Giornale di Critica dell'Architettura

4 commenti di Andrea Pirisi

Commento 6976 del 26/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l'ha già
di Teresa Cannarozzo


Io mi permetto di fare solo un appunto: guardando la mia città e più in generale la provincia mi chiedo se ci sia davvero bisogno di altre case. Ovunque mi guardo attorno e vedo fabbricati vuoti, persino in centro storico. Allora perchè non favorire il recupero dell'esistente invece che consentire la nuova costruzione di cubature?

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Commento 6904 del 09/03/2009
relativo all'articolo Agilità e velocità
di Massimo Pica Ciamarra


Il concetto di responsabilizzare il professionista per velocizzare i processi burocratici e diminuire i tempi d’attesa tra la presentazione del progetto e l’apertura del cantiere è già stata da tempo introdotta con la D.I.A., che in alcune regioni (es. Lombardia) è una SuperD.I.A., che può sostituire in tutto e per tutto il Permesso di Costruire.
Tuttavia questa sorta di accelerazione dei tempi burocratici è servita solo ad aumentare in maniera esponenziale il concetto del “si fa quel che si vuole (o quasi) tanto non controlla nessuno” e così in effetti potrebbe essere. Contribuendo alla diffusione di piccoli (a volte non troppo piccoli) abusi.
Il professionista presenta ogni cosa per far contento il committente e, il comune non controlla, e quando lo fa non si metto certo a denunciare il professionista che “... tiene famiglia”... gli ordini e i collegi fanno finta di niente e così la qualità architettonica e del paesaggio italiano peggiora sempre di più.
Ma è proprio vero che la velocizzazione debba passare per un’assenza di controllo da chi è proposto a farlo o forse non sarebbe più semplice modificare le leggi e i regolamenti, magari uniformandoli dove si può, dare poche norme e più chiare in modo che chi progetta non ha problemi a capire fino a dove può spingersi e chiè preposto al controllo non è sommerso di pratiche dove deve verificare di tutto e di più a volte anche stando attento ai sotterfugi utilizzati dal progettista per nascondere qualche piccola irregolarità?
Credo che la burocrazia debba essere sempre più ridotta, ma credo anche che si debba cambiare la mentalità dei progettisti che soddisfare il committente non si preoccupano degli scempi e della bassa qualità della loro progettazione.
Poche regole, ma chiare e molta ma molta più professionalità rispetto del paesaggio, umiltà da parte di chi è preposto alla modifica dell’ambiente che ci circonda e che rimarrà ai nostri figli.

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Commento 6675 del 04/01/2009
relativo all'articolo Caso Casamonti
di La Redazione


Dopo aver letto delle vicende giudiziarie dell’Architetto Casamonti e tutti i commenti pubblicati mi chiedo, e chiedo se qualcuno è in grado di rispondermi, quale ruolo abbia l’architettura nella nostra società. Mi sembra di capire, e forse l’ultima biennale ne è un esempio evidente, che sia stata relegata al ruolo di arte cosmetica. Cioè le famose archistar di cui tanto si parla sono in effetti dei visagisti urbani, a volte addirittura dei chirurghi estetici del paesaggio. Ma i risultati sono davvero sempre migliorativi? Cioè è corretto dire che chi è un bravo truccatore ha il diritto/dovere d’intervenire per garantire una qualità che altrimenti nessuno sarebbe in grado di dare? Quindi se è così allora si faccia una votazione, si eleggano “a furor di popolo” i migliori architetti e gli si dia la possibilità di fare quello che vogliono dove meglio credono per salvare la terra da un imbruttimento e un invecchiamento che diventerebbe deleterio. Un tocco di rossetto o un’incisione per risollevare le borse sotto gli occhi delle città.... Perchè se il proclamarsi paladini della vera architettura, quella universalmente riconosciuta come tale (?) dà automaticamente il diritto di porsi come salvatori e quindi d’intervenire per evitare il decadimento urbano (a discapito di tutti gli altri “architetto minori”), allora bisogna prima di tutto capire chi può dare questo ruolo, all’Architetto Casamonti e a molti altri, e chi sopratutto può toglierlo. Sempre che l’architettura sia effettivamente solo un fatto di estetica del paesaggio o cosmesi ubana....

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Commento 989 del 16/11/2005
relativo all'articolo Con il CoDiArch per il Consiglio dell'Ordine di Mi
di Paolo G.L. Ferrara


Egregio Prof. Ferrara, sono pienamente d'accordo sull'aggiunta relativa all'Esame di Stato fatta dal Dott. Renato Cavestro.
Io mi sono laureato "tardi" perchè ho dovuto affiancare lo studio al lavoro e nel periodo dell'Università ho continuato a svolgere la professione di geometra alle dipendenze di un'impresa.
La mia esperienza professionale (decennale) potrei definirla senza modestia sodddisfacente, ho lavorato nel privato, nel pubblico, ho fatto corsi per abilitarmi nei vari settori dell'edilizia o semplicemente per interesse personale (sempre e comunque nel campo dell'architettura, vedi ad esempio il corso di architettura bioecologica ANAB). Una volta laureato ho tentato l'esame di stato ma non l'ho passato. Mi chiedo in che modo una commissione che non sa assolutamente niente di me possa valutare la mia professionalità (non dico le mie capacità di architetto).
Ho deciso per protesta (ovviamente mia personale) di non tentarlo più e di aspettare una modifica all'attuale normativa con la speranza che venga tolto ogni paletto e che la verà professionalità dell'architetto possa essere dimostrata "sul campo". Nel frattempo volendo potrei riiscrivermi all'albo geometri (per il quale sono già abilitato) oppure.... lavorare per qualche ingegnere per il quale, non si capisce perchè, l'esame di stato è solo un pro-forma.

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