Giornale di Critica dell'Architettura

10 commenti di Ettore Maria Mazzola

Commento 11087 del 04/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Scusi Lazier,
ma l’unico ad offendere è lei con accuse gratuite, quanto patetiche, ed è ridicolo che accusi me di farlo. Conosco bene questo sistema, utilizzato in politica internazionale da molti presunti pacifisti, quindi rispedisco al mittente l’accusa, e le dico che mi sono limitato a farle notare che si esprime dicendo "Tra due teorie contrapposte non miro alla loro sintesi. Difendo la mia con tutte le energie possibili, perché prevalga"si comporta come un dittatore.
Se il suo giornale parte dal presupposto che ciò che non si condivide (per ragioni ideologiche e non logiche) debba criticarsi a priori, addirittura prima ancora che i disegni e le relazioni descrittive siano noti, se permette è un giornale che non conosce il significato dell’obiettività. Così come non vedo nulla di strano nel farle notare che l’antitesi dovrebbe divergere (per motivi logici) dalla tesi, mentre lei propone (e progetta) cose trite e ritrite dalla “cultura” egemone.
La sua frase “Lei, se riesce a fare i suoi quartieri “aggiungendo rispettosamente”, lo faccia senza patemi. Noi glieli criticheremo come abbiamo sempre fatto” non può quindi che essere riassunta nell’aforisma di Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare».
Quanto al dittatore di Bananas, se lo ha dimenticato, si tratta di un personaggio di Woody Allen che, dopo aver combattuto per cacciare il dittatore, prende il potere e si comporta peggio del predecessore, imponendo cose stupide come: “da oggi le mutande andranno cambiate due volte al giorno e, per poter controllare che la cosa avvenga, andranno portate sopra, e non sotto gli indumenti!”. Se permette, non c’è nulla di imbarazzante in tutto ciò, mi sembra un paragone azzeccatissimo con chi dice di combattere un sistema imponendone uno ancora più rigido e ideologizzato.
Quanto al commento di Lenzarini, sarebbe interessante sapere come mai si esprima con frasi come “la differenza tra sedicenti 'tradizionalisti' e veri architetti”, poiché nella realtà i veri architetti sono quelli che cercano di fare architettura, mentre quelli sedicenti tali sono coloro i quali si limitano a produrre edilizia … ma probabilmente questa sfumatura è difficile da comprendere.
Il problema degli architetti lobotomizzati in nome del modernismo è che, come nel mito della caverna di Platone, sono fermamente convinti che la loro visione distorta della realtà corrisponda alla verità assoluta … non importa se al di là dell’antro possa trovarsi un mondo migliore che li inviti a riflettere. Del resto, per chi si è formato (spesso non per propria colpa) in maniera sommaria e facilona, risulterebbe troppo faticoso rimettersi a studiare, così risulta più facile accusare chi ne sappia più di lui di essere in errore! «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare».
Pensavo, sbagliando ovviamente, che si potesse instaurare un dibattito utile e costruttivo con chi, pur pensandola diversamente in termini di estetica, sembrava davvero intenzionato a combattere un sistema degenerato … ma sono bastati due post per chiarirmi le idee. Non c’è peggior sordo di chi non voglia ascoltare. Esco quindi da questa caverna, lasciandovi godere delle ombre che tanto credete vere e vi affascinano!

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Commento 11083 del 02/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Gentile Lazier,
lei dice: "Tra due teorie contrapposte non miro alla loro sintesi. Difendo la mia con tutte le energie possibili, perché prevalga".
Io le dico che questa è la posizione di tutti i dittatori, perché le teorie come le sue, sono assolutamente personali, e non condivise.
Lei quindi predica bene e razzola male ... sembrava che detestasse le imposizioni, evidentemente lei è come il dittatore di Bananas!
Lei accusa noi di "copiare dal passato", ma è del tutto fuori strada, chi sostiene l’architettura filologica” non copia, ma aggiunge rispettosamente.
Io non copio mai nemmeno me stesso, io e quelli come me, cerchiamo di intavolare un dialogo con ciò che ci circonda. Il suo problema è che, sapendo fare solo “monologhi atti a far sì che la sua opinione prevalga” non potrà mai provare a dialogare con il contesto, ed accuserà sempre chi sia in grado di farlo di essere in errore … comodo, no?
Quindi dice "Difficile, quindi, per me continuare un confronto sull’architettura senza l’architettura (perché quella da voi proposta, tale non considero). La creatività è il mio paraocchi senza il quale non m’interessa vedere nulla, almeno su questo giornale".
Ebbene, le devo tristemente far notare che l'architettura senza architettura è l'edilizia, ovvero ciò che lei pratica nella sua professione e sostiene con il suo giornale. Tra l’altro, un giornale che si chiama "antiThesi", si suppone debba provare a divergere, con argomentazioni sostenibili, dalla tesi corrente, ciò che non farà mai per non crearsi nemici tra coloro che le fanno comodo.

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2/1/2012 - Sandro Lazier risponde

Scusi Mazzola, lei continua a insultare me e il giornale che dirigo con Ferrara da 12 anni. Non abbiamo mai chiesto niente a nessuno e ricevuto niente da nessuno. Tutto avviene per puro, autentico e libero spirito critico. Lei non può accusarci d’esser servi di qualcuno o peggio dei leccapiedi. La nostra storia di giornale e personale lo dimostrano. Dittatore di bananas, poi! È imbarazzante! Per lei che lo afferma, ovviamente…

Senta, sono nonno da tre anni di due stupende nipotine. Siccome devo incontrarle ogni sera – e le assicuro che è una gioia sopraffina- non voglio rovinarmi l’umore litigando per causa della filologia. Lei, se riesce a fare i suoi quartieri “aggiungendo rispettosamente”, lo faccia senza patemi. Noi glieli criticheremo come abbiamo sempre fatto, perché questo è il mondo della critica (se no a che servirebbe). E tutto finirà li.
Auguri

Commento 11082 del 02/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Caro Lazier,
se lei dice “Occorre limpidamente dichiarare la propria parzialità e offrirla al confronto”, perché poi sostiene di essere “schieratissimo e poco disposto ai compromessi ideali?”.
Un confronto sano, anche quello combattuto su toni aspri, serve ad aggiornarsi e a crescere per trovare, insieme, delle soluzioni che soddisfino tutte le parti in causa. Diversamente, il “primadonnismo” e la “convinzione di onnipotenza” servono solo a stimolare le rivalità, e finiscono per creare delle barriere insormontabili che portano solo all’acutizzarsi dei problemi.
Gli architetti, ma tutti gli artisti in genere, risultano infettati da questo “virus”.
Nell’ultimo film di Woody Allen c’è un bellissimo scambio di battute tra il protagonista, aspirante scrittore di romanzi, ed Hemingway. Il protagonista chiede al grande scrittore di leggere il suo manoscritto per dargli la sua opinione. Hemingway, in tutta onestà, gli dice a muso duro un qualcosa che suona così: “non chiedere mai ad uno scrittore di giudicare il tuo romanzo, ti dirà sempre che fa schifo perché noi scrittori siamo invidiosi e rivali, e non accettiamo il successo altrui!”
È tristissimo, ma è proprio così, gli artisti vivono nella rivalità e, di questi tempi, vivendo in un’era imbastardita dal consumismo, dalla frenesia e dalla “voglia di apparire”, essi tendono a non ascoltare nessuno, e a superare sé stessi in termini di stravaganza … pur di apparire.
Quando questo avviene nelle arti in genere, il problema è relativo, perché risulta limitato al loro ristretto campo d’azione, un libro, un museo, una sala per concerti, una parete di casa, ed è una scelta personale quella che fa sì che una persona comune entri in contatto con quell’”opera d’arte”, leggendo quel libro, visitando quel museo, ascoltando quella musica, o appendendo sulla parete di casa un determinato quadro.
Quando però questo si verifica tra gli architetti, gli effetti collaterali sono ben diversi, perché gli architetti modificano lo spazio vissuto e, con le loro realizzazioni, possono influire positivamente, o molto negativamente, sulla salute psicofisica delle persone.
Arroccarsi dunque in un mondo tutto proprio, dove per poter dare libero sfogo al proprio estro creativo un architetto può arrogarsi il diritto di non ascoltare il parere degli utenti finali della sua opera, ridotti al ruolo di “cavie umane” su cui testare le proprie convinzioni, porta alle estreme conseguenze che stiamo vivendo oggi, dove le città risultano sempre meno vivibili e, a detta della Commissione Europea per l’Ambiente, gli edifici che abbiamo realizzato negli ultimi 70 anni risultano responsabili del 51% del consumo energetico e del surriscaldamento del pianeta … un bel successo se, come lei sostiene, “Per voler bene al mondo, oggi, occorre essere problematici”.
Io, sbagliando, penso che la nostra presunzione di onnipotenza, tanto cara al suo Zevi che sosteneva che chiunque poteva ritenersi un poeta dell’architettura, debba essere messa da parte, per riprendere la “retta via” che abbiamo smarrito.
Le rammento che in Italia, l’ultimo (o forse il penultimo) ad aver passato la sua vita dicendo “io non sbaglio mai” è stato Mussolini, e si è visto la fine che ha fatto.
Che senso ha dire “Noi cercheremo di ostacolarla”? Perché uno, senza conoscere il lavoro di una persona, dovrebbe a priori decidere di ostacolarla? Ovviamente la risposta è nella frase di Hemingway di cui sopra.
Ma questo non è il modo giusto per progredire, è un modo un po’ infantile e litigioso di farsi la guerra l’un l’altro, modo che non giova né all’uno né all’altro. Questo sistema fa sì che, a pagarne le conseguenze, sia l’ignara società, costretta ed assistere inerme ad una guerra ideologica che, in quanto tale, è una guerra stupida.
Lei mi chiede:“Chi non ha limiti culturali e parzialità di vedute? Lei, forse? Ha verità tali da ritenersi completo culturalmente e detentore d’una verità indiscutibile?”
Io le rispondo che non ho, e non presumo di avere, delle verità indiscutibili, però ho avuto il coraggio, fin da studente, di mettere in discussione le cose che mi venivano impartite in maniera dogmatica. Rarissimamente volte dall’altra parte della cattedra ho avuto la possibilità di trovare gente aperta al dialogo, e così ho sviluppato il mio interesse nella controinformazione che, se non altro, mi dà la possibilità di avere una visione più ampia della realtà.
Le faccio un esempio, molto riduttivo del problema: gli edifici della Garbatella di Roma che risultano essere i più “celebrati” dalla cultura ufficiale sono gli “Alberghi Suburbani” realizzati da Innocenzo Sabbatini. Questi edifici dovevano servire a dare ricovero agli sfollati del centro storico, che tali erano, in seguito alla politica degli sventramenti. La guida di Roma Moderna li definisce così: «quattro alberghi denunciano una sperimentazione progettuale che rimanda a suggestioni futuriste, ad un pittoresco tec

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2/1/2012 - Sandro Lazier risponde

Gentile Mazzola, io amo combattere le idee, non le persone. E lo faccio senza compromessi. Per di più sono poco hegeliano. Tra due teorie contrapposte non miro alla loro sintesi. Difendo la mia con tutte le energie possibili, perché prevalga. La scienza funziona in questo modo, con ottimi risultati. Il dibattito tra chi sosteneva che la terra fosse tonda e chi piatta, non costrinse la stessa a diventare una brioches. Perché non dovrebbe funzionare così anche il resto del mondo?
Detto questo, non posso accettare una discussione fondata sul presupposto della vanagloria degli artisti. Non m’interessa la psicologia, perché ci capisco poco. M’interessano, vanagloria o meno, gli esiti del lavoro degli artisti i quali, se non possono creare ma solo copiare dal passato, tali non considero.
Difficile, quindi, per me continuare un confronto sull’architettura senza l’architettura (perché quella da voi proposta, tale non considero). La creatività è il mio paraocchi senza il quale non m’interessa vedere nulla, almeno su questo giornale.

Commento 11080 del 01/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Caro Lazier,
lei dice: “Mi ero promesso una riflessione di fine anno – un anno molto difficile – da proporre ai lettori in vista di quella che sarà sicuramente una svolta nella professione degli architetti. L’imminente riforma degli ordini professionali”, ed aveva tutto il diritto di farlo, ma per far questo avrebbe dovuto evitare di scadere in argomentazioni ideologiche, prive di relazione con l’oggetto del discorso, e soprattutto false e fuorvianti.
Nessuno avrebbe messo mai in discussione le sue parole, se il suo discorso si fosse limitato a discutere delle problematiche reali che riguardano la nostra professione e la burocrazia che le gira intorno.
Il problema è che lei si era promesso di fare il solito monologo sciacqua cervello, ma è incappato nella critica non solo mia, ma anche di altri lettori … dovrebbe dedurre che non tutto ciò che dice risponda all’opinione di tutti gli architetti, e soprattutto delle persone che non hanno nulla a che fare con la nostra professione … se non quella di dover vivere all’interno di ciò che noi progettiamo.
La parzialità del suo punto di vista, e l’astio nei confronti di chi diverge dal suo pensiero la portano quindi a sparare accuse come quella che mi vede come un “pasdaran” … ma che c’entra la religione in tutto ciò? Posso avere qualche sospetto, ma lascio andare la cosa perché, ritenendomi laico ed obiettivo, la cosa mi fa abbastanza ribrezzo.
La sua parzialità di vedute, che in realtà si chiama “limite culturale” la porta a definire il mio progetto per Corviale come una “caricatura dell’ottocento neoclassico”, dimostrando che lei non conosce affatto quel periodo storico!
Per sua conoscenza, comunque, la informo che il mio progetto e i miei scritti partono proprio da una dura critica nei confronti del Neoclassicismo e del Beaux Arts che considero due grandi errori, analoghi, ma in maniera diversa, all’errore più grande dell’International Style, perché portarono ad una visione piatta e uniforme del mondo. Se ne deduce che lei, abituato a parlare con la pancia, piuttosto che con la mente, abituato a giudicare le immagini in base al suo pregiudizio – malattia tipica degli architetti – non riesca a riconoscere un impianto urbanistico ottocentesco, da un altro che tende invece ad armonizzarsi all’ambiente in cui sorge in base ad un modello senza tempo … o forse non lo conosce affatto!
Il Neoclassicismo, e peggio ancora il Beaux Arts, con le loro visioni piatte, prevenute e ottuse, hanno gettato le fondamenta alla teoria dell’azzeramento della storia. Basta leggere gli scritti di Giulio Magni, o di Gustavo Giovannoni, per rendersi conto di quello che era il sentimento generale all’inizio del Novecento. Ecco quindi che, se da un lato ci fu – ovunque in Europa – un tentativo di rivendicare le proprie origini culturali con movimenti reazionari che portarono alla “riscoperta delle tradizioni locali e del regionalismo” – che a Roma generarono il “Barocchetto Romano” – dall’altro ci fu il proliferare di movimenti reazionari avanguardisti e visionari che, sebbene risultassero mossi da tutte le buone intenzioni di “indipendenza”, finirono per sfociare nella peggiore produzione architettonica e urbanistica dell’intera storia dell’umanità, specie a seguito delle cose portate avanti da LeCorbusier … sponsorizzato dall’industria automobilistica. (Essendo l’argomento lungo e complesso, e non volendo monopolizzarle lo spazio, la invito a leggere il mio vecchio post sul blog De-Architectura in cui raccontavo, elencando le fonti, una serie di “verità nascoste” dell’avvento del Modernismo).
Il problema delle persone che, come lei, pensa di dove guardare solo in avanti, è quello che ha finora generato solo problemi. Chi guarda solo in avanti è presuntuoso, e talvolta nasconde una impreparazione culturale, chi invece si guarda anche indietro, per vedere se c’è qualcosa di saggio da riprendere in considerazione, non è un passatista, antichista o tutto ciò che lei vorrà dire, bensì una persona umile che, diversamente dall’architetto demiurgo modernista, pensa di poter fare tesoro dell’esperienza passata che il tempo ha dimostrato aver avuto successo, un’esperienza che, se ha funzionato, può ancora funzionare, eventualmente con i dovuti aggiornamenti.
Piuttosto che accusare – con argomenti insulsi – chi secondo lei compie “falsi storici”, farebbe bene ad accusare chi promuova il “falso futuro” … Tra l’altro, guardando i suoi progetti, qualcuno potrebbe definirli come dei “falsi storici che pescano negli anni ’50 e ’60, con intrusioni operate “falsificando” Eisenmann e i decostruttivisti”, ma cosa conta un giudizio del genere per chi, diversamente dall’architetto rivale, non ha interesse a farlo?
Le consiglio di evitare quindi di parlare per luoghi comuni, con frasi come “Abbiamo necessità di rinascere, di recuperare vent’anni di letargo conservatore, vent’anni di nausea per le minestre rifatte e riscaldate, le sagre della zucca e del culatell

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1/1/2012 - Sandro Lazier risponde

“Nessuno avrebbe messo mai in discussione le sue parole…”
Male. Pretendo d’essere discusso e contraddetto.

“La sua parzialità di vedute, che in realtà si chiama “limite culturale” la porta a definire il mio progetto per Corviale…”
Io sono convintissimo della mia parzialità di vedute e del mio limite culturale, ma non me ne dispiaccio. Diffido sempre di chi si dice obiettivo e imparziale. Le volontà che vengono imposte come leggi di natura, oppure della ragione (ed è questo il vero limite del razionalismo, non la vanagloria degli architetti) sono pericolose. Occorre limpidamente dichiarare la propria parzialità e offrirla al confronto. Queste sono la scienza e la democrazia moderne. L’obiettività è una tensione morale che appartiene al senso di giustizia di ognuno, ma non può essere il motore delle idee. Può essere l’esito di un confronto, mai il fine.
Chi non ha limiti culturali e parzialità di vedute? Lei, forse? Ha verità tali da ritenersi completo culturalmente e detentore d’una verità indiscutibile?

“Il problema delle persone che, come lei, pensa di dove guardare solo in avanti, è quello che ha finora generato solo problemi.”
Una volta Einstein scrisse: “Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno.”
Quindi la cosa m’inorgoglisce. Io sono fiero di essere un problema e non una facile soluzione per una società addormentata che sta correndo a cento allora verso l’inciviltà. In periodi come l’attuale, occorre stimolare la creatività, l’idea originale, non la copia di quelle passate perché, quelle, erano originali (non sempre) allora e risolvevano (non sempre) problemi d’allora. La soluzione per lei quale sarebbe? Cercare di non sollevare problemi nuovi perché, per quelli antichi, già abbiamo la soluzione che funziona? Il compito supremo dell’arte moderna è quello di scavare nelle pieghe nascoste dell’anima per nutrire anche quelle. Oggi sappiamo bene che è il disagio il motore del cambiamento. Chi sta bene e ha il culo al caldo non si muove. La modernità, diceva Baudrillard, è trasformare la crisi in valore. Per voler bene al mondo, oggi, occorre essere problematici.

Detto questo, le riconosco di essere aperto al confronto. Le riconfermo, però, che io sono schieratissimo e poco disposto ai compromessi ideali. Come è giusto che sia nel gioco democratico. Porto avanti le mie tesi, con Paolo Ferrara, su un giornale che abbiamo fondato su basi dichiaratamente zeviane. Non si scandalizzi, quindi, se saremo duri nei giudizi verso l’architettura che lei propone. Se riuscirà a realizzarla, buon per lei. Noi cercheremo di ostacolarla nel’unico modo che ci è concesso, cioè con la critica e il confronto d’idee. Saranno i lettori a decidere se continuare a condividere le nostre tesi oppure le vostre. Giudicarle vere o false ci penserà il futuro.

Commento 10957 del 30/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Lazier,
pedante sarà lei, con la sua presunzione ed arroganza, e con le sue patetiche frasi alla Zevi sull'architettura di stampo tradizionale.
Credo proprio che il suo problema sia quello della "volpe e dell'uva".
Visto che, come ha sostenuto nel precedente commento, nella sua formazione c'è "pochissima accademia", piuttosto che parlare per luoghi comuni e menzogne, accusando gli altri delle proprie colpe, vada lei a riformarsi, perché è lei, e non io, la dimostrazione dei limiti dell'università italiana.
Impari a dialogare civilmente con chi non la pensa come lei ... o le dà fastidio non poter continuare a fare i suoi monologhi?
Il web è democratico, e tutti hanno la possibilità di replicare, specie quando si sostiene l'assurdo per tenere in piedi il suo castello di falsità e di pregiudizi.
Accusa gli altri di non rispondere alle domande, ma lei è uno slalomista da far impallidire Alberto Tomba, non ha dato ancora alcuna risposta alle domande precedenti.
E si aggiorni, sembra la fotocopia mal riuscita del suo idolo Zevi.
Non ho problemi a riprendere il discorso, ma a patto che si rientri nei limiti della civiltà, mi auguro quindi che pubblichi questa mia replica e rientri nei limiti della correttezza.

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30/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Non ho problemi a pubblicare repliche. Ci mancherebbe.
Piuttosto, a parte le caricature mia, di Zevi, della volpe e dell'uva, in tanta confusione mi son perso le domande a cui dovrei dare risposta. Sicuramente sarà un mio limite accademico, perché oltretutto non so neppure sciare. Ma non fa nulla, non me ne dispiaccio. Direi di salutarci qui per non annoiare oltre chi ci sta seguendo.

Commento 10955 del 30/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Vilma,
non ti facevo così!
Per cui mi costringi a dirti che so bene che mi rendo conto che la cultura altrui possa dare fastidio ma non posso farci nulla.
La cultura produce tanti nemici, ed inimicarmi persone che dicono certe cose non mi dispiace.
Non è mia intenzione fare "il Dio", ed è quanto meno infantile esprimersi come hai fatto nel tuo commento.
Visto che amo la ricerca, e visto che amo non fossilizzarmi su ciò che ho studiato - a differenza di chi continua ad esprimersi per luoghi comuni e pregiudizi figli della pseudo cultura anni '60-'70 - quando scrivo lo faccio per il piacere di condividere, con chi ne abbia voglia, un po' di cose che la "cultura" ufficiale non ha fornito. Non lo faccio per vanagloria, ma solo perché spero che certe "cose non dette" possano aiutare tutti a riflettere sulle proprie convinzioni, e a smontare quel castello di menzogne che è stato costruito nel mondo dell'architettura, dell'urbanistica e dell'arte italiana nel quale ami crogiolarti!
Se ti disturba non posso farci nulla, resta pure nel tuo mondo che finge di aggiornarsi ma rifiuta di guardarsi alle spalle per vedere se tutto ciò che finora è stato detto e scritto corrisponda a verità!
Quando scrivo i miei libri e articoli (non ovviamente i commenti su un blog), mi baso su fonti ufficiali che cito sempre, per evitare che qualche malpensante mi accusi di metterci dentro dell'ideologia.
A me non piace la storia "interpretata", ma quella raccontata in maniera cruda e vera. So benissimo che, scrivendo in questo modo, possa capitarmi di schiacciare i piedi a troppe persone, specie quelle autoproclamatesi esperte di storia e di critica, ma "così è se vi pare".
Se devo dirtela tutta, ne ho le scatole piene di parolai che scrivono cose incomprensibili per giustificare cose astruse. Queste persone sono dannosissime, perchè alimentano quel sistema schifoso che vuole che a poter parlare di arte, architettura e urbanistica possano essere solo gli autoproclamatisi "esperti", mentre la gente comune deve limitarsi a subire le angherie degli "esperti" e fare da cavia per le loro sperimentazioni. Riflettici su

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Commento 10952 del 29/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Caro Lazier,
prima di accusare la gente di dire idiozie, si documenti. La frase di Zevi che ho menzionato e che lei crede un’idiozia è invece una cosa verissima che, nel 1996 venne anche utilizzata a mo’ di slogan per un’iniziativa dedicata a Zevi, ricordo che ne presi nota vedendo la locandina affissa nel Dipartimento di Architettura e Analisi della Città di Valle Giulia … io non dico idiozie, mi limito a raccontare i fatti in maniera asettica, diversamente da Zevi e da lei, che non sapete fare a meno di infarcire la vostra “storia storicista” di ideologia.
Sul secondo punto del suo commento, visto che, fortunatamente ammette che il mio testo corrisponda a verità – anche se dice “solo in parte” – non mi ripeto, perché non ne vale la pena, però vorrei farle notare, retorica o non retorica, l’unica architettura che il fascismo ha imposto per legge è quella del Razionalismo. Questa cosa l’ho raccontata in prosa e musica, riportando tutti i fatti che lo dimostrano, dal voltafaccia di Mussolini nei confronti di Brasini, dopo essersi fatto fare il lavaggio del cervello con la “Tavola degli Orrori” della mostra di Bardi, alla vera storia della Casa del Fascio di Como, e tutto ciò che venne detto e fatto in conseguenza di quell’evento, fino alla norma del ’38 che ho riportato nel precedente commento.
A proposito di idiozie, la sua frase relativa al Corviale è davvero di proporzioni immani: «scelta urbanistica e architettonica che, sebbene imperfetta per tante ragioni, creava un argine (intenzionalmente di dimensioni geografiche) ad una città che altrimenti, sull’oratoria del quartierino a misura d’uomo e del volemosebbene che tutto concilia, si sarebbe concessa ad una espansione sconfinata, priva d’un tessuto autentico, anche se travestita con le carnevalate postmoderne d’un tradizionalismo alla deriva». La invito a leggersi il mio “La Città Sostenibile è Possibile”, nel quale ho potuto smontare pezzo per pezzo queste balle che ci sono state raccontate, dimostrando con i conti ufficiali – attualizzati – (presi presso l’archivio dell’IACP), quanto sia costato costruire gli edifici (organizzati per tipologie edilizie) di quartieri come Testaccio, San Saba, Garbatella, Sannio, Appio, Trionfale, Flaminio, ecc. e quanto sia costato il Corviale. Inoltre, grazie ai meticolosi documenti di cantiere custoditi presso lo stesso archivio, ho potuto dimostrare quanto tempo sia stato necessario per costruire le prime 122 case di Corviale (un’inezia rispetto alla dimensione totale) e quanto ce ne sia voluto per costruire gli edifici dei “quartierini” che lei tanto critica parlando per luoghi comuni!
Quanto allo sperpero di territorio, con il progetto di rigenerazione di Corviale che ho sviluppato lo scorso anno, ho potuto dimostrare che, aumentando di 2000 unità i residenti e inserendo una serie di attività oggi inesistenti, sfruttando il “premio di cubatura”, si può realizzare uno dei “quartierini a dimensione umana” che lei detesta. La cosa interessante è che, alla fine, risulta possibile restituire al territorio circa 13 ettari compromessi dall’attuale Corviale, inoltre è possibile non solo dare una casa a chi ne ha bisogno, creando un mix sociale e funzionale, ma anche ottenere un grande guadagno economico per la pubblica amministrazione, che si tradurrebbe in un beneficio per l’intera cittadinanza … talvolta i luoghi comuni possono essere smontati, semplicemente mettendosi in gioco, e provando a vedere se quello che ci è stato detto corrisponda davvero a verità!
Sul “credo bigotto” di Burke la cosa non mi interessa, visto che anch’io mi sento un laico, e le dico anche che la cosa non ha alcun senso relativamente alla frase che le ho citato. È evidente che lei preferisca citare una frase che possa aiutarla a screditare Burke nel vano tentativo di avere ragione … a me però questo atteggiamento mi stimola una citazione di Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare».
Se lei conoscesse bene la “Teoria del Falso Storico”, come l’ha enunciata Cesare Brandi, ovvero quando e come si configura un “reato di falsificazione”, probabilmente eviterebbe di dire che «se l’antica statuaria non fosse stata “restaurata” da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi i musei risulterebbero più autentici, meno formali e bugiardi» … ma non c’è peggior sordo di chi non voglia ascoltare.
Infine lei dice: «Per finire il mio rapporto con Zevi. Se lei sapesse quanta poca accademia c’è nella mia formazione, forse capirebbe la ragione del mio vigoroso e sincero sostegno zeviano. Ho le mie idee, non si preoccupi, che non sempre concordano con quelle di chi considero un maestro, d’architettura e di vita. Difendo Zevi per quello che di lui conosco e mi irrita parecchio se qualcuno ne imbroglia superficialmente la memoria per semplice propaganda personale. Tutto qui» … chiarendomi tante cose!!

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29/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Mazzola, con lei, come con i pedanti pieni di sé in genere, ci vuole un sacco di pazienza.
Le ho chiesto di documentare la sua frase, che ho definito uno strafalcione, e lei, invece di citarmi uno scritto, un documento, mi risponde parlando di convegni imbattuti per caso. Io posso anche credere che, nella contingenza d’una situazione particolare, Zevi abbia sostenuto che l’insegnamento della storia dell’architettura (tra l’altro la materia che egli stesso insegnava) potesse inibire la formazione degli architetti. Se, per esempio, la storia fosse quella che propugna lei, lo affermerei anch’io, senza alcun dubbio. Lei, a sostegno del suo impianto accusatorio, se così si può dire, potrebbe anche affermare che Zevi si masturbasse in aula leggendo Il Linguaggio Classico dell’Architettura di John Summerson, ma lo dovrebbe dimostrare con documenti e prove. E, se anche riuscisse a dimostrarlo, probabilmente questo episodio non basterebbe a scalfire sensibilmente la personalità profondamente anticlassica e antiaccademica di tutta la vita di Zevi.
Ma lei pensa davvero di poter intaccare un monumento della cultura del novecento, qual è stato Bruno Zevi, semplicemente provando a rovistare nel cestino della spazzatura?

Lei dice: “…l’unica architettura che il fascismo ha imposto per legge è quella del Razionalismo”.
Lo vede perché la storia che racconta lei inibisce la formazione degli architetti? Come si può sostenere una tesi così banale e bugiarda?
Il fascismo cavalcò, per propaganda, il periodo razionalista dei migliori e più attenti architetti italiani dell’epoca. Il razionalismo non fu un’invenzione italiana. Il fascismo non poté fare propria quest’invenzione rivoluzionaria se non strumentalmente, per cavalcarne l’ideale di rivoluzione civile e sociale poi puntualmente disatteso. Una volta raggiunto il potere, prevalse l’ideale littorio e monumentale del’identità nazionale e della conservazione, il cui esito architettonico fu affidato principalmente a Marcello Piacentini. Furono gli anni della devastazione dei centri storici e delle città gotiche e romaniche, sostituite dall’urbanistica trionfale e dalla mistificazione del passato per giustificare le assurdità del presente. Ai regimi non interessa né il passato né il futuro. Interessa solo il presente. I giovani architetti razionalisti, formati su concetti internazionali e cosmopoliti, s’illusero di determinare l’esito sociopolitico che questi concetti professavano. Concetti che ben presto svanirono nella melassa del nazionalismo cafone e grottesco di capitelli, colonne, archi e italici monumenti. I migliori tra gli architetti del razionalismo non ebbero il tempo di riscattare con la maturità lo slancio intellettuale della loro gioventù che li vide ingenui complici del regime: Giuseppe Pagano morì a Mauthausen il 22 aprile 1945 all’età di 49 anni; Edoardo Persico venne trovato morto nella sua casa di Milano, nel gennaio 1936, a trentacinque anni di età; Attilio Terragni morì fulminato da una trombosi cerebrale a Como, il 19 luglio del 1943, all’età di 39 anni.
Marcello Piacentini muore, senza riscattare nulla, a Roma il 18 maggio del 1960 all’età di 79 anni ma, come architetto, come disse Zevi, anche lui morì giovane, nel 1925.

Per quel che riguarda Corviale, non credo che si possa rimediare ad un errore proponendone uno ancora più grande. Se occorre vestire gli ignudi, non è il caso di ricorrere ancora alla crinolina.
Per quanto riguarda Bardi, lascio parlare egli stesso:
Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo.” (Brandi, Teoria del restauro, 1963:34-36)
Una volta che il materiale è stato usato nella costruzione fisica, passa alla storia come risultato di opera umana. Prendendo lo stesso tipo di marmo dalla stessa cava in due tempi differenti, uno al tempo della creazione originale e l’altro all’epoca del restauro, la materia è la stessa chimicamente, ma con una differente rilevanza storica sia nella esecuzione sia nell’aspetto. Non si può, perciò, pretendere che una ricostruzione possa avere lo stesso significato dell’originale;

Commento 10951 del 29/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Caro Lazier,
che lei sia un discepolo di Zevi lo abbiamo capito già in precedenza, che lei non sia in grado di mettere in discussione le cose che ha detto e fatto il suo maestro, altrettanto.
Tuttavia Zevi, benché abbia scritto libri di storia dell'architettura (moderna e contemporanea) è colui il quale, emulo di Gropius, tenne a dire che l'insegnamento della storia dell'architettura andava eliminato perché limitativo delle potenzialità della mente dell'architetto.
Zevi è quel personaggio che, come ha ricordato un paio di anni fa Marconi, al suo ritorno in Italia dolpo l'esilio negli USA per scampare alle persecuzioni razziali, nel '61-'62, una volta insediatosi a Valle Giulia avviò quel processo di manipolazione della storia dell'architettura che ha portato alla ridicola confusione attuale che vede l'architettura tradizionale come "fascista" e quella moderna come "liberale". Zevi è quello che si presentò ad un "uno contro tutti" di Maurizio Costanzo per difendere a spada tratta il Corviale di Mario Fiorentino. Zevi è quello che chiamò ad insegnare a Roma personaggi che, a parte l'ideologia politica (e architettonica) non avevano titoli, alimentando il clima di odio nei confronti di personaggi come i Fasolo che erano visti come "fascisti". Lei potrà continuare ad accusare di fare tutti gli strafalcioni che crede, ma la realtà è che per Zevi la storia guardava solo in avanti e poco o nulla indietro. Ma, come diceva Edmund Burke: «Una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta».
Quanto al discorso sulla "falsificazione", ferma restando la citazione della norma contenuta nelle "Istruzioni per il Restauro dei Monumenti" del 1938 che ho riportato nel commento precedente, basterebbe che lei conoscesse le ragioni reali che muovevano Brandi e Pane per capire quale fosse il motivo, tutto italiano, di sostenere certe idiozie che, mai in passato, erano state sostenute. Chi sarebbe stato mai Winkelman se i romani non avessero fatto copie della statuaria greca? Cosa sarebbero i musei di tutto il mondo senza le aggiunte alle statue antiche fatte da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi? Penso che una lettura di Carlo Ceschi potrebbe aiutarla a liberaarsi da qualche luogo comune e da tanti pregiudizi figli dell'educazione che le è stata impartita nell'università. In ogni modo, lei nel suo ultimo commento ha rigirato la frittata, e non ha risposto alle mie domande.

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29/12/2011 - Sandro Lazier risponde

- “Zevi … tenne a dire che l'insegnamento della storia dell'architettura andava eliminato perché limitativo delle potenzialità della mente dell'architetto” …
Mi dice dove ha preso una simile idiozia? È totalmente falso. Zevi sosteneva esattamente il contrario.
-“Zevi … una volta insediatosi a Valle Giulia avviò quel processo di manipolazione della storia dell'architettura che ha portato alla ridicola confusione attuale che vede l'architettura tradizionale come "fascista" e quella moderna come "liberale"…
In parte è vero. Zevi non manipola la storia ma la rilegge. Considera l’uomo padrone del proprio destino e non “carbone da bruciare nella locomotiva della storia” (Popper). Nessuno storicismo (né fascita, né nazista, né comunista, né quant’altro) e nessuna teoria che annienta la libertà dei singoli individui ha, per così dire, una vocazione espressiva liberale. Tutti i fascismi si vestono di certezze e quindi di tradizione, mistificando con la retorica del passato soprattutto il presente, che è la sola cosa che a loro interessa. Il tradizionalismo è quindi un indicatore oggettivo d‘una tensione verso l’autoritarismo politico e sociale.
-“Zevi è quello che si presentò ad un "uno contro tutti" di Maurizio Costanzo per difendere a spada tratta il Corviale di Mario Fiorentino”…
Questo è vero. Difese coraggiosamente una scelta urbanistica e architettonica che, sebbene imperfetta per tante ragioni, creava un argine (intenzionalmente di dimensioni geografiche) ad una città che altrimenti, sull’oratoria del quartierino a misura d’uomo e del volemosebbene che tutto concilia, si sarebbe concessa ad una espansione sconfinata, priva d’un tessuto autentico, anche se travestita con le carnevalate postmoderne d’un tradizionalismo alla deriva. (Vedi Krier e Portoghesi ad Alessandria)
-“… ma la realtà è che per Zevi la storia guardava solo in avanti e poco o nulla indietro”
Questo è verissimo. Per Zevi, i veri capolavori dell’architettura contemporanea non hanno dieci anni, o cinquanta, o cento, ma trentamila!
-Da laico convinto sorvolerei su E. Burke, fondamentalmente un bigotto conservatore con il dono della profezia. Ecco cosa prediceva nel 1790 a proposito della Rivoluzione Francese: “Se questa mostruosa costituzione continuerà a vivere, la Francia sarà interamente governata da bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che comporranno una ignobile oligarchia , fondata sulla distruzione della corona, della Chiesa, della nobiltà e del popolo. Qui finiscono tutti gli ingannevoli sogni e visioni di eguaglianza e di diritti dell' uomo. Nella "palude Serbonia" di questa vile oligarchia tutti saranno assorbiti, soffocati e perduti per sempre".
Non c'è che applaudire!
- “Cosa sarebbero i musei di tutto il mondo senza le aggiunte alle statue antiche fatte da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi?” Forse sarebbero più autentici? Meno formali e bugiardi?

Per finire il mio rapporto con Zevi.
Se lei sapesse quanta poca accademia c’è nella mia formazione, forse capirebbe la ragione del mio vigoroso e sincero sostegno zeviano. Ho le mie idee, non si preoccupi, che non sempre concordano con quelle di chi considero un maestro, d’architettura e di vita. Difendo Zevi per quello che di lui conosco e mi irrita parecchio se qualcuno ne imbroglia superficialmente la memoria per semplice propaganda personale. Tutto qui.

Commento 10950 del 28/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Nelle mie parole non c'è nessuna "argomentazione emozionale che cerca di tradurre in teoria uno stato d’animo avverso, per pregiudizio, a qualsiasi ricerca e novità formale". Tant'è che, per esempio, mi sono più volte espresso contro il sistema Beaux Arts, e il New Urbanism, ed ho apertamente criticato il progetto di Léon Krier & co. (più & co. che Léon per Tor Bella Monaca).
Io faccio l'architetto e l'urbanista, e sono anche uno storico, cosa ben diversa dallo "storicista", quindi sarei davvero curioso di sentir dire da lei quale sarebbe "La storia, quella autentica". A tal proposito, proprio perché ritengo che da Zevi in poi la Storia si sia insegnata in maniera fuorviate e ideologica, nel 2004 ho pubblicato un libro che si intitolava "Controstoria dell'Architettura Moderna in Italia", e poi ho pubblicato "Architettura e Urbanistica - Istruzioni per l'Uso", fino all'ultimo "La Città Sostenibile è Possibile", dove la Storia, quella vera e documentata, è stata riportata con tanto di fonti, proprio per dimostrare i pregiudizi e le menzogne che ci sono stati impartiti. Quanto al "Falso Storico", ho scritto diversi articoli, e un capitolo del libro "Como, La Modernità della Tradizione", nel quale dimostravo, dati storici inconfutabili alla mano, quanto falso sia il problema della falsità.
Nella mia professione, pur essendo un sostenitore della "continuità nella tradizione" (che non vuol dire fossilizzarsi, ma semplicemente rispettare sempre il contesto e non ripetersi "stilisticamente"), non ho mai avuto pregiudizi nei confronti della ricerca, tant'è che sono stato il primo ad utilizzare a Roma il sistema dell'elettroosmosi attiva per il risanamento dall'umidità del Convento di Sant'Alessio all'Aventino (pubblicato su Costruire nel lontano 1997). Come vede, è lei ad avere troppi pregiudizi nei confronti di "Salìngaros e i suoi discepoli", che dice di conoscere, ma forse solo per sentito dire.
Sarei curioso anche di sapere quali sarebbero quelle "opere e quegli architetti che, molto seriamente e spesso faticosamente, hanno riflettuto e lavorato ben al di là della propria vanagloria", magari potremmo divertirci a discuterne a fondo per vedere quanto la cosa corrisponda a verità.
Non ho assolutamente dubbi sulla sua affermazione: "Gli appelli a presunte volontà popolari, al desiderio della gente e dei cittadini – ripeto che per me sono solo entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca – sono, questi sì, materia ideologica da maneggiare con cura. La storia, quella autentica, ce lo insegna", poiché si tratta di cose che agli architetti antitradizionali, che non intendono confrontarsi con gli altri esseri umani, non interessano affatto. A tal proposito, relativamente alle "entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca", dalla conoscenza della "controstoria" a me risulta esattamente l'opposto di ciò che lei va dando per certo ... come la mettiamo?
cordialmente
Ettore Maria Mazzola

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28/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Scusi Mazzola, ma definire Zevi uno storico ideologico mi sembra veramente uno strafalcione che non può passare indenne. Ma quando mai? Con quali argomenti sostiene una cosa del genere? Accusa sommariamente Zevi d’ideologismo mentre lei stesso afferma “dati storici inconfutabili alla mano, quanto falso sia il problema della falsità”? Ma si rende conto di cosa sta dicendo? D’inconfutabile, per Zevi e chi la pensa come lui, non c’è proprio nulla! Zevi ha una concezione della storia sostanzialmente critica, sempre discutibile e, soprattutto, intenda bene, popperianamente falsificabile. Altro che il falso problema della falsità che lei cita inciampando in un paradosso grottesco.
“I nostri storicisti neoclassici, neobarocchi, neoislamici, neo-post-moderni dovrebbero arrossire dalla vergogna; anzi, peggio. "Come il fanatismo cattolico ieri, lo storicismo moderno è una fede che ha sulla coscienza milioni di morti. Il perché è presto detto. lo storicismo è il punto di vista secondo cui esiste una legge di evoluzione della società e della storia, una legge che gli uomini non fanno ma subiscono e a cui, collaborano. Ma se c'è una legge che governa la storia "malgrado gli individui", come diceva Croce, o che regola il movimento della società, come diceva Marx, o ancora che presiede allo svolgimento dello Spirito, come affermava Hegel, allora la conoscenza di questa legge - la conoscenza del futuro della storia - non dà scampo: poiché il futuro è necessario, chi vi si oppone semplicemente si pone fuori dalla storia e pertanto può e deve essere abbattuto come un ostacolo da chi invece l'asseconda, facendosi portatore del progresso e levatrice dell'inevitabile. E' così che , sentendosi chiamata dalla voce del destino, la razza eletta o la classe eletta va in battaglia al grido "Dio è con noi" o a quello equipollente " la Storia è con noi"". Infatti, "lo storicismo e le teorie che ad esso si richiamano sono una mistificazione; esse non prendono la via corretta delle scienze sociali, ma quella della teologia della storia". (da Procedimenti induttivi e scientificità inventiva - Leggere, scrivere, parlare architettura di Bruno Zevi- Marsilio)
Ma come si fa ad accusare la teoria popperiana della falsificabilità, il massimo del pensiero anti-ideologico, d’ideologismo? Che senso può avere?

Commento 10949 del 28/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Penso che l’apertura del post di Lazier: “Tra i diritti fondamentali di una persona c’è anche quello di potersi costruire la casa con un’architettura rappresentativa della propria cultura e sensibilità”, benché vera, sia totalmente priva fondamento.
Infatti, sarebbe vera se a progettare e costruire gli edifici fossero i cittadini. Purtroppo però, visto che a farlo sono gli architetti – che tendono a fare solo ed esclusivamente ciò che la loro mente ideologizzata gli suggerisce, e mai ciò che i loro clienti gradirebbero – non ha alcun senso dire che non si dia la possibilità alla gente di vivere negli edifici che vorrebbe.
Ciò vuol dire che il lamento di Lazier è relativo alla agli architetti di fare ciò che vogliono … magari fosse vero!
Che mi risulti, l'unica cosa che non si può fare in Italia è un edificio tradizionale, e, se per miracolo lo si realizza, non c’è rivista che lo pubblichi. Ergo, l’unica cosa che si dovrebbe condannare sarebbe l’ostracismo nei confronti di chi “fa architettura”, da parte di chi sa solo “fare edilizia” … Hai visto mai che, per ragioni di “coerenza”, sia stata chiamata “commissione edilizia” e non “architettonica”.
In questa vergognosa diatriba, chi ne paga le conseguenze è proprio il cittadino che, a digiuno delle polemiche ideologiche degli architetti, “gradirebbe semplicemente vivere in un ambiente rappresentativo della propria cultura e sensibilità”.
Per onestà espositiva quindi, l’autore dell’articolo avrebbe potuto evitare i patetici commenti infarciti di ideologia modernista, e avrebbe fatto bene a riflettere sul fatto che – architetti lobotomizzati a parte – alla gente comune non frega un bel niente del presunto “falso storico” e delle fantomatiche “case di Nonna Papera”!
Forse, anzi ne sono certo, è per questa ragione che oggi c’è chi sostiene che “la gente andrebbe educata all’architettura contemporanea”. Ma la realtà dei fatti è che, non è la gente a dover imparare come vivere nelle architetture assurde, ma gli architetti a dover imparare a progettare in maniera umana e rispettosa degli altri!
L’autore s’è poi spinto in questa affermazione: “Non si può imporre a tutti, per diritto, una tendenza culturale per sua natura reazionaria, generalmente avversa ad ogni forma di novità formale, fondamentalmente conservatrice e tradizionalista, in cui si sostiene il falso storico e si rimpiazzano le poche cose originali rimaste in piedi con la loro caricatura. Non si può imporre uno stile, una tipologia, nemmeno con l’alibi filologico, spacciando il nulla per linguaggio architettonico, a chi non ne vuole sentir parlare perché giudica insensata la mistificazione” affermazione del tutto priva di fondamento perché in Italia ci troviamo esattamente in una situazione opposta a quella qui esposta, tant’è che, sin dal 1938, i nostri soprintendenti seguono alla lettera le “istruzioni per il restauro dei monumenti” emanate dal Ministero della Pubblica Istruzione che, al punto 8 recitavano: «per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in “stili” antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell’antica e della recente storia dell’arte», istruzioni che non sono mai state abrogate e, semmai, peggiorate dalla Carta di Venezia e dal Memorandum di Vienna.
Penso che sia davvero inaccettabile quindi che si possa manipolare la realtà facendo credere a chi non conosca i fatti che le cose siano come Lazier le ha raccontate. Per dirla tutta, voglio far notare all’autore che gli edifici storici, e non la gente, gradirebbero essere restaurati in maniera filologica, e non con materiali e forme alieni. E non per ragioni nostalgiche e/o estetiche, ma per motivi prettamente strutturali che, a chi non ha cultura, o conosce solo la “cultura consumista del mordi e fuggi” non interessano affatto, perché la cosa richiederebbe uno studio filologico approfondito che, come tale, non è ben visto dagli architetti demiurghi che pensano di poter far derivare le proprie conoscenze sono da sé stessi!
E allora, indipendentemente dalla necessità di dover rivedere non solo le Commissioni Edilizie (ma non per le ragioni di Lazier), ma tutta la disciplina urbanistica a partire dalla 1150 del 1942, perché figlia di un’ideologia che il tempo ha dimostrato fallace, voglio ricordare a Lazier e a chi possa pensarla come lui, un paio di illuminanti norme che, in nome del rispetto per gli altri, dovrebbero essere riconsiderate nel caso si riuscisse a cambiare le cose:
«[…] Tra le attribuzioni del Comune e della Commissione, dovrà essere quella che fa capo al Diritto Architettonico, in quanto l’opera esterna non tanto appartiene al proprietario quanto alla città» (estratto dalla Relazione al Piano di Bari Vecchia del 1930)
In armonia con la norma precedente, ma non si tratta di una no

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28/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Tirato per i capelli, rispondo.
Conosco la posizione sua, che è quella di Salingaros e discepoli.
Posso capire, ma non condividere, le argomentazioni emozionali che cercano di tradurre in teoria uno stato d’animo avverso, secondo me per pregiudizio, a qualsiasi ricerca e novità formale.
La deriva demagogica che ne consegue non aiuta certo la comprensione di opere e architetti che, molto seriamente e spesso faticosamente, hanno riflettuto e lavorato ben al di là della propria vanagloria.
Gli appelli a presunte volontà popolari, al desiderio della gente e dei cittadini – ripeto che per me sono solo entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca – sono, questi sì, materia ideologica da maneggiare con cura. La storia, quella autentica, ce lo insegna.
Tema, quello dell’autenticità, che converrebbe approfondire con un confronto anche serrato, a condizione di metter da parte battute inopportune sull’onestà culturale di chicchessia, la facile propaganda dei luoghi comuni sul bello e la bellezza e altre amenità collegate come l’euritmia compositiva.