Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Saudade

di Sandro Lazier - 15/10/2008


Saudade è un termine della lingua portoghese che sta a indicare nostalgia, tristezza, rimpianto.
Un’espressione che non sarebbe piaciuta a Bruno Zevi, combattente infaticabile continuamente occupato a scavare nel futuro e che, per questo, non avrebbe mai dedicato un solo minuto a un impulso dell’anima così poco fecondo. Ma Zevi era Zevi, uno storico che cercava il dopo e un critico che comprendeva il prima. Un grandissimo del novecento e, paradossalmente, proprio lui e la sua dimensione ci costringono oggi al rimpianto per l’assenza della sua statura critica e ci condannano alla tristezza e alla nostalgia per la sua morte avvenuta ormai quasi otto anni fa.
Per comunicarvi meglio ciò che voglio dire, la cosa migliore è riproporvi un pezzo scritto da Zevi per l’Espresso in occasione della mostra "Francesco Borromini e l'universo barocco", tenuta a Roma nel Palazzo delle Esposizioni nel 2000. Lo scritto è stato pubblicato il 6 gennaio di quell’anno. Zevi morì improvvisamente il 9 gennaio nella sua casa romana in via Nomentana. Avrebbe compiuto 82 anni 13 giorni dopo.
Una volta letto l’articolo, ditemi se ho un po’ di ragione.



Vergogna, avete ucciso Borromini
di Bruno Zevi

La mostra "Francesco Borromini e l'universo barocco", messa in scena nel romano Palazzo delle Esposizioni fino al 28 febbraio, è quanto di più grottesco, paranoico e idiota si possa immaginare. Vera e propria oscenità nel contenuto, nel taglio interpretativo, nell'allestimento nelle sue articolazioni. È difficile accumulare tanti difetti, ma l'alleanza tra i professori Cristoph Frommel e Richard Bosel, l'architetto Francesco Cellini e l'ex-storico Paolo Portoghesi ci è pienamente riuscita.
Cominciamo dai tedeschi. Senza il Goethe Institut e l'esemplare biblioteca Hertziana, in Italia non si potrebbe studiare la storia dell'arte. Ciò riconosciuto, va detto che l'egemonia, la preponderanza culturale germanica ha i suoi prezzi: anzitutto, una generica diffidenza verso la modernità; poi, l'inclinazione a guardare il passato con occhi tradizionali e spesso accademici. È quanto emerge nella mostra. I disegni dell'Albertina di Vienna ne costituiscono la spina dorsale, ma la loro scelta giustifica le più ampie perplessità. I grafici rivoluzionari sono sfibrati da una serie di immagini moderate e stupide. Sono stati costruiti appositi plastici basati sui peggiori progetti. A qual fine? Per dimostrare che Borromini è se stesso, ma anche il contrario di sé; non deve spaventare perché è capace di progettare come un geometra deficiente. In breve, si conferma la perversa tendenza a "berninizzare" Borromini riducendolo a un classico, se non a un classicista.
Quanto al lavoro di sistemazione firmato da Cellini, siamo al culmine dell'insensatezza. Basti osservare che il brutto modello della guglia di Sant'Ivo alla Sapienza, concepita a spirale «per avvitare il cielo», è posto al centro dell'atrio, soffocato dalla volta simmetrica ed insipida di Pio Piacentini. Scadente, pessimo design, nessun percorso, nessun tentativo di animare e dinamizzare l'infelice ambiente. Cellini non ha capito che per seguire il cammino eretico del genio seicentesco occorreva puntare sull'avanguardia estrema, spericolata, quella che aborre qualsiasi sicurezza. Al piano superiore, un'altra idea balzana. Portoghesi ha invitato i massimi architetti contemporanei a elaborare un disegno "borrominiano". Ci sono tutti, da Frank Gehry a Robert Venturi e Hans Hollein. Con questo bel risultato: nessuno comprende un'acca non dico della poetica, ma neppure del linguaggio efferato del maestro. Assai peggio che nel Settecento: qui non si tratta di una chiave decorativa, ma del nulla. Evidentemente, tramite Portoghesi, hanno pensato allo squallido Post-Modern; se ne sono vergognati e hanno rinunciato a rispondere.
In conclusione, sono da deplorare:
1) Renato Nicolini, direttore del Palazzo delle Esposizioni, già assessore leggero e inventivo dell'estate romana, e ora schiacciato da una carica istituzionale per la quale non è tagliato;
2) i vari ministeri, enti e principalmente il comune di Roma, il cui sindaco, Francesco Rutelli, affetto da una lunga e cronica allergia all'urbanistica, non soddisfatto del clamoroso e da anni "annunciato" fallimento delle opere per il Giubileo, sorride come sempre, persino al cospetto dei meschini alberetti simmetrici posati sui gradini della scalinata d'ingresso;
3) gli studiosi tedeschi, della cui arroganza abbiamo parlato;
4) gli studiosi italiani che bofonchiano «che porcheria!» senza protestare minimamente. Includo tutti i cattedrattici di storia dell'architettura, restauro e storia dell'arte. E pensare che nel 1967, per l'anniversario della morte, su Borromini scrissero personaggi quali Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi, Sergio Bettini, Manfredo Tafuri, i cui splendidi saggi sono stati pubblicati adesso su "L'architettura - cronache e storia";
5) infine, la cultura, il costume, il clima politico italico. È chiaro che Borromini costituisce un'intollerabile dissonanza. Non c'entra proprio in questa atmosfera distratta di restaurazione. In verità, non c'entra nemmeno Bernini che è un retore, uno scenografo, un "persuasore occulto", ma è bravo in grado acrobatico. Qui trionfano solo i mediocri, gli svogliati, gli "spiritosi" tesi a mortificare un genio amalgamandolo. Sotto questo profilo, i due anniversari della fine secolo, quelli di Carlo Rosselli e di Francesco Borromini, si equivalgono.
Attestano l'apatia, l'indifferenza, la mancanza di impulsi critici.
(06.01.2000)


(Sandro Lazier - 15/10/2008)

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Commento 6501 di renzo marrucci del 01/11/2008


PUNTA PEROTTI
ESEMPIO NOBILE DA SEGUIRE… e da considerare per un dibattito serio sul "Il timore di vedere demolita la costruzione può essere un deterrente per evitare pessime progettazioni e pessime edificazioni e pessime programmazioni?" La cultura della paura non ha mai prodotto nulla di buono lo sappiamo benissimo ma il disinteresse genera qualunquismo che è l'ambito nel quale si diffonde la peggiore degradazione a cui possiamo andare incontro e quello che conta è discuterne... avere il coraggio di parlarne... per prendere e fare prendere coscienza di quello che oggi sta accadendo nelle nostre città… nel nostro sistema di fare cultura e nel nostro sistema di fare ricerca…
L'architettura è il sintomo oggi forse più palese e che mette in luce quello che oggi maggiormente incide nelle modificazioni sbagliate del nostro sistema di vita.
Occorre parlarne in modo chiaro e diffuso affinchè si possano comprendere e far comprendere le ragioni del fare architettura, per far aumentare la capacità di senso critico sull'architettura che oggi è completamente fuori dalla comune portata di chi vive la città...

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Commento 6499 di Renzo marrucci del 30/10/2008


La scultura se è arte raggiunge il suo massimo e non ha bisogno di contenerla… semmai ha bisogno degli spazi adeguati rispetto all’uomo per essere fruita…Per esprimere la sua essenza, la sua qualità espressiva… e l'equivoco nasce per effetto di chi confonde la scultura con l'architettura...In effetti equivoca, ambiziosamente, perdendo i rapporti con la vita e mischiandone confusamente i valori. E' difficile mantenersi in linea con i bisogni dell'uomo è più facile evaderli....Così è difficile fare ricerca per rispondere ai problemi della città...è meglio inventare qualche cosa di diverso, di distraente… che assorbendo aiuti comunque a dare visibilità...a coltivare il tempo breve dell'ambizione....

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Commento 6498 di Carlo Sarno del 26/10/2008


Carissimo Sandro e carissimi amici di Antithesi, l'intervento di Bruno Zevi qui riportato dimostra che è ancora vivo, le sue parole scolpiscono la nostra anima, dimostrano la sua lungimirante spiritualità, il suo genuino Amore per la vera Architettura!
Questo suo modo di scrivere ed attaccare senza remore né timori - che può sembrare a volte troppo duro ed esagerato - scaturisce dalla sua strenua difesa delle verità costitutive dell'onesto fare dell'uomo, un fare rivolto alla creatività e alla felicità. E guai chi si contrappone a questo fine ! Guai a chi vuol far passare il genio di Borromini per un classico!
Il suo credo e il suo pensiero si sposò nei suoi anni giovanili con l'Architettura Organica e fu fedele ai suoi principi per tutta la vita, e oggi, benché le maggiori riviste spesso trascurino la nuova generazione di architetti organici, essa risulta più viva che mai nei suoi continuatori, fratelli spirituali di Bruno Zevi.
L'Architettura Organica è Architettura con Amore, Bruno Zevi è Critica Organica Integrale con Amore : entrambe non tramonteranno mai!
Fraternamente e organicamente, Carlo.

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Commento 6497 di renzo marrucci del 26/10/2008


Una copertura di libeskind evoca G. Michelucci
Al Museo ebraico di Berlino una nuova copertura inserita dall’architetto Libeskind
nel cortile interno dell’edificio progettato nel 1735 da P.G. è stata ufficialmente presentata alla fine del mese di settembre. L’opera caratterizza fortemente quello spazio attraverso una struttura derivata dallo spirito naturalistico di matrice michelucciana declinandola con toni inquieti e contriti in una sorta di atmosfera tardo-tardo gotica, insomma tutta riverberi di angoli acuti con ombre e luce nei toni geometrici duri e contrastanti la naturalità a cui comunque si allude. Il principio della struttura ad alberi, tema felicemente studiato e sviluppato da Giovanni Michelucci anche nella chiesa sull’autostrada del sole, trova in questo portico una traduzione asettica e senza la felicità che il maestro pistoiese genialmente interpreta nella sua ricerca poetica della campagna toscana.
Le citazioni da Leonardo sono per ora sospese... Qui tocca a Giovanni Michelucci

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Commento 6492 di Renzo Marrucci del 23/10/2008


Dubai: un museo di arte moderna firmato UNStudio : Museum of Middle East Modern Art ( Momema ), il primo museo di arte moderna del Medio Oriente di Dubai .
Un' astronave arenata...
Hadiddiana fino al midollo ma senza volontà fisiologica...
Dalla natura al lunapark oppure un prodotto industriale da stampare in serie? Una architettura oggetto oppure un oggetto che aspira... A diventare architettura? E' del poeta il fin la meraviglia chi non sa far stupir vada alla striglia? Il barocco dialogava...Questo sta zitto senza dire niente di sè...
Dubai Dubai... Un'altro museo dell'inconscio inquieto e...

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Commento 6489 di Giannino Cusano del 22/10/2008


A Renzo, cordialmente:
mi rendo conto delle sue perplessità. Per fortuna, siamo qui per non essere tutti d'accordo. Il solo pensiero, anzi, mi farebbe venire la pelle d'oca..
Fino al terzo liceo classico volevo fare il medico. A metà anno cambiai idea leggendo quasi per caso "Testamento" di F.L. Wright e "Saper vedere l'architettura" di Bruno Zevi. E c'è ancora chi sostiene che leggere non cambia la vita! Non saprò mai se in meglio o in peggio, naturalmente, ma tant'è. Sta di fatto che mi considero tuttora un medico, se penso alle nostre città malate :)
Come sia, quei libri mi fecero immediatamente toccare con mano cosa significa ragionare in termini di spazi. "Saper vedere", poi, tratteggiava la storia dell'avventura, della scoperta e dell'esplorazione dello spazio come creazione umana: una faccenda entusiasmante. Il luogo del vivere assieme, del sociale, dell'intimità personale. L'umanità si esprime e si rappresenta così. Si può anche pensare legittimamente che questo rispecchiarsi negli edifici, più in generale nella storia, sia una cosa da Narcisi. E' che anche il mito di Narciso va riletto a fondo e per intero. E' una faccenda drammatica; è il mito della ricerca della nostra identità: col narcisismo non ha nulla da spartire.
Trovai, l'anno dopo, un testo altrettanto limpido, di quelli che non si dimenticano: "Architettura e Società'", di Erwin Anton Gutkind.
Se non si è presi dal feticismo delle "cose", degli "oggetti", della "buona composizione", ma anzitutto dalla vita che consente loro di esistere, ci vuole davvero passione, per mettersi davanti a un tavolo e studiare un modello o un disegno, modificarlo, ripensarlo da cima a fondo o reimpostare tutto da capo, perché nel frattempo la vita passa e non sappiamo mai se stiamo spendendo bene il nostro tempo.
La società, la vita, sono quello che sono. Non ci si può limitare a rispecchiarle fotografandole, come farebbe un reporter di guerra, ma nemmeno si può rifarle da capo a nostro piacimento. Non si può, insoma, progettare senza qualche forma di simpatia per i nostri simili. Anche se ci sembrano totalmente calati nella follia, nell'incoscienza, nello sperpero più totale, c'è sempre una buona possibilità, un raggio di umanità che splende dietro a tutto questo: e non viene da noi, ma dal mondo. Non sarebbe nemmeno possibile tentare di lavorare, se così non fosse.
Ho visto, in dei filmati, Gehry al lavoro e ne ho tratto la netta conferma che è animato da uno spirito simile. Che non è il mio, sia chiaro, ma secondo me è quello di qualsiasi vero architetto.
Sono certo che, come ha anticipato, saprà spiegare meglio alcune sue convinzioni. Abbiamo tutto il tempo: chi ci corre dietro?
Ho letto con attenzione il suo articolo su Ronchamp. Viviamo forse in tempi difficili, ma come umanità ne abbiamo passate di peggiori: non c'è da disperare. Lo stesso Le Corbusier fu incalzato più di noi da eventi drammatici e persino tragici. Ma i principi (o, come lei preferisce chiamarli, i valori) non muoiono per per questo :)
Un cordiale saluto,

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Commento 6488 di renzo marrucci del 22/10/2008


A Giannino con cortesia...
E' vero la parola “tecnologia”non compare ma è sotto e sopra alle vostre righe e per qualche misteriosa assonanza mi si è formata nella mente ed è entrata di forza nel mio commento subito, appena ho cominciato a scriverlo. Sarà che oggi si vive nella dominanza di questa parola... Che entra come un sogno e esce come un incubo a volte... ma solo nella coscienza di chi come me in qualche modo ne vede gli aspetti che soverchiano... Come una materia che andrebbe usata con attenzione e discernimento... Rispetto all'uso un pò sviscerato e esibito, anzi troppo spesso gratuito e comunque privo di sostanziale sensibilità direi... senza quel filtro sensibile che media tra tecnologia e città… Che passa dalla mano, dal cuore e sostenuto dal cervello dell'uomo architetto. Tutte cose che affinano la sensibilità e la capacita del ragionamento e del sentire e capire quindi dell'operare, del pensare e del progettare. Mentre il “pensabile” appartiene ad una sfera slegata il pensiero scaturisce dai valori identificati nel problema che vivimo oggi… Oggi è tutto lì il problema! L'uso senza filtro, cioè senza l'architetto che non è più un filtro, ma tutto, o guasi, schierato direi ma è meglio dire schienato... da questa benedetta parola "tecnologia" che traduce il tempo in materia e spazio servendosi dell'architetto formale e quindi poi dell'uomo che ci andrà dentro. Di quale qualità si tratta?
La qualità io la riferisco sempre all’uomo che usa gli strumenti, è nell’usare gli strumenti che ha…e d è quella cosa importante e fondamentale che permette all'uomo di volere considerare gli altri nella loro realtà e nelle loro possibilità di vita, che consente di capire e discernere la sostanza dei materiali e la loro capacità relazionante, che consente di entrare nella natura dell'ambiente e dello spazio, capirlo per enuclearne le valenze nella propria felicità, quella dell'uomo. Qualità intesa nel senso esteso dell'essere che si spinge nell'ideale per una traduzione realizzazione nel reale. Ecco! Direi che è proprio quella sostanza umana che percepice il senso tra il brutto funzionale e il bello funzionale, tra il cattivo e il buono... e la possibilità di vivere...
Tutto ciò che è lontano da noi va riportato a noi come alla vita. Questa dovrebbe proprio essere lo sforzo dell' architetto tra gli uomini, ognuno nella sua misura. Funzione che è stata grandemente tolta agli architetti privati della loro capacità rispetto all'ambiente della vita. Su Borromini le rispondo che era un eretico rispetto alle convenzioni del tempo per la sua grande qualità interpretativa del suo sentire, a cui non rinunciava in virtù della sua capacità di credere in modo appassionato. Borromini aveva la passione... Oggi gentile dr. Cusano… la passione? La forza di sentire e di credere? Ma è ancora un sentimento? Che cosa è. Ecco quale qualità. Se non sono stato chiaro ora abbia pazienza... lo sarò... più avanti...
F.L.W. commisurava ogni funzione alla realtà del luogo usando materiali antichi e moderni i modo “umano” filtrando la tecnologia da quel grande architetto che era.
Ora ci rimane la sua lezione che non viene studiata e approfondita…Per mancanza di amore… Di quell’amore che spinge… Il pensiero sulla realtà.
Oggi ha senso parlare di eretici? Chi sono oggi gli eretici? Sono quelli che vivono sotto i ponti o ai margini della società... sono quegli uomini che rifiutano il sistema mercificato della vita di oggi e di domani credo... Queli che pagano di pelle ?
La parola eretico oggi ha perduto la sua forza significante. Chi sarebbe un eretico tra gli architetti? Hadid, Gehry ? Ma se sono delle Star di un firmamento che si sta rivelando sempre più formale vuoto e celebrativo... se Gehry ha costruito il suo museo nel posto dove il degrado regnava ... Tale museo non rimane che il museo di se stesso... Il problema rimane intero…
Ebbene? Quali altri contenuti… L’esasperato individualismo della Hadid che attira come un manifesto di diversità… Cogliendo al volo quel senso della sfida del fare… della sfida del possibile che tanto piace…ma a chi? Forse ai poteri che l’ impongono… Dopo aver rimestato “americanamente” (cioè facilmente e superficialmente nelle tasche del futurismo anche lei…) il coniglio lucente tirato fuori dal cappello del prestigiatore… di città?
Zevi non ha fatto in tempo a vedere e capire questi dieci anni che sono stati come trenta… e forse se ne è anche andato via imaginandolo…
Mi scuso per non aver curato la forma del mio scritto.
Cordialmente

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Commento 6483 di renzo marrucci del 21/10/2008


Credo che non sia solo da condividere questo scritto di Bruno Zevi ma è assolutamente da rilevarne la sua sofferente attualità insieme a chi lo ripropone e direi anche giustamente in fin dei conti... E' un'epoca ingiusta quella che viviamo oggi e che non favorisce il coraggio e anzi lo bastona abbondantemente spesso tritandolo nelle maglie di una società che predilige la cattiveria e il cinismo. Detto questo non vorrei atteggiarmi in posizioni sbagliate... Mi limito a fare delle constatazioni che lo stesso Zevi ha avuto il tempo di fare perchè ci rifletto ormai dagli anni della sua scomparsa. Ogni uomo dice cose giustee cose da approfondire e rivalutare alla luce dei fatti nuovi che accadono e il giudizio come risultante storica si conferma o si modifica a volte si ribalta... E comunque si approfondisce sempre in qualche modo. Al tempo di Borromini si poteva essere eretici e coraggiosi ma al tempo nostro non più. Un pò di nostalgia è lecito averla specialmente per chi ha conosciuto queste persone e ha studiato e a pensato con loro e non solo ma anche il dovere e l'onere di portare avanti idee e ragioni che sono il frutto di un lavoro vero e appassionato. Appunto il compito è ideale e pertiene la singola coscienza e volontà senza invidie e senza paure.

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Commento 6482 di giannino cusano del 21/10/2008


Ha scritto Renzo Marruccci:
"Il futuro non è nel potere della tecnologia ma nella qualità dell’uomo"
Non mi pare che in questa sede, e in particolare nell'articolo di Lazier intitolato "Saudade" e nei commenti che ne sono seguiti, ci sia stato una sola persona che ha voluto identificare "futuro" con "potere della tecnologia".
La qualità umana -già cara ad Aurelio Peccei- è certo il punto focale, ma a patto di precisare cosa sia oggi la qualità umana, e più in generale la "qualità". Che, altrimenti, rischia di scadere a formula vuota buona per ogni salsa.

Vorrei, peraltro, ricordare che nel 1957, 6 righe dopo essersi dichiarato "Romantico", a definire il suo lungo iter creativo "Un'architettura che è spesso definita «tecnologica». Di fronte all'aspra accusa, mi dichiaro colpevole" fu Frank Lloyd Wright (Testamento, ed. Einaudi, TO 1963). Qualcosa non torna? Temo che sia così.

Prosegue Marrucci :" Non è del pensabile che abbiamo bisogno ma di qualità! Abbiamo bisogno di chi voglia misurarsi con i problemi reali senza evaderli schierandosi piattamente con la tecnologia e i mass media dell’informazione. Abbiamo bisogno di chi non sostituisce la ricerca della misura umana con settanta ferracci e tiranti che ti segano la voglia di pensare e di vivere nella città..." ecc.ecc. Mi permetto di insistere: è proprio del pensabile, dell'immaginabile che abbiamo un gran bisogno. Di un'immaginazione che vada oltre la miopia e le conseguenze contingenti e immediate.
Torniamo al dunque: Borromini e i borrominiani di oggi. Con Borromini non è possibile compromesso di sorta: pone degli aut-aut che non ammettono mezze misure. Traccia senza mezzi termini le alternative possibili ("pensabili") al torpore del suo tempo senza mai tirarsi indietro. E, benché gli incarichi che gli vengono affidati siano oltremodo modesti, non rinuncia ad additare strade "altre" da quelle.

Scrive ancora Marrucci:"Borromini agiva con gli strumenti consolidati del tempo marcando il tempo con la sua ardente genialità e non inseguiva tecnologie e false sperimentazioni…" è vero, ma solo a metà. Manca l'altra metà: Borromini denuncia con decisione l'usura di quegli strumenti, li scardina, li corrode dall'interno. E quali erano gli strumenti del suo tempo? La suadente deformazione barocca dei canoni classici, il manierismo nevrotico, elitario e teatralmente dubbioso anche quando non c'è nulla di cui essere dubbiosi, infine il codice rinascimentale: l'unico dal quale Borromini parte convinta, nella efferata versione michelangiolesca, estraendone valenze inedite per procedere oltre. E riesce in pieno a bruciare qualsiasi connotato classicistico proprio in un'epoca in cui intervenire sui contenuti sociali dell'architettura è precluso dalla Controriforma.
Ma -questo è il punto, a mio avviso- si può sempre agire sulle forme-significanti per svincolarle dalla strumentalizzazione tridentina e rendere quegli stimoli-significanti aderenti a nuovi contenuti tutti da concepire e inventare. Anche così si addita e si incentiva il nuovo in quanto "pensabile" e fattibile.
Non solo, in un edificio minuscolo come San Carlino, brucia qualsiasi connotato cruciforme latino o greco, qualsiasi distinzione e scomposizione in successione di navata, transetto, tamburo, cupola e ogni possibile lettura "analitica" delle dimensioni spaziali; in Sant'Ivo fa molto di più. Rende esplosivo e centrifugo un organismo a pianta centrale, teoricamente univoco nelle sue possibili letture in quanto subordinato.a un solo punto focale. Ma lui ne fa saltare l'impianto bloccato e semplicistico in una visione quanto mai complessa e ricca di dissonanti indicazioni dinamiche. Persino le "camere di luce", i sistemi ad illuminazione indiretta che prediligeva e inventava in continuazione, non consentono alla luce di fendere e ferire la continuità spaziale, ma contribuiscono a rifondere in un unicum continuo tutte le articolazioni del discorso. E' qui, tra l'altro, il cuore della critica di Zevi alla mostra sul Borromini nell'articolo riportato meritoriamente da Lazier: un'occasione sprecata, quella mostra, perché non se ne fece un incentivo a ripensare borrominianamente spazi espositivi dinamici ed esplosivi. Pigrizia eletta a rango di rigore!

Riassumo ciò che penso: dopo la nutrita sperimentazione sociale incarnata dall'habitat '67 di Safdie fino a Byker di Erskine (primi anni '80), passando per Renaudie, Geilhoustet, Blom, più nulla. La via dell'impegno comunitario sembra preclusa, interrotta dalla cattiva socializzazione in atto, di cui è tardiva prova la crisi dei mutui e dei derivati di questi giorni. Eppure l'architettura può ancora agire in profondità, malgrado le multinazionali della finanza internazionale siano tra i suoi principali committenti. Del resto, Borromini -al pari di Gaudì- lavorò per ordini della Chiesa Cattolica controriformata, non certo per dei luterani o dei calvinisti ribelli.
Ma, an

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Commento 6481 di maurizio zappalà del 21/10/2008


Comprendo benissimo quello che scrive Lazier in un momento di grande "nanismo" architettonico e urbanistico italiano! Passatemi l'ossimoro e vi chiedo: un miserabile paese di volpi sa cosa farsene della "contemporaneità" e del coragggio? Per chi conosce un pochino i portoghesi, la saudade era, tanto per semplificare, il sentimento che prendeva le donne che vedevamo allontanare i propri uomini sulle navi, alla conquista del mondo! E viceversa agli uomini che lasciavano i propri affetti, sapendo per lo più, di non far ritorno a casa! Ora, credo che se vogliamo veramente "disturbare" un sentimento così forte e carico di introspezionee significato, dobbiamo essere almeno degni dei Portoghesi! Purtroppo non è così! (Avete presente le trasformazione urbane di Lisbona, Porto, Setubal, Aveiro, Matosinhos, Coimbra ???) E sappiamo tutti che raramente ad un grande maestro corrispondono buoni discepoli! e così per i padri con i figli, e etc etc...quindi, risarcito il lutto di Zevi, con grande difficoltà e sempre avendo presente il suo "ingombro" intellettuale, la realtà è quella che non esiste un replicante di Zevi! Insomma, cosa vogliamo fare, vivere sempre nel passato? Non vi sembra altrettanto ingombrante, nel momento dell'acme della crisi, ricordare quando stavamo meglio? Non credo si faccia un buon servizio e Lazier lo dice chiaramente, a Zevi , se utilizziamo male il passato! Quindi che noia, ribadisco, "abitare le case degli avi"!Che vergogna non comprendere la contemporaneità! Il nostro problema è che riusciamo a distorcere il passato per giustificare l'inabilità a vivere il presente ed ad immagginare il futuro! Insomma un paese di parrucconi, di volpi , di ovofans!!!

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Commento 6480 di Leandro Janni del 20/10/2008


La prima volta che ho letto un testo di Zevi avevo vent’anni.
Oggi ne ho quasi cinquanta. A vent’anni Zevi mi entusiasmava.
Oggi, il radicalismo estremo e anche un po’ forsennato dell’ultimo Zevi mi inquieta.
E comunque, Zevi è un maestro. Un grande personaggio dell’architettura moderna.
Di certo, un intellettuale che non ha voluto intendere, che ha categoricamente rifiutato il post-moderno.

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Commento 6474 di Renzo Marrucci del 19/10/2008


Il futuro non è nel potere della tecnologia ma nella qualità dell’uomo
Non è del pensabile che abbiamo bisogno ma di qualità! Abbiamo bisogno di chi voglia misurarsi con i problemi reali senza evaderli schierandosi piattamente con la tecnologia e i mass media dell’informazione. Abbiamo bisogno di chi non sostituisce la ricerca della misura umana con settanta ferracci e tiranti che ti segano la voglia di pensare e di vivere nella città. Abbiamo bisogno di chi cerca la realtà evitando la voglia di diverso per il diverso che viene formata nella testa di molti dalla pseudo immaginazione dei media. Insomma abbiamo bisogno di chi abbia il coraggio di vedersi dentro e poi volga lo sguardo al mondo reale. Indispensabile è chi percepisce il distacco che va formandosi nella realtà tra il momdo reale e il mondo sensibile di chi vive la città. Indispensabile è chi sente la necessità di recuperare la funzione civile dell’architetto nella sua funzione di tramite sensibile e disinteressato tra il mondo dell’arte e della creazione e quello della vita reale, come abbiamo visto fare in molte architetture dei maestri americani ed europei della storia recente. Nessun ritorno al passato ma una ripresa di dialogo con il filo interrotto della storia che non vuol dire nostalgia o statica venerazione. Borromini agiva con gli strumenti consolidati del tempo marcando il tempo con la sua ardente genialità e non inseguiva tecnologie e false sperimentazioni…Agiva senza inseguire astrazioni e materializzando il suo filtro sensibile di uomo e di architetto. Bruno Zevi ne rileva l’aspetto creativo e inquieto modellando forme e spazi sulla misura dell’uomo e del suo ambiente sicchè le sue opere sono inventive e geniali e non manifestazioni di gratuito potere tecnologico e impositivo. Forme e spazi sulla misura dell’uomo devono essere pensati oggi perché la città è un’ organizzazione umana sociale e vera ! Non una scenografia vivente, o virtuale… La città è il luogo della vita e non della rappresentazione della vita. Ogni uomo ha il suo tracciato nella società in cui vive e purtroppo non servono nostalgie…o manifestazioni di egocentrismo progettuale. Occorre interpretare e comprendere il proseguimento evitando cadute e ricadute e involi narcisistici fuori dalla realtà, che da sola contiene tutto ciò su cui è giusto e importante esprimerci. Considerare come degli eretici oggi le archistar è francamente un errore di interpretazione profondo…bisogna riflettere sulla differenza di contesto storico-sociale e considerare la società avida e dissacrante di oggi per comprendere anche la lezione dinamica della storia, oltre che il Borromini rispetto al tempo che viviamo.

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Commento 6473 di Giannino Cusano del 18/10/2008


SAUDADE DE FUTURO !
«... uno storico che cercava il dopo e un critico che comprendeva il prima» ha scritto Lazier: mi pare centrale. E come non essere d'accordo?
Il futuro forse non lo è mai stato, e mai come oggi non è più quello di una volta. La sensazione di aver perso la dimensione del domani mi pare la sola, vera "saudade" con cui fare i conti.
Non è più possibile, se mai lo è stato, estrapolare alcun futuro dal presente o dal passato prossimo o remoto. Non è concesso alcun "ritorno" o "predire" alcunché partendo dai presupposti di ieri e di oggi, perché le premesse del nostro agire sono, in brevissimo tempo, mutate alla radice.
Ecco perché il passato bell'e fatto, così com'è e magari "phylologically correct", non serve se non è reinventato e rivissuto in un'avventura interiore. Noi siamo, e forse per la prima volta seriamente nella storia, "condannati" a inventare il nostro futuro a un grado poco tempo fa impensabile . Con una visione globale inedita e tutta da costruire, consapevoli dei rischi e delle responsabilità che questo comporta. Non c'è più un rassicurante domani che possa somigliare anche lontanamente a ieri o ad oggi perché già l'oggi impone dei salti di inventiva e di qualità umana impensabili solo 30 anni fa. Dovremmo esserne felici: e invece ...
Solo, dunque, le "eresie" del passato e i punti di discordanza contro cui i conti s'infrangono e continuano a non tornare, possono esserci di un qualche aiuto. Perché è di questa rottura con le inerti e fallimentari abitudini di ieri e di oggi , che c'è davvero bisogno per ricominciare a sperare fattivamente.
Dopo la sbornia degli anni '50 -ricostruzione postbellica-, quella della crescita illimitata (anni '60) e il suo frenetico sperimentalismo, dopo la disillusione (anni '70) e l'ingiustificato senso di frustrazione, negli anni '80 si giunge timidamente ma decisamente a disancorarsi dalla "struttura" e dai miti strutturalisti, benché "La Struttura Assente" di Umberto Eco risalga già al 1968. Dopo 40 anni ne abbiamo davvero tradotto l'apporto in architettura? E in quanti?
Gli eretici di oggi si chiamano Gehry, Eisenman, Hadid, Moss, Behnisch ... Archistar? Certo. Ma solo perché la distanza tra il reale quotidiano e il pensabile è infinitamente più ampia di 10 anni fa. Ma è proprio del pensabile che abbiamo un tremendo bisogno: di tradurlo in quotidianità senza arrenderci all'illusoria prosecuzione del reale così come il passato ce lo tramanda: questa è, infatti, la sola vera fonte possibile di sconforto. E non ne abbiamo alcun bisogno.
Non abbiamo più le antiche certezze, per fortuna. Non possiamo far altro che spogliarci di ogni bisogno di sicurezza, smantellare i facili ed illusori appigli e tuffarci nell'insicuro e senza timore di distruggere quanto ideologicamente ci trattiene e ci impedisce di guardare la realtà per ciò che è e chiede di essere oggi perché ancora si possa dire di avere un domani. Non è un gioco ma la nostra parte di responsabilità, ciascuno per le proprie capacità.

Zevi ci manca? Certo ... ma allora, ciascuno può reinventare il suo Zevi interiore e cercare di andare avanti con faticoso ottimismo. Altre possibilità non abbiamo:
SAUDADE DE FUTURO !

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Commento 6472 di Maurizio de caro del 18/10/2008


Immenso spessore critico unito ad una veemenza eretica.Zevi è voce anche quando sceglie il silenzio disgustato.ha contrastato il "portoghesismo"con furia leonina.è stato l'antidoto letterario alla bidimensinalità teorica e alla deriva polverosa della critica dominante.ma tanta forza non è servita,hanno vinto gli idioti cerebrolesi che per tutta la vita ha umiliato.è come se allo Strega avesse vinto Baricco contro Gadda..quer pasticciaccio brutto de via Nomentana.
Maurizio De Caro

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Commento 6471 di lilly greemens del 17/10/2008


Colpita e affondata... max nostalgia, malinconia, etc, etc... Se all'inizio del 2000 già parlava di restaurazione, mi immagino i suoi scritti oggi... dove a Roma si sta pensando ad un finto parco x turisti con finti monumenti e x meri motivi politici si tenta di stoppare tutta la nuova architettura, perfino già in cantiere... dove si dà voce a Salingoros ed a tutte le sue idiozie... quando x ammazzare l'architettura contemporanea leggiamo trite e ritrite pseudo-critiche a generici archistar, senza saper + discernere chi è davvero un architetto e chi ci fa solo x business... dove tutto il mondo accademico ha finto di essere decostruttivista ammazzandone l'indole, facendola diventare una moda senza senso... non capendo un 'acca del filo rosso che lega qst contemporaneo linguaggio architettonico alle + fervide sperimentazioni del passato, medioevo urbano - Borromini - costruttivismo ed avangiuardie del primo '900... con enormi buchi neri di restaurazione... ora stiamo cadendo dentro un nuovo buco nero, dove i vari Krier, salingoros, La cecla, etc... cercano di "redimere" le anime storte alla leggiadria geometrica dell'angolo retto...
Caro Bruno Zevi, ci manchi.
Il tuo grido, continua tu, tu, tu... è caduto nel vuoto... nessuno, nessuno ha il tuo coraggio limpido, scevro ed estremamente vero.

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