Giornale di Critica dell'Architettura

17 commenti di Mariopaolo Fadda

Commento 995 del 01/12/2005
relativo all'articolo Sogno e precisione - Villa Colli
di Sandro Lazier e Renata Chiono


Egr. Sig. Silvio Riorda
Sindaco pro-Tempore
di Rivara (TO)
ITALIA

e p.c.: AntiTHesi
www.antithesi.info/
Spazio Architettura
www.spazioarchitettura.net/


Apprendo dalle reti televisive e dai giornali americani (ma so che se ne occupano anche i media di altri continenti) della stoica battaglia intrapresa dall’amministrazione comunale di Rivara per tutelare il proprio futuro industriale messo a repentaglio dalla presenza di una villa privata.
CNN, FOX, NBC, CBS, New York Times, Los Angeles Times, Washington Post, Wall Street Journal non solo sottolineano, con diverse sfumature, la rilevanza internazionale della vicenda, ma dimostrano apprezzamento per le posizioni da Lei sostenute.

FOX News, per esempio, cita, in una corrispondenza da Rivara, una Sua lettera in risposta alle fastidiose intromissioni del FAI, in cui Lei afferma perentorio che la “preoccupazione è rivolta a questo punto non a ‘Villa Colli’... ma alle maestranze circa 150 famiglie occupate nelle aziende confinanti.” “E meno male! - scappa al cronista della rete televisiva che continua - da un lato una lussuosa villa e una famiglia (neanche rivarese) che la occupa, dall’altra una fabbrica e 150 (40 dice un’altra fonte non verificata) famiglie di Rivara, è chiaro che un’amministrazione lungimirante e paternalista deve tutelare le povere famiglie e al diavolo, una volta tanto, la cultura con tutti i suoi annessi e connessi.”

CBS dedica alla vicenda un’intero numero di “60 Minutes”, in cui ricostruisce i sei anni di angherie che la fabbrica confinante con la villa ha dovuto subire a seguito delle ripetute cause legali intentate dai nuovi rissosi “padroni” della Villa. Angherie supportate da associazioni e società di infimo livello che vanno dalla Società degli Ingegneri ed Architetti di Torino al Fondo per l’Ambiente Italiano, dai Giovani Architetti del Canavese all’Associazione Archivio Storico Olivetti. “Questi – dice il giornalista di CBS - la buttano sulla ‘Cultura’ pur di mettere in mutande 150 famiglie rivaresi vere. Senza nessun pudore si sono permessi di scomodare un premio Nobel e persino il Presidente della povera repubblica italiana! Finora senza risultati, per fortuna.”

Il servizio del Wall Street Journal si occupa, in particolare, del nuovo Polo di Stampaggio realizzato con fondi CEE a soli tre chilometri di distanza, che a parere del giornalista, è contro ogni logica economico-finanziaria ed uno spreco inaudito di soldi pubblici. “Il recente rilascio di una concessione edilizia per la costruzione di un nuovo fabbricato industriale confinante con la famigerata villa è la giusta decisione di un’amministrazione comunale gelosa della propria autonomia e del proprio campanile. Non sarebbe meglio, a questo punto, – si chiede ragionevolmente il giornalista newyorkese - che si trasferisse la famiglia proprietaria della villa, invece di costringere gli operai della fabbrica ad un incivile pendolarismo?”

Il New York Times titola in prima pagina “Italy: Nightmare and Sloppiness in Rivara” (che suona più o meno così “Italia: Incubo e pressapochismo a Rivara”). Nell’articolo, a firma del suo critico di architettura, si stigmatizza il comportamento “della gang di intellettuali [si proprio cosi li apostrofa, n.d.r] che tenta di far prevalere, ad ogni costo, il presunto valore storico-artistico della villa sul valore socio-industriale delle fabbriche che, come afferma Mr. Riorda, Sindaco pro-tempore di Rivara, ‘già al momento della costruzione’ circondavano la famigerata Villa (i maligni negano la circostanza), che quindi possiamo considerare un intruso in una zona ‘vocata all’industria’ come recita il Piano di Zonizzazione Acustica. Un oltraggio al patrimonio industriale di Rivara da far accapponare la pelle.”

Il Los Angeles Times dà notizia della costituzione di un cosiddetto Comitato Internazionale per salvare Villa Colli. “Tutta gente a cui non gliene importa nulla di Rivara, delle sue maestose fabbriche e delle povere famiglie operaie.” Scrive, senza peli sulla lingua, il responsabile della sezione economica del quotidiano angeleno.
A proposito, non si preoccupi se vede comparire il mio nome nella lista di aderenti, si tratta di una fastidiosa omonimia. Non ho nulla a che vedere con quel sordido individuo che fa solo, mi passi il romanismo, “caciara” per nulla. Forse le è sfuggita la sua ultima mascalzonata, un articoletto su quel fogliaccio online “Spazio Architettura”, scritto sotto l’evidente influsso di droghe pesanti.
Sa che le dico? Perchè non costituiamo anche noi un Comitato Internazionale per radere al suolo un’inutile e dannosa Villa? Ora che la vicenda è sui media di tutto il mondo, nei suoi giusti termini come abbiamo visto, sarà un gioco da ragazzi e agli intellettuali da strapazzo gli facciamo un bel cappotto.

Vediamo, infine, il presunto “valore” di questa casa di campagna. Progettata da d

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Commento 991 del 23/11/2005
relativo all'articolo Elezioni Consigli degli Ordini: chi conosce i prog
di Paolo G.L. Ferrara


Sapevamo da tempo che la gran massa degli architetti italiani (e quindi anche milanesi) vive con disagio e avvilimento la propria condizione professionale, ma che una parte di essi fosse sprofondata nel rancore plebeo non lo avremmo mai immaginato. Un autodeclassamento che deve far riflettere sul grado di corruzione etica e intellettuale di una professione che si picca di avere un ruolo sociale da svolgere. Certo, simile campionario umano, pronto a servire dieci, cento, mille padroni, l’unico contributo che può offrire è la partecipazione alla spartizione del bottino. Nulla di più.
La presentazione delle liste del Co.Di.Arch. ha avuto il duplice effetto di portare allo scoperto l’esistenza di questa zavorra, che rischia di trascinare nell’imbarbarimento l’intera professione e il sistema che regola le elezioni dei Consiglio dell’ordine. Un sistema che fa apparire Ceacescu e compari, al confronto, come integerrimi garantisti.
La denuncia di Giovanni Loi, precisa e circostanziata, dovrebbe far rizzare i capelli a chi crede nella certezza del diritto, ma, temo, i calvi spunteranno come funghi e la certezza del rovescio trionferà.
Invito ancora una volta i colleghi milanesi che rifiutano questo squallido status quo a votare per i candidati della lista del Co.Di.Arch. Loro non promettono la spartizione di prebende, cariche, incarichi, poltrone e poltroncine ma si impegnano solo, e scusate se è poco, a porre freno a questo lento, cupo inabissamento della nostra, della vostra, dignità professionale.
MPFadda
Los Angeles, CA
22/11/2005

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Commento 987 del 11/11/2005
relativo all'articolo Con il CoDiArch per il Consiglio dell'Ordine di Mi
di Paolo G.L. Ferrara


C’è di che essere grati agli amici del Co.Di.Arch. per la loro “folle” trovata di sfidare il potentato dell’ordine professionale di Milano. “Folle” perchè pur sapendo che, bene che vada, riceveranno in cambio ostracismo e denigrazione gratuita, ci provano lo stesso. “Folle” perchè è da suicidi esporsi così apertamente, per una nobile causa, alle invidie e ai rancori di chi è tenacemente attaccato allo status quo. “Folle” perchè vuol mettere al centro del dibattito il ruolo professionale dell’architetto nel nuovo contesto globale e non quello dei burocrati preoccupati solo di difendere e rafforzare posizioni di potere e sottopotere di un’anacronostica corporazione. Una trovata “folle”, dunque ragionevole e praticabile che vorremmo si estendesse da Milano a Palermo, da Torino a Udine, da Ancona a Nuoro e via via sino alla più remota periferia.
C’è di che essere grati a Paolo G.L. Ferrara, Giovanni Loi, Alberto Scarzella Mazzocchi e a tutti gli altri candidati in lista, per avere gettato il sasso nella palude politico-affaristica degli ordini professionali e posto all’ordine del giorno una svolta radicale che:
- metta finalmente mano a quel retaggio medievale chiamato codice deontologico,
- ponga fine all’autolesionismo protezionistico,
- demandi alla libera scelta individuale l’aggiornamento professionale,
- ponga le basi per la liquidazione della squallida lotteria dell’esame di stato,
- stabilisca i corretti ambiti delle categorie professionali affini,
- si faccia garante dei diritti dei giovani colleghi,
- stabilisca, quale principio irrinunciabile dell’ordine, la tutela generalizzata per tutti gli iscritti e non solo per le cerchie degli amici e degli amici degli amici.
In poche parole la liquidazione dell’ordine come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e il primo passo per la creazione di una libera associazione in sintonia con il XXI secolo.
Un’iniziativa che dovrebbe far rizzare le orecchie alle giovani leve che volessero svincolarsi dall’incomoda posizione tra l’incudine di tromboni e tromboncini (35) che firmano appelli “pro-domo sua” e il martello di un ordine che si ricorda di loro una volta all’anno, al momento della riscossione della gabella. E, per chi non è più una giovane leva ed ha “subìto” per anni l’ordine professionale, vieti ostracismi e colpi bassi di ogni genere, un invito a scuotersi dall’apatia e sfruttare l’atto “folle” di questo pugno di colleghi intellettualmente e professionalmente integri. Per non restare intrappolati ora e sempre nell’impotenza e nella fatalità più nere.

Mariopaolo Fadda
Los Angeles, CA
10 Novembre 2005


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Commento 969 del 03/10/2005
relativo all'articolo Sogno e precisione - Villa Colli
di Sandro Lazier e Renata Chiono


Torno brevemente sull’argomento Villa Colli-Chiono, segnalato da AntiThesi nel luglio del 2003.

La denuncia di allora non ha prodotto nessun apprezzabile risultato e Renata Chiono sta per gettare la spugna. “Sinceramente disperata per quanto accade qui ogni giorno, ho pensato più volte di arrendermi, senza poi attuare questo mio pensiero... Con la prospettiva di un nuovo capannone industriale non posso pensare di andare oltre”, nonostante coltivi, in cuor suo, timide speranze “Ho ancora tanti progetti: ciò che oggi vorrei, è proseguire questa folle operazione culturale, organizzando un Congresso Internazionale di Architettura dedicato a Pagano, Levi-Montalcini e Alberto Sartoris, tre architetti torinesi a confronto.
Creare momenti di aggregazione offrendo gratuitamente, come sempre, lo spazio del giardino, che mi è stato richiesto da una associazione che opera per un teatro creato da persone diversamente abili, affinché possano realizzare un loro spettacolo.”

C’è da fremere di vergogna nel vedere le traversie a cui si è esposta Renata e alle angherie che ha subito e subisce per fare quello che in un qualsiasi paese civile le avrebbe procurato onori e riconoscimenti. Si sono mossi la Società degli Ingegneri ed Architetti di Torino, il Fondo per l’Ambiente Italiano, i Giovani Architetti del Canavese, l’Associazione Archivio Storico Olivetti, si è mosso persino il Capo dello Stato. Sono state fondate l’Associazione Storico-Culturale E X T E N S A Ratio e la biblioteca dedicata a Pagano e a Levi-Montalcini, ma di fronte all’arroganza di un’amministrazione comunale cieca e sorda e alle prepotenze corporative dei sindacati non c’è nulla da fare.

La vergogna di questa vicenda non sta solo nel prevalere di ottiche rozzamente economicistiche a danno della cultura, ma anche nel generale disinteresse degli addetti ai lavori. Accademici di fama, critici, storici e liberi professionisti si distinguono per il loro silenzio assordante, qualche rantolo, ma nulla di più. Per non parlare del Darc, il carrozzone di burocrati in carriera, che giorno dopo giorno si qualifica sempre più come un’offesa e un insulto alle ragioni dell’architettura moderna.
Due sole le risposte all’appello lanciato da AntiThesi.
I nostri architetti, sempre pronti a difendere a spada tratta catapecchie, purchè vecchie, a deprecare lo sfacelo del nostro patrimonio storico, a firmare commoventi appelli per le sorti dell’architettura moderna italiana, a inseguire le ultime mode non hanno tempo da perdere con cose insignificanti come la ventilata distruzione di “un'opera significativa della vicenda architettonica italiana del XX secolo.”
Uno spettacolo di pavidità e indifferenza da iscrivere nel libro nero dell’architettura italiana.

Mentre 35 baroni e baronetti esibiscono, sulle colonne del Corriera della Sera, l’ipocrisia di una intera casta, Renata Chiono, una non-architetto, difende in solitudine, con i fatti (cioè con impegno fisico, mentale e finanziario), “la continuità di una ricerca che ebbe inizio negli anni trenta del Novecento.” Un ceffone morale all’intellettualismo inerte del mondo accademico e professionale.

Grazie Renata per questa lezione di tenacia, civiltà e amore per l’architettura. Un vero appello per la promozione dell’architettura italiana, che sottoscrivo senza riserve.

Mariopaolo Fadda
Los Angeles, 3 ottobre 2005


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Commento 963 del 25/09/2005
relativo all'articolo Il professore protesta
di Ugo Rosa


“SHAME ON YOU, PROFESSORS!”

Come non condividere lo scherno con cui Ugo Rosa liquida il delirante appello autocelebrativo dei 35 Prof. Arch.?
Come non invidiare Marco M. Santagati che se l’è scampata bella dall’avere a che fare con simili colleghi?
Certo l’appello è impressionante sia nei contenuti che nelle firme. Impressionante per la disinvoltura con cui un pugno di Prof. Arch. si autoassolve per il generale sfacelo urbatettonico italiano. Impressionante per la sfilza di nomi che, più che rappresentare la cultura architettonica, incarnano alla perfezione la supponenza professorale, la disinvoltura etica e la viltà intellettuale della casta accademica italiana.

Con la miopia culturale che li contraddistingue, hanno impiegato ben 46 anni per scoprire quello che per Reyner Banham era già chiaro nel lontano 1959 e cioè "The Italian retreat from modern architecture". Ma, a parte questo dettaglio, ciò che salta subito agli occhi è l’assenza di qualsiasi accenno, nelle 466 parole dell’appello, al ruolo svolto dall’università (cioè da loro) nello strangolamento della libera ricerca e della libera cultura. Ma per questi soloni le responsabilità ricadono sulle spalle di altri, persino, si legge tra le righe, su quelle dell’immancabile Berlusconi che è ormai l’alibi a cui ricorre l’intellighenzia italiana per mascherare la propria ipocrisia e la propria impotenza. Ha ragione l’amico Belzebù quando dice che “l’università li rovina tutti” (gli architetti) che da parte loro ripagano questo abbruttimento sfornando analfabeti a ritmo industriale. Un circolo vizioso denunciato circa trent’anni fa da Zevi che non volendosene più fare complice se ne andò sbattendo la porta. Chi dei 35 soloni che allora era professore o aspirante tale ebbe il coraggio di seguire l’esempio di Zevi? Nessuno. Attaccati come cozze al miserabile potere che gli conferisce la cattedra non c’è santo che li smuova. O almeno così pareva, fino a ieri. Oggi la globalizzazione ha mandato in fumo i loro sogni drogati di gloria. Finito lo sciovinismo, morta l’autarchia, spazzato via il provincialismo si trovano catapultati dal ruolo di onnipotenti protagonisti in quello di innocui spettatori. Devono fronteggiare con crescente frustrazione una concorrenza straniera con cui non possono competere per manifesta inferiorità: culturale, etica, professionale. Che fare quindi? Mostrare un sussulto di dignità, ammettere il proprio fallimento e dimettersi dalle cattedre, dagli incarichi, professionali, dalle direzioni delle riviste, dai comitati organizzatori di seminari e convegni? Neanche per sogno. É molto più semplice truccare le carte trasformando i carnefici in vittime e i voltagabbana in salvatori della patria. Per santificare il tutto basta stendere un accorato appello, raccogliere firme titolate, trovare un grosso quotidiano compiacente e il gioco è fatto.

Ma come far presa sul grosso pubblico? Con la saccenteria professorale, diamine! “Il rischio di questa situazione è che si interrompa la continuità di una ricerca che ebbe inizio negli anni trenta del Novecento”. Come se non lo sapessero anche le pietre che quell’interruzione, ma sarebbe meglio dire stroncatura, della fragile ricerca architettonica moderna italiana è roba vecchia di decenni. I responsabili? Basta scorrere l’elenco dei firmatari, non è difficile rintracciarne alcuni.

Il tono professorale non è sufficiente? Via libera ai di piagnistei sull’esclusione, di “una irrinunciabile risorsa culturale italiana” (loro), dalle Biennali di Venezia. Poverini, geni così incompresi! Loro che per decenni si sono spartiti il bottino di Biennali, Triennali, Quadriennali, mostre, convegni, seminari. Ma guardiamo ancora una volta la lista dei firmatari. C’è un ex-direttore che ha prodotto alcune delle più squallide e squalificanti Biennali che si ricordino, il cui unico intento era proprio quello di “interrompere la continuità” della ricerca moderna per recuperare l’orrido repertorio architettonico del potere oligarchico-totalitario. “La verità detta in mala fede sorpassa ogni possibile menzogna” diceva Blake.

Come se tutto ciò non bastasse a svelare la disonestà intellettuale dell’operazione-appello, si appellano al “ricambio generazionale” per invocare, senti, senti i CONCORSI! In realtà poco gli importa dei giovani, loro sono solo preoccupati per i pozzi, ormai prosciugati, degli incarichi pubblici e per i professionisti stranieri che gli stanno soffiando sotto il naso incarichi prestigiosi e remunerativi. Non ci dicono, lor professori, che genere di concorsi preferirebbero, ma conoscendoli, non ci vuole molto a capire che gradirebbero quelli in salsa italica, dove gli amici sono concorrenti e gli amici degli amici giudici e il vincitore, soprattutto se straniero, può essere cacciato a calci nel sedere se è inviso alla casta, al soprintendente, al ministro o al sottesegretario pro-tempore.

Per tutta la vita Zevi non si è mai stanc

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Commento 936 del 18/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Mi pare che Vannucci prenda a pretesto il pacato intervento di Vilma Torselli per invitare Antithesi a mettersi alla testa di una crociata contro Domus-Boeri. Da lettore ritengo l’invito inutile, pericolo, controproducente e, personalmente, non aderisco a questa chiamata alle armi.
Ma quale atteggiamento pilatesco! Pretendere che chiunque debba prendere per forza posizione contro questo o quello è espressione di un pensiero culturalmente manicheo che si ritiene depositario di chissà quale verità assoluta. Va benissimo polemizzare, anche duramente (e i lettori di Antithesi sanno bene che chi scrive non va tanto per il sottile), ma tacciare di diserzione chi non si allinea al linciaggio di turno è roba da neo-giacobini.
Obiettività dell’informazione? Neanche gli accreditati giornalisti americani si sognano più di rivendicare un simile non-sense. Senza scomodare troppo Einstein, sappiamo che esistono solo punti di vista e non un punto di vista privilegiato e tanto meno “obiettivo”.
Domus, tra l’altro, non è un quotidiano ma un mensile di architettura e, per quel che ne so, non è finanziata con i soldi dei contribuenti: ergo è libero di fare quello che gli pare e fottersene dei punti di vista e dell’equilibrio. Boeri è libero di pubblicare gli autori che lui preferisce e mettere la rivista a disposizione di chi gli pare. Fino a che non verrà espropriata per pubblico interesse o chiusa per oltraggio alla Cultura di Stato.
Per quanto mi riguarda, pratico da tempo quanto consiglia, giustamente, Torselli: infatti, pur avendo il privilegio di poter consultare Domus gratuitamente (senza quindi finanziarla), non la leggo, perchè, appunto, non ho tempo da perdere e trovo infinitamente più interessanti altre pubblicazioni. E le preferenze di Boeri non sono in cima ai miei pensieri. Punto.
Una domanda infine, chi sarebbe l’innocente mandato sulla croce dalla buona Vilma (che ritengo dotata di sufficiente caratura culturale per difendersi da sè)? Gli amici dei nemici di Boeri? L’interesse pubblico? Riccardo Cuor di Leone?
Mariopaolo Fadda-Pilato

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Commento 923 del 07/07/2005
relativo all'articolo Diritto d'Autori - il diritto a un ricordo... il d
di Davide Crippa


La testimonianza di Beniamino Rocca a margine dell’iniziativa degli studenti del Politecnico di Milano è esemplare nel descrivere la via italiana all’abbruttimento architettonico. Il clima che si respirava alla facoltà di architettura di Milano, tra la fine degli anni 60 e gli inizi dei 70, era lo stesso che si respirava in qualsiasi altra facoltà di architettura italiana. Nella furia di sbarazzarsi degli accademici post-fascisti, una classe rampante di professionisti della “rivoluzione globale” metteva alla gogna, con un’operazione culturalmente criminale, anche le menti migliori della nostra cultura architettonica. Iniziava così quella dittatura marxista che avrebbe trasformato la scuola d’élite in laureificio di massa e l’architettura italiana in vuoto contenitore di repellenti teorie socio-economiche.

Un articolo, After Theory, pubblicato sul numero di giugno di Architectural Record (pp. 72-5), sebbene riferito alla situazione americana, si attaglia perfettamente anche alla situazione italiana. L’autore, Michael Speaks, ex-docente dello SCI-Arc, attacca senza timori reverenziali la cosiddetta “architettura critica”, ma sarebbe meglio dire i paladini delle iper-teorie di derivazione marxista e le scuole d’architettura d’élite americane che le propagandano. Il critico americano non ha peli sulla lingua quando accusa le cosiddette scuole d’élite di aver “... inibito lo sviluppo di forme alternative di pensiero.”
Egli, unitamente a Stan Allen di Field Operations, a Sylvia Lavin e Robert Somol docenti alla UCLA e Sarah Whiting docente alla Graduate School of Design di Harvard costituisce un gruppo che George Baird chiama “post-critics” (sebbene Speaks rifiuti tale etichetta). Un gruppo che ha in comune, pur con differenti sfumature, l’avversione alla teoria architettonica tout-court. Lavin e Allen la ritengono ormai un retaggio storico assolutamente irrilevante nel contesto contemporaneo. Speaks è più puntuale e drastico “… la teoria non è solo irrilevante ma era e continua ad essere un impedimento allo sviluppo di una cultura innovativa in campo architettonico.”
Mentre nell’attaccare le scuole di architettura si mantiene sul generico, anche se non è difficile individuare i soggetti dei suoi strali (la Graduate School of Design di Harvard e la Columbia University di New York su tutte), per quanto riguarda i profeti della Teoria fa due nomi e cognomi: Peter Eisenman e Michael Hayes. Il primo penso non abbia bisogno di presentazioni, mentre il secondo è professore di Teoria Architettonica alla Graduate School di Harvard ed è uno studioso di scuola marxista, quella, in particolare, che si riconosce negli scritti e nel pensiero di Manfredo Tafuri. Il padre di tutte le teorie marxiste sull’architettura.
L’approccio marxista, che, negli Stati Uniti, si è espresso principalmente attraverso le riviste Oppositions e Assemblage fondate e dirette rispettivamente da Eisenman e da Hayes, si fondava sul principio che l’architettura dovesse essere una forma di lotta al capitalismo e al corrotto libero mercato. L’unica via per una nuova architettura era dunque quella rivoluzionaria di un nuovo mitico ordine sociale che avrebbe portato il paradiso sulla terra. Una raccapricciante utopia che si è invece spappolata insieme al muro di Berlino, “...queste teorie d’avanguardia decisamente negative sono state rese irrilevanti dalla rapida modernizzazione e dal generale livellamento del mondo che ha iniziato a prendere forma nel passato decennio.” Questo discorso vale anche per l’Italia, con una sostanziale differenza. La differrenza sta nel fatto che la scuola marxista, in Italia, non è per niente irrilevante ma ancora egemone, nei media, nelle università, nelle corporazioni professionali, nelle istituzioni culturali. Stordita, incerottata, coperta di lividi, ma ancora gramscianamente egemone.

La critica di Speaks non si limita a liquidare il retaggio marxista, operazione di per sè non proibitiva, ma si spinge sino a mettere in discussione il principio illuminista dell’autonomia del pensiero rispetto al fare pratico o, meglio, il principio che la teoria possa guidare la pratica architettonica. “L’azione dipende così dalla scoperta o dalla declamazione di un sistema di verità o principi guida, anche se, come nel caso della teoria, la verità è che non c’è nessuna verità.”
Riviste come Oppositions e Assemblage si sono fatte carico di fornire all’“…avanguardia architettonica un programma intellettuale politicamente di sinistra che la abilitasse a resistere, a criticare e a proporre utopiche alternative al capitalismo e al libero mercato. Questa fantasia ha finalmente perso la sua attrazione e le sue connessioni con il mondo reale. La comunità architettonica è rimasta a fronteggiare il futuro senza la guida di una saccente teoria d’avanguardia che ha dominato le scuole fin dagli anni ’70.”
In questo contesto, l’Italia fornisce una testimonianza di prim’ordine. Dalle farneticazioni di

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Commento 726 del 26/04/2004
relativo all'articolo Stroncare la 'lobby del culo e camicia'.
di Paolo G.L. Ferrara


Per “rimettere in moto la critica senza mezzi termini, quella che può addirittura arrivare, per l’appunto, alla stroncatura”, come dice Ferrara, mi pare interessante dare uno sguardo ad una vicenda, quella dello World Trade Center, dove la critica ha dovuto non solo “mettersi in moto” ma rivedere il suo ruolo e la sua strumentazione in quell’autentico bombardamento di informazioni che ha disorientato non pochi addetti ai lavori. Un bombardamento di quotidiane discussioni che hanno impegnato per mesi semplici cittadini, cattedratici, uomini politici, gruppi culturali, testate giornalistiche, reti televisive. Un tribolato e combattuto processo con “una partecipazione pubblica in pianificazione urbana senza precedenti” (New York Times) che “ha cambiato l’architettura” (Libeskind). Le valutazioni staccate nel tempo, le analisi storiche retrospettive, i giudizi interlocutori sono stati aggiornati alla luce degli avvenimenti in “tempo reale”.
Le oltre 4,500 persone che affollano il Jacob K. Javits Covention Center non solo partecipano ad un processo democratico, ma si immergono nell’analisi delle iniziali 6 ridicole proposte e ne decretano l’affossamento. “D’ora in poi, l’architettura non sarà mai più la stessa. Non ci sarà più un edificio senza che la gente discuta su cosa sta succedendo e come apparirà”, dice Libeskind. I critici, per non essere tagliati fuori, devono scendere nell’arena, prendere posizione e combattere per difenderle. Un tempo si sarebbe chiamata critica militante oggi potremmo chiamarla critica orizzontale, prendendo a prestito da Saskia Sassen la definizione di orizzontalità “... i networks economici, culturali e politici si sono resi conto quanto fosse cruciale operare orizzontalmente invece che gerarchicamente” e cioè secondo una rete di rapporti meno verticistici e più democratici. Quell’orizzontalità che porta l’autrice, una sociologa, a lodare non solo gli approcci degli United Architects e di Libeskind, i primi per la loro città verticale perchè “usano la verticalità... ma reinventandola”, il secondo per la soluzione del memorial, ma di tutti i concorrenti per la complessità ed il mix di spazi. “É impossibile che nessuno di questi progetti non venga costruito.”
La critica orizzontale non attiene solo all’oggetto finito ma interviene nel processo e lo condiziona nei termini del principio democratico di “conoscere per deliberare.”
La critica verticale è quella che ci impone di aspettare e ascoltare in riverente silenzio l’editoriale dei direttori delle Casabelle, dei Domus, il libro settimanale di Dal Co, le commemorazioni di Portoghesi, le farneticazioni dell’accademico di turno. Quella critica cioè arroccata nelle redazioni delle riviste patinate, nelle pseudo-torri d’avorio, nelle esclusive cittadelle delle élites intellettuali. Mentre la critica orizzontale scende nell’arena e si confronta direttamente con il pubblico, affidandosi alla stampa quotidiana, ai forum con i protagonisti, alle discussioni pubbliche, alle interviste, alle mostre praticamente in diretta per soddifare la “tempestività” richiesta dalla società contemporanea.
La critica orizzontale si fa carico di aiutare il pubblico a districarsi nella giungla di informazioni che i media gli rovesciano addosso. La critica verticale difende a denti stretti una concezione esclusivistica della cultura che la partecipazione del pubblico mette in crisi sollevando il velo di mistero sui rituali che si svolgono nelle sale riunioni degli studi e degli uffici. E in questo contesto acquistano grande importanza anche gli aspetti giornalistici e, se vogliamo, mondani nella valutazione estetico-formale. I giornali quotidiani hanno compreso da tempo l’importanza del fenomeno e non a caso i maggiori di essi hanno un critico di architettura che scrive regolarmente articoli di architettura.
Sin dalle prime 6 proposte Herbert Muschamp critico di architettura del New York Times, si fa carico di “stroncare” la credibilità dei progetti gestiti nel chiuso degli uffici della LMDC. Spara a zero sui consulenti, lo studio Beyer Blinder Bell e Peterson Littenberg giudicando i primi incapaci di produrre architettura moderna di qualità, e riporta il soprannome con cui sono conosciuti nell’ambiente professionale: Blah, Blah e Blah; ed i secondi di essere architettonicamente “reazionari”, seguaci di Leon Krier e Prince Charles. Accusa Gravin, il coordinatore per il settore urbanistico-architettonico, di separare artificiosamente l’aspetto urbanistico da quello architettonico per marginalizzare il ruolo di quest’ultimo. Le valutazioni dei critici trovano conferma nell’atteggiamento del pubblico e il tentativo di ricostruire lo World Trade Center con il sistema del “culo & camicia” deraglia miseramente.
Subito dopo la dèbacle pubblica delle prime proposte viene organizzato il concorso internazionale che si conclude con la selezione di 9 proposte sulle quali i giudizi sono variegati quanto le proposte stesse: per Nicolai Ourou

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Commento 699 del 20/03/2004
relativo all'articolo Introduzione ad Eisenman
di Antonino Saggio


Antonino Saggio dà ripetutamente dell’intellettuale a Peter Eisenman. Speriamo che il buon Peter non lo prenda come un’insulto. A Ivy, che in una recentissima intervista per AR gli chiede “La sua è una ricerca intellettuale?”, così risponde:
“Sono interessato alla ricerca intellettuale, ma non mi considero un intellettuale. La domenica faccio le parole crociate di Times, leggo gialli, guardo Internet e gioco il solitario. Non chiamerei tutto ciò intellettualmente stimolante. Mi alzo alle 5:30 del mattino e alle nove ho già scritto quello che ho bisogno di scrivere e letto quello che ho bisogno di leggere. E sono a posto. Il resto del giorno, il tran-tran professionale di architetto, non lo chiamerei una ricerca intellettuale.”

P.S. Chi volesse, può leggere l’intera intervista al seguente indirizzo:
http://archrecord.construction.com/...


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Commento 653 del 13/02/2004
relativo all'articolo Italia Nostra: i perchè del 'no' a Niemeyer
di Italia Nostra


RAVELLO: DALLE PAROLE AI FATTI
La sezione californiana di Italia Nostra, nell’appoggiare senza riserve la sacrosanta battaglia intrapresa dalla casa madre in difesa del paesaggio perfetto italiano, chiede gentilmente alla direzione di antiTHeSi la pubblicazione della seguente proposta di legge, tesa a scongiurare il ripetersi, in futuro, di incresciosi episodi come quello di Ravello.

PROPOSTA DI LEGGE PER LA SALVAGUARDIA E LA PROTEZIONE DEL PAESAGGIO PERFETTO ITALIANO.
Art. 1. L’intero territorio italiano viene proclamato, ai sensi della presente legge, paesaggio perfetto.
Art. 2. Il paesaggio di cui all’art.1 dovrà essere salvaguardato e conservato nella sua integrità.
Un Piano Paesistico Nazionale, dalle Alpi alla Sicilia, dalla Sardegna alle Puglie, dovrà essere predisposto entro 40 anni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Sino all’approvazione del PPN, e con effetto retroattivo, sono indistintamente e tassativamente proibite, in tutto il territorio nazionale, costruzioni moderne di ogni genere ed espressione.
Qualora, per imprescindibili situazioni locali, si rendesse necessario procedere con un intervento contemporaneo, il giudizio definitivo sul progetto verrà demandato ad una apposita commissione, composta da 999 membri di cui un terzo nominati da buoni padri di famiglia, un terzo da Italia Nostra ed un terzo dai sindacati del settore agricolo-pastorale. La commissione, presieduta dal Presidente di Italia Nostra, deciderà all’unanimità. In caso di disaccordo tra i membri il progetto si intenderà respinto.
Art. 3. Al fine di ripristinare le condizioni originarie del paesaggio perfetto, ed ai sensi dell’art. 2 della presente legge, sono consentite, sotto la diretta supervisione dei Soprintendenti ai Beni Ambientali, di concerto con il Presidente di Italia Nostra, demolizioni di edifici di qualsiasi genere (chiese, palazzi comunali, stazioni ferroviarie, ecc.) che siano sorti in danno al paesaggio di cui all’art. 1. Il ripristino del paesaggio dovrà essere attuato con la metodologia scientifica del “com’era, e dov’era”. In mancanza di documentazione inoppugnabile si procederà per analogia con paesaggi delle stesse caratteristiche.
Art. 4. Gli impianti tecnologici di origine post-industriale, linee e palificazioni elettriche e telefoniche, antenne telefoniche e televisive, ponti e linee ferroviarie, autrostrade dovranno essere rimossi entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge. Con apposito decreto verranno stabiliti gli opportuni incentivi finanziari. Non sono ammesse deroghe al presente articolo.
Art. 5. Ai Soprintendenti ai Beni Ambientali, vengono conferiti, con la presente legge, pieni poteri per l’intero territorio italiano e per tale ufficio saranno forniti delle più sofisticate attrezzature per combattere guerre “intelligenti”, nonchè dei più tradizionali mezzi di coercizione: carri armati, portaerei, mezzi anfibi da sbarco e corpi speciali d’assalto. Il Governo attiverà anche le procedure per l’attribuzione dello status di caschi blù ai soci di Italia Nostra.
Art. 6. È istituita una speciale Procura Distrettuale “Antimoderna” per perseguire i reati contro il nostro paesaggio perfetto. I magistrati potranno trattenere in custodia preventiva, per una durata tassativamente non superiore a vent’anni, qualunque sostenitore del modernismo sospettato di ideare inserimenti moderni nel paesaggio perfetto italiano. Trascorsi vent’anni senza che la PDA abbia contestato specifici reati, il sospettato dovrà essere rilasciato e potrà comunque essere inviato, a discrezione della PDA, al confino.
Art. 7. É autorizzata in via del tutto eccezionale la creazione di liste di prospcrizione dei sostenitori degli inserimenti moderni nel paesaggio perfetto. Per la tenuta della lista verrà creata, con separato provvedimento, un’autorità Garante. Al Garante spetterà il compito di tenere aggiornata la lista e trasmetterla periodicamente ai Soprintendenti ed al PDA per i provvedimenti di loro competenza.
Art. 8. Sempre in via del tutto eccezionale saranno confiscati e mandati al macero per il riciclaggio tutti quei testi illustranti opere dei modernisti inclusi nelle liste di proscrizione.
Una commissione, nominata con separato provvedimento, di tre saggi, scelti tra tradizionalisti di sicura fede e buoni padri di famiglia, vigilerà sulla corretta applicazione dei provvedimenti di cui al precedente comma.
Art. 9. I docenti universitari dei corsi di paesaggistica, urbanistica e architettura dovranno conformare i loro programmi didattici allo spirito della presente legge. In mancanza, il Ministro della Cultura, sentito il Presidente di Italia Nostra, i sindacati del settore, gli ambientalisti del sole che ride, dell’arcobaleno, del girasole, del WWF potrà disporre la chiusura dei corsi, la confisca dei beni ed il confino per i docenti.
Art. 10. Con la presente legge si

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Commento 643 del 09/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Ineccepibile, tempestiva e saggia la decisione della direzione di AntiTHesi di stroncare la gazzarra scatenata da un pugno di professionisti dell’insulto.
Per quanto mi riguarda ero pronto a togliere il disturbo, non per sottrarmi al confronto o allo scontro duro che non mi spaventano più di tanto, ma perchè detesto l’assemblearismo tribale, la parodia della democrazia, la piazza forcaiola, l’ignoranza e la disinformazione elevate a valore.
Le reazioni scomposte dei protagonisti confermano la saggezza della decisione.

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Commento 481 del 08/11/2003
relativo all'articolo Cervellati killer degli stimoli rinnovatori
di Paolo G.L. Ferrara


Riporto una fantozziana lettera-aperta indirizzata a suo tempo a Sgarbi, che mi pare sempre attuale.

Egr. On. Dott. Prof. Sottoseg.,
Vittorio Sgarbi
ROMA
Leggo oggi su Panorama del 2 Agosto AD 2001, le sue dichiarazioni a proposito degli interventi nei centri storici. Era ora che qualcuno dicesse pane al pane e vino al vino!
Leggendole mi sono commosso sino alle lacrime perche’ qualcuno lassu’ in alto ha finalmente raccolto il disperato grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva contro la modernita’ ed i suoi amici. Lei sempre così riservato, così pacato, coì poco incline ai protagonismi per una volta tanto ha dismesso quegli abiti per mostrare finalmente la determinazione della cultura di Stato nel ristabilire l’ordine e, se possibile, gli ordini.
Splendida e da mozzafiato la sciabolata iniziale alla pretesa dell’architettura moderna di intervenire nei nostri sacri ed inviolabili centri storici: e . Parole sante, anzi sacrosante! Culturame, avrebbe detto Scelba, arte bolscevica avrebbe aggiunto Speer, corrente borghese avrebbe rincarato la dose Stalin. Come vede non siamo soli e non siamo male accompagnati.
Ma e’ dalla Storia che i nostri ideali traggono linfa vitale.
Ricorda la straordinaria stagione dei restauri in stile inaugurata da Viollet-le-Duc in Francia nella seconda meta’ del XIX secolo? Ricorda la sua lapidaria definizione del restauro “Restaurare un edificio significa ristabilirlo in uno stato di integrita’ che puo’ non essere mai esistito”? Ah che bei tempi! Allora era ancora possibile fare in “stile” le facciate di Santa Croce a Firenze (1857-68), di Santa Maria del Fiore sempre a Firenze (1876-83) o sostituire in “stile” amalfitano la facciata barocca del duomo di Amalfi (1880-94) o realizzare ex-novo, in “stile” medievale, un borgo nel parco del Valentino a Torino in occasione dell’esposizione del 1884.
E’ vero, i soliti quattro spocchiosi intellettuali in vena di fughe in avanti innalzarono subito le barricate. In Inghilterra ebbero la faccia tosta di fondare, nel 1877 se non ricordo male, una societa’ denominandola “Society for the Protection of the Ancient Buildings”! E sa cosa andava dicendo in giro uno dei massimi cantori di questa scuola di s-pensiero, un certo John Ruskin, di cui avra’ forse sentito parlare? “Non parliamo dunque di restauro. La cosa e’ di per se’ stessa una menzogna. Voi potete fare il modello di un edificio come lo potete di un corpo e il vostro modello puo’ rinchiudere la carcassa dei vecchi muri, come pure il vostro corpo puo’ rinchiudere lo scheletro, ma non ne vedo il vantaggio e poco importa. Il vecchio edifico e’ distrutto: lo e’ piu’ completamente, piu’ inesorabilmente se fosse crollato in un cumulo di polvere o sprofondato in una massa di argilla. Ma, si dice, la ricostruzione puo’ diventare una necessita’: d’accordo. Guardate la necessita’ in faccia e accettatene tutti gli obblighi: la distruzione si impone. Accettatela, distruggete l’edificio, buttatene le pietre in angoli lontani, fatene della zavorra o della calcina a vostro piacere, ma fatelo onestamente, non lo rimpiazzate con una menzogna…” (C.Ceschi – Teoria e storia del restauro – Roma 1970) Come vede un aperto invito al vandalismo e alla barbarie. Ma c’e’ di piu’. Cosa fece il Comitato della S.P.A.B. nel 1924? Aggiunse questa nota allo statuto “Laddove esiste una buona ragione per aggiungere ad un'antica costruzione una modesta addizione cio’ non e’ in contrasto con i principi della Societa’, badando:... che la nuova opera sia nella maniera naturale del giorno d'oggi, subordinata alla vecchia, e non una riproduzione di qualche stile passato...”. Capito? Volevano salvare gli antichi monumenti con “modeste addizioni nella maniera naturale del giorno d’oggi”! Cioe’ con le forme del primo cosiddetto razionalismo.
Anche in Italia gli intellettuali radical-chic (C. Cattaneo, L. Beltrame, C. Boito) non furono da meno e, contrari ai giusti rifacimenti in “stile”, elaborarono una serie di principi per cui non solo l’edifico veniva considerato un puro e semplice documento storico-artistico ma anche tutte le aggiunte di qualunque epoca o stile. Un coacervo di principi per codificare l’eclettismo e lo snaturamento dell’unità stilistica del monumento.
Purtroppo nel 1936 l’oltranzismo modernista vince il concorso per la nuova stazione ferrioviaria di Firenze. Un autentico sfregio al centro storico della citta’ Toscana che non ha mai digerito quella mostruosa intromissione. I fanatici modernisti chiamarono a sostegno di quell’orrore nientepocodimenochè F.Ll.Wright l’architetto-cowboy delle sperdute periferie americane che aveva in odio il Rinascimento italiano!!!
Ben diverso l’atteggiamento di importanti esponenti dell’establishment culturale del paese quali G. Giovannoni e M. Piacentini. Il primo sosteneva la teoria del diradamento edilizio del centro storico, il cui apice verra’ raggiunto solo n

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Commento 438 del 14/10/2003
relativo all'articolo Condono non solo
di Massimo Pica Ciamarra


Il condono è, di per sè, un’atto vergognoso ed un sopruso ma vedere da dove vengono le prediche viene il voltastomaco. Salvo le solite lodevoli eccezioni (e Massimo Pica Ciamarra è tra questi), sono i corresponsabili del massacro ad alzare la voce. Sono coloro i quali hanno alimentato ed alimentano la giungla di leggi, decreti, regolamenti, circolari, vincoli con cui hanno sommerso il nostro paese e strangolato qualsiasi ipotesi di gestione creativa del territorio. E i cittadini rispondono con l’abuso diffuso e generalizzato. Gli ordini professionali, le soprintendenze ai monumenti, le associazioni ambientaliste, le Italie Loro sono stati sempre in prima linea nell’invocare normative e vincoli degni di una repubblica dei soviet. Oggi, davanti all’ennesimo condono, si svegliano, emettono sdegnati comunicati e annunciano battaglie epocali. Indigeribile. Per quanto mi riguarda non mi unisco al ballo in maschera dei moralisti della domenica.
Siamo di fronte ad un fenomeno che Pasolini avrebbe definito “antrolpologico”. Ed è questo il fenomeno davvero preoccupante, non certo i cosiddetti eco-mostri et similia che, con un minimo di volontà politica, sarebbero demoliti o riciclati in un paio di giorni.
Chi scrive è stato in commissione edilizia, quelle pavide commissioni che sono corresponsabili anch’esse dello sfascio e del catafascio. Le vessazioni del cittadino iniziano da li. In moltissimi casi i progetti vengono sospesi perchè non si sa quali norme applicare, perchè il legislatore si è “dimenticato” di abrogare le norme contrastati. E se non ci sono norme nazionali, regionali, di settore ci sono quelle del piano comunale che variano però dalla mattina alla sera. E quando ci sono piani e varianti scattano le cosiddette norme di salvaguardia che significa che tutto ciò che è in contrasto con il piano o la variante non può essere approvato. E cosi via per giorni, mesi, anni. Un vergognoso e sporco gioco sulla pelle dei cittadini che rispondono con l’abusivismo. Questo è il livello di degrado e di abbruttimento ”antropologico” a cui bisogna porre mano. Altro che invocare nuove leggi, paventare rigidità vincolistiche, minacciare i carabinieri.
Che gli architetti contribuiscano a creare il caos è vero. Ma cosa possiamo pretendere da chi deve pur sfamarsi e non ha nè cattedre universitarie, nè laute consulenze, nè gettoni presenza di commissioni, nè cariche corporative con cui tirare a campare e a fare il moralista? Invece di tentare di coinvolgerli nella gestione urbatettonica del territorio li si emargina in favore dei grossi (grossi, non grandi) studi professionali non di rado ben ammanigliati con il sottobosco edilizio- peculativo, che a sua volta è ammanigliato con le corporazioni professionali, che a loro volta sono ammanigliati con le università. Una micidiale circolo vizioso che non scatena le ire funeste dei moralisti anticondono.
Se questi sono i termini del dibattito: da un lato il condono in sè per sè, dall’altro gli sdegnati partecipanti del circolo vizioso mi pare che ci sia poco di che essere allegri. Passato il polverone tutto continuerà come prima: si continueranno a fare leggi su leggi, si continuerà ad estendere a macchia d’olio la politica vincolistica (1,000-2,000-3,000-10,000 metri dal mare, dal lago, dal fiume, dai centri storici, dalle colline), si continuerà con la farsa delle varianti ai piani comunali, si continuerà a piagnucolare sullo sfascio territoriale. Gli ordini professionali, le soprintendenze, le associazioni integraliste continueranno a dettare legge. Uno spettacolo già visto e rivisto. Dopo il dramma la farsa e dopo la farsa l’avanspettacolo.

Perchè a Los Angeles non esiste l’abusivismo?
1. Leggi e regolamenti sono snelli e a misura di cittadino. Esistono gli Uniform Codes (per le abitazioni, per gli impianti, per l’antincendio ecc.) che sono praticamente unici per lo stato. Ogni comune può integrarli in maniera restrittiva (cosa rara).
2. I permessi per progetti semplici (ampliamenti, ristrutturazioni e abitazioni uni-bifamiliari) si ottengono al massimo in una settimana (se non ci sono problemi il progetto viene approvato al momento della presentazione, si pagano le tasse e si riporta a casa il progetto con i timbri), per gli altri il termine è di sei settimane, salvo progetti molto complessi che richiedono una decina di settimane, i termini si allungano quando vengono richieste integrazioni o correzioni.
La commissione edilizio-architettonica si occupa solo di questi ultimi casi. Il resto viene svolto dagli impiegati che spesso non sono tecnici del settore.
3. Non esiste la direzione dei lavori. Per cui il progetto deve essere completo in tutto e per tutto, nulla può essere rinviato all’esecuzione. Le varianti sono in genere dovute ad imprevisti davvero imprevisti e non a sbadatezza del progettista, che se sbaglia rischia di essere trascinato in tribunale. La responsabilità per la corretta esecuzione è tutta sulle s

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Commento 404 del 05/09/2003
relativo all'articolo Buone vacanze a...
di Paolo G.L. Ferrara


Diamine! A Modena hanno revocato l’incarico a Gehry? E io che, povero ingenuo, il 15 gennaio del 2000 inviai una lettera di complimenti (che riporto quasi integralmente) al Sindaco (non so se lo sia ancora) Giuliano Barbolini! Krier al posto di Gehry: quando si dice avere saldezza di ideali...

Egr.
Giuliano Barbolini
Sindaco di Modena

Ho letto il dibattito su “la Repubblica” dell’11/1/00 sul cosiddetto “caso Modena“, intitolato “Citta’ storiche. Se il nuovo sfida l’antico”.
Devo innanzittutto complimentarmi con Lei:
1) per il coraggioso ed intraprendente approccio al problema;
2) per la felicissima scelta di Frank O. Gehry;
3) per la difesa di quella scelta di fronte alla cecita’ della Soprintendenza ed ai patetici distinguo dei sempre piu’ (auto)emarginati architetti italiani.
Premesso che non ho ancora visto la proposta dell’architetto americano e quindi sulla stessa non mi esprimero’, anche se trattandosi di Gehry non dovrebbero esserci troppi dubbi, vorrei confortarla con alcune brevi considerazioni generali, tratte in larga parte da saggi pubblicati o in via di pubblicazione sulla rivista L’architettura – cronache e storia, a sostegno della sua scelta.

1) L’approccio al problema.
E’ dai tempi della bocciatura del Memorial Masieri di Frank Ll. Wright (un’altro americano!) a Venezia, nel 1954, che la cultura architettonica italiana rifiuta di sciogliere il nodo dell’incontro-scontro antico-moderno. E’ a Venezia che trionfa quell'atteggiamento, che diventera' tipico, di chi e' disposto a tapparsi gli occhi di fronte a qualsiasi oscenita' in "stile", "ambientata", in "tono" pur di impedire all'odiata architettura moderna di intervenire nei centri storici. Le conseguenze di questo atteggiamento dogmatico, retrogrado, antimoderno saranno terrificanti. Decine e decine di centri storici saranno sfregiati, non da architetture moderne, ma da brutture in tutti gli stili con il complice silenzio di quegli imbalsamatori che sbraitarono cosi tanto contro Wright.
Pur di impedire al piu’ grande architetto del secolo di intervenire a Venezia, i piu’ inconfessati interessi si coalizzarono: studiosi, mestieranti, esperti, politicanti di ogni genere discettarono per settimane sui sacri principi dell’intangibilita’ dei centri storici. Quei sacri principi sistematicamente e ripetutamente violati, con il complice silenzio degli oltranzisti, proprio sul Canal Grande con quella serie di falsi in “stile locale” puntigliosamente elencati da Roberto Pane che, insieme a Bruno Zevi e Sergio Bettini, fu il piu’ strenuo difensore del progetto di Wright.
Il piu’ agguerrito avversario si dimostrera’ un protoambientalista, Antonio Cederna che, preso da impeto catastrofico, assicurava: “ ... attraverso il varco illustre aperto da Wright, mille mestieranti ... trasformeranno l’Italia a immagine e somiglianza dell’ E.42 ... “. A Wright fu impedito di realizzare la sua opera, i mille mestieranti, per nulla spaventati dal conservatorismo parolaio di Cederna, continuarono ad imperversare e proprio Marcello Piacentini, l’artefice dell’ E.42, potra’ di li a poco, nel 1956, nella piu’ assoluta tranquillita’ sfregiare il centro storico di Ferrara con il suo orrendo palazzo della Ragione.
Venezia rinuncio’, purtroppo, ad evere un’opera del grande architetto americano, nella platonica speranza che questo rifiuto avrebbe contribuito alla battaglia per la salvaguardia dei nostri centri storici.
Il peggio pero’ doveva ancora venire. Mentre in altri paesi, in seguito all'inversione di tendenza dagli insediamenti abitativi periferici al recupero residenziale del centro citta', si parla di rinnovo urbano intendendolo creativamente come riciclaggio, in Italia ci si sclerotizza sull'aspetto recupero, inteso preminentemente in senso tecnico, politico e socio-economico.
Questo fenomeno non e', come potrebbe pensare qualcuno, l'evoluzione ultima di quella cultura del restauro in cui l'Italia, giustamente, emerge; e' una rivolta ideologica di stampo oscurantista che attacca direttamente la cultura del restauro tentandone lo svilimento, ma che, sotto sotto, ha ben altre mire: far fuori l'architettura moderna a cui si addebitano, con agghiacciante irresponsabilita', tutti i piu' turpi misfatti a danno degli ambiti storici.
Il piano di recupero del centro storico di Bologna e’ il la’ che da il via libera ad una pretesa grande novita’: la conservazione integrale, uno dei tanti feticci che la sinistra marxista, appoggiata spesso da un'altra chiesa, quella cattolica, crea per il proprio irresistibile desiderio di dilettarsi in erudite, ermetiche e logorroiche disquisizioni ideologiche; e' una delle tante polpette evvelenate date in pasto alle sprovvedute masse affamate di "certezze". Gli intellettuali si fanno venire gli orgasmi fantasticando l'accensione dello "scontro di classe” e non si creano problemi a sostenere quell'atteggiamento tipico delle classi do

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Commento 401 del 03/09/2003
relativo all'articolo La qualità dell'architettura per legge
di Sandro Lazier


Nel mio precedente intervento c’era un’errore al primo capoverso che così si concludeva “...terzo perchè lo strapotere degli ordini, dei consigli nazionali e delle soprintendenze, invece che limitato, potrebbe uscirne rafforzato ed ampliato.” Mi scuso per il taglio che ha reso poco comprensibile la frase finale.

1. La legge che, impropriamente, chiamiamo “per la promozione della qualità” è, mi pare banale rimarcarlo, una legge per promuovere alcuni strumenti che favoriscono l’affermarsi di opere di qualità e cioè i concorsi, i centri di documentazione e diffusione, un piano per le opere pubbliche, le fondazioni ecc. Ciò premesso ribadisco che sono perplesso di fronte alla proposta Urbani ma non talmente cieco da non vederne gli spunti positivi. Non salgo comunque sulle barricate con chi avversa la legge, qualsiasi legge sull’architettura, per partito preso.
Ma non sono così ingenuo da pensare che con una semplice legge si risolvano di colpo i decennali problemi dell’architettura italiana. Non ritengo comunque che l’architettura possa, con gli strumenti tipici della disciplina, così come d’incanto battere la speculazione edilizia, convertire gli investitori immobiliari, riciclare la spazzatura edilizia.
Chi confida “nell’autoreferenzialismo qualitativo dell’autore” dovrebbe anche spiegare come questo possa emergere se in Italia vige la legge materiale della giungla, non scritta, di dare gli incarichi agli amici, agli amici degli amici, ai compagni di merende, ai compari. E farci
capire come possa emergere la qualità se l’architettura moderna è fatta oggetto di ostracismo, soprattutto da parte di apparati dello stato e come possa emergere la qualità se le opere pubbliche sono le prime a fornire un esempio desolante e disarmante di mediocrità?
A che serve giustificare la mediocrità di geometri, ingegneri, architetti se questi invece che ispirarsi ai maestri si ispirano alle lordure che li circondano e che loro stessi contribuiscono ad incrementare in un circolo vizioso senza fine?
"... la storia architettonica appare seminata di : un cimitero di virtualità represse. Dal fulgido impianto brunelleschiano di Santo Spirito a Firenze, rovinato dall'alterazione del nartece interno, alla facciata michelangiolesca di San Pietro, alle opere non eseguite di Borromini, agli infiniti sprechi dell'età moderna, tutta la vicenda emerge carica di ingiustizie: i mediocri lavorano, contagiando di volgarità lo scenario urbano, mentre i migliori conducono una vita stentata e talora mortificante. Anche meditando sui casi più fortunati, il bilancio non muta: Wright ha costruito circa settecento edifici ma, al confronto di qualsiasi professionista commerciale, il suo successo è insignificante, tanto che ha raggiunto New York e il centro di Chicago solo dopo gli ottantacinque anni". (Zevi)
Che la massa sia succube dei surrogati dell’architettura è comprensibile, ciò che indigna è quello che indignava Alberoni, anni fa, e cioè “come tutte le forze che si sono dichiarate e si dichiarano progressiste, d'avanguardia, siano, in realtà, conservatrici, paurose e tradizionaliste... Anche l'alta cultura è stata affascinata dalla conservazione, dal restauro, dal passato. L'imprenditorialità sommersa, di gente disorganizzata, ignorante, priva della più elementare sensibilità pubblica, ha trasformato il paese con un'alluvione di bruttezze...”
Qui sta il dramma. I maestri indicano una via, la critica accademica, le fronde ideologizzate, i professionisti della commercializzazione dilapidano. Loro indicano una via e noi li a giustificare gli ignoranti che non capiscono, che travisano, che non sono all’altezza e che per pigrizia mentale amano le scorciatoie.
Noi proponiamo il ricorso sistematico ai concorsi per dare spazio anche a giovani sconosciuti e ci si accusa di volere addirittura il genocidio!
Invece di rimboccarci le maniche per divulgare, popolarizzare gli acuti dei maestri siamo qui a piagnucolare sugli epigoni che tradiscono i maestri e sulla gente che non capirebbe e non gli importerebbe nulla dei messaggi dei Libeskind, dei Gehry, delle Hadid, dei Koolhaas.
E, nonostante i nostri piagnistei la gente risponde con entusiasmo proprio alle opere dei grandi. A Bilbao il museo di Gehry è stato visitato in un’anno da tanta gente quanto era prevista, se non ricordo male, in cinque anni. Bilbao era sconosciuta a mezzo mondo ora un pò meno e molta gente che non l’avrebbe mai visitata per le sue preesistenze la visita per andare a vedere l’opera gehriana. Ma l’opera è importante perchè ha ridatto vitalità ad un’area industriale dismessa della città. E i cittadini apprezzano. A Berlino l’ala ebraica del museo di Berlino di Libeskind apre i battenti anni prima che il museo sia installato perchè la gente vuole visitare un capolavoro dell’architettura moderna.
Dall’altra parte dell’oceano, il concorso per la ricostruzione di Lower Manhattan ha mostrato come in ope

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Commento 399 del 02/09/2003
relativo all'articolo La qualità dell'architettura per legge
di Sandro Lazier


Confesso che non ho mai provato grande entusiasmo per una legge sull’architettura. Primo perchè come hanno già osservato altri la qualità non la si dà per decreto; secondo perchè il fondamentalismo conservatore e la putrida retorica ambientalista sono in grado di snaturare qualsiasi serio intervento volto a riportare l’Italia nel contesto culturale europeo e mondiale; terzo perchè lo strapotere, invece che limitato, potrebbe uscirne rafforzato ed ampliato.

La moderna cultura architettonica chiedeva da anni, sulla scia dell’esperienza francese, una legge che impegnasse le istituzioni pubbliche nella promozione della qualità architettonica.
Quando lessi, qualche anno fa, la proposta elaborata dal CNA, mi convinsi ancora di più che in un’Italia prigioniera di bande burocratico-corporative anche le più encomiabili intenzioni non possono che finire in vacca.
A parte la vuota retorica della declamazione iniziale la parte davvero repellente è la proposta di un Consiglio Superiore per l’Architettura nazionale, con tanto di ramificazioni regionali, organizzati ad uso e consumo dei professionisti dell’archiburocrazia (su sedici membri dieci scelti dal CNA e dal CNI ed i restanti 6 scelti tra altre categorie!). E la sinistra, con il solito impeccabile opportunismo, aveva tempestivamente sponsorizzato questa schifezza per la promozione dello strapotere di ordini, consigli nazionali, soprintendenze. Società civile e libera cultura emarginate, se non cancellate da questo grottesco scenario. E saranno ben pochi ad opporsi a questa macroscopica e vergognosa sclerotizzazione burocratica.
Ci riproverà, senza successo per fortuna, la melandri. Zevi, poco prima di morire, “...il disegno di legge recante disposizioni in materia di promozione della cultura architettonica e urbanistica, presentato dall’on. Melandri, va sdegnosamente rifiutato, perchè la direzione dell’architettura prevista non è affidata ad una personalità libera, di prestigio... ma può essere incarnata anche da un burocrate selezionato dal mazzo... Tante grazie, on. Melandri, si tenga la sua legge.”

Ora c’è la proposta Urbani che, come già rilevato da altri, presenta sia elementi di novità che elementi discutibili, triste retaggio della pluridennale emarginazione dell’Italia dal crcuito culturale internazionale.

Finalità. L’avvio non è certo dei più felici laddove si enfatizza l’“armonico inserimento nell’ambiente circostante” dell’opera. Dizione questa presa pari pari dalla Risoluzione del 12 gennaio 2001 del Consiglio dell'Unione. Una sciocchezza concettuale. Nell'epoca di Einstein, Picasso, Duchamp, Schoenberg, Pollock c'e' ancora qualcuno che si picca di giudicare il mondo contemporaneo con il parametro dell'armonia!
Si alla qualità ma solo se armonica. Una tetra litanìa che abbiamo sentito per anni: si all’inserimento purchè ambientato, si all’inserimento purchè conforme ai caratteri del luogo, si all’intervento purchè mimetico. In un epoca contrassegnata dagli stracci di Rauschenberg, dalle tele bruciate di Burri, dalle lamiere accartocciate di Gehry, cioè da un brutale richiamo alla realtà, non necessariamente bucolica, che ci circonda, è a dir poco anacronistica questa fuga a ritroso in astrazioni romantiche. La qualità moderna attinge allo sporco, al derelitto, al disarmonico, al contrastato, all’asimmetrico, al dissonante, a tutto meno che all’armonia. E poi, in armonia con l’ambiente circostante? Neanche gli aborigeni australiani si azzarderebbero più a parlare di armonia dell’ambiente.

Articolo 5. Plateale cedimento al fondamentalismo conservatore. Questa mania di conservazione a 360°, anche se rivolta ad opere moderne, rischia di essere un boomerang: se bisogna conservare anche tutto il moderno, così come tutto l’antico che senso avrebbe l’architettura contemporanea? “Tutto il potere ai soprintendenti!” urlerebbe Sgarbi. E tutto il potere a restauratori, ristrutturatori, recuperatori, rivitalizzatori, riabilitatori, aggiungiamo noi.
L’architettura moderna, a differenza di quella antica, non costruisce per ammonire (monumento), per sfidare i secoli. Dura magari lo spazio di qualche anno. Gehry ha modificato la sua leggendaria casa-documento non so quante volte, facendo un’opera aperta continuamente alle novità, alle nuove esigenze della vita contemporanea.

Art. 10. Ottima la proposta per la “costituzione di centri territoriali di documentazione per l’architettura e l’urbanistica moderna e contemporanea”.

La Fondazione. Una soluzione, a mio parere, decisamente migliore rispetto a quella burocratico-paternalistica del Consiglio e Consiglini Superiori (eredità, tra l’altro, della cultura fascista). Sarà perchè vivo negli Stati Uniti dove le fondazioni sono il motore che consente alla cultura di essere libera da lacci e lacciuoli politici, corporativi e burocratici, ma la ritengo una strada da percorrere anche se non si capisce ancora come debba essere struttur

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Commento 405 del 09/07/2003
relativo all'articolo Nonsolomoda, anche idiozie
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Ferrara,
Sono un novizio del sito e con calma sto leggendo a ritroso vecchi interventi e leggo solo ora questo tuo articolo ed i relativi commenti.
Tu avrai ormai rimosso l’argomento e non volermene se lo riporto all’attenzione.
Capisco la tua amarezza, capisco la tua indignazione. Mentre le nostre idee, i nostri ideali, che sono le idee e gli ideali degli spiriti liberi e originali dell’architettura trionfano in tutto il mondo, in Italia, la palude del conformismo editorial-accademico, con codazzo di supporters, non ha altro di meglio da fare che sputarci sopra.
Tu ti lamentavi delle idiozie di una trasmissione televisiva ma hai visto cosa è capace di fare la gente avvezza alla disciplina? Roba da far accapponare la pelle.
Non mi era mai capitato di leggere in un sito di architettura in cosi poche righe tanto risentimento, disinformazione, pressapochismo, invidia verso Frank O. Gehry. Questo spettacolo di mediocrità compiaciuta e soddisfatta di gettare fango addosso ad uno dei migliori architetti viventi descrive alla perfezione il livello di bassezza raggiunto dall’architettura italiana. Wright, un’altro che ha sperimentato sulla propria pelle l’ostracismo degli invidiosi e dei cacadubbi, amava ricordare un vecchio adagio “Chi sa fa, chi non sa insegna”. Detto per inciso, Gehry fa solo quello che sa fare meglio: l’architetto. Non scrive, non elabora teorie nè tanto meno insegna. Invece in Italia sono tutti professori. E si vede!
Cosa abbiamo da replicare a chi la butta nella demagogia e nel moralismo più repellente (“Il Guggenheim di Bilbao e' stato anche glamour, ha fatto e fa tendenza nell'architettura , ha condizionato i cervelli degli spettatori-architetti verso il mondo della ricchezza e dello sfarzo, come sono le architetture di Gehry.”)?
Dio mio che “spreco finanziario”, che “glamour” l’edificazione di Stonehegen, delle piramidi egizie ed atzeche, della grande muraglia cinese, dell’Acropoli di Atene, del Campidoglio, del Palazzo della Signoria, di villa Adriana, di Piazza S. Marco, del casino di Stupinigi, della stazione di Firenze, del Guggenheim di New York!
“Edificio-città-territorio”? Caro Ferrara ma che dici? Qui siamo di fronte a gente pronta a redimere il mondo, a salvare l’umanità dallo sfarzo e tu replichi con quelle sciocchezze sovrastrutturali zeviane?
E i pizzettari (“Gehry... in "non solo moda"...ci sta come la mozzarella sulla pizza.”)?
Tu tiri fuori neintepocodimenochè Finsterlin! Diamine loro fanno le pizze e quindi conoscono la mozzarella non Finsterlin. Pur di imbrattare Gehry ricorrorno a tutto, anche alle... bufale.
“Gehry ha sempre cercato di fare il botto, lo scoop...”. Se questo fosse vero perchè ha raggiunto il successo professionale a sessant’anni suonati? La verità è che ha perso un sacco di incarichi pur di non tradire lo spirito delle sue opere. E lo si accusa di essere un esibizionista. Rivoltante.
“Ha sempre evitato qualunque tematica di contesto urbano...” Così Saggio a proposito dell’Edgemar Development a Santa Monica: "L'idea che risolve uno stimolante programma (negozi, uffici, un ristorante, un piccolo museo) e' lo scavo del blocco edilizio, come fa una forra in una massa tufacea. Dalla strada si dipartono due rigagnoli che si congiungono in una piazzetta interna dove arriva la rampa dal parcheggio e si aprono altri invasi, piazzette e vicoli formati dalla riabilitazione di alcuni fabbricati esistenti.” Ahi, ahi prof. Saggio anche lei si fa stregare dalle vuote esibizioni dell’ebreo-canadese-americano?
Vince il concorso per Walt Disney Concert Hall perchè è, a detta della giuria, quello che “comprende meglio lo speciale carattere urbano della citta'.” Meno male che nella giuria non c’erano pizzettari.
E se lui dice "...tutte le piccole case che ho fatto sono state metafore in miniatura delle città", c’è da credergli.
“Immagine vendibile, veloce”. Ci sono voluti 15 (quindici) anni, decine di versioni e feroci polemiche per completare la Walt Disney Concert Hall. Alla faccia del vendibile-veloce! Con la serietà che lo contraddistinque, in mezzo all’infuriare delle polemiche sulla Disney Hall, ha scritto nero su bianco “se sono io l’ostacolo, sono pronto ad andarmene”. Quanti di quelli che accusano Gehry di narcisismo avrebbero fatto lo stesso? Si accettano scommesse.
“... ha sempre evitato qualunque tematica di inserimento ambientale...” Il più squalificato dei soprintendenti italiani avrebbe scritto di meglio. L’Italia è culla e patria indiscussa degli “inserimenti ambientali”. Di che si lamentano i patiti dell’ambientamento?
“Vi siete mai chiesti come si vive negli spazi creati da Gehry?” No, non me lo sono mai chiesto, li ho vissuti. E ho avuto il privilegio di visitare gli interni della Disney Hall a marzo, a lavori quasi conclusi. La Hall verrà inaugurata ad ottobre. Tutti le riveste di moda e alla moda sono avvertite, che si preparino. Ci sono un sacco di bagni

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