Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Metrocubismo in salsa verde

di Sandro Lazier - 27/1/2015


Metrocubismo in salsa verde ovvero quando l'ecologismo di maniera giustifica un progetto mediocre.
Si poteva fare meglio d'uno scatolone vetrato che non ha nessun riferimento con la complessa e frastagliata ricchezza morfologica del quadro torinese. Quello di Torino per Banca Intesa, malgrado l'ambizione populisticamente ambientalista, è un progetto vecchio e premoderno, che dichiara il limite di Piano, ottimo costruttore ma incapace di leggere e interpretare lo spazio.
Nella serie di fotomontaggi, che seguono la fotografia reale, sono rappresentate alcune soluzioni alternative che mostrano come la qualità dell'architettura non possa prescindere dalla complessità del linguaggio contemporaneo e dall'articolazione dei volumi e degli spazi.



(Sandro Lazier - 27/1/2015)

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1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 13598 di Vilma torselli del 24/04/2015


Il confronto faccia a faccia con al mole antonelliana e quello a distanza con le cime spigolose delle alpi suggerivano, in effetti, il tema di un dialogo che non c'è.
Non si capisce perchè l'ecosostenibilità debba necessariamente esprimersi in uno "scatolone vetrato", specie se il pensiero va al grattacielo di un'altra banca, la Norddeutsche Landesbank ad Hannover, a firma di Günter Behnisch, esempio di controllo sugli aspetti tecnologici, impiantistici, strutturali e funzionali che già nel lontano 2002 poneva al centro della progettazione una gestione intelligente delle disponibilità energetiche nel rispetto dell'ecologia e dell'inquinamento ambientale: l'effetto camino per una ventilazione naturale, l'isolamento della facciata a doppia pelle, il raffreddamento tramite un serbatoio che ottimizza i consumi d'acqua, alette esterne per direzionare la luce naturale e specchi eliostatici per l'energia solare, migliaia di diodi inseriti nel cristallo stratificato delle facciate per l'illuminazione notturna a basso costo......... il tutto senza rinunciare ad un segno architettonico forte, visionario, espressionista come si addice a quella cultura.

A Torino, mi pare che Piano, spesso sospeso tra minimalismo high-tech e intellettualismo qualunquista, non si sia staccato dal suo target, realizzando un'architettura anonima e un po' vecchiotta, ad 'effetto ferraglia' come già alle origini il suo Beaubourg, che però almeno cercava un confronto con la tipologia costruttiva delle demolite Halles e della tour Eiffel (credo!).

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