Giornale di Critica dell'Architettura
Università

Errata Corrige

di Paolo G.L. Ferrara - 8/12/2001


Alcuni programmi universitari assomigliano all'uovo di Pasqua: in molti si trova la sorpresa.
Ora, crediamo sia il caso di mettere un po' in discussione i contenuti di quei corsi che hanno una denominazione a cui non corrisponde il contenuto dei programmi.
I corsi più soggetti a divenire "pasquali" sono quelli di Storia.
Solitamente s'inizia con lo studiare la Storia dell'architettura, a cui seguono la Storia dell'architettura moderna e la Storia dell'architettura contemporanea.
A parte il fatto che io non condivido assolutamente tale scissione, ma proporrei un'unica materia quale "Storia dello spazio architettonico", credo che ci sia una scissione tra i corsi di storia che non produce altro risultato se non confusione. Potrei fare innumerevoli esempi (il discorso vale anche per i corsi di progettazione), ma ne prendo due a campione: la guida dello studente del Politecnico di Milano- ed il sito internet www.polimi.it- , facoltà di Architettura Milano Bovisa, riportano i programmi di Storia ell'architettura Moderna del Prof. Luciano Patetta e del Prof. Attilio Pracchi.
Vediamoli, precisando che non vi è nulla di personale, ma è solo un riferimento da cui trarre alcune considerazioni.
Luciano Patetta incentra il suo sul periodo che dal Rinascimento ci porta al Barocco, analizzando "[…] i grandi cantieri dal tardogotico alla crisi del vitruvianesimo" attraverso i progetti e i protagonisti dell'architettura italiana (Brunelleschi, Michelozzo, Alberti, sino a Juvara e Guarini).
Vero è che si tratta di architetti che nella loro epoca "moderni" lo furono, ma ci sembra almeno un pò fuori luogo che chi segue un corso di storia dell'architettura moderna debba studiare il Quattrocento a Milano ed il periodo tra Rinascimento e Barocco.
Anche Attilio Pracchi è sulla stessa lunghezza d'onda: "Il corso si propone di illustrare l'intreccio fra città, architettura e cultura nell'intervallo che si estende, approssimativamente, fra autunno del medioevo (?! n.d.r.) ed età barocca".
Alle perplessità suscitate, obiezione di molti potrebbe essere che la definizione è esatta perché l'età moderna inizia nel Cinquecento e, difatti, tutta l'architettura del XX secolo si studia nei corsi di architettura contemporanea. D'altronde questa è motivazione che molti altri docenti danno in merito. Dunque, sembrerebbe che la convenzione Cinquecento=Era moderna sia assolutamente attuale. Da qui la denominazione di Storia dell'architettura moderna dell'arco temporale tra Rinascimento e Barocco.
Se però scendiamo nello specifico dell'architettura, l'obiezione è da respingere perché priva di basi tali da potere reggere: l'architettura moderna, intesa come tale, è quella del Movimento Moderno, a partire dalle sue origini ottocentesche, con la rivoluzione d'immensa portata che ha prodotto.
Non credo sia il caso di specificare i perché di questa mia affermazione, poiché ho la certezza che i lettori abbiano chiaro il significato che si da al termine "moderno" riferito all'architettura (e non solo).
Vero: il problema è esclusivamente didattico, ma proprio per ciò molto grave poiché comporta una serie di malintesi negativi che si ripercuotono sullo studente. Sappiamo bene come il vocabolario dei termini architettonici sia pieno di insidie per i significati che si danno alle parole: molte volte gli studenti vengono educati con parole senza senso o superflue, ma finiscono quasi sempre per applicarle ai loro progetti, con l'unico risultato di produrre prodotti di cui non se ne sa fare reale critica, con la conseguenza di non sapere spiegare i concetti espressi nel progetto.
Ed il termine "moderno" è fondamentale. Comprenderne i significati permette di potere progettare la contemporaneità.
Torniamo ai programmi dei corsi citati.
Innegabile che ogni momento di ribellione e di totale cambiamento (soprattutto in termini di istanza morale) possa definirsi moderno, così come innegabile è che la modernità potrebbe benissimo essere identificata nel rifiuto netto dell'assunzione di modelli che ci arrivano dalla storia.
Come detto, non si può certamente negare che i protagonisti citati dal Prof.Patetta siano stati moderni e -in alcuni casi- fortemente ribelli (su tutti, Brunelleschi, Giulio Romano, Borromini e Guarini), ma sembra anacronistico parlarne in un corso di Storia dell'architettura moderna.
Il radicale rinnovamento delle istanze architettoniche inizia a partire dalla seconda metà del XIX secolo, sfociando apertamente nel XX secolo, e Pevsner, Platz, Behrendt ne sono i primi recensori.
Vero è anche che qualcuno fa risalire all'affermazione del Cristianesimo il termine età moderna, ma…
I casi sono due: o il Prof. Patetta ed il Prof. Pracchi intendono e considerano il termine moderno assolutamente legato al Rinascimento, oppure i loro programmi non rispettano la denominazione del corso universitario di cui sono titolari, non accennando minimamente alla modernità del XX secolo.
Il primo caso non comporterebbe alcuno scandalo didattico: se i docenti hanno tale convinzione, derivata da anni di studio, non si può sicuramente condannarli, né contestarne la preparazione.
Se si trattasse di direttive scaturite dall'organizzazione generale della didattica - i programmi sottovuoto- il problema sarebbe a monte ma molto più grave.
Certo, considerare il termine "moderno" assolutamente legato al Rinascimento non può che lasciare perplessi, considerando che oggi meno che mai posiamo affermare che la modernità sia figlia esclusiva del '400 italiano.
Del resto, innumerevoli sono gli esempi che parlano dell'architettura moderna intesa quale quella del XX secolo.
Quando scrisse il libro "Dopo l'architettura moderna", in cui analizzava il Movimento Moderno nei suoi fallimenti, Paolo Portoghesi fu perentorio: " L' architettura moderna […] è sotto processo da lungo tempo, ma agli attacchi subiti a ondate successive continua ad opporre una barriera fatta di indifferenza e garantita da una solida alleanza con il potere[…]". (Dopo l'architettura Moderna- Paolo Portoghesi- Biblioteca Universale Laterza)
Inarrendevole difensore della tradizione, Portoghesi identifica l'architettura funzionalista quale "moderna": " L'architettura che obbedisce allo statuto funzionalista nasce, per così dire, per partogenesi; non dall'architettura esistente, che rappresenta la lenta accumulazione di esperienze prodotta dall'umanità all'interno di una determinata tradizione[…]".(Dopo l'architettura Moderna- Paolo Portoghesi- Biblioteca Universale Laterza)
Seguendo questo ragionamento, l'architettura moderna -che Portoghesi identifica esclusivamente con il Funzionalismo- nulla ha a che fare con Rinascimento e Barocco.
Peter Eisenman, sempre a proposito del funzionalismo, la pensa diversamente :"Il funzionalismo[…] non importa quale fossero le sue pretese, continuò l'ambizione idealistica di creare un'architettura che fosse generatrice di forme eticamente costruite. Ma dato che rivestiva quest'ambizione idealistica delle forme, radicalmente spoglie, della produzione tecnologica, sembrò rappresentare una rottura con il passato pre-industriale. In effetti, il Funzionalismo, piuttosto che un'alternativa, è in realtà niente più che una fase tardiva dell'Umanesimo. E in questo senso non si può continuare a ritenerlo una manifestazione diretta di ciò che è stato definito la sensibilità modernista" ( Tratto da La fine del Classico - Peter Eisenman - Ed. Cluva).
Il termine "modernismo" diventa centrale e spazza via ogni fraintendimento in merito alla sua dipendenza dal funzionalismo :"La potenziale differenza tra la natura della teoria modernista e quella della teoria umanista non è stata notata proprio da quelle persone che oggi parlano di Eclettismo, Post-Modernismo o Neo-Funzionalismo. Costoro non sono riusciti a notarla proprio perché concepiscono il Modernismo come una semplice manifestazione stilistica del Funzionalismo, e lo stesso Funzionalismo come una fondamentale proposizione teorica dell'architettura". ( Tratto da La fine del Classico - Peter Eisenman - Ed. Cluva)
Perché queste due citazioni? Semplicemente per evidenziare che sia il contestatore Portoghesi che il sostenitore critico Eisenman usano il termine "architettura moderna" per identificare il mutato atteggiamento mentale che si ebbe a partire dalla seconda metà del XIX secolo.
Potrebbe però esserci un'altra strada: Architettura moderna è tutta quella che parte dal Rinascimento, mentre Movimento Moderno è tutto ciò che avviene dalla fine dell'ottocento sino all'apertura della sua crisi post seconda guerra mondiale. Dovremmo forse istituire un corso di Storia dell'architettura del Movimento Moderno? E poi una storia della crisi dell'architettura del M.M.? Ed a seguire una storia dell'architettura Post Moderna? E cos'altro ancora?
Percorso per acrobati, questa strada è un vicolo cieco e pericoloso.
D'altronde, grandi critici e storici hanno già chiarito i termini della questione e tutti -pur se con finalità diverse- ci hanno raccontato la storia dell'architettura moderna identificandola a partire dalla seconda metà dell'Ottocento.
Dunque, perché si approvano programmi universitari di Storia moderna i cui contenuti nulla hanno a che fare con il significato che tutti, studenti compresi, identificano in essa?
Innegabile che oggi la storia sia fortemente messa in discussione, cioè che il racconto della storia non possa più dirsi uno e solo uno, legato strettamente all'evoluzione delle cose.
La mettono in discussione tutti i più grandi architetti ( da Eisenman a Libeskind, da Gehry a Meier, etc.) e lo fanno proprio partendo dal significato che comunemente è dato all'architettura moderna: quella del XX secolo. L'obiettivo è di fare la storia della modernità attraverso l'interpretazione di una moderna storia dell'architettura.
Molti studenti studiano e si relazionano a quanto avviene al di fuori delle università e assorbono le ricerche degli architetti contemporanei citati, cercando di farne loro il senso delle idee e delle opere. Viceversa, all'interno di alcune aule universitarie questi stessi studenti "scoprono" che l'architettura moderna è quella di Brunelleschi e Guarini.
La confusione è totale, soprattutto se la storia viene insegnata per periodizzazioni ben definite.
L'unico grande merito di corsi con programmi del genere potrebbe essere quello che pone in rilievo i riferimenti spaziali che -solo per fare un unico esempio; ma potrebbero essere moltissimi tra gli architetti contemporanei- Gehry ritrova in Borromini, passando per Gaudì e Mendelsohn.
Il tutto, in un processo non lineare. Ma non vi è speranza che la cosa si verifichi.
Errata corrige: molti programmi non sono come l'uovo di pasqua; sono come il 2 novembre.
In merito all'argomento sui programmi di Storia nelle facoltà, tempo addietro avevamo contattato il Prof. Irace ed il Prof.Castellano del Politecnico di Milano.
Avevano risposto assicurandoci che avrebbero dato il loro contributo a discuterne. Che la speranza sia l'ultima a morire è forse vero, ma che speranza che ci rispondessero non ne abbiamo mai avuta lo è altrettanto. E avevamo ragione.
Probabilmente per avere interlocutori rappresentanti delle istituzioni -a parte casi assolutamente sporadici ma di assoluta qualità, soprattutto etica, di alcuni docenti che partecipano attivamente ad Antithesi- dovremmo organizzare un bel convegno con ospiti illustri che servano da specchietto per allodole. Chi rinuncerebbe a fregiarsi di avere introdotto o moderato Gehry, Meier, Eisenman, Foster, Piano?
E chi, viceversa, si "abbasserebbe" a dialogare con Antithesi?
Si accorgeranno i docenti che, prima o poi, la laurea servirà solo per istituzionalizzare l'essere architetti? Si accorgeranno che per la libera cultura il rapporto con l'istituzione è importante ma non fondamentale? Si accorgeranno che per l'istituzione, per potere continuare a vivere, sarà indispensabile aprirsi al dialogo con la libera cultura?
" La docenza universitaria non ha certo giovato né a Gropius, né a Mies, né ad Albini e Gardella, né a Stirling, né ad altri, perché l'inserimento in un sistema didattico equivoco e compromissorio non può che attutire la fragranza umana e creativa" (Pretesti di critica architettonica- B.Zevi- Einaudi).
Indaghiamo su alcuni programmi di storia e segnaliamone le incongruenze, non per portarle in tribunale ma "per cercare di capirne il senso".
Errata corrige: "per cercare di comprenderne il non senso".

(Paolo G.L. Ferrara - 8/12/2001)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Paolo G.L. Ferrara
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti
5 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 621 di Falconh Viviana del 03/02/2004


...non vi sembrerà vero ma anche io mi sono sempre chiesta, e me lo sto chiedendo adesso che è giunta la necessità di seguire il corso di storia moderna della Bovisa, "ma perchè devo studiare la Milano del '400????????''
Avvilita ma rassegnata, non sarà la mia opinione a rinnovare i contenuti del corso, volevo solo aggiungermi alle critiche.

Tutti i commenti di Falconh Viviana

 

5 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 32 di Gianluigi D'Angelo del 15/12/2001


Sono d'accordo con te sul fatto che spesso i programmi dei corsi universitari abbiano contenuti a volte totalmente discordanti dal tema del corso. Ma questo fatto in se non rappresenta un problema in quanto molto spesso accade anche il contrario, ovvero che docenti formulino un nuovo modo di interpretare il corso, perché in realtà le tematiche che dovrebbero essere affrontate spesso si rivelano datate o didatticamente superate. Perciò una lettura diversa di un corso da parte di un docente può anche trasformarsi in una possibile alternativa lettura contemporanea di una disciplina. Faccio l'esempio del dorso di rappresentazione del prof. Livio Sacchi presso la Facoltà di Architettura di Pescara. Nel caso specifico il corso indaga il tema della rappresentazione considerandola non solo come espressione oggettiva e mezzo di comunicazione ma anche come elemento critico la cui natura è strettamente legata al progetto. Inoltre molto spazio è dedicato ai nuovi metodi di rappresentazione lasciando allo studente libera scelta di espressione, dal disegno a mano al video digitale. Perciò credo che non è giusto criticare il fatto che non ci si attenga o meno ad un programma, quanto piuttosto a come viene condotto un corso universitario. E la risposta è nei risultati: se un corso funziona è certo che il numero degli studenti che non superano l'esame è ridotto e la valutazione media dei voti è alta. Se invece alla fine di un corso il numero dei promossi è basso allora bisogna pensare che c'è qualcosa che non funziona e questo qualcosa va ricercato in colui che gestisce il corso e non negli studenti, in quanto è difficile credere che in corsi di alcune centinaia di persone ci sia un'alta concentrazione di "impreparati ". E' molto più logico pensare che le responsabilità dell'insuccesso riguardino il docente. Critiche da fare al sistema accademico italiano ce ne sono molte, farle è quasi come sparare su un'ambulanza. Le nostre università hanno la media europea più alta di permanenza degli studenti nell'ateneo per laurearsi. E questo fatto in se già chiude ogni discorso. C’è poi il fatto che la riforma dei crediti per cercare di risolvere questo problema ha trovato la strada peggiore eliminando una delle poche caratteristiche che contraddistinguevano l'università italiana e nonostante tutte le problematiche la rendeva comunque una delle migliori al mondo, ovvero l'interdisciplinarietà, la lettura trasversale, lo spessore storico e critico, a favore di una nuova università fatta di iperspecializzati, ovvero ignoranti in tutto tranne che in una cosa. Ci hanno privato di una delle poche cose buone che ci erano rimaste.
Se Brunelleschi è moderno o no non fa molta differenza quando comunque pochi saranno in grado di conoscere contemporaneamente il significato di moderno e Brunelleschi

Un saluto Gianluigi

Tutti i commenti di Gianluigi D'Angelo

15/12/2001 - Paolo G.L. Ferrara risponde a Gianluigi D'Angelo

Appunto: come tu dici "...le tematiche che dovrebbero essere affrontate spesso si rivelano datate o didatticamente superate". Sono i docenti a redigere i loro programmi e, nella maggior parte dei casi, che insegnino "Storia", "Storia contemporanea" o "Storia moderna", i contenuti sono assolutamente gli stessi. Nel 1983 sostenni l'esame di Storia dell'architettura I con il Prof. Paolo Carpeggiani. Oggi, lo stesso docente insegna Storia dell'architettura moderna ed il programma è identico a quello di Storia I di...quasi venti anni fa. Dunque, il problema non sta nella critica al docente che si attiene o meno ai programmi. Tutt'altro. Il problema è che i programmi, come detto, li fa lo stesso docente...programmi didatticamente superati.
Concordo con te : la creazione dei Dipartimenti è stata la mossa azzeccata per creare tanti piccoli "regni", alla faccia della interdisciplinarietà e della preparazione globale.
Di Pescara inizio a sentirne parlare bene, quantomeno di alcuni docenti e della voglia di "fare". Livio Sacchi è persona, in primis, intelligente ed appassionata: due condizioni fondamentali per non entrare nelle facoltà sentendosi già "arrivati", ma comprendendo che il difficile inizia proprio quando devi confrontarti con gli studenti, unici veri giudici della capacità di un docente.

 

5 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 31 di A. Simone Galante del 15/12/2001


La vostra rivista è indubbiamente provocatoria ed io ho deciso di esserlo altrettanto: mi dica, non è che le sue critiche continue al Politecnico sono causate dal fatto che non l'hanno più chiamata ad insegnarvi?
Il precedente messaggio -su Errata Corrige-che ho scritto lo confermo, ma aggiungo questa "malignità" per essere, come detto, provocatore.
Attendendo una risposta, vi saluto.

Tutti i commenti di A. Simone Galante

15/12/2001 - Paolo G.L. Ferrara risponde a A. Simone Galante

Non avrei voluto parlarne, ma la Sua domanda provocatoria (e lo è veramente) non mi lascia possibilità. Vero, il Politecnico di Milano -dopo undici anni- si era accorto che non ero capace di... esprimere il mio pensiero (pensi un pò che danno ho fatto a centinaia di studenti! e il PoliMI me lo ha lasciato fare...) e che non avevo titoli sufficienti per insegnare (dopo avermi dato quattro incarichi a contratto, addirittura due nel 1999/2000- la storia la trova nell'articolo "La banda degli onesti").
Lo scorso ottobre, sfogliando la Guida dello studente 2001/02, con grande meraviglia, vi trovo il mio nome inserito quale professore a contratto in Caratteri tipologici e morfologici dell'architettura...
Pensavo di essere su "Scherzi a parte": mi avevano tacciato d'incapacità e, dunque, non era possibile che mi avessero richiamato! Il tutto appena un anno dopo!
Comunque, a conti fatti, io avrei dovuto insegnare agli studenti "Caratteri tipologici...", una materia che non è la mia e di cui non avrei potuto dare alcun contributo, non facendo altro che usurpare il posto a qualcuno che ne sa più di me in merito. In poche parole, sarei andato a prendere per i fondelli gli studenti.
Il 22 ottobre ho presentato la rinuncia all'incarico d'insegnamento.
No, non sono un eroe: per il modus vivendi attuale sono solo un povero stupido che non sa sfruttare le situazioni. E forse lo sono veramente, ma di quegli stupidi che hanno capito che l’università non è altro che un ufficio statale come tanti altri, in cui ci si ammanta di cultura, ma non si riesce a coprire le vergogne del nudo clientelismo.
Vuole che faccia la sviolinata sottolineando che ci sono tante eccezioni? No. Chi fa il proprio lavoro con onestà intellettuale non ha bisogno che io ne plauda il comportamento. Ognuno risponde della propria onestà: moltissimi bravi giovani (e non solo) non riescono ad avere incarichi perchè ostracizzati o senza un garante. Moltissimi mediocri lecca sedere fanno strada, ma di architettura capiscono quanto io di astrofisica: praticamente niente. Personalmente non ho mai leccato sederi, ma ho sempre cercato di parare il mio.
Questa è l’università a cui gli studenti pagano fior di milioni per poterla frequentare: chi insegna loro una determinata materia non è detto che sia idoneo a farlo; molti docenti a contratto hanno incarichi d'insegnamento di cui non conoscono nulla, ma pur di avere il titolino “prof.”insegnerebbero anche patologia chirurgica in una facoltà di economia e commercio. Si dovrebbe scavare nel clientelismo e nella corruzione degli atenei, dove da ragazzino diciottenne credevo di trovare uomini. Con il tempo ho capito che ci sono quasi solo caporali. L’architettura non è solo immagine. Prima di ogni altra cosa è fatto etico.
Oggi come oggi spuntano divi dell’architettura tanto quanto succede con ballerine, letterine, prezzemoline e loro calendari. Questi nuovi divi li sforna l’università.
Che sia in uscita un calendario dei caporali?
Francesco Alberoni scriveva sul Corriere della sera del 15 ottobre scorso : “La carriera universitaria che dovrebbe allevare individui liberi e creativi, in Italia produce dipendenza, incertezza e servilismo[…] Sig. Ministro, mi creda, oggi chi fa carriera universitaria in Italia è come un cane tenuto al guinzaglio per tutta la vita. Una condizione umiliante. Ma non sono gli uomini ad essere malvagi, sono sbagliate le regole, le istituzioni”.
Le parole di Alberoni sono ineccepibili ed il mio plauso è totale, ma con una importante precisazione: non credo che siano solo le istituzioni ad essere sbagliate. Lo sono anche gli uomini che le governano. Caro Simone, questo è quanto.

 

5 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 29 di A. Simone Galante del 13/12/2001


Lei ha più volte sottolineato la precarietà dell'Università, in particolare modo del Politecnico di Milano in alcuni suoi aspetti.
Lei ha insegnato li e, quindi, potrebbe essere complice di questo dissesto di cui parla. Ma la libertà con cui scrivete su Antithesi è garanzia di assoluta mancanza di compromissioni e compiacimenti.
Auguriamoci che Antithesi non si lasci coinvolgere nella "folla da piazza", come mi piace definire tutti quelli che vogliono emergere a tutti i costi.
Per adesso, grazie della forza che date al dibattito, senza alcun timore.

Tutti i commenti di A. Simone Galante

 

5 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 28 di Roberto Munari del 13/12/2001


Sono pienamente d'accordo su quello che Lei dice a proposito dei programmi di storia. Infatti ho "subito" un esame del corso di Storia del '400 con Patetta al Poli di Milano e, dopo aver passato dei giorni fra chiese e palazzi del quattrocento appunto a Milano -solo di Milano trattava il corso-, il giorno dell'esame mi sono sentito chiedere di parlare di una critica specifica fatta da uno sconosciuto su una questione di storiografia, ed alla mia risposta di passare oltre e parlare degli edifici che avevo visitato per meglio comprenderli, mi è stato detto di ritornare alla prossima sessione. Io sono tornato la sessione dopo, ma ad affrontare altri esami, quello che dovevo imparare da quel corso l'avevo imparato.
La mia critica ai corsi di storia del Poli di Milano è abbastanza semplice in quanto non c'è una linea specifica che li unisce, non ci sono precedenze ed ogni docente ha un programma diverso, pertanto a seconda della tua lettera iniziale del tuo cognome potevi studiare la storia dell'Architettura dall'inizio, dal periodo greco, classico naturalmente o dal periodo romano, altrimenti solo il quattrocento ed adesso vedo solo il cinquecento.
Per fortuna che contemporaneamente ho letto i libri di Zevi che mi hanno fatto comprendere come si potesse anche procedere al contrario, dal moderno indietro, insomma.
Sono felice che siate tornati dopo il periodo di assenza in quanto ho bisogno di sapere che c'è molta altra gente che combatte i "nostri" cattedratici e docenti che non costruiscono nulla e non progettano mai.
Arrisentirci alla prossima.
Roberto Munari.

Tutti i commenti di Roberto Munari

13/12/2001 - Paolo G.L. Ferrara risponde a Roberto Munari

Non tutti i cattedratici sono da criticare. Fortunatamente ce ne sono molti preparati, coscienti del ruolo, appassionati, e non solo tra i giovani.
Sfortunatamente, sono la minoranza...
Io mi aspetto molto dagli studenti per il miglioramento della didattica: sono loro l'università e devono prenderne coscienza. Molti si lamentano ma pochi si ribellano. Peccato.

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]



<