di artisti ha reso più febbrile la scena artistica attuale, provocando un eccitamento nervoso che se è un bene per gli affari, non lo è necessariamente per l’arte”.(Alessandro Tempi, ‘Il caso Schnabel ed il boom della pittura contemporanea’)
Con l’Espressionismo astratto, la giovane America pone la prima pietra per la costruzione di una tradizione artistica autoctona ed autonoma, finalmente liberata dall’influenza della cultura della vecchia Europa: Barnett Newman scrive "Nel 1940 alcuni di noi si destarono per accorgersi che eravamo senza speranza; che in realtà non esisteva nessuna pittura……..Fu quel risveglio che ispirò l'aspirazione, l'elevato proposito, qualcosa di assai diverso dalla semplice ambizione, di ripartire da zero, come se la pittura non fosse mai esistita." , Pollock, Still, Kline, Tobey, e molti altri, grazie anche alla sensibile azione prodromica di Arshile Gorkij e Roberto Matta, interpretano ciascuno a modo proprio quelle aspirazioni e quegli elevati propositi e colmano l’ "enorme vuoto", così lo definisce Adolph Gottlieb, che andava riempito con uno sforzo di rifondazione della mitologia e della simbologia primitiva.
In realtà tutti gli espressionisti subiscono il fascino della tradizione culturale del vecchio continente, magari in un distorto rapporto di

[Torna su]

11/8/2006 - Sandro Lazier risponde

Cara Vilma,
ho riflettuto parecchio prima di rispondere.
Intanto riconfermo che la mia risposta alla provocazione di Salingaros è un atto dovuto. Poi è propedeutico all’incontro di Architentare – di cui so che hai curato insieme all’arch. Giudice l’impianto organizzativo.
Sul tuo ricco e circostanziato intervento che dire?
Che stabilire fin dove è lecito che il potere si serva dell’arte e viceversa non è per nulla semplice? La vicenda Pollock sembra profetica rispetto alle scoperte scientifiche, in barba all’antropologia culturale e ai nessi e connessi con i poteri sociali.
Sicuramente lo strumento primo di ogni potere è la propaganda e quella culturale è sicuramente la più efficace. Quindi ogni potere usa sicuramente l’arte e ne abusa. Ma ci sono senza dubbio meccanismi che poi trascinano altri meccanismi che, a loro volta, trascinano altri meccanismi ancora, con medaglie e loro rovesci. Tutto ciò perché il sistema delle società di persone è “complesso” e non sempre funziona il congegno causa effetto. O, almeno, non sempre funziona come si spera.
Credo di poter pensare con convinzione sufficiente che all’interno del potere e della sua rappresentazione, soprattutto se questo è aperto alla ricerca del nuovo e quindi lascia spazio all’inventiva degli individui, ci siano già elementi che funzionano come anticorpi.
Se il regime democratico dell’occidente sceglie, per evidenti motivi di propaganda, di rappresentarsi con un’arte libera che ha per fine la critica del sistema sociale e delle sue deficienze, contribuisce di fatto alla proprio benessere perché utilizza le forme di libertà espressiva per diagnosticare i suoi mali. Credo che questo intendesse Zevi quando definiva l’architettura “…il termometro e la cartina al tornasole della giustizia e delle libertà radicate in consorzio sociale.”
Questo avviene in società dov’è permessa la libertà di ricerca creativa. Quando invece si tenta d’imporre vincoli espressivi - che storicamente hanno sempre avuto le forme della tradizione costruttiva, classica in particolare – occorre cominciare a preoccuparsi.
Poi ci sono le eccezioni e chi ne approfitta. Ma il sistema, si sa, è molto imperfetto, soprattutto incerto. Perciò occorrono strategie

Commento 1327 del 28/07/2006
relativo all'articolo Quattro maestri esclusi: meno concorsi e più giard
di Mara Dolce


Per coerenza, visto che oggi più che mai architettura e critica dell'architettura tendono verso pericolose convergenze, ci vorrebbe una ventata d'aria nuova non solo tra quelli che fanno architettura, ma anche tra quelli che ne scrivono............

[Torna su]

Commento 1009 del 23/12/2005
relativo all'articolo Ri-costruire nei centri storici
di Vulmaro Zoffi


Vorrei citare poche parole di Marc Augé che forse non sono strettamente pertinenti all'articolo, ma che ,secondo me, colgono efficacemente lo spirito di un concetto di modernità dove si sintetizza la possibilità o
necessità di un continuum tra passato e presente senza il quale non esisterebbe la storia dell'umanità (e dell'architettura, che ne è la concreta traduzione).

"Presenza del passato nel presente che lo supera e lo rivendica: è in questa conciliazione che Jean Starobinski scorge l'essenza della modernità." Nello stesso testo, riportando ancora Starobinski , Augé approfondisce il concetto parlando della "possibilità di una polifonia in cui l'incrociarsi virtualmente infinito dei destini, degli atti, dei pensieri, delle reminiscenze poggia su un 'basso continuo' di fondo che ritma le ore del giorno terrestre e che segna il posto che occupava (che potrebbe ancora occupare) l'antico rituale [......] "Basso continuo"; l'espressione utilizzata da Starobinski per evocare i luoghi e i ritmi antichi è significativa: la modernità non li cancella ma li pone sullo sfondo. Essi sono come degli indicatori del tempo che passa e che sopravvive". (Marc Augé, 'Nonluoghi', pag.71)

Sono forse le stesse “variazioni su un tema dato” di cui parla l'autore
dell'articolo, o comunque è ciò che mi è venuto alla mente leggendolo.

[Torna su]

Commento 937 del 18/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Mi conforta il fatto che Mariopaolo Fadda, e spero non solo lui, abbia capito perfettamente lo spirito del mio discorso, il che pare non sia accaduto con Attilio Vannucci, probabilmente deviato da un atteggiamento preconcetto talmente radicato che gli impedisce ogni apertura al dialogo.
Solo un passaggio del suo commento merita comunque una sottolineatura: “Ma lo sa la signora Torselli che, oltre a somministrare ai suoi lettori decine di pagine sull'architettura sgangherata di Koolhaas, Boeri progetta da tempo di far compilare al "Giordano Bruno vestito di Prada" (come osò scrivere una volta il povero Sudjic, poi fatto fuori dalla direzione della rivista per far posto allo stesso rampante Boeri) un intero numero di Domus?”.
Ecco, siamo arrivati all’ultima spiaggia, il processo alle intenzioni.
Ma lo sa, signor Vannucci, che oggi non si processano per le intenzioni neanche i terroristi?
Figuriamoci i direttori di riviste d’architettura!

[Torna su]

Commento 934 del 13/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Spero che nessuno si offenda se dico che i numerosi commenti che l’articolo ha sollecitato risultano complessivamente più interessanti dell’articolo stesso, senz’altro meno celebrativi, meno ovvii e soprattutto più umoristici. E’ interessante notare come l’argomento sia progressivamente scivolato dall’iniziale primo commento “Grazie Giancarlo De Carlo……”, all’ultimo circa le “…..perplessità nei confronti dell'allegra gestione che a Domus Boeri fa di vivi e morti, a cominciare da De Carlo… “, in un processo di strisciante reificazione del soggetto originario che diviene alla fine oggetto pretestuoso per quelli che la redazione definisce eufemisticamente “scambi interpersonali poco gentili”: De Carlo è morto, viva De Carlo, parliamo di Boeri.
E a questo punto, per uno che si autodefinisce, relata refero, un dilettante e che non durerà “più di qualche anno” i pareri si sprecano: il nocciolo del contendere pare comunque definire se sia più o meno “giusto che il direttore della più importante rivista italiana - stampata - d'architettura la usi a fini di promozione di un preciso gruppo di professionisti […..]" per concludere da una parte che “no, non è giusto, nè corretto”, dall’altra che sarebbe assurdo per Boeri “rinnegare tutte le sue ricerche, ignorare quelli che partecipano con lui alla progettazione [….]” ecc. ecc.
Applicando con spirito salomonico il rasoio di Ockam, semplice regoletta implicante il minimo sforzo di comprensione accanto alla minima complicazione dei ragionamenti da sviluppare, criterio di semplicità non disdegnato a suo tempo nemmeno da Martin Lutero, sono propensa a credere che neanche lo stesso Boeri pensi di parlare, o scrivere, in nome di Dio, ma che Boeri parli per Boeri.
E’ vero che Ockam venne accusato di eresia, condannato e segregato (correva l’anno 1324), tuttavia vale ancora oggi la regola che, tra tutte le possibili spiegazioni di un fatto, quella più semplice ha maggiori possibilità di essere vera: in questo caso quella più semplice e veritiera pare essere che Boeri scriva a buon diritto e da un punto di vista inevitabilmente soggettivo, ciò che vuole su una rivista non finanziata da fondi pubblici, non palesemente investita di un qualche ruolo ufficiale, liberamente supportata da chicchessia, come molte rispettabili testate giornalistiche, della quale a tutti gli effetti , seppure transitoriamente, egli è il responsabile.
Nella pluralità delle voci che, democraticamente, si esprimono oggi anche sull’architettura, ciascuno può ascoltare ciò che meglio gradisce, astenendosi dall’ascolto di ciò da cui dissente, almeno se non è in grado di fornire un apporto dialettico costruttivo nell’ambito di un confronto civile.
Insomma, il rasoio di Ockam suggerisce di non leggere Domus, piuttosto che insultare il suo direttore.

[Torna su]

Commento 921 del 29/06/2005
relativo all'articolo Il campo di margherite
di Silvio Carta


Ciò che Silvio Carta descrive ha una precisa denominazione scientifica, si chiama kainotetofobia, paura dei cambiamenti e delle novità, di tutto ciò che non è noto, compreso e riconducibile a canoni consolidati. E’ una paura che ha anche i suoi aspetti positivi, poiché attiva utili meccanismi di difesa, ma che ha talvolta innegabilmente frenato il corso della storia e della scienza.
Il nuovo ci fa temere l’invalidazione delle credenze assimilate e divenute parte della nostra identità individuale e collettiva ed averne timore è un innato ed inevitabile retaggio antropologico, la ripetizione del comportamento del nostro antenato preistorico che, indifeso davanti all’imprevisto a causa della propria ignoranza, temeva ogni novità ed ogni dirottamento da una realtà nota e quindi dominabile, che significava spesso la garanzia della propria sopravvivenza.
Le reazioni emotive che regolano la nostra vita non sono molto differenziate, sono tuttavia sottilmente modulate ed adattate ai vari contesti, cosicché i sentimenti indotti da un paesaggio urbano o da “un pezzo di città” non sono diversi da quelli che entrano in gioco nei rapporti tra esseri umani, è per questa via che una piazza può associarsi alla sacralità del ricordo di mio nonno.
Il termine ricordo, infatti, deriva etimologicamente dal latino cor-cordis, che vuol dire cuore, ad indicare la valenza emozionale dell’atto del ricordare, non confinabile entro i limiti di una confortante ragionevolezza, cosicché la reazione empatica al ricordo di mio nonno si può estendere, seppure irrazionalmente, ai luoghi che con lui ho frequentato, ad una piazza o ad oggetti inanimati che in qualche modo gli associo.
Una persona che conosco e che da decenni vive a New York, quando ricorda la sua città natale, Perugia, fa immancabilmente riferimento ad un’antica struttura, la torre degli Sciri, che ha visto passare generazioni di nonni e di nipoti e che resta tuttora per quella persona imprescindibile riferimento spazio-temporale, com’è destino di tanti elementi architettonici o urbanistici, realtà ferma e concreta nel mutevole divenire della vita. Ebbene, se tornando a Perugia quella persona trovasse al posto della sua torre un bel campo di margherite, vogliamo negargli il diritto di restare delusa, di rimpiangere in qualche modo quello che non c’è più?
Ciò che caratterizza l’architettura, o una sistemazione urbanistica, un’orribile vasca per i pesci rossi o una fontana del Bernini è, fra l’altro, la fisicità, la concretezza, un’esteriorità inequivocabilmente definita, solidamente fissata nel cemento, nella pietra, nel ferro, sarà per questo che, col tempo, ci scopriamo “incredibilmente affezionati” al loro aspetto, divenuto noto e familiare come quello di una persona cara.
E sarà pure per questo che un grande della passata generazione ha lasciato scritto “Amate l’architettura”, fisicamente, come si amano le persone, al punto da rimpiangerne la scomparsa.

Ciò non significa che si debba lasciare il mondo così com’è, il mutamento è l’essenza della vita, ma significa che ogni cambiamento, l’eradicazione di un passato rassicurante perché noto, la distruzione di punti di riferimento conosciuti , comportano un’elaborazione simile a quella di un lutto, la presa di coscienza della necessità e dell'inevitabilità del cambiamento e l’accettazione di un nuovo stato delle cose, in virtù di quell’adattamento della psiche alla varietà delle situazioni di cui dicevo prima.
“vecchio non è necessariamente bello”, infatti, è solo vecchio, con la sua carica di significati positivi e negativi. Cambiamolo, senza scandalizzarci se, comunque, non sarà un’operazione indolore.

[Torna su]

Commento 917 del 22/06/2005
relativo all'articolo Diritto d'Autori - il diritto a un ricordo... il d
di Davide Crippa


La richiesta di Ubaldo Peroni ha sollecitato la mia curiosità. Ho avuto la fortuna di laurearmi alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano nei mitici anni in cui i docenti si chiamavano Carlo De Carli, allora anche preside della facoltà, Ernesto Nathan Rogers, Franco Albini, Franca Helg, Vittoriano Viganò, Ludovico Barbiano di Belgioioso ecc. eppure non riesco a ricordarmi affatto di un architetto-docente Giacomo Scarpini, nè mi aiuta il fatto che, nell'unico ritratto che ho reperito in rete, egli si copra intenzionalmente il volto .
Una rapida ricerca su internet mi dice che potrebbe invece ricordarsene tale Piero Milesi, collaboratore di Fabrizio De André (sic!), architetto evidentemente non militante, ma presumibilmente informato.
Confesso che mi interesserebbe conoscere la soluzione di questo interessante "Chi l'ha visto?"

[Torna su]

Commento 905 del 25/05/2005
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Gli studenti d'architettura non potranno mai “ pensare all’arte come ad una profonda estensione esplorativa della loro personalità” soprattutto perchè i docenti non insegnano loro le profonde e puntuali correlazioni dell'arte visiva con l'architettura. Probabilmente perchè essi stessi non ne valutano l'importanza (non voglio pensare che non ne siano in grado) o non ne vedono la necessità, alla faccia della contaminazione interdisciplinare!

[Torna su]

Commento 899 del 16/05/2005
relativo all'articolo Riso amaro
di Ugo Rosa


Il femminismo di ritorno, che ha perso ogni mordente, perché non c’è più niente da mordere, e sfoggia un pacato equilibrio annacquato di qualunquismo, dopo che le battaglie femministe hanno dato alle donne uno spazio che esse stesse non sono state capaci di prendersi, è il modo più o meno elegante che il genere femminile ha scelto oggi per una strisciante e dignitosa marcia indietro, dopo aver sperimentato che, in fin dei conti, il potere ha i suoi aspetti negativi, frustranti e stressanti e logora anche chi ce l’ha.
Personalmente sono sempre stata molto lieta del pregiudizio discriminante che mi ha proibito di fare la minatrice, o la camalla, e che non mi ha mai impedito, invece, di fare l’architetto, nei limiti delle mie potenzialità intellettive e delle mie capacità generali, probabilmente ho avuto vita facile, o mi sono accontentata, o ho mediato tra le molte cose che una donna vuole dalla vita, cioè un po’ tutto, rinunciando un po’ a tutto.
Diversamente da come lo avrebbe fatto un uomo, perché non sono un uomo.
Per libera scelta, come fanno molte donne, non necessariamente architetti, perché le donne hanno rispetto agli uomini priorità diverse, un cervello strutturato diversamente, come ormai la scienza ha dimostrato, una diversa visione del mondo, una costituzione fisica diversa, interazioni ormonali specifiche, partoriscono, hanno il ciclo mensile, la sindrome premestruale, insomma sono DIVERSE.
Sarà forse per questo che ci sono meno donne che uomini architetti, dato inoppugnabile, statistiche alla mano, di cui il genere femminile non ha nulla da vergognarsi, perché le donne vogliono fare dell’altro, magari le veline, ambito nel quale, invece, gli uomini sono tenacemente discriminati.
Insomma, il tira e molla di Casabella non spezza nessuna lancia a favore delle donne, architetti o meno che siano, semmai ne mette in risalto incertezze, debolezze, ovvietà e superficialità mettendo le mani avanti con tutti i suoi “ distinguo, le precisazioni, le cautele e le scuse”. Ma se gli architetti, come gli angeli, non hanno sesso, perché mai Casabella distingue? E se invece il sesso ce l’hanno, perché Casabella non ha mai dedicato, che mi risulti, un numero agli architetti uomini?
Mi aspetto dissenso e proteste dalle femministe, dalle donne-architetto e probabilmente anche dall’associazione “donne architette” dell’Ordine di Roma, in compenso, credo che avrò l’eterna riconoscenza di Ugo Rosa.

[Torna su]

Commento 888 del 15/04/2005
relativo all'articolo Il moralista: miracolo a Milano
di Paolo G.L. Ferrara


Fare un’architettura ad alto contenuto tecnologico che riesca a sembrare già vecchia e già vista, fare progetti plurisignificanti in cui, afferma la moglie/collaboratrice Doriana Mandrelli, “non esiste mai un punto di vista preciso né una direzione privilegiata per osservarli”, tanto che invano si cercherebbe quella giusta per dare un senso al tutto, riuscire ad avere contemporaneamente il cuore a sinistra e il portafoglio a destra (“Il Cavaliere e l’Architetto”, Corriere della Sera, 01.04.2005): queste le rare concomitanze che, con delicato equilibrismo, solo Massimiliano Fuksas riesce a conciliare.
Fortunatamente.
Uno basta ed avanza.

[Torna su]

Commento 849 del 05/12/2004
relativo all'articolo La Cultura Morfologica nella progettualità archite
di Mario Galvagni


Da una lunga intervista di Pietro Zullino a Bruno Zevi comparsa su una pagina del numero 15 (inverno 1998/99) della rivista on line Telema, oggi purtroppo soppressa: "......... Il computer ha portato la libertà, la rivoluzione in casa nostra. Ha abbattuto le antiche costrizioni indotte dagli strumenti di lavoro tradizionali; ha spazzato via la grammatica e la sintassi dell'architettura classica ...... Il computer concede all'architetto di far di tutto e non gli impone niente: questa è la cosa straordinaria. Ci libera da tutte le schiavitù di rappresentazione dell'architettura che nascono dall'inizio del Quattrocento e finiscono... ieri sera........... La consapevolezza divenne generale nel 1988, con la mostra del decostruttivismo al Museo dell'arte moderna di New York. Accettata l'idea della decostruzione fu evidente che questa si poteva realizzare solo con il computer. ....".
Un bell'abbaglio, non c'è che dire.
Scusate se oso, ma i miti ogni tanto vanno scossi, se non altro per far cadere la polvere, anche se si chiamano Bruno Zevi.

[Torna su]

Commento 707 del 05/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Se mi è concesso, vorrei fornire una mia interpretazione dello scritto di Prestinenza Puglisi attraverso quelle che ritengo le chiavi di lettura più idonee .

1)“Noi che predichiamo la simulazione come uno strumento conoscitivo e la applichiamo al cyberspazio, riconosciamo alla copia più vera del vero un certo valore, se non altro a fini conoscitivi.”
Mi pare chiaro che venga riconosciuto al restauro conservativo un fondamentale valore storico e documentale, come può averlo un gigantesco plastico, un modello che riproduce com’era la morfologia di qualcosa di perduto.

2) “L’importante però è che sia sciolto l’equivoco […….]che ciò che noi vediamo non è l’originale ma un oggetto simile privato di vita […..]”
il che va dichiarato senza incertezze, adoperando “gli strumenti dell’inganno con grande intelligenza e accortezza” e, aggiungerei, onestà.

3) Il teatro veneziano “Non era un granchè e, se si fosse perduto, la nostra civiltà non ne avrebbe risentito”, quindi è necessario, a monte, scegliere tra ciò che va salvato e tramandato, e ciò che non lo merita o comunque che rappresenterebbe una perdita ininfluente (“Serve un giudizio cioè una assunzione di responsabilità e un riconoscimento di valore”).

4) “Crediamo, inoltre, che Venezia con un nuovo teatro autenticamente moderno si sarebbe arricchita”, frase che non necessita né di commento né di interpretazione.

Fin qua mi pare che si capisca da che parte stia Prestinenza Puglisi.
Lo trovo più sibillino quando dice che “molte volte le architetture sono sbagliate e accettarle come erano e dove erano è un errore”, concetto discutibile e per certi versi paradossale.

Comunque, poiché tra gli umani accade che talvolta il messaggio che parte sia radicalmente diverso da quello che arriva, cosa che non accade mai nel resto del regno animale in cui i messaggi, per quanto complessi, sono sempre inequivocabili, sarebbe forse lo stesso Prestinenza Puglisi la persona più adatta a chiarire ogni dubbia interpretazione.


[Torna su]

Commento 698 del 19/03/2004
relativo all'articolo Belli e/o brutti (milanesi)
di Maurizio De Caro


"Milano è una brutta e mal combinata città ..... " , sono parole di Carlo Emilio Gadda , dalle quali prese spunto un famoso dibattito sullo stato della città, tenutosi alla Triennale di Milano il 30 novembre 1993.
Sono passati più di dieci anni e Milano è ancora brutta, o addirittura più brutta di allora.
Ci sarà pure un motivo perché ciò accada.
Sarà segno che, dopotutto, ai milanesi va bene così? Sarà segno che, in fin dei conti, il concetto di bello o brutto applicato ad una città è così labile e vago che ciò che per uno è brutto per un altro può essere bello?
Forse sarà che Milano è una città spiccia e bottegaia, la sede della borsa, della finanza, degli affari, e la circolazione dei soldi fa dimenticare la circolazione del traffico, e se non c’è niente di “bello” da veder non importa, c’è tanto di utile da fare.
Perché se Milano fosse “bella”, colta e raffinata non sarebbe Milano, sarebbe Firenze, e se grondasse storia e memorie sarebbe Roma, non Milano, e se avesse la più bella piazza del mondo, e non piazzale Cadorna, che è un nodo viabilistico che forse non ambisce ad essere nient’altro, sarebbe Siena.
Ma non ha dimenticato di essere stata la città del Futurismo, nel 2005 avrà nell’attuale Arengario il più completo Museo del ‘900 e del Futurismo (a firma di tale Italo Rota, vincitore di un concorso internazionale, di cui confesso di sapere poco) che con il Palazzo Reale potrà costituire una straordinaria cittadella della cultura.
Stiamo a vedere, e poi, se del caso, continueremo (a cose fatte, purtroppo) a lamentarci.

[Torna su]

Commento 652 del 13/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Alla conclusione, mi auguro, di un dibattito che ha preso ormai i connotati di quello che definirei il tormentone “Con De Masi per Niemeyer”, noto con una certa curiosità una sostanziale convergenza di giudizio sul progetto ed il suo autore, estranea alla vena fortemente polemica che ha caratterizzato tutto il contradditorio. In nessuno dei commenti che mi sono diligentemente riletta compare una critica negativa verso Neimeyer, nemmeno in quelli dell’acidissimo enricogbotta, che tutt’al più assume un atteggiamento neutro, con poca voglia di entrare nel merito (contento lui…., come insegnano gli antichi, de gustibus…., ecc.)

Cito, dai 33 commenti presenti a tutt’oggi:

……nasce dall’idea di uno dei grandi maestri del Moderno, il 94enne Oscar Niemeyer, e rappresenterebbe sicuramente una buona occasione per accrescere il patrimonio di opere di architettura contemporanea del nostro paese….. (Pierluigi Di Baccio)

…….è sconfortante vedere un grande architetto riportato a questioni di così bassa lega...(Andrea Pinna)

Non si discute il merito e la comprovata professionalità di Niemeyer ….. (Mara Dolce)

……..mi arriva agli occhi l’ultimo progetto di Oscar Niemeyer per Ravello. Con mio grande interesse constato e apro il mio cuore e la mente al prossimo insegnamento che questo grande maestro ci da alla sua veneranda eta’. (Francesco Pietrella)

L'ottimo Domenico De Masi potrà anche perderla, temo, la sua battaglia per il bel progetto di Niemeyer a Ravello, ma le persone libere saranno sempre dalla sua parte (Beniamino Rocca)

Niemeyer è un architetto che ha fatto la storia del secolo scorso, sarebbe bellissimo avere una sua opera nel nostro paese (Arianna Sdei)

benvenuto auditorium!Va bene così……

Lo slancio culturale che darebbe un intervento di questo genere in quella zona, dovrebbe far meditare molti

spero che costruiscano l'auditorium di Oscar Niemeyer a Ravello,
il luogo ci guadagnerà e anche tante altre iniziative culturali previste ed in attesa di realizzarsi….. (Paolo Marzano)

…………….non è in dubbio la forza creativa e l'impegno sociale di questo architetto.
Il suo spessore morale è ben noto a tutti. (Isabel Archer)

………..un grazie specialmente ad Oscar che ha donato all'Italia un altro suo preziosissimo fiore. (Carlo Sarno)

Per una casuale concomitanza, per influenza della buona sorte o di qualche dio dell’architettura, per una rara combinazione planetaria o qualche favorevole posizione astrale, avevamo davanti un progetto che andava bene per tutti, nonostante le carenze legislative, le irregolarità procedurali, i vuoti normativi, il parere di Italia Loro, ed invece di occuparci del progetto ci siamo occupati delle regole, che non sono nulla senza un buon progetto.
Da perfetti imbecilli, abbiamo guardato il dito che indicava la luna.

[Torna su]

Commento 568 del 29/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Gentile Nicoletta Borghese (non mi pare il caso di usare il suo confidenziale "cara"),
non è vero che l'oggi non interessi, mi pare che i temi presenti su Antithesi siano preferibilmente incentrati sull'attualità, come saprà certamente se legge il giornale con una certa assiduità, ma ciò non toglie che si possa anche dibattere sul restauro della Fenice.
Ciò che dice Errico potrebbe essere pubblicato su qualunque giornale, su un giornale sportivo, su un giornale di moda, su un giornale di attualità, si tratta di una protesta generica, demagogica e un po' infantilmente provocatoria sulle "situazioni di bisogno" di cui il mondo è pieno, che si potrebbe anche scrivere sui muri.
Anzi, penso che se volesse veramente giovare a qualcuno, è proprio questo che dovrebbero fare, Errico, o lei o qualche altro armato di buona volontà e bomboletta spray, con risultati più eclatanti, efficaci ed anche decorativi.
Sarà senz'altro d'accordo, vista la sua propensione alla denuncia delle disuguaglianze, che la libertà di espressione contempli anche la possibilità di disquisire sul restauro della Fenice, oltretutto nella sede più adatta, almeno nella stessa misura che le verrà riconosciuta, non ne dubito, quando vorrà gratificare anche una azzeccagarbugli come me di un articolo circostanziato, documentato ed illuminato di critica architettonica a qualcuna delle milionate di metri cubi di costruito di cui non solo lei, ma tutti faremmo volentieri a meno.
Attendo con ansia di leggerla sulle pagine di Antithesi o altrove, basta che mi dica dove e quando.
Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 563 del 27/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Finalmente da Angelo Errico una parola chiara, semplice, categorica, definitiva che pone termine a tutti i dibattiti: l'architettura si costruisce, poi muta, si degrada, a volte viene rifatta, in qualche modo, ma dopotutto, chi se ne frega!
Con tutti i problemi che ci sono al mondo, i baraccati, le carestie, il terrorismo, stiamo qui a parlare della Fenice! Ma chi se ne frega!

C'è solo una cosa sbagliata, in tutto l'insieme dell'intervento così finemente argomentato: la sede, un giornale di critica dell'architettura.
Ma dopotutto, della critica d'architettura, chi se ne frega!
Propongo di chiudere Antithesi.


[Torna su]

Commento 557 del 21/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


"A parlare di restauro, dei suoi effetti visivi nonché dei risultati eclatanti che ne suggellano le singole operazioni, sono veramente in molti fra gli addetti ai lavori e non, e la sensazione che se ne trae è quella di un’attività destinata a superare le più ottimistiche previsioni e aspettative culturali, producendosi in una vera e propria “restituzione degli antichi valori” messi a repentaglio dal tempo e dagli uomini. E’ alquanto difficile trovare, almeno da noi, testimonianze di un atteggiamento meno disponibile verso quell’ottimismo diffuso che ormai caratterizza le iniziative e le affermazioni dei responsabili del restauro, e che influenza a tal punto l’opinione pubblica da farle credere che restaurare un’opera significhi non tanto conservarla il più possibile ma farne rivivere i fasti di una volta, come se la ruota del tempo potesse girare a ritroso ed il passato mostrarsi interamente nella sua verità incontrovertibile ("Filosofia dell'arte e problemi di restauro: il caso di Cesare Brandi", di Cesare Chirici ).
Il risultato di tanto facile ottimismo è sotto gli occhi di tutti, credo che non ci sia architetto che non condivida lo sdegno di Mariopaolo Fadda per un'operazione a ritroso che non riesce, e forse non si pone neanche nella posizione di tentarlo, a restituire un'opera architettonica del passato in termini di leggibilità alla portata della moderna percezione, un'operazione che, per usare ancora parole di Cesare Chirici, "non dà luogo a transiti di senso" e ignora " il passaggio da un passato “sospeso” e virtuale a un presente che rimette in circolo e revivifica una referenza indeterminata".
L'acriticità delle scelte, l'assenza di una cernita selettiva di ciò che va scartato da ciò che va tramandato, la mancanza, in definitiva, di una critica che impedisca un rispecchiamento passivo del passato hanno prodotto, com'era inevitabile, una pedissequa ricostruzione storiografica che, condividendo le parole di Fadda, si può brutalmente definire una plateale falsificazione.
Il concetto di restauro conservativo è, pare il caso di dirlo, come l'araba fenice, esiste, almeno nella teoria, ma è inafferrabile ed ambiguo come pochi.
Mi pare che il problema, sulle pagine di Antithesi, sia già stato più volte affrontato, mi riferisco, per esempio, a Sandro Lazier quando scrive: "[...] Conservare le cose è sempre stato un grande problema per l’umanità, dal cibo alle case, dai ricordi alla storia, gli egizi conservavano persino i morti. Ma se voglio conservare la frutta devo mutarla in marmellata e, allora, l’oggetto della conservazione non è più l’ingrediente ma il ricavato (Ci si preoccupa di conservare la marmellata, non la frutta). Perciò ci si illude di rifare marmellate nel modo dell’antica tradizione, ma si scorda che i frutti sono sempre nuovi.", (Tradizione e identità, Antithesi, 2002).
Un pittore liberty, Gaetano Previati, affermava che, lasciando ad un quadro il tempo di invecchiare, si sarebbe finito per avere un altro quadro, magari migliore dell'originale, sicuramente assai diverso: le opere, come gli uomini, invecchiano e mutano inderogabilmente, nel nome dell' irreversibilità dei processi vitali che rendono la vita unica ed irripetibile.
Il concetto di restauro, poi, ha in sé un inalienabile carattere di provvisorietà che fa sì che non esista un restauro "definitivo", perché al suo compimento ha inizio una nuova, inevitabile mutazione che vanifica ulteriormente ogni pretesa di riportare tutto a "com'era prima".
E' certo che restauri come quello perpetrato ai danni della Fenice andrebbero proibiti.
Per legge.
Il ministro Urbani potrebbe cominciare a pensarci.
Ma se vogliamo fare della critica costruttiva, allora bisognerebbe anche dire quale potrebbe essere l'alternativa, bisognerebbe individuare il discrimine tra una massiccia ristrutturazione ed un restauro vero e proprio, bisognerebbe stabilire quando una struttura possa essere efficacemente curata e quando debba invece essere sottoposta ad una dignitosa eutanasia. Sarebbe proficuo e civile che ora il dibattito si aprisse a queste problematiche, magari proprio sulle pagine di Antithesi, non fosse altro che per fornire utili suggerimenti al ministro Urbani
Per l'Europa ed in particolare per l'Italia, credo che Fadda lo sappia bene, esiste un problema del restauro che in America non si pone, là l'amore dell’antico e il rispetto del passato hanno radici corte, è più facile estirparle e ripiantare nuovi germogli, non può attecchire la sudditanza psicologica a vecchie norme e vecchi schemi, esiste una libertà di idee che da noi è sconosciuta. Non a caso, è in America che il surrealismo europeo ha superato le sue nevrosi ed ha parlato il dirompente linguaggio liberatorio dell'espressionismo astratto.
Personalmente non credo

[Torna su]

Commento 394 del 17/08/2003
relativo all'articolo Storia e critica 4 - racconto di come le cose sono
di Sandro Lazier


Mi sembra di capire che per parlare di storia, qualunque storia, dell’uomo, dell’architettura, dell’urbanistica, sia innanzi tutto necessario mettersi d’accordo sul concetto di storia, per esempio seguendo Sandro Lazier nel suo “percorso alla ricerca del significato attuale della storia”.
E su questo mi pare che non ci piova.
Ad affiancare e forse integrare il testo di Domenico Parisi suggerirei comunque la lettura di una pagina di Giacomo Marramao, professore ordinario di Filosofia politica presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali dell'Università di Roma Tre, dove si legge fra l’altro: "Storia" è una parola greca, "historìa", che vuol dire "rendiconto", all'inizio. E poi diventa una parola che esprime l'idea di un corso degli eventi, che ci abbraccia tutti insieme. Questa idea di storia, che è greca, originariamente occidentale, oggi si trova al cospetto di un mondo globalizzato, in cui l'Occidente ha a che fare con le altre civiltà. Molti mettono in dubbio che si dia quindi una unica storia, che la storia sia unitaria e che la storia possa inglobare insieme tutte le civiltà. Si pongono degli interrogativi molto seri sul concetto stesso, sull'idea stessa di storia…………”(Giacomo Marramao, “ Che cos'è la storia?")
Ciò che va messo in crisi, infatti, nell’epoca della globalizzazione, non è “come” ma “se” si debba o possa fare storia, almeno nella comune accezione del termine.
Mi pare, comunque, che anche sull’idea di una storia che recepisca l’odierna crisi dei linguaggi e delle identità nazionali non ci piova, anche se credo che una storia che sia “storia globale, cioè storia di tutte le società umane che ci sono state sulla Terra….volta a creare una identità di specie” ci sia già e si chiami antropologia. Così come mi pare che oggi, come Parisi auspicava nel febbraio 2001, il linguaggio abbia cessato “di essere il canale di apprendimento privilegiato della storia”, dato l’enorme sviluppo, intervenuto nel frattempo, dei mezzi tecnologici di diffusione di cui disponiamo (tecnologie digitali, realtà virtuale, interattività, ipertesti ecc.), tutti canali “non linguistici” democraticamente ed indiscriminatamente alla portata di tutti.
Sulla convinzione che la storia sia l’organico racconto, in chiave evoluzionistica, di come le cose sono cambiate si potrebbe discutere, tirando in ballo “la nostra necessità di dare giudizi” (Sandro Lazier, “Storia e Critica 2 - Verità storica e verità dei fatti”), che potrebbe viziare il nostro comportamento, o, se vogliamo, rifacendoci a Lucien Fèvre quando dice che “siamo noi che, nel bisogno di “organizzazione del passato”, diamo un ordine, che continuamente viene rivisto, ad una catena di fatti apparentemente senza significato”: perché in tal caso la rilevazione e la lettura di “ come le cose sono cambiate” risulterebbero del tutto arbitrarie, perché, in tal caso, la concatenazione “storica” degli eventi dipenderebbe dall’arbitrario lavoro dello “storico”, un ansioso insicuro alla ricerca di una consolatoria giustificazione che gli permetta di dare un senso al passato, nella recondita speranza di trarne rassicuranti suggerimenti comportamentali per il futuro.
Lo storico, per definizione, è portato al pensiero progettuale, mentre la visione globalistica passa attraverso la destrutturazione, filosoficamente intesa, che è l’antitesi della progettualità, come ci ha insegnato Bruno Zevi con la sua entusiastica adesione al decostruttivismo: si tratta di due verità incontrovertibili ma incompatibili, delle quali una è di troppo.
Essere in grado di leggere un testo (o un evento o un’architettura o un piano urbanistico) senza interporre un'interpretazione soggettiva rappresenta non solo “la forma ultima di esperienza interiore", stando a Nietzsche, ma anche la certezza di non dare ad un racconto un senso che non ha o addirittura di non leggere un consequenziale rincorrersi di cause ed effetti che possono non esserci. E’ difficile, per l’occidente, sospinto incessantemente da un bisogno di ricostruzione storica del passato secondo un concetto evoluzionistico che gli appartiene, ma è ciò che dovremo fare se vogliamo che i nostri discorsi sulla globalizzazione e sulla storia globale abbiano un senso.
Dobbiamo porci il dubbio che “evoluzione e cambiamento” siano due concetti generati dalla metafisica occidentale basata sull'opposizione dualistica del “è o non è” (essere/divenire, vero/falso, bene/male, in questo caso immobilismo/mutamento ecc.), che inducono a leggere gli avvenimenti come “ racconto del passato” nel quale cercare “processi e cause” con la pretesa di attuarne un “ tentativo di comprensione e spiegazione”.
E mi pare che alla luce di tutto ciò possa essere irrilevante stabilire se sia o no storicamente corretto demolire o meno il carcere di San Vittore.

[Torna su]

Commento 390 del 11/08/2003
relativo all'articolo La qualità dell'architettura per legge
di Sandro Lazier


Il disegno di legge del ministro Urbani ha, effettivamente, per certi versi, l’indefinibile proprietà organolettica dell’aria fritta assieme al dirompente contenuto innovativo della scoperta dell’acqua calda.
Però……per quanto arduo ed utopistico sembri essere credere di poter promuovere e tutelare “la qualità dell’ideazione e della realizzazione architettonica e urbanistica” con una Legge-quadro che intervenga sulla qualità estetica, mi sembra che questa 'convincente impossibilità' sia preferibile ad una 'non convincente possibilità', “…..una seria riforma delle professioni, che azzeri le posizioni di privilegio…..” ( mi perdoni Aristotele).

[Torna su]

Commento 369 del 14/07/2003
relativo all'articolo Nonsolomoda, anche idiozie
di Paolo G.L. Ferrara


A proposito del dialogo Fabrizio Leoni - Paolo Ferrara sul molto dibattuto argomento Nonsolomoda ecc...,, qualcuno mi spiega se mi sono persa qualcosa, oppure è uno molti dei casi in cui chi mal comprende peggio risponde (senza offesa per nessuno)?

[Torna su]

Commento 371 del 14/07/2003
relativo all'articolo Critica da allevamento
di Mara Dolce


Egregio EnricogBotta,
sono grosso modo d’accordo sulla sua definizione di critica inutile che "serve solo ed esclusivamente a se stessa”, mi sono espressa in termini simili in un mio precedente commento.
Non sono d’accordo sul fatto che, per essere l’architettura “un servizio che va offerto nel rispetto e nella salvaguardia della vita, della salute, della proprietà e del benessere collettivo”, (e nell’occasione mi complimento per la sua invidiabile chiarezza di idee, nella linea del pragmatismo americano che noi europei invidiamo tanto) debba essere automaticamente esentata da un giudizio critico, almeno così sembrerebbe dal suo intervento. Perché mai? Critichiamo tutto, gli ospedali, le pensioni, i cibi transgenici, perché mai non dovremmo criticare l’architettura?
Il vero tema della discussione, che mi pare lei scavalchi, è definire non l’architettura, ma la critica dell’architettura, che è una delle "definizioni mancanti " del nostro paese, come lei lamenta.
Dino Formaggio dice che “Arte è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato arte”: parafrasandolo, si potrebbe dire che critica è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato critica, quello che intende lei, io o altri. L' Art. 21 della Costituzione italiana recita: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
E' inevitabile che ne beneficino anche i critici d'allevamento, lasciamoli parlare e....critichiamoli!.
Cordiali saluti


[Torna su]

Commento 363 del 02/07/2003
relativo all'articolo Critica da allevamento
di Mara Dolce


"Nella critica ci deve essere un'attitudine alla spregiudicatezza, di viaggio, d'avventura, senza parametri, senza apriori. Sono caduti i rituali dell'avanguardia, siamo immersi ormai in un magma: ognuno si muove a ruota libera, libero nelle memorie, negli strapaesi, nelle archeologie, nei neri, negli scuri, nell'ironia oppure nelle epiche e nelle mitologie. Anche la critica deve fare i conti con questo. O sta a battere cattedra e a parlare del Rubicone, ma allora rimane emarginata, o deve "scendere"."(Emilio Vedova, 1984)

La critica, da allevamento e non, è sempre più spesso un gioco linguistico ed un esercizio narcisistico esercitato dalla figura del “critico creativo”, oggi così diffusa, che inventa il suo ruolo, le sue capacità, la sua autorità, gli architetti e l’architettura da salotto, affetto da un inguaribile logocentrismo (penso a ciò che intende Deridda) , che, tra gli innumerevoli “centri di significato” definiti dal pensiero occidentale, ha posto anche le parole “critica”, “estetica”, “gusto”.
La centralità del linguaggio ha sostituito la centralità dell’architettura, l’imperante logocentrismo e fonocentrismo fa sì che spesso un bel discorso venga scambiato per una buona critica.
Molta critica di oggi è, come molta architettura, inutile: per i criticati, che se ne fregano, per i critici, che restano ognuno asserragliato in posizioni personali senza dialettica costruttiva, per il grosso pubblico, l’utente finale, il non addetto ai lavori, che non può capire neanche il senso di certi farragginosi discorsi.
Così la critica galleggia, come un palloncino, tra la vacuità del senso e la vanità del significato, autoreferenziale, egocentrica, fine a sé stessa.
Che la critica, di qualunque genere, possa e debba assumersi un ruolo di denuncia in nome di un “impegno etico” che le è connaturato, sembrerebbe ovvio ed auspicabile: persino Michael Fried, critico americano in un paese che non brilla certo per coscienza civile e sociale, rivendica per il critico, così come per l’artista, un’autonomia morale nei confronti della società che lo metta in grado di dare dei giudizi, pur ammettendo che potrebbe trattarsi di “una concezione intollerabilmente arrogante”.
Ma non è per sottrarsi all’arroganza che nessun critico parla “dell’architettura delle imprese costruttrici” nelle brutte periferie urbane di tante città italiane: non ne parla perché “scendere” è faticoso, impegnativo, oscuro, il confronto è anonimo, generico, non fa clamore perché il “misfatto” viene compiuto nell’anonimato dei giochi di potere, spesso da personaggi squallidi e sconosciuti.
Se invece il “misfatto” porta una firma illustre, allora non è più un misfatto, vale la pena che se ne parli, e l’architettura scadente troverà, da una parte o dall’altra, una interpretazione illuminante che la trasformi in una interessante sperimentazione proiettata verso il futuro.
Credo che questa, Mara Dolce, sia la realtà contro la quale lei si applica con lodevole, condivisibile, appassionato ed inutile impegno, inutile quanto certa critica: esclusi i presenti, naturalmente.



[Torna su]

Commento 354 del 15/06/2003
relativo all'articolo Critica della critica
di Sandro Lazier


Parlare di critica dell’architettura, e parlarne per traslato, attraverso lo scritto di Guido Guglielmi, professore di letteratura italiana, “ poiché il trasporto degli stessi concetti nell’ambito dell’architettura è del tutto naturale e conveniente” mi pare, francamente, un arbitrio del tutto opinabile.
Due realtà come le “opere di letteratura” e le opere architettoniche, con diversi ambiti di indagine, la lingua e lo spazio (zevianamente inteso come categoria interpretativa fondamentale dell’architettura), sono infatti incommensurabili , ed a maggior ragione non interscambiabili, perché mancanti dell'omogeneità che, per definizione, si assume come elemento fondante e fondamentale rispetto all'intero sistema dei saperi.
Comunque, “a prescindere”, dopo l’analisi acuta, esaustiva ed assolutamente illuminante e condivisibile compiuta dal prof. Gugliemi sulla storia del concetto di critica (letteraria) nel tempo, a partite da De Sanctis ai giorni nostri, vorrei far presente che, talvolta, il discorso non è in realtà così lineare, e citare un caso paradossale (altri ve ne sarebbero), che certamente non fa la regola, ma che ne costituisce una affascinante eccezione: quello di Antonin Artaud, un malato psichiatrico, schizofrenico, più volte sottoposto ad elettroshock, uno squilibrato patologico, un matto che un giorno del 1947 (morirà un anno dopo, internato a Ivry-sur-Seine) visita una retrospettiva di Van Gogh allestita al Museo dell'Orangerie a Parigi e, dopo pochi giorni, scrive un saggio su di lui, "Van Gogh, le suicidè de la sociètè", nel quale, con impressionante lucidità, sviluppa una disamina approfondita della sua opera pittorica come mai nessuno aveva fatto prima né alcuno in seguito farà.
Difficile credere che avesse gusto e quindi capacità di giudicare nei limiti della norma, o avesse un metodo critico organico, a meno che non si ammetta che l’opera di un folle (Van Gogh) possa essere correttamente giudicata solo da un altro folle (Artaud), e allora a questo punto il discorso si farebbe talmente frammentario da essere improponibile e da uscire completamente dagli schemi analitici proposti da Guglielmi, anche se mi pare che aprirebbe scenari inesplorati di fascino eccezionale, mettendo in crisi tutte le teorie logicamente e faticosamente costruite sull’attività, la metodologia e la funzione della critica.
Se è vero, oggi, che un critico fa il critico perché “ ha acquisito una capacità di ascolto, di decifrazione, di lettura” e che tale capacità gli deriva da una sorta di “memoria del sapere” che lo rende in grado di analizzare, dedurre, formulare una sua verità, seppure costantemente in fieri, è anche vero che ciò renderà perennemente il sapere del resto degli uomini una conoscenza di seconda mano, da lui mediata , mentre, in un’ottica forse utopistica ma sicuramente più costruttiva, il critico, nella fattispecie di architettura, dovrebbe innanzi tutto credere “alla provvisorietà della propria funzione”, per dirla con Alessandro Tempi, e preoccuparsi di fornire al suo pubblico gli strumenti per capire autonomamente, anziché le informazioni , inevitabilmente soggettive, atte a spiegare cos’è l’architettura, come avviene in genere e spesso in un linguaggio nozionistico comprensibile solo a chi già sa.
Chiudo con una frase di Barnett Newman di sintetico ed illuminante significato: "Aesthetics is for the artist as ornithology is for the birds" (“The Sublime Is Now”, 1948): il rischio è che la critica pretenda di insegnare ciò che non può essere insegnato e che abbia, per i fruitori dell’architettura, la stessa funzione che l’ornitologia ha per gli uccelli, servire a chi uccello non è.


[Torna su]

15/6/2003 - Sandro Lazier risponde

Beh, io credo che definire la critica come facoltà di dare giudizi di valore valga per la letteratura, l’architettura e l’ornitologia senza differenza. Questo mi pare il punto centrale di tutto il discorso di Guglielmi. Possiamo discutere sul come ma non possiamo astrarre il giudizio – o sospenderlo – in virtù di un democratico relativismo che dice il gusto appartenere a chiunque. Se non ci sono regole per costruire il “bello” (e qui non centrano le differenze di categoria) l’unico modo per stabilire – ovviamente in forma storica, non per sempre- cosa vale e cosa no, è ricorrere al giudizio critico. Un giudizio che non si fonda su concetti chiari e distinti ma sulla lettura dei testi, sull’esperienza che si fa dei medesimi (testi di architettura o letteratura). Per rimanere nell’ambito dell’ornitologia che lei cita, al fine di un giudizio critico, si potrebbe dire che, per conoscere gli uccelli, non è interessante ridurli a categoria ma è più importante la loro frequentazione. Con simpatia ed amicizia.

Commento 318 del 30/04/2003
relativo all'articolo Gehry, Hadid e Libeskind presi...Di Petta
di Paolo GL Ferrara


Scusate il disturbo, ben conoscendo il rischio che corre chi si frappone tra due litiganti mi inserisco in un duello che Paolo Ferrara, con la tranciante conclusività che lo distingue, chiude con un secco: “ Aspettiamo una Sua replica.”, eufemismo che lascia leggere tra le righe : “Ci troviamo fuori, così ce la vediamo tra noi…..”.
Si tratta di un duello fortunatamente virtuale, e si sa che di mouse non è mai morto nessuno, in cui mi pare che il gusto della dialettica prenda talmente la mano da delineare una polemica anche dove non c’è disaccordo: su Borromini, per esempio, dove lei, Ferrara, parla di contenuto, e Di Petta di mezzo, che, come si sa, sono le due seppur diverse facce della stessa medaglia.
Non voglio si pensi che io prenda le difese del “povero” Rosario Di Petta, certamente più che in grado di difendersi da solo ed al quale il mio “povero” vuole esprimere non già pietismo, ma sim-patia.
Perché forse, Paolo Ferrara, Rosario Di Petta , come me e probabilmente tanti altri architetti, ama credere che l’architettura possa scrivere la storia dell’umanità, non con le parole, ma con la pietra, i mattoni, il legno, e che per questo debba raccontare la storia degli uomini, e non quella di un uomo solo, per quanto grande, si chiami Frank O. Gehry o Zaha Hadid o Daniel Libeskind o Coop Himmelblau o Rem Koolhaas, che esprima se stesso.
Parlare di stili, o di tipologie, o di codici o di "quel patrimonio culturale millenario che costituisce il grande libro dell’architettura" può sembrare anacronistico e demagogico in una società multietnica e pluralistica come quella di oggi, in cui la contaminazione culturale ha cancellato il valore identitario della tradizione di popoli e nazioni, ma forse non è proprio così, se ancora oggi la diversità di stile tra un tempio dorico ed uno ionico ci racconta la differenza tra due etnie, l’una pragmatica e l’altra sottilmente intellettuale, o se una tipologia, per esempio il “broletto” nelle città del norditalia, testimonia ancora oggi con la sua sola presenza un’esperienza sociale e politica unica e circoscritta risalente ai tempi di Federico Barbarossa e ne racconta la storia.
L’architettura parla, ma deve parlare un linguaggio universale, se vuole farsi capire.
Oggi, per fare un esempio, la 'Sagrada Familia' ricorda a tutti Antonio Gaudì, un genio dell’espressionismo, anche a chi non sa cosa sia il Modernismo catalano, che fortunatamente è storicamente rappresentato da altri, da Picasso, da Dalì, da Mirò, che hanno sviluppato un discorso più sfaccettato ed aperto: insomma, il mio timore è che fra cento anni il museo di Bilbao possa diventare uno splendido monumento a Frank O. Gehry, l’acuto di uno dei tanti solisti dell’architettura che sono riusciti a cantare certamente per capacità, e poi per favore delle circostanze, opportunità, fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto (sono architetto, certo parlo anche per invidia, spero, Paolo Ferrara, che apprezzi la mia onestà).
So di aver espresso un concetto non molto originale, ci hanno già pensato William Morris e le Arts and Crafts, e so anche che non c’è, oggi, una prospettiva storica sufficientemente ampia sotto la quale valutare correttamente il decostruttivismo o altri movimenti contemporanei, ma credo che l’architettura possa e debba accogliere una coralità di significati che vadano oltre le posizioni individualistiche, riconoscendo all’architetto il compito e al capacità di individuare quelli archetipici e tradurli in pietra, mattoni, legno, per raccontare la storia di tutti noi a quanti verranno.
Aspetto a piè fermo eventuali strali e tolgo il disturbo

Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 324 del 05/02/2003
relativo all'articolo Gehry, Hadid e Libeskind presi...Di Petta
di Paolo GL Ferrara


Riferimento al commento n°323
Egregio Fausto D'organ,
travolta dalla foga della sua dialettica dirompente, dall’enfasi oratoria, dal vortice della spirale barocca di un discorso non sempre comprensibile, confesso che ci ho messo del tempo per realizzare che lei stava parlando con me.
Eccomi.
Dovrei probabilmente esordire con un educato: ”Forse non mi sono spiegata bene….”, preferisco invece dire: “Lei non ha capito bene….”.
Semplifichiamo: io non ho MAI usato il temine “archetipo”, ho usato invece l’espressione “significati archetipici”.
La differenza può essere sottile, non certo irrilevante, e mi stupisce che lei, che ha sviscerato con tanta profondità l’origine etimo-filologica di un vocabolo mai scritto, non abbia colto il palese significato di una breve frase di importanza cruciale per la comprensione di un discorso che lei contesta forse senza aver letto.
Partiamo da una banale analisi logico-grammaticale secondo le regole della lingua italiana: “significato”, sostantivo, astratto, maschile, singolare, è (dall’etimo greco sinnifikantsa) “concetto racchiuso in un qualunque mezzo di espressione” (Nicola Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana), mentre “archetipico” , aggettivazione del vocabolo di cui lei fornisce così puntualmente il senso, è aggettivo attributivo che, in quanto tale, esprime una caratteristica saliente, una attribuzione, appunto, del sostantivo a cui si riferisce.
Nella fattispecie, l’aggettivo “archetipico” conferisce al sostantivo “significato”, qualunque esso sia , il significato (perdoni il bisticcio) di archetipo, senza che esso lo sia.
C’è una bella differenza tra “archetipo” e “significato archetipico”, la stessa che c’è, tanto per fare un esempio a caso, tra “presunzione” e “persona presuntuosa”: se dico di lei che è una “persona presuntuosa”, voglio affermare il suo essere persona, che ha, tra le sue caratteristiche, come caratteristica principale, determinante, “archetipica”, quella di essere presuntuosa, non voglio parlare della “Presuntuosità” (archetipo) in assoluto né dire che lei la rappresenti, lei è anche altre cose.
In ogni periodo storico, indipendentemente dalla sua estensione temporale, sono rintracciabili dei “significati”, anche in questo che stiamo vivendo, in cui lei “continua a correre, a scoprire, a sbagliare….”, e se prendiamo per buona la sua analisi, se il significato che emerge come saliente per la nostra epoca è la la "metastabilità", ecco, è questo il “significato archetipico” che gli architetti di oggi coglieranno, quello che trasferiranno nelle loro opere, quello che chi verrà dopo leggerà.
La mia spiegazione è banalmente didascalica, sono certa che, questa volta, riuscirà a capire cosa intendo dire, basta che si concentri quel tanto che le permetta di ascoltare i discorsi degli altri, specie di quelli a cui vuole dare una risposta o una lezione.

Vilma Torselli

[Torna su]

Commento 229 del 29/11/2002
relativo all'articolo Tradizione e identità
di Sandro Lazier


Tradizione e identità, un dualismo che per noi italiani è un po’ un chiodo fisso, perché per noi il passato non è mai passato completamente.
C’è da dire, a nostra discolpa, che riflettere sulla modernità significa anche, inevitabilmente, mettersi a confronto con il passato e rintracciare rapporti di causa-effetto, così come ognuno di noi rintraccia nella propria infanzia le ragioni della sua attualità, scoprendo che è intervenuto, per fortuna, il Cambiamento, proprio con la c maiuscola, grazie al quale la vita, e l’architettura, vanno avanti.
E quindi, dice Zevi “confidate nel nuovo, nella modernità rischiosa, nella modernità che fa della crisi un valore”, anche se “ la modernità non è un valore temporalizzabile, è uno stato, una tensione, una coscienza…” per la verità con il dubbio che quest’ultima frase sia in realtà attribuibile più verosimilmente a Duchamp.
Ecco, in tutto il suo bell’articolo, egregio Sandro Lazier, che raggiunge il sublime nella metafora gastronomica della marmellata, mi pare che sia troppo sfumato proprio il concetto di modernità, attorno a cui, peraltro, ruota specificatamente la tesi (o forse è il caso di dire l’antithesi).
E’ vero che il nocciolo della questione è il cambiamento, attuato in nome e per conto della modernità, ma è anche vero che si deve volere/potere cambiare, possibilmente sapendo che cosa si lascia e che cosa si cerca, affinchè la modernità non diventi “una promessa mancata di libertà”.
Ecco, leggendola, egregio Sandro Lazier, a un certo punto si è persino sfiorati dal dubbio che modernità significhi nuovi regolamenti igienico-sanitari, coefficienti aereoilluminanti, assi eliotermici e roba del genere: fosse così, saremmo davanti all’uovo di Colombo, anche questo con la c maiuscola, tanto per restare nell’ambito culinario.
La lascio rinnovando alla sua pubblicazione i miei complimenti non solo per la freschezza dei contenuti ma anche per il lessico ironico, pungente e stimolante con il quale gli argomenti vengono esposti, ed aggiungo un piccolo contributo, non mio, alla definizione del concetto di modernità: "La "modernità" è forma, non periodo: forma capace di stare nel tempo (dal tempo attraversata e alimentata) perché pensata da civiltà ove la dimensione temporale sia concettualmente agibile e operativamente efficace."

Cordiali saluti

[Torna su]