Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Cervellati killer degli stimoli rinnovatori

di Paolo G.L. Ferrara - 29/10/2003


“Sono contrario all´intervento dell´architettura moderna dentro un centro storico”.
Complimenti a Pierluigi Cervellati, per la coerenza, non certo per i contenuti.
Coerenza di una posizione su cui ha creato la sua fama di urbanista passatista, mummificatore.
Fatto suo il proverbio siculo “fatti la fama e va cuccati” (fatti la fama e vai a dormire tranquillo), Cervellati continua a censurare anche solo il semplice pensiero di potere intervenire nei centri storici con linguaggi contemporanei.
Il dogma è servito: "Il nuovo non può inserirsi nell´antico, che ha una sua identità definita”.
Oddio! Ma allora dovremmo demolirne almeno il 70%! E sì, perché sono pochissime le città che hanno un centro storico coerente, ovvero figlio di uno ed uno solo momento di sviluppo. Che so, Montalcino, quale vero e proprio borgo medievale, potrebbe esserne un esempio. Oppure Noto, ricostruita completamente, dopo un violento terremoto, con un linguaggio di netta matrice spaziale barocca. Ma di Venezia, Roma, Firenze, che ce ne facciamo? C’è forse coerenza d’identità linguistica tra la Basilica di San Marco, il Palazzo Ducale e la sistemazione urbanistico-architettonica della piazza per opera di Sansovino? E cosa c’entra Borromini con Bramante? E Palazzo Vecchio con gli Uffizzi?
Forse Cervellati ne fa una questione prettamente di caratteri stilistici, colonne, capitelli, trabeazioni, cupole....? E sì, allora ha ragione...Bene!...avanti tutta con il falso storico contemporaneo! Cervellati ne è assolutamente convinto: “Preferisco il falso storico, se praticato con criteri filologici, con materiali e modi corretti: è opera di restauro, è ripristino, è restituzione di qualcosa che si è perduto. Ed è sempre meglio, se fatto bene, che rassegnarsi alla scomparsa definitiva di un edificio.”
Posizione da condannare in toto, perché il problema non è il materiale o il criterio filologico, ma proprio la falsità stessa dell’opera, che ci presenterà una realtà che non corrisponde al vero.
Il nostalgico e romantico Cervellati opta per il centro città di cartapesta, dove le facciate sono pure scenografie.
Consoliamoci, perché se in centro avremo scenografie del tipo di quelle che troviamo anche negli aeroporti (visto le pizzerie “Piazza Italia”?), in periferia potremo godere del nuovo. Anche di questo Cervellati ne è sicuro: il nuovo“...dovrebbe esercitarsi fuori dei contesti storici, risanando le zone periferiche e le sue slabbrature”.
Dopo lo zoning urbanistico, ecco lo zoning linguistico. Netta suddivisione nella città per parti: “La "città", oggi, è il centro storico, con tutti i suoi problemi. La periferia, che dello svuotamento del centro è stata artefice un poco vampiresca, si sta anch'essa smantellando. Con la fine della campagna, "villettopoli" diventa il nuovo modello a cui tutti aspirano. Villettopoli è matrice dei "non luoghi". I supermercati. Gli svincoli delle autostrade. I parcheggi. Le stazioni e i luoghi scambiatori di mezzi di trasporto motorizzati. I garage... Tutti non luoghi per la loro anonimia. Come le discoteche e i viaggi dei "tour operator". Tutti uguali e indifferenti alle specificità dei territori di pertinenza. "Non luoghi" perché privi di identità.”
Raggirando il nocciolo delle problematiche urbane, è facile per Cervellati ridurne il succo alla salvaguardia dell’identità dei centri antichi. Sparite le periferie, ecco che il cancro urbano diventano le abitazioni unifamiliari, perché completamente slegate dai centri antichi, di cui Cervellati ha una visione bucolica: “...il centro storico - oltre l'aggregato urbano - è incorniciato dalla campagna "costruita" sempre mediante l'intervento umano. La campagna italiana ha lo stesso valore "monumentale" del centro storico. Se si mantiene l'uno deve essere conservato l'altro. Perché insieme programmano il nostro futuro.”
Ma c’è di più. Se di bellezza si può parlare, secondo Cervellati, questa è esclusiva “componente della centralità”, mentre “la periferia si produce sempre per incultura e per mercato”.
Che perle di saggezza! Dunque, l’incultura è propria anche degli urbanisti, di quegli stessi che hanno perpetrato lo zoning delle città, creando, per l’appunto, le zone periferiche e villettopoli.
Onore a Cervellati: finalmente un urbanista che ammette di essere colpevole della situazione disastrosa della città contemporanea, indubbiamente figlia degli urbanisti della sua stessa generazione, fatta di “non luoghi, privi d’identità”.
Ora, quel che vorrei chiedere a Cervellati è se davvero pensa che una lingua architettonica sia ancora oggi indissolubilmente legata a specifiche situazioni geografiche, derivando esclusivamente da esse, dalla tradizione, lasciando senza alcuna considerazione i significati di "contemporaneità" in architettura. Se così fosse, gran parte dell’identità della Sicilia (è un esempio tra mille) dovrebbe essere ascritta alla tradizione araba, a cui anche gli scandinavi dovrebbero essere grati, visto e considerato quanto Federico II, lo Stupor Mundi svevo di discendenza normanna (gli fu imposto il nome di Federico Ruggero appunto per ricordare la sua discendenza sveva e normanna), amò e fece propria la cultura araba, sulla scia di Ruggero II, che liberò l’isola dagli arabi nel 1194.
Pochi esempi, quale quello della chiesa di San Giovanni degli Eremiti a Palermo, sono sufficienti per potere affermare che non vi è una ed una sola identità: con le sue cinque cupole rosse, è molto facile poterla identificare anche come moschea. E che dire della chiesa nota come la Martorana (S. Maria dell'Ammiraglio) che aveva intorno alla base della cupola un'iscrizione araba di un inno greco?
Da questo punto di vista, sicuramente forzato, la Sicilia non potrebbe vantare alcuna identità nelle opere citate, visto e considerato che sono un ibrido di culture assolutamente diverse. Ma che senso ha considerare in questi termini i significati dell'innovazione architettonica? Assolutamente nessuno, dunque è davvero un bel problema riuscire a capire e codificare quale sia questa benedetta "tradizione italiana".
La posizione di difesa delle sue teorie è talmente vacillante che Cervellati scade nella polemica postuma: “Di aver compiuto un falso, un fac-simile, fummo accusati da Bruno Zevi nei primi anni Settanta, quando a Bologna risanammo una parte del centro storico, adottando i criteri fissati da Saverio Muratori, usando i mattoni e il legno e salvaguardando le tipologie edilizie che preesistevano. Ad avviso di Zevi l´intervento moderno nel contesto storico deve apparire
e dev´essere volutamente dissonante."

E come se no? assonante? e a cosa? al romanico o al gotico? al rinascimento o al manierismo? al barocco o al neoclassico?
Ma quel che più rimarca la labilità della posizione della difesa dei centri antichi è quanto dice a proposito degli sventramenti fascisti: “Abbiamo molti esempi di fallimentari interventi moderni nei centri storici. Il più criticato è, ovviamente, Via della Conciliazione a Roma, che ha dissestato il disegno urbanistico berniniano. Anche Bernini intervenne sulle preesistenze edilizie per il colonnato: ma tanto intelligente e inventivo fu il suo progetto, quanto dissennato quello di Marcello Piacentini.Come dissennate sono tantissime altre manipolazioni compiute in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta”. Scusi Cervellati, ma davvero considera quello di Piacentini un intervento di architettura moderna? Per la stessa Sua credibilità, spero che sia stata una svista...soprattutto se intendeva riferire il discorso a Bruno Zevi, ovvero il maggiore contestatore (in assoluto) dell’architettura piacentiniana.
In realtà, Piacentini è solo un pretesto, se è vero che Cervellati il segno del degrado, dell’incultura sono “...quelle finestre messe di sghimbescio”, riferendosi -neanche a dirlo- alle architetture che fanno dell’anti-accademismo il loro credo, e di cui riduce i concetti alle sole finestre.
Il problema che creano le posizioni culturali quali quella di Cervellati è grande, e non va assolutamente sottovalutato, perché inibisce sempre di più l’innovazione dell’architettura italiana, basandosi sulle fragili motivazioni dell'identità dei luoghi, motivetto alquanto anacronistico e canticchiato solo dai leghisti, che delle teorie di Cervellati hanno addirittura fatto pubblici elogi, cavalcandole politicamente. Commentando il libro "L'arte di curare la città" (Ed. Il Mulino) sulle pagine di "Leganord Arona", il fine di Gilberto Oneti è chiaro:"ci piace il suo continuo richiamo all' identità e alla qualità: è lo stesso che si ritrova in tutti i nostri documenti e proposte di legge [...] Ripropone l'immagine delle mura come completamento del paesaggio urbano [...] le mura (fisiche o simboliche) sono nel nostro DNA comunale [...] Quello che lui descrive (e che noi chiediamo da tanto tempo) è possibile solo con la più ampia autonmia amministrativa, con un federalismo fiscale molto spinto, e con la libera presa di coscienza della propria identità comunitaria [...] Tutto questo ha da noi la faccia di una Padania libera (signora dei propri destini e delle proprie ricchezze), senza padroni e immigrati foresti, senza ghetti e tic multietnici [...] Il grande paese-parco che (insieme a noi) Cervellati sogna ha in Padania ha in Padania un solo nome: indipendenza".
Per essere riuscito a penetrare nel cuore dei leghisti, Cervellati deve essere stato davvero convincente e, proprio per questo, combatterne le idee è un dovere.

(Paolo G.L. Ferrara - 29/10/2003)

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Commento 5473 di mauro davì del 06/08/2007


ho letto l'intervento di Cervellati e qualquno dei commenti che sono seguiti. A proposito dell'intervento di migliaia di metri cubi previsto nel cuore di Perugia, sotto il palazzo dei Priori, mi preme fare due brevi ma, spero, significatibve considerazioni.
E' vero che gli interventi nei centri storici si sono sempre susseguiti e questi sono frutto di stratificazioni per cui solo eccezionalmente un centro storico si può ascrivere esclusivamente a una preciso periodo storico. Ma un intervento nelle epoche precedenti scaturiva da sensibilità, spesso da dibattiti, comunque da meditazioni che non sempre portavano a un risultato di fattibilità. Ed è vero che i tempi di esecuzione erano estremamente lenti, per cui si era in grado di indizrizzare un progetto in corso verso risultati più consoni. Ora la tecnica permette di ridurre enormemente i tempi di realizzazione: mai come adesso i progressi tecnico scientifici permettono all'uomo traguardi nemmeno sognabili nei secoli scorsi.... ma la sensibilità? Il ragionamento disgiunto da pianificazioni esclusivamente finanziarie? La conoscenza disgiunta da un immediato tornaconto, dove la mettiamo?
La seconda considerazione che mi sento di fare è legata piùa un commento letto che alle autentiche parole di Cervellati: è mai possibile che un ragionamento sacrosantamente critico deve essere immediatamente respinto nel tunnel della reazione, della ricerca di identità più o meno fittizie ? L'alternativa non può essere solo tra un conservatorimo nostalgico dell'identità perduta (e magari mai avuta come nel caso della padania!) e un progressismo materialista e acritico: occorre sempre più introdurre un terzo incomodo fra i due gretti e barbari contendenti: la cultura, il dubbio e la riflessione di chi guarda il futuro senza disdegnare l'utilizzo delle più moderne tecnologie, senza però ritenerle la panacea di tutti i mali.

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Commento 5445 di angelo alunni del 14/07/2007


Ho letto con attenzione quanto detto sulle opinioni dell' ARCH. CERVELLATI
Premetto che sono un anziano geometra, di quelli che Antonio Cederna amava poco,ma da semplice spettatore, ovviamente ,ho seguito le diatribe tra gli studiosi ed i critici di architettura .. Ero ragazzo (anni '60) e ricordo che in queste dotte dissertazioni si e' progredito poco e le vedo ancora separate dalle possibili opinioni che potrebbero dare anche altri , atrettanto culturalmente elevati, ma appartenenti a campi di studio diversi, dalla storia, alla sociologia, all'economia ... insomma di quelli che tengono sott'occhio la societa' che si trasforma, che cambia , nei bisogni , nei gusti, ed anche nei metodi di giudizio.
Dopo Bruno Zevi ,di cui ero attento lettore sulla sua rubrica nell'Espresso non ho trovato altri appassionati come lui,, ricordo che ebbe parole anche troppo forti verso l'Arch. Rossi sul cosi' detto post moderno e che progettò il centro Direzione di Fotivegge -vicino alla stazione -della mia citta' che è Perugia.. La Sua opera è lì , chi la osserva , per fortuna è libero di commentare.. .......anche l'uomo della strada.....
Ora a Perugia , una certa società Oberdan ha messo in campo un progetto, approvato dal Comune e non ancora dal Ministero, che prevede la costruzione nel cuore della citta' di mc. 90.000 di nuova edificazione per il terziario, 9.ooo mq. di superfici pavimentate e l'escavazione di oltre 40.000 m.c di terreno al di sotto della piazza del sopramuro il tutto a contatto del palazzo dei priori (unico gotico della citta e del Palazzo di giustizia tutti datati 1200-1300). Cervellati e' stato chiamato ed ha detto che se si realizzera' tale opera non mettera' piu piede a Perugia .. Gli Amministratori , lo hanno definito un astratto, un sognatore e se Cervellati non tornasse a Perugia non se ne preoccupano piu' di tanto. Loro pensano di far bene e di poter accogliere meglio le migliaia di turisti di Umbria jazz ed Umbria chocolate ... Io purtroppo restero' a Perugia e sguiroò gli eventi ... Ma al di la' delle diìverse opinioni mettete un' occhio anche Voi ,su questo progetto .. dite la Vostra... e , se possibile fatevi capire anche dall'uomo della strada che abita la citta' e l'ha vista come la lasciarono i bisnonni .. Grazie per l'attenzione
Angelo Alunni geometra

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Commento 481 di Mariopaolo Fadda del 08/11/2003


Riporto una fantozziana lettera-aperta indirizzata a suo tempo a Sgarbi, che mi pare sempre attuale.

Egr. On. Dott. Prof. Sottoseg.,
Vittorio Sgarbi
ROMA
Leggo oggi su Panorama del 2 Agosto AD 2001, le sue dichiarazioni a proposito degli interventi nei centri storici. Era ora che qualcuno dicesse pane al pane e vino al vino!
Leggendole mi sono commosso sino alle lacrime perche’ qualcuno lassu’ in alto ha finalmente raccolto il disperato grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva contro la modernita’ ed i suoi amici. Lei sempre così riservato, così pacato, coì poco incline ai protagonismi per una volta tanto ha dismesso quegli abiti per mostrare finalmente la determinazione della cultura di Stato nel ristabilire l’ordine e, se possibile, gli ordini.
Splendida e da mozzafiato la sciabolata iniziale alla pretesa dell’architettura moderna di intervenire nei nostri sacri ed inviolabili centri storici: e . Parole sante, anzi sacrosante! Culturame, avrebbe detto Scelba, arte bolscevica avrebbe aggiunto Speer, corrente borghese avrebbe rincarato la dose Stalin. Come vede non siamo soli e non siamo male accompagnati.
Ma e’ dalla Storia che i nostri ideali traggono linfa vitale.
Ricorda la straordinaria stagione dei restauri in stile inaugurata da Viollet-le-Duc in Francia nella seconda meta’ del XIX secolo? Ricorda la sua lapidaria definizione del restauro “Restaurare un edificio significa ristabilirlo in uno stato di integrita’ che puo’ non essere mai esistito”? Ah che bei tempi! Allora era ancora possibile fare in “stile” le facciate di Santa Croce a Firenze (1857-68), di Santa Maria del Fiore sempre a Firenze (1876-83) o sostituire in “stile” amalfitano la facciata barocca del duomo di Amalfi (1880-94) o realizzare ex-novo, in “stile” medievale, un borgo nel parco del Valentino a Torino in occasione dell’esposizione del 1884.
E’ vero, i soliti quattro spocchiosi intellettuali in vena di fughe in avanti innalzarono subito le barricate. In Inghilterra ebbero la faccia tosta di fondare, nel 1877 se non ricordo male, una societa’ denominandola “Society for the Protection of the Ancient Buildings”! E sa cosa andava dicendo in giro uno dei massimi cantori di questa scuola di s-pensiero, un certo John Ruskin, di cui avra’ forse sentito parlare? “Non parliamo dunque di restauro. La cosa e’ di per se’ stessa una menzogna. Voi potete fare il modello di un edificio come lo potete di un corpo e il vostro modello puo’ rinchiudere la carcassa dei vecchi muri, come pure il vostro corpo puo’ rinchiudere lo scheletro, ma non ne vedo il vantaggio e poco importa. Il vecchio edifico e’ distrutto: lo e’ piu’ completamente, piu’ inesorabilmente se fosse crollato in un cumulo di polvere o sprofondato in una massa di argilla. Ma, si dice, la ricostruzione puo’ diventare una necessita’: d’accordo. Guardate la necessita’ in faccia e accettatene tutti gli obblighi: la distruzione si impone. Accettatela, distruggete l’edificio, buttatene le pietre in angoli lontani, fatene della zavorra o della calcina a vostro piacere, ma fatelo onestamente, non lo rimpiazzate con una menzogna…” (C.Ceschi – Teoria e storia del restauro – Roma 1970) Come vede un aperto invito al vandalismo e alla barbarie. Ma c’e’ di piu’. Cosa fece il Comitato della S.P.A.B. nel 1924? Aggiunse questa nota allo statuto “Laddove esiste una buona ragione per aggiungere ad un'antica costruzione una modesta addizione cio’ non e’ in contrasto con i principi della Societa’, badando:... che la nuova opera sia nella maniera naturale del giorno d'oggi, subordinata alla vecchia, e non una riproduzione di qualche stile passato...”. Capito? Volevano salvare gli antichi monumenti con “modeste addizioni nella maniera naturale del giorno d’oggi”! Cioe’ con le forme del primo cosiddetto razionalismo.
Anche in Italia gli intellettuali radical-chic (C. Cattaneo, L. Beltrame, C. Boito) non furono da meno e, contrari ai giusti rifacimenti in “stile”, elaborarono una serie di principi per cui non solo l’edifico veniva considerato un puro e semplice documento storico-artistico ma anche tutte le aggiunte di qualunque epoca o stile. Un coacervo di principi per codificare l’eclettismo e lo snaturamento dell’unità stilistica del monumento.
Purtroppo nel 1936 l’oltranzismo modernista vince il concorso per la nuova stazione ferrioviaria di Firenze. Un autentico sfregio al centro storico della citta’ Toscana che non ha mai digerito quella mostruosa intromissione. I fanatici modernisti chiamarono a sostegno di quell’orrore nientepocodimenochè F.Ll.Wright l’architetto-cowboy delle sperdute periferie americane che aveva in odio il Rinascimento italiano!!!
Ben diverso l’atteggiamento di importanti esponenti dell’establishment culturale del paese quali G. Giovannoni e M. Piacentini. Il primo sosteneva la teoria del diradamento edilizio del centro storico, il cui apice verra’ raggiunto solo n

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Commento 476 di Andrea Pacciani del 07/11/2003


“Sono contrario all´intervento dell´architettura moderna dentro un centro storico”.
"Il nuovo non può inserirsi nell´antico, che ha una sua identità definita”. Parole sante mai pronunciate con tanta sincerità da nessun soprintendente per cui è dogma ancora la versione Zeviana per cui: l´intervento moderno nel contesto storico deve apparire
e dev´essere volutamente dissonante, vedi uscita degli uffizi a Firenze e ara pacis.
”C’è forse coerenza d’identità linguistica tra la Basilica di San Marco, il Palazzo Ducale e la sistemazione urbanistico-architettonica della piazza per opera di Sansovino?” Direi decisamente di sì sono tre progetti di epoche diverse la cui costruzione non hanno interessato solo una generazione bizantina, una gotica e una rinascimentale, ma tutte quelle intermedie che si sono frapposte per terminarne l’opera, ampliarli, modificarli, adattarli. Tutte queste persone hanno lavorato tenendo conto dello stato dell’arte della cultura progettuale del proprio tempo ma nel rispetto dell’identità dell’edificio su cui intervenivano e delle invarianti venete in cui stavano lavorando e solo con quello spirito. E’ stupido considerare gli edifici del passato come eventi spuntati come funghi belli e finiti in epoche successive sulle mode del momento (come si fa da un secolo a questa parte).
Il falso storico non esiste perché in archiettura non esiste il vero storico o se esiste è una questione di esperti feticisti cui non iteressa l’identità dell’edificio ma la sua composizione chimica, non quella architettonica ; tutti gli edifici del passato sono stati costruiti per essere manutenuti, sostituiti nelle parti più deteriorabili, ampliati dalle generazioni future e questo è stato fatto in continuità temporale fino alla modernità.
Cosa vuol dire essere vero in architettura: è una questione di linguaggio o di anno di costruzione? Non credo proprio. E’ piuttosto una questione di identità dello spazio costruito. Faccio un esempio a me vicino: il teatro farnese a Parma (se non lo conoscete lo trovate facilmente su internet) è bruciato completamente sotto le bombe della seconda guerra mondiale; è stato ricostruito dov’era e com’era di legno d’abete come quello bruciato; sarà andato perso il valore materiale del teatro di legno vecchio ma grazie a qualche avveduto ricostruttore non è stato lasciato in piedi il lacerto originale affiancato da un po’ di ferraglia che lascia intuire o evoca immaterialmente l’originale perduto! Uguale a sé stesso nella sua seconda ricostruzione oggi funziona ancora e permane la sua identità spaziale oggi è forse uno dei luoghi di architettura relaizzata nel XX secolo dopoguerra più visitata in Italia dopo il campanile di san Marco. Ma anche prendendo il moderno a chi interessa se l’intonaco della Ville Savoy di le Corbusier è quello steso in cantiere ai piedi del maestro? Iteressa l’identità spaziale di quella casa e il linuaggio con cui si esprime.
Per me l’architettura è creazione di identità spaziali che possono essere espresse nei linguaggi più diversi che nel corso della storia si sono evoluti, con le loro declinazioni dialettali e vernacolari regionali, ma con le loro regole e grammatiche senza contaminazioni. Il moderno purtroppo non è un linguaggio perché nasce dall’incomunicabilità linguistica intrinseca, sono suoni che presi uno per uno possono avere un perché ma che per invariante devono assonare tra loro né con i suoni del passato.
Si può oggi costruire una casa classica? Perché no, l’importante è che sappia coniugare il corretto linguaggio classico che in quel luogo lì si è “parlato” e non lo storpi per assecondarlo alle necessità del caso che è la cosa più difficile. Pertanto intervenire in centro storico si può e si deve ma con un linguaggio del coro della tradizione locale con il quale si possono realizzare anche stazioni tav o eliporti anche in mezzo al colonnato del Bernini se in grado di dialogare con la stessa padronanza.
“Dopo lo zoning urbanistico, ecco lo zoning linguistico. Netta suddivisione nella città per parti” meglio che la mescolanza di urla e grida in cui alla fine non si capisce più nulla. Non so dove porti quest’eologio del caos, del brodo primordiale….
“Onore a Cervellati: finalmente un urbanista che ammette di essere colpevole della situazione disastrosa della città contemporanea, indubbiamente figlia degli urbanisti della sua stessa generazione, fatta di “non luoghi, privi d’identità”. Credo sia cosciente di essere stato l’unico a driblare lo zoning con mezzucci o sotterfugi teorici ma dai risultati unici in Italia.
”Ora, quel che vorrei chiedere a Cervellati è se davvero pensa che una lingua architettonica sia ancora oggi indissolubilmente legata a specifiche situazioni geografiche, derivando esclusivamente da esse, dalla tradizione, lasciando senza alcuna considerazione i significati di "contemporaneità" in architettura” Personalmente credo sia così per quell’architettura destinata ad usi abi

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Commento 472 di Irma Cipriano del 05/11/2003


SIAMO DAVVERO NANI SULLE SPALLE DI GIGANTI?
LA NON-LOGICA DELL'ARCHITETTURA RETROGRADA.

Leggendo le dichiarazioni di Cervellati, che davvero non si smentisce mai, ci si chiede come sia possibile che ancora oggi si possano avere concezioni architettoniche pari, se non peggio, a quelle ottocentesche. Grazie comunque a chi la pensa così, i nostri centri urbani crescono con nuove costruzioni brutte ed anacronistiche e molto spesso anche con restauri di dubbia ragion d'essere. Molti interventi poi rimangono incompiuti o non vengono mai affrontati grazie a Funzionari e a Soprintendenze che usano gli stessi criteri di Cervellati. In un articolo del Sole 24 Ore del 27 aprile di quest'anno, per esempio, si parla di come il Palazzo degli Anziani di Ancona rimanga da anni inutilizzato e condannato ad una lenta morte proprio per questioni di questo genere. Naturalmente Cervellati ha abbondantemente discusso sul caso. Uno dei due progetti di De Carlo per l'edificio proponeva un' "immateriale" facciata di vetro verso il mare ( immateriale tra virgolette in modo evidentemente dispregiativo ) che la Soprintendenza delle Marche "... ha fatto benissimo a bocciare" prima che " infastidisca la vista dei cittadini", come dice lo stesso urbanista. Il palazzo è fonte poi di altre discussioni che sarebbero quasi divertenti se non fossero però vere e seriamente portate avanti. Difatti all'edificio mancano gli ascensori. All'interno non possono essere fatti poichè ci sono le volte e queste verrebbero distrutte , fuori nemmeno perchè sennò si vedrebbero e- orrore!- il contempopraneo invaderebbe l'antico e cittadini ed esperti del rango di Cervellati ne rimarrebbero ovviamente "infastiditi". Così non si va avanti e l'edificio è condannato ad una triste inutilità.
Le idee di restauro e di architettura di questo tipo, che sembra grottesco stiano in bocca a persone che dovrebbero avere una certa competenza ma in realtà sembrano quelle di una maestra elementare che insegna l'arte ai bambini, sono fondanti degli orribili restauri di moltissimi centri storici che ormai sono snaturati da veri e propri falsi o con degli edifici talmente leccati che fanno la medesima figura di quelle donne anziane troppo truccate al fine di sembrare più giovani e avvenenti col solo risultato di diventare dei ridicoli mascheroni .
Purtroppo siccome il nostro paese ha la "sfortuna" di possedere un patrimonio artistico del tutto eccezionale , si pensa di poterlo salvaguardare fossilizazzandolo e non facendolo crescere e migliorare. Si dice che i moderni siano fortunati poichè stanno come nani sulle spalle dei giganti grazie all'esperienza degli antichi. Purtroppo non soltanto non vediamo più lontano, ma siamo anche più miopi dei nostri predecessori, meno retrogradi e più innovatori.

Tutti i commenti di Irma Cipriano

 

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