Giornale di Critica dell'Architettura

3 commenti di Lorenzo Marasso

Commento 851 del 16/12/2004
relativo all'articolo Eisenman Terragni
di Antonino Saggio


Vorrei rispondere sia al commento introduttivo della redazione di Antithesi all’articolo di Antonino Saggio su Peter Eisenman sia all’intervento di Saggio stesso. Nella presentazione dell’ incontro di Eisenman su Terragni, tenutosi a Como il 12 Dicembre scorso, la redazione di Antithesi scrive che "...l'evento non entrerà nella storia e non sarà da ricordare. Non lo sarà non solo perché abbiamo, per lo più, ascoltato cose già ascoltate o già lette, ma soprattutto perché mancava Terragni. E del significato di questa assenza è debitore proprio Eisenman". E’ un’affermazione forte e provocatoria che però non sviluppa in termini critici che cosa mancasse esattamente di Terragni o perché si è avuta la sensazione che Terragni mancasse. Perché Antithesi intende dire che Eisenman abbia parlato di tutt’altro fuorché di Terragni ? E che abbia parlato di cose già ascoltate o già lette. Ma soprattutto perché poi queste affermazioni non diventano l’oggetto di un intervento più ampio firmato dalla stessa redazione? Io ero presente domenica scorsa a Como, e non mi aspettavo una conferenza storico-critica su Terragni, o un excursus sulle sue opere, bensì una traduzione dell’opera di Terragni-Eisenman. E qui mi collego a quanto Saggio afferma nel suo articolo, secondo cui Eisenman avrebbe scritto il libro su Terragni all’epoca della sua House II del 1969. Se Eisenman aspetta più di quarant’anni per pubblicare il suo testo critico di maggior spessore, scrivendolo e riscrivendolo, e soprattutto se lo pubblica nel 2003, quando la sua progettualità e il tempo della House II sono ormai lontani, quale può esserne il significato? Provo a dire la mia. Eisenman inventa Terragni e lo inventa come una sorta di doppio in cui riconoscersi, ma da cui allontanarsi allo stesso tempo. Ma quale parte di Terragni inventa Eisenman? La parte che meno conosciamo, quella che non riusciamo a vedere perché non è scritta nel linguaggio architettonico più conosciuto. E quella che, come architetti, “ non vediamo”. Ad attirare Eisenman non è tanto la configurazione spaziale di Terragni, cosa che applica e cita, come giustamente sostiene Saggio, nella sua House II, quanto più l’uso di strutture linguistiche autoreferenziali. Se l’opera di Terragni, Casa del Fascio in primis, è ancora in bilico tra spazio e forma, l’opera di Eisenman coniuga il Terragni formale, diagrammatico e linguistico e continua a farlo ancora oggi. L’oggi di Eisenman, anche se lontano dalle Cardboard Houses, è concettualmente la prosecuzione dell’ allora e di quel particolare Terragni. Il libro di Eisenman non è un libro su Terragni, ma un libro di Eisenman attraverso Terragni. Chi legge il frontespizio del libro non capisce chi scriva o quale sia l’oggetto dello scrivere. Noi lo sappiamo che è il tanto atteso libro di Eisenman su Terragni, ma solo perché lo sappiamo a priori non ci permette di leggere questa importante sottigliezza. Per questo, domenica scorsa, Eisenman non ha parlato di Terragni, e non ne ha parlato nei termini che Antithesi si aspettava. Ma se per Eisenman Terragni è stato uno dei primi ad occuparsi della struttura linguistica dell’architettura (Eisenman oggi comunque negherebbe questa affermazione), è giusto che Eisenman legga questo e questo solo aspetto di Terragni. Le cose già dette o lette di Eisenman derivano da Terragni, e Eisenman le dice e le scrive anche parlando di Palladio. Tra dieci anni, come ha detto Eisenman domenica scorsa, sarà forse pronto il suo nuovo libro su Palladio, e di sicuro, dopo una ipotetica conferenza di presentazione del testo nella Villa Malcontenta o in altro edificio palladiano, ci si chiederà perché abbia detto le stesse cose già citate o lette anni prima, e negli stessi termini già usati per Terragni. Eisenman ha scritto un unico libro, che è il libro della sua vita e delle sue opere, e che continua a scrivere come teoria e come praxis. Il suo libro avrebbe forse dovuto scriverlo tra qualche anno ancora, in una sorta di summa o di opera omnia, mettendoci dentro sia Terragni, ma anche Palladio, Brunelleschi, Alberti, Rowe e Tafuri, tutti personaggi che compongono l’Eisenman attuale. Quindi il libro Terragni-Eisenman non è stato scritto al tempo della House II o delle altre houses, ma è in ancora oggi in fase di scrittura.

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16/12/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Gentile Marasso, scriveremo di certo le nostre motivazioni all'affermazione fatta nell'introduzione all'articolo di Saggio.
Desideriamo prima che, come Lei ha ben fatto, ci siano interventi critici che scandaglino le affermazioni di Saggio. Per adesso solo una precisazione: non mi aspettavo di certo dissertazioni storico-critiche a proposito di Terragni; piuttosto, la messa in evidenza della sua assoluta attualità, e non solo nelle opere di Eisenman.
Cordialità

Commento 488 del 11/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


MI riferisco all'intervento di simona raimondi riguardo alle dichiarazioni di d'ambrosio sul tavolino di luca toppino. Anche se sono amico di luca e, lo dico, il tavolino mi piace, tant'è vero che gliene ho ordinato uno, ritengo che questa diatriba innescata on-line gli faccia bene, a lui come persona e come designer. Il bello della rete è la simultaneità, tu pubblichi un prodotto e subito migliaia se non milioni di surfer commentano in tempo reale!! nessuna cosa avrà successo all'unanimità, forse solo ciò che la storia ha dichiarato come suo patrimonio, boh, forse le sette meraviglie del mondo, greta garbo e la ferrari sono indiscutibili perchè ormai parte della cultura estetica di molte generazioni.
D'ambrosio è un architetto affermato, ho visto dei suoi lavori di recente, sono molto interessanti, sicuramente uno che fa bene il suo lavoro, e che ha molte cose da dire e dal quale si può certamente imparare. Se lui dichiara una cosa perchè rifiutare quello dice?? non è meglio pensarci su un po? quando anthitesi pubblica il tavolo di luca toppino non dice che luca toppino è un giovane architetto che si è laureato due anni fa e che come tutti cerca la sua strada nel duro mondo del lavoro. Il rischio del web è che luca te lo facciano passare per philip starck, cosa che non mi definisce chi è luca, che personalità ha, cosa pensa, cosa fa. Spero che lui diventi se stesso e che prenda da starck la grinta e voglia di fare ma che non copi i suoi prodotti, e tanto più farà così tanto maggiore sarà la possiblità che anche lui diventi uno che, come starck, ha saputo essere se stesso fino in fondo.
E forse il suo essere in erba lo esprime proprio attraverso il tavolino, che piace a me, piace a simona raimondi, piace ad altri di nostra conoscenza, ma che a d'ambrosio sembra inutile, a botta sembra copiato e a molti altri sembrerà anche molte altre cose, che potremmo o meno condividere.
Di sicuro se d'ambrosio avesse conosciuto luca toppino, se ci avesse fatto quattro chiacchere e bevuto un caffè, naturalmente servito su
" erbavoglio ", gli avrebbe dato dei consigli utili, o avrebbero semplicemente iniziato a parlare di architettura e design.
Se luca pensa di essere "arrivato" solo perchè un suo tavolo è finito sul web, di sicuro non farà molta strada, ma questo, per non sembrare moralista verso uno che ha già più titoli di me studente, lo dico anche a e sopratutto a me stesso. E poi penso che il suo atteggiamento è ben diverso da questo.
Non penso comunque che esista per l'artista o il creativo un punto di arrivo oltre il quale non c'è più nulla, sarebbe la fine della sua evoluzione. Tra i musicisti anglosassoni gira il detto che " you are as good as your last concert ", cioè sei bravo quanto lo eri nel tuo ultimo concerto. Luca è bravo quanto il suo tavolino di oggi, tra un anno lo sarà di più e magari diversamente. Il tavolino di oggi è il rompighiaccio verso una realtà che è necessaria alla sua crescita.

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Commento 470 del 05/11/2003
relativo all'articolo Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identico
di P.GL Ferrara - S. Lazier


Sono uno studente di architettura e da un po' di tempo mi sono abituato a sentir parlar male di Gehry, se non addirittura a vederlo venir presentato come " il male " in architettura, specifico "in" e non "dell' " architettura. E questo preclude tante possibilità di dibattito, all'interno della scuola, sulle sue opere, che vengono velocemente tacciate di bizzarria o eccentricità. E più uno appare sulle riviste più diventa bersaglio di critiche a volte anche violente. E questo è dovuto all'insoddisfazione di molti del mestiere, di cui una buona fetta si considera singolarmente come "l'architetto" che non sbaglia e quindi non perdona. Ma penso che un fondo di vero ci sia in tutto questo, ma attenzione che non penso possa escludere il resto. Gehry è un genio dell'architettura, è uno che ha "creato" un linguaggio, suo, unico e irripetibile, nel quale ha saputo magistralmente fondere elementi tratti da altre discipline, specie dall'arte figurativa. I mass-media lo hanno celebrato però solo dopo Bilbao, tant'è vero che la sua reputazione di grande architetto, agl'occhi delle masse più o meno acculturate, inizia solo con quell'opera.
Questo dimenticando il prima, le sue opere più belle, nelle quali c'era inventiva spaziale, materica, che era in evoluzione. Poi tutto si è bloccato, e anche lui si è bloccato, ma ne è stato costretto. Dopo Bilbao, tutti vogliono Bilbao, lo vogliono a NEw York, a Los Angeles,a Washington, a Venezia. Non vogliono il Gehry dopo Bilbao, ma vogliono il Gehry di Bilbao, tutto ipersuperfici e titanio luccicante. Per fare un paragone musicale, quando il pianista russo
Vladimir Horowitz emigrò negli Stati Uniti, esaltò il pubblico americano per la sua strabiliante tecnica e per le sue velocissime ottave. E tutti da quel punto in poi volevano sentire solo più le sue ottave, per cui lui era costretto ad esibirsi in Carnegie Hall suonando un repertorio limitato alla massaccia presenza di ottave. Ma la sua bravura è rimasta fino ad oggi al di là delle ottave, come penso che la bravura di Gehry rimmarrà al di là di Bilbao e delle opere più recenti, che, sì lo penso anch'io, sono ripetitive e inflazionate. Tuttavia penso che il giudizio di Eisenman non significhi quello che molti pensano. Non credo che Eisenman giudicherebbe Gehry diversamente anche se quest'ultimo cambiasse linguaggio ogni settimana. L'identico di Eisenman, e la sua ripetizione, non è riferito alle ipersuperfici o al titanio, non è un discorso di forma, ma di approccio all'architettura. Non mi stupirei che Eisenman possa giudicare, se non lo ha già fatto, Gehry un "classico", come fece per tutta l'architettura dal Rinascimento al modernismo, basta leggere " la fine del classico " per capire cosa lui intendeva. Eisenman non potrà, per questi motivi, subire lo star system che invece sta condizionando Gehry, perchè Eisenman non fa immagine. E' fuori dall'immagine, o se c'è un'immagine, viene subito negata. Ogni progetto di Eisenman è nuovo, è diverso anche se il sostrato teorico è identico. In quanto appannaggio della visione l'architettura è stata per secoli sottomessa alle modalità di comprensione che sono proprie dei nostri strumenti con i quali percepiamo la realtà. In questo senso una stanza barocca è uguale ad una stanza di Mies, la differenza sta nella scala, ma l'ordinamento che noi diamo ad ogni segno architettonico presente in entrambe è sempre riferito ad un codice conosciuto. Eisenman prova a costruire sondando il non-visto, il non rappresentabile o figurabile, di qui ne deriva un non-linguaggio architettonico assieme una sorta di negazione degli strumenti compositivi tradizionali, strumenti che Gehry ancora usa, ripetendo l'identico che attraversa la storia. Ma questo non fa di Gehry un architetto meno capace di eisenman. Quello che stupisce è che gehry continua a costruire a destra e a manca e Eisenman no, o per lo meno non quanto ci si aspetterebbe da una della sua levatura. In questo Gehry è identico a ciò che abbiamo sempre avuto sotto gl'occhi, anche se lui lo fa un po' più piegato o più storto, ma i suoi canoni sono sempre gli stessi di tutta la storia dell'architettura. Dopo l'effetto Beaubourg c'è stato l'effetto Bilbao, ma tra non molto forse parleremo di effetto Santiago, dove Eisenman sta realizzando la sua ultima fatica. Allora ci sarà da pensare e ritornare su molte affermazioni fin qui fatte!!

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