Giornale di Critica dell'Architettura

12 commenti di Flavio Casgnola

Commento 9284 del 23/02/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Carissimo Sandro, non posso far altro che condividere totalmente quanto sostieni...sia nell'analisi sia nelle conclusioni e, per una volta, devo dire che Palermo...è all'avanguardia, lo ha fatto da molto tempo...

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Commento 9203 del 15/12/2010
relativo all'articolo Rivendichiamo l'AntiPiacentinismo
di Antonino Saggio


Caro Antonino Saggio, anche nell’ipotesi di voler concordare con la tua spietata critica del “personaggio” Piacentini: “...è stato l'alfiere di una politica urbanistica e architettonica all'insegna del trasformismo, del monumentalismo, della pesantezza classicheggiante in ossequio ai poteri forti da qualunque parte (liberali, fascisti, democristiani) si affacciassero lungo il suo mezzo secolo di attività. Architetto e urbanista inoltre di scarsa originalità...”, considerare “non necessario” un convegno a lui dedicato mi sembra non solo eccessivo ma, perdonami, persino un tantino...(appunto) fascista.
Noi architetti lo sappiamo bene cosa ha rappresentato Piacentini per la storia dell’architettura italiana, sia nel bene sia nel male, ma certo non è ignorandolo o estromettendolo che diamo un contributo all’indispensabile dibattito (peraltro mai seriamente e antipregiudizialmente affrontato e approfondito dal dopoguerra ad oggi) sull’etica ed estetica dell’architettura, in generale ed in Italia in particolare.
Il nostro è veramente uno strano Paese, è il Paese dove si sono presentati disegni di legge (da parte di quasi tutti i partiti dell’allora cosiddetto arco costituzionale, D.C. e P.C.I. in testa), in cui si chiedeva di eliminare dalla città di Bolzano le costruzioni inneggianti al fascismo, come ad esempio il monumento alla vittoria (appunto di Piacentini)..., evidenziando una deriva culturale talebana (ma prima ancora giacobina, iconoclasta e così via), ed è anche il Paese dove...sin dai tempi di Piacentini e ancor molto prima...gli intellettuali sono, quasi sempre e quasi tutti, organici al Potere.
Posso essere d’accordo con te che è “meglio” Terragni o Ridolfi di Piacentini ma questo è un discorso di carattere estetico e non etico ed allora, o consideriamo l’estetica un valore assoluto e prevalente (so, per aver affrontato l’argomento in passato, che il nostro comune ospite, Sandro Lazier, non concorda su questo punto), oppure...occorre dibattere di Piacentini che, in fondo, ha “solo” ben rappresentato il suo tempo, certo non lo ha “anticipato”, come Terragni, ma nemmeno “ignorato” o “incompreso”come molte delle nostre Facoltà di Architettura o Soprintendenze.
Cordialmente,
Flavio Casgnola



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Commento 9151 del 09/12/2010
relativo all'articolo Le nuove nomine per l’amministrazione dei beni cul
di Leandro Janni


Caro Janni, mi è capitato solo oggi di "imbattermi" nel tuo articolo che condivido pienamente e, notando la data di pubblicazione mi accorgo che sono passati quasi tre mesi da questa senza che vi sia stato alcun commento...
Temo che l'assenza di un qualsivoglia vero dibattito sull'argomento sia già un segnale evidente di molte delle cose che tu evidenzi, a cominciare dal diffuso disinteresse, appunto, per l'argomento, per finire al "cinismo di pochi che uccide il paesaggio"!
Una sola sola considerazione:
Temo che il cinismo di cui si parla sia un fenomeno ormai diffuso e, purtroppo, non di pochi se, appunto, a cominciare da noi architetti che dovremmo essere i primi per sensibilità sull'argomento ad indignarci e mobilitarci per l'andazzo corrente (e trascorso...) di fatto (quasi tutti) ci limitiamo a curare il nostro "orticello", spesso facendo "anticamera" presso Assessori, Soprintendenti e Dirigenti, in molti casi (troppi) del tutto incompetenti e, ahimè, non solo per formazione (ti sei mai chiesto come mai così pochi di questi siano architetti?...) ma anche, ed è l'aspetto più inquietante, per, appunto, sensibilità.
Ti auguro buon lavoro e... mai darsi per vinti!

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Commento 7766 del 25/01/2010
relativo all'articolo Il coccodrillo come fa...? la politica lo sa
di Paolo G.L. Ferrara


Concordo in pieno e, con riferimento al Piano Casa, segnalo che si è deciso che: "Sarà possibile l’ampliamento delle abitazioni mono e bifamiliari, ma anche la demolizione e ricostruzione di fabbricati non idonei sul piano della sicurezza e degli standard igienico-sanitari, situati al di fuori dei centri storici." Miopia tecnico-politica quando, invece, appunto, proprio nei centri storici poteva avere un qualche senso la demolizione e ricostruzione. Sono infatti convinto che in molti casi "sedicenti" interventi di consolidamento siano tali solo nel senso che consolidano le "cattive coscienze".

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Commento 7716 del 05/01/2010
relativo all'articolo Zevi, Craxi, prestigio, potere
di Paolo G.L. Ferrara


Dalla copertina: "Il 9 gennaio 2010 muore Bruno Zevi".
L'omaggio a Zevi ed il suo insegnamento, speriamo vadano ben oltre i...dieci anni di vita regalati.
Per la serie: di quando un refuso può far riflettere.

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Commento 7696 del 30/12/2009
relativo all'articolo L'arte facile
di Sandro Lazier


“Se vedo un carrello della spesa allungato su un tappeto bianco, non m’importa il suo significato perché qualsiasi significato esso abbia è analiticamente solo una realtà fenomenica che mi arriva in forma distorta, una semplice tautologia imbrogliata. M’interessa molto di più com’è costruito il carrello e com’è disposto sul pavimento, perché ci dice molte cose molto più interessanti e coinvolgenti.”
Mervigliosamente vero!
E a proposito che “non è così facile sbarazzarsi del cadavere della realtà”, per continuare a dirla con Baudrillard: "New York suscita lo stupore di un mondo già finito"
Il carrello della spesa giustapposto al tappeto bianco, le torri gemelle, il vuoto da esse lasciato, lo spazio fisico e quello della memoria. La realtà sta in noi e la sua rappresentazione è già di per sè “scritta” se poi chi la descrive usa gli strumenti del linguaggio fisico, metafisico, surreale o virtuale, in fondo poco importa, quello che importa veramente è come lo fà e, se nel farlo si muove in una dimensione che tocca le corde della più profonda sensibilità, allora, forse, produce Arte. Commercializzabile o meno, non ha molta importanza...


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Commento 7672 del 21/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


Mi piace citare proprio Umberto Eco che conosco bene, ammiro molto e, spesso, non condivido, quando cita a sua volta: "L'artista non ha convinzioni etiche. Una convinzione etica in un artista è un imperdonabile manierismo dello stile" (Wilde, Prefazione al Dorian Gray).
Sono felice di vedere che, almeno, sono riuscito a far riflettere su un argomento che si riteneva del tutto superato... e, come osserva con grande sensibilità Renzo Marrucci, “Forse l'epoca del bello molto relativo sta riproponendo qualche cosa che ci fa sentire non dico nostalgia ma la mancanza di qualche cosa di profondo, o almeno di sensato che sta evaporando dalla vita di tutti i giorni...
É esattamente quello che cercavo di trasmettere!


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Commento 7660 del 15/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


Carissimo Sandro Lazier,
Credo proprio che, seppur su piani diversi, diciamo cose non così distanti da come possono apparire a prima vista, evidentemente sono stato io poco chiaro.
Il tempo è una variabile fisica solo e in quanto noi lo possiamo misurare in rapporto alla spazialità a noi comprensibile. In quanto tale, il tempo, senza collegamenti con il mondo fisico non esisterebbe. Mi voglio spiegare meglio; siamo noi a classificare la nostra storia secondo ere, fasi, periodi, epoche ed a determinare un percorso lineare dal passato al presente, ipotizzando il futuro, cercando di dare, quindi, un senso alla nostra precarietà, appunto, temporale.
La Bellezza no.
La Bellezza è qualcosa di assoluto ed infatti, non al suo tempo ma, pur sempre, nel tempo, apprezziamo l’estetica di Van Gogh e non credo che sia solo perchè “i nostri canoni estetici sono mutati e nella sua scrittura riconosciamo segni capaci di mettere in moto sentimenti culturalmente sedimentati” ma, anche, ed io credo soprattutto, perchè l’estetica di Van Gogh già conteneva un valore assoluto e, come nelle scoperte scientifiche, solo oggi siamo in grado di decodificarlo compiutamente. É Van Gogh che ha anticipato i tempi ed è proprio per questo che oggi lo comprendiamo.
"La bellezza salverà il mondo" afferma il principe Miškin nell'Idiota di Dostoevskij, “in fondo l'umanità è stata capace di una sola grande idea":
 distogliere la mente dal dubbio che il caos assoluto sia legge universale.Ed in questo senso lo ha già salvato. È esattamente quello che l'arte ha fatto nel corso del tempo. Da Stonehenge, a Tikal, dal Partenone a Ronchamp dalla sesta sinfonia di Beethoven alla n. 40 di Mozart, misura e armonia convivono in una dimensione, per molti aspetti, trascendente ed in ogni caso, oltre il tempo. "Potenza dello spirito e della parola, che regnano sorridendo sulla vita inconsapevole e muta", diceva Thomas Mann.

In tutti i casi sono lieto di aver avuto modo di confrontare queste mie idee sull’argomento con il suo pensiero che continuo a trovare sempre ricco di stimoli e acute riflessioni, anche se non sempre condivise.
Con stima e simpatia,
Flavio Casgnola


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15/12/2009 - Sandro Lazier risponde

Casgnola, mi creda. Il "bello assoluto" appartiene al passato. Lo lasci dove sta.

Commento 7657 del 14/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


A Vilma Torselli:
Tutto nasce dal significato delle parole, o meglio, dal significato che vi vogliamo dare.
L'estetica, in quanto disciplina filosofica rivolta alla conoscenza del bello naturale e artistico, ovvero di giudizio del gusto è, tra le sensibilità umane forse la più trascendente.
Volendo scomodare Immanuel Kant, nella Critica della ragion pura, la tratta come teoria della conoscenza basata, appunto, sulle sue proprie funzioni trascendentali per poi riprendere il concetto nella Critica del giudizio dove a proposito del "giudizio estetico" espone la sua teoria sul bello soggettivo e su quello naturale (oggettivo) che si esprime nel sentimento del sublime.
Cara Vilma, io volevo semplicemente dire che fare l’Architetto è qualcosa di più sottile e indefinibile di tutto ciò che ovviamente automaticamente comporta.
Come scrive Pierluigi Panza: “Il paradosso della società della bellezza sopra ogni cosa e ad ogni costo (la nostra) è quello di essere senza bellezza o, almeno, di averne smarrito i significati.”
L’etica è legata al tempo, l’estetica vi prescinde.
In tutti i casi ho apprezzato molto la tua “difesa giacobina” del valore etico del fare Architettura.


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14/12/2009 - Sandro Lazier risponde

Lei dice: “L’etica è legata al tempo, l’estetica vi prescinde.”
Ebbene no! Questa non può passare indenne.
L’esteticità, se vuole, è caratteristica senza tempo. Ma ha poco a che vedere con l’estetica. La bella calligrafia piace a tutti in ogni tempo, ma non determina la qualità estetica di un testo. Credo sia ormai concetto assodato che l’estetica, intesa come filosofia dell’arte, abbia a che fare con la “forma” del sentire, indipendentemente dall’aderenza di questa ad un concetto universalmente condiviso di bellezza. L’arte contemporanea non ha pretesa d’esser bella né brutta. Deve sedurre, qui e ora. Altro che prescindere dal tempo. Può piacere o meno, ma è così.
Altra cosa è la scrittura (di un testo letterario, di un dipinto, di una scultura, di un’opera d’arte in genere) che rinasce ogni volta che incontriamo. Converrà che i canoni estetici di una modella del rinascimento divergano notevolmente da quelli di una modella contemporanea. Apprezziamo pertanto un quadro rinascimentale per la sua scrittura e non per la bellezza del soggetto rappresentato.
E se la scrittura continua a valere negli anni non è per via della sua imprescindibilità dal tempo, ma per la nostra capacità di rileggere e rigenerare di volta in volta un sentire che si è formato anche grazie ad essa.
A differenza dei suoi contemporanei, oggi apprezziamo Van Gogh perché appartiene al nostro patrimonio genetico formale. Se l’estetica di Van Gogh avesse avuto caratteri oggettivi imprescindibili dal tempo, perché non è stata apprezzata anche prima? Anche se i nostri “canoni estetici” – passatemi i termini – sono mutati, nella sua scrittura riconosciamo segni capaci di mettere in moto sentimenti culturalmente sedimentati. Il nostro mondo culturale, creato dal nostro rapporto (conflitto) con le cose di natura, in fondo è quello che abbiamo voluto perché frutto di scelte successive e collettive. Arte ed estetica comprese.
Cos’è più etico e politico di questo?

Commento 7646 del 07/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


“Fare gli architetti significa fare politica e cultura”.
Non sono daccordo, o meglio, lo sono solo in parte.
L’Architettura in quanto tale è una forma dell’espressività e creatività umana che prescinde dalla politica, se non per le implicazioni deboli legate alla pianificazione territoriale e, di contro dovrebbe influenzare la cultura, intesa come costume, ma solo per gli aspetti più profondi legati alla sensibilità estetica.
Tutto il resto è pura demagogia o, peggio, retorica.
Sandro Lazier nel dire che quest’affermazione è vera quanto confusa e rischiosa, a mio giudizio, in un certo senso, rischia di ridurre il concetto a considerazioni del tutto legate a visioni “ingessate” della questione, ed allora...:”. Fa supporre, infatti, che ci sia un’architettura di destra e una di sinistra, un’architettura conservatrice e una progressista. Il che è evidentemente molto vero. Ma si dà il caso che molti intellettuali di sinistra ragionino come architetti di destra e che architetti di destra, a dire il vero pochi, propongano progetti molto di sinistra. L’architettura è una bestia strana che tiene insieme conservatori di destra e di sinistra, per cui molti progetti di destra vengono promossi da eminenti personalità della sinistra.
Sull’indole democratica dell’architettura moderna si è detto e scritto molto, non sempre adeguatamente. Tuttavia non è così arduo comprendere che un’architettura composta dall’esterno, posata e monumentale, oppure pittoresca ma con tutte le sue finestrelle in armonia col prospetto, costringa chi ci abita a subirne l’ordine e la disciplina; mentre un’architettura apparentemente disordinata e casuale sicuramente concede a chi l’abita di vedere secondo desiderio e necessità, senza destinare nulla all’arbitrio del prospetto. La prima è evidentemente un’architettura imposta, quindi di destra; la seconda, più libera, di sinistra. L’architettura popolare spontanea, tipica delle Alpi soprattutto occidentali, sintesi tra necessità interne e risultato esterno, è una sublime architettura di sinistra, oggi paradossalmente difesa da accaniti conservatori di destra che in maggioranza votano a sinistra. I palazzotti neoclassici dell’ottocento, sorta di esperanto architettonico presente in ogni luogo della terra, come le multinazionali, tanto cari a molti intellettuali di sinistra, sono architetture di destra. Il dialetto, in architettura, è sicuramente di sinistra, l’esperanto di destra. Ma il dialetto è tale perché strumentale alla cultura e alle necessità di un luogo. Se cambia la sua finalità, se da strumento diviene riferimento formale, inevitabilmente si scivola nel balbettio del tradizionalismo, perché senza adeguare il linguaggio, senza l’introduzione di neologismi si finisce nell’impossibilità di dare risposte ad una cultura che inevitabilmente cambia. E il balbettio è profondamente di destra, nella sua pretesa di conservare ad ogni costo l’identità dentro un barattolo impermeabile, come se fosse marmellata.”
Sembra quasi scritto da Giorgio Gaber.
Caro Lazier, ti faccio troppo intelligente e profondo per non ritenere che la tua sia solo un’acuta provocazione e, in questo mi trovo assolutamente d’accordo, di provocazioni, in una Cultura Ufficiale così tanto conformista e banale come la nostra, ne abbiamo sempre assoluto bisogno.




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Commento 7626 del 27/11/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


"La natura è contro l’uomo e l’uomo è contro la natura. La lotta dell’uomo è stata quella, nella storia, di antropizzare la natura per vivere in armonia con essa. Il paesaggio è la natura antropizzata."
Tutto vero solo che...Architettura, appunto quella con la maiuscola, è "armonia" ed equilibrio, sforzo sublime di "limitare lo spazio" per renderlo leggibile (nella bellezza) ed utile all'uomo, sarebbe quindi interessante capire cosa si intenda, oggi, per utilità e bellezza.

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Commento 1501 del 07/12/2006
relativo all'articolo Da Benevolo alla politica. Riflessioni sulla Biena
di Domenico Cogliandro


La biennale a Palermo è da "leggersi" non solo come tappa di un percorso culturale finalmente aperto alla periferia, ma anche e, forse, soprattutto, come riconoscimento a questa Città, di uno sforzo notevole e significativo nella direzione di una crescita importante e senza precedenti, almeno recenti, sul piano sia culturale in generale, sia estetico specifico delle tematiche del “fare architettura.
Per troppi anni la Città ha vissuto in una sorta di medioevo post-bellico dove il concetto stesso d’Architettura non solo non trovava uno spazio fisico ma finanche, quello stesso spazio veniva invaso sino alla saturazione da oggetti di edilizia privi d’anima e storia che, come tali, hanno finito col omogeneizzare quasi l’intero paesaggio urbano.
Non sappiamo se oggi sia troppo tardi, di certo però il tentativo di rileggere la Città, e corregerla, attraverso l’Architettura di qualità, testimonia oltre all’Amore rinato di molti dei suoi Cittadini, anche la sensibilità, in tal senso, dei propri Amministratori.
Ritengo quindi che tutte le iniziative che vanno in questa direzione siano non solo auspicabili ma, nel caso Palermo, urgenti ed indifferibili.
Quanto poi al “pensare” questa Città, per dirla come descrive Domenico Cogliandro commentando l’evento, come rivolta…”verso il Maghreb pensando la pianura fluida del Mediterraneo come un territorio i cui sentieri vanno ancora esplorati, e le cui strade tracciate in funzione di una sinergia tra valore della domanda e qualità dell’offerta”, appartiene appunto al dibattito finalmente avviato e, in tal senso, meriterebbe un serio approfondimento in una sede adeguata e non certo nell’ambito di un commento veloce, tuttavia ritengo opportuno evidenziare che Palermo per sua natura rappresenta una Città-Ponte, aperta quindi da sempre alle “contaminazioni culturali” dei nostri vicini mediterranei, tuttavia non può rinunciare al suo ruolo storico di Città Europea, pena la perdita definitiva di una sua connotazione specifica e irrinunciabile che da Federico II alla “Bell’Epoque” l’ha spesso vista protagonista della scena Continentale.

Arch. Flavio Casgnola

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