Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Daniel Libeskind di Attilio Terragni

di Sandro Lazier - 7/7/2013


I critici sono come gli eunuchi di un harem: sanno come si fa, lo vedono fare tutti i giorni, però non sono capaci di farlo... (Brendan Behan)

Govedì 30 maggio Attilio Terragni è stato ospite nel mio studio di Alba.
In quella occasione mi ha fatto dono del suo libro dedicato a Daniel Libeskind, edito da SOLE24ORE cultura.
Il testo, ricco di immagini, presenta alcune parti importanti che illustrano la posizione dell'architetto nei riguardi della teoria architettonica sviluppata in questi ultimi trent'anni.
Tale teoria, diventata per questo autore argomento di dibattito internazionale dopo l'apertura del Museo Ebraico di Berlino, risulta particolarmente interessante nei passaggi che osservano la sua relazione con il movimento decostruttivista, di fatto venutosi a formare alla fine degli anni ottanta con la mostra “Deconstructivist Architecture” organizzata a New York nel 1988 da Philip Johnson, ma a cui nessuno dei partecipanti dichiara oggi di aderire.
Libeskind, considerato indiscutibilmente tra i maggiori architetti contemporanei, rispetto agli altri suoi celebrati colleghi è quello che ha destato le maggiori perplessità della critica e degli studiosi, in particolare per il suo segno espressivo ritenuto manieristico e formalmente invariato nel tempo.
In questo libro, Attilio Terragni, usando parole virgolettate - e quindi riferibili all’architetto commentato - cerca di portare l’attenzione sulle intenzioni e sulle finalità delle opere descritte, più che sul loro esito formale; più sulle tonalità espressive tipiche della musica, che in fondo fa tutto con sette note e qualche variazione tonale, che non sull’evidenza del panorama gestuale dell’architettura di Libeskind.

Il tema affrontato, e pilastro della teoria, parte dalla considerazione che il valore collettivo dell’architettura è conseguibile mediante la proposizione della sua valenza simbolica, rintracciabile nella sua inevitabile dote caratteriale; qualità, questa, priva di fisicità e per questo chiamata invisibile: “Si tratta, quindi, di sapere se il valore unico e irripetibile del nostro rapporto di adattamento con l'ambiente, con la fisicità, la storia e la materialità delle cose che ci circondano, si possa ripresentare nell'architettura come un orizzonte condiviso e, soprattutto, con una forza paragonabile a quello delle società antiche. Con un balzo storico di tremenda efficacia didattica, studiato con il rigore di un matematico e con la sistematicità di un musicista, Daniel Libeskind ha risposto a questa fondamentale esigenza reintroducendo nella progettazione il tema dell'invisibile...”
Non a caso, per chiarire il concetto di carattere, e degli strumenti idonei per conseguirlo, si prende a prestito la musica: “In un istante la musica crea una nuova atmosfera. I grandi edifici fanno lo stesso, evocano uno stato d'animo preciso dal momento stesso in cui si varca la soglia. Come un brano musicale, lo spazio ha una struttura, una voce, una tonalità.”
Importante, quindi, per l’architettura di Libeskind, è la sua preminente connotazione spaziale che, nelle intenzioni rivelate nelle parole dell’autore, assume la caratteristica del linguaggio musicale.
Ora, è noto come, tra tutti i linguaggi, quello musicale sia il meno compromesso con la possibilità di avere un senso per poter essere apprezzato. I brani musicali non hanno un significato riferibile alla razionalità di un pensiero compiuto. Spesso si tratta di sensazioni che mettono in moto direttamente il nostro complesso emotivo, senza necessità della traduzione interpretativa del linguaggio parlato, in cui la presenza di senso e significato è imprescindibile dalla sua efficacia comunicativa.
Questa è la ragione principale per cui si può affermare tranquillamente, ed in questo caso dando ragione, in una sorta di giocata a tre sponde, ai suoi più strenui detrattori, che le architetture di Daniel Libeskind non hanno senso. Soltanto che costoro, di questa affermazione, non sanno cogliere proprio quel senso di cui vorrebbero esibire l’assenza nelle opere da loro criticate.
Ciò che riguarda il senso delle cose, spesso alimenta preconcetti fragili e instabili sui quali è rischioso fondare i propri ragionamenti speculativi.
Ciò che a volte ci appare come insensato, privo di significato, senza riferimento coerente con il contesto, parlando di architettura, se esperito fisicamente, se ascoltato, per usare un riferimento musicale, può mettere in moto sensazioni che vanno oltre la coerenza formale; che vanno oltre il senso del costruito e del costruire ed entrano inevitabilmente in una dimensione poetica. In fondo, gli architetti non progettano semplici costruzioni ma, se dotati di sensibilità artistica, progettano le emozioni e sentimenti che vivono al loro interno. In fondo gli architetti veri progettano vite.
E Daniel Libeskind è uno che in alcuni casi c’è riuscito.
Grazie ad Attilo Terragni per il suo libro efficacemente esplicativo.


(Sandro Lazier - 7/7/2013)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Sandro Lazier
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti
2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 12500 di andrea pacciani del 17/07/2013


Oh! Finalmente qualcuno che si ricorda come il decostruttivismo sia stato l'ultimo colpa di coda di Pjilippe Johnson, il più proflifico e longevo stratega delle stagioni dell'architettura moderna, che ha saputo cavalcarla e traghettarla dal razionailsmo degli albori (fu allievo di Gropius) a quello maturo degli anni 60' dell'international style al postmodernismo negli '80 ed infine intuendone l'ultimo fuoco d'artificio nel decostruttivismo a 95 anni suonati, una e vita e una carriera al soldo dei Rockefeller.

E' proprio nella parabola eclettica del suo fondatore che bisognerebbe leggere le opere di che di volta in volta ha cavalcato le mode di una sperimentazione formale alla ricerca dell' espressionismo in architettura, sulla pelle delle generazioni che con quegli edifici hanno dovuto e dovranno convivere.

In un epoca di sostenibilità ambientale, di salvaguardia dallo spreco di territorio e di risorse rinnovabili il "non senso" di certe architetture sperimentali fanno rimpiangere a quando queste energie si concentravano nei padiglioni e per gli eventi delle Esposizioni Internazionali, nelle architetture scenografiche, e in quelle teporanee di spettacolo, ovvero in tutte quelle costruzioni progettate e costruite per celebrare la contemporaneità non dovessero intralciare la convivenza delle generazioni successive.

Una costruzione architettonica ha una durata media di un centinaio d'anni (il cemento armato dai manuali di tecnica non è garantito per di più di tanto,...meno male..), 4 generazioni di persone che vivono vite completamente diverse e lontane tra di loro su ogni fronte con la distanza generazionale sempre più ampia.

Mi piacerebbe che gli architetti sapessero progettare nella consapevolezza morale della durata delle proprie costruzioni nel lungo termine, non solo materiale ma anche della loro fruizione.
Non credo che a Liebeskind o Ghery e ai loro committenti interessi che tra 2 o 3 generazioni i loro edifici possano servire a qualcosa o a qualcuno, o siano manutenibili, restaurabili, ampliabili o modificabili, ma poichè la conemporaneità con cui sono stati progettati e costruiti passerà molto più velocemente della durata fisica degli edifici questo diventerà un problema.

Il danno conclamato è quello di una prevaricazione della libertà espressiva dell'architetto a danno della libertà di chi dovrà vivere in futuro in quei luoghi che non gli apparterranno più o che sarà costretto a demolire e ricostruire anzitempo.

E' un gioco che funziona ed ha funzionato per un secolo a tutto vantaggio del continuare a costruire senza interruzione alimentando la speculazione edilizia, rinnovando le poetiche espressive ogni vent'anni ed oggi inseguendo l'impreparazione culturale dei paesi in via di sviluppo

Ma oggi tutto questo sembra privo di senso. Qual'è il patto generazionale? Fino adesso è stato: ti lascerò una città più grande, più bella e più nuova in cui vivrai meglio grazie alle tecnologie ad oggi disponibili.

Oggi sembra tanto una promessa a cui non crede più nessuno.

La promessa dovrebbe essere: ti lascio una città più a misura d'uomo, con consumi contenuti, che potrai manutenere con poca spesa, adattabile nel tempo a nuovi usi, nuove funzioni e nuovi ospiti che oggi non sappiamo nemmeno immaginare.

E' qui che faccio fatica a vedere ancora vivo l'ultimo sogno di Philippe Johnson!


Tutti i commenti di andrea pacciani

 

2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 12498 di michele del 08/07/2013


complimenti per l'articolo così chiaro ed esaustivo.

Tutti i commenti di michele

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]



<