Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Coppe e medaglie: a Cesare quel che è di Cesare

di Ugo Rosa - 9/5/2003


Hanno dato una medaglia al professor Nicolin.
Una medaglia al valor critico.
D’oro.
La cosa sta bene a tutti. Quando piove sul bagnato nessuno ci fa caso. I problemi nascono quando piove dove non ha mai piovuto. Allora si va alla ricerca del mago della pioggia che non s’è fatti i cazzi suoi.
Così fioccano le lamentele per una menzione (una menzione!) a Marco Brizzi: minchia, ma come si permettono, ma non esiste, ma non si fa, eccheccazzo le menzioni per le medaglie non si danno mica così.
La patacca al professore, viceversa, era lì dalla notte dei tempi, un evento ampiamente previsto, consegue alla feluca come il giorno alla notte.
Ma come! Tutti appresso a Brizzi e nemmeno uno che si prenda cura del medagliere del povero professor Nicolin. Mi sono detto: “Non è giusto, anche lui è figlio di dio, bisogna pure che qualcuno lo accudisca”.
Eccomi.
Perché, signori miei che v’indignate virtuosamente per una menzione all’outsider, io ne convengo: abbiamo invece qui un critico d’architettura, e un professore, coi fiocchi. Se uno è nato ordinario e direttore di Lotus (non si ricorda un’era geologica in cui il professor Nicolin non fosse tale…) è evidente che se lo merita. Non solo, ma che si merita tutte le onorificenze e i baci sulla fronte che la musa gli vorrà dare, da qui all’eternità.
Anzi le muse: Euterpe, ma anche Calliope e, perché no, Tersicore.
Uno che, quando scrive pare che danzi suonando e suoni danzando, declama coi piedi e danza con l’ugola, un canto vivente all’architettura. Quando scrive gli angeli s’incantano e restano così: chiappette per aria e monocolo tra le dita.
Io, per la verità, non lo seguo più da un pezzo nei suoi percorsi critici. Troppo raffinato per i miei gusti.
Però ogni tanto mi sovviene che anch’io ci ho un passato da cultore della materia.
E allora ci penso e mi dico: porco mondo! Il professor Nicolin me lo ricordo!
Una volta, quand’ero architetto, mi appuntavo le cose che scriveva. Roba di quindici anni fa, certo, quando, riferendosi all’opera di quell’altro mitico professore dell’architettura, pluridecorato anch’egli ma rispondente per avventura ad altro nome (e precisamente a quello di Gregotti Vittorio) il professor Nicolin scriveva senza batter ciglio "...una scelta plastica di vago sapore berlaghiano in cui affiorano le originarie passioni gregottiane per i pevsneriani pionieri del moderno..." (Lotus 61 pag. 27)
Ora vi prego di fare attenzione: percepite le allitterazioni che rimbombano da un capo all'altro di questa bronzea incisione critica?
Bene, esse fornivano già allora la tonante prova che, per il professor Nicolin, la prosa italiana non aveva nascondigli né vie di scampo; la fiutava, la braccava e infine la scovava con meticolosità venatoria ovunque essa si rifugiasse.
Era, ai tempi, un critico da caccia. Con questo pedigree volete negargli la medaglia?
La potenza dei suoi costrutti sintattici, inoltre, lasciava il segno: devo ammettere che da allora in avanti il sapore berlaghiano, le originarie passioni gregottiane e i pevsneriani pionieri del moderno deambularono assieme, nella mia immaginazione, come i re magi. Assortirli, per il trimestrale talento letterario del professor Nicolin, fu certamente uno scherzo da bambini, io invece, ancor oggi, triangolo alla disperata tra quegli scampanellanti aggettivi in preda a panico da disorientamento. Come l'impallinato nella notte.
Sono cose che lasciano il segno.
Oppure, da vero autopodista, così il nostro professore prestipedava, per esempio, intorno all’architettura sacra: "Ponendoci alla ricerca di un territorio del sacro osserviamo il vagare del nostro sguardo di fronte ai fenomeni di secolarizzazione." ( Lotus 65 pag.5)
Vedete? Il professor Nicolin fu (è e sarà) tra i direttori di giornali, uno dei più lungimiranti. Lo fu (è, sarà) a tal punto da riuscire, nel contempo, a lasciare vagare lo sguardo e, in uno sconvolgimento parossistico di strabismo, ad osservare il medesimo che vaga. Così egli fu (è, sarà) uno dei pochi professori al mondo ad avere il passo più lungo della gamba; proprio per questo rimane perennemente impegnato a rincorrere se stesso senza mai riuscire a raggiungersi.
Di tale forsennato autopodismo il giornale da lui condotto ha dato sempre atto con semplicità e costanza, presentando sempre, per così dire, il sedere a se stesso: così, del suo corpo, non conosce altro che questo. Però lo conosce assai bene e non smette di argomentarne per filo e per segno figurandoselo come una delle meraviglie del mondo, per cui ogni tre mesi possiamo osservare magnifici reportage fotografici che lo presentano in posizioni di varia arrendevolezza ed in stato di crescente obesità. Tutto quel che esula da codesto corpulento gravame fa parte dell’inconoscibile. Ma si sa: non si può dar atto di tutto, bisogna operare delle scelte, per quanto dolorose.
Perciò questo giornale ha deciso di circoscrivere molto scientificamente il proprio campo d'indagine limitandosi una volta per tutte ad osservare il suo sguardo che vaga. Nel territorio, naturalmente. Ma per incidente l'orizzonte è occupato dall'opulenta massa di cui sopra, così non gli resta che prendere atto di quella plumbea presenza.
Con la qual cosa può senz'altro ritenere di aver svolto diligentemente il suo compito critico.
Ma ricordo d’aver colto anche, a suo tempo, fiorellini come questo:
"Non si può vedere in questo svanire delle figure forti del padre e della madre un diluirsi anche dell'oggetto architettonico, non più così definito sul suo stesso piano ontologico?…Quante volte noi architetti abbiamo reagito sovrapponendo a questi condizionamenti un apporto più o meno esplicito o segreto e introducendo aspetti quasi privati nell'immagine architettonica? Altre volte forse abbiamo guardato il problema con un occhio diverso, architettonico, cercando altri più autonomi livelli, ad esempio riconducendo il progetto a tematiche architettoniche al fine di tradurre gli aspetti pragmatici di partenza (che spesso riguardano anche l'immagine) entro uno svolgimento disciplinare." (Lotus 70 pag. 111).
Questo telegramma trascende la lettera (se mi è consentito il gioco di parole), per attingere "altri, più autonomi livelli". E nel suo dorato recinto scattano, per rispondere all'appello, contemporaneamente: Lo Psicanalista, Il Filosofo, e L'Architetto, tutti impegnati fino in fondo nell'esaustiva esplorazione di un qualche Specifico Disciplinare.
Piano ortogonale e piano ontologico s’intrecciano instancabilmente sotto l'occhio architettonico che guarda il problema riconducendo la tematica alla pragmatica di partenza.
Ad uno che scrive così vanno assegnate carrettate di medaglie.
Anzi, avanzerei una modesta proposta: diamogli il cavalierato, così sta in buona compagnia.
E poi, parliamoci chiaro, l’attività critica del professor Nicolin si è dipanata nel corso degli ultimi trent’anni contribuendo a portare la cultura architettonica d’Italia al punto in cui si trova adesso.
E’ forse poco?
Ma almeno una coppicina, in aggiunta, gliela vogliamo dare?
I nostri complimenti, dunque, al professore: confido in foto autografa con medaglia d’oro appuntata al petto, la spedisca pure al mio indirizzo, provvederò a diffonderla.
E a Marco Brizzi, se me lo permette, un invito a rassegnarsi: fino a quando ci saranno questi monumenti equestri in circolazione lui mangerà la polvere. Ma che pretende? Di prendere una menzione senza averci il pedigree? Ma siamo matti? In fondo ha solo dato spazio a qualche mezza tacca che scrive d’architettura per spasso (parlo del sottoscritto, nessuno s’offenda), mica ai professoroni “della comunità scientifica” che, con fatica, dolore, sangue sudore e lacrime, partoriscono a puntate, pensieri e profezie sull’architettura di ieri, di oggi e di domani sui giornaloni e sulle gazzette. Perché alla fine, nonostante le chiacchiere sui nuovi media, “carta canta” e sul web ci scrivono solo i mentecatti…


(Ugo Rosa - 9/5/2003)

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Commento 1023 di Beatrice Valle del 23/01/2006


Ma sbaglio o il signor Bianchi non ha capito un accidente di niente?

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Commento 336 di ugo rosa del 05/12/2003


Ugo Rosa non ha compreso la questione.
Qual è la questione?
La questione, dice, è che Brizzi in realtà "non andava considerato un critico in prima istanza", mentre Pierluigi Nicolin sì.
Perché?
Ma perché "nel bene e nel male, ha scritto articoli, editoriali etc etc".
Non solo. Li ha scritti su Lotus, rivista internazionalissima che, pure, dirige. La cosa ha la sua importanza.
Se uno scrive su Lotus e, per di più, la dirige, allora, è un “critico in prima istanza”.
E perché uno che scrive su Lotus e la dirige è un critico in prima istanza e uno che scrive su Arch'it e la dirige non è un critico in prima istanza?
Perché, dice, Lotus "ha una linea editoriale riconoscibile".
Ugo Rosa continua a non comprendere la questione.
Linea editoriale riconoscibile.
Cos'è?
E’, forse, quando un critico in prima istanza partorisce linee lunghe lunghe e dritte dritte, tutte belle cromate e parallele, che poi arriva il lettore e ci scivola come un trenino sopra i binari?
E’ quando, sulla base di queste oliate longarine, si stabilisce chi fare montare sul trenino e chi invece fare andare a piedi?
E’ quando si decideva di far fuori intere generazioni di architetti italiani perché, da pubblicare, c’erano meraviglie che, per chi non ha le belle fette di salame sugli occhietti, veniva lo schifo a guardarle?
Insomma, siccome c’erano le belle linee editoriali, sul trenino montavano solo quelli che il noto critico in prima istanza gradiva. Gli altri andavano a piedi, perché bisognava che si allenassero per il futuro (altre longarine, altre linee editoriali riconoscibili…).
Quando, per ipotesi, i giovani (di allora) architetti, accuratamente selezionati in base a scuole di appartenenza (longarine accademiche, linee editoriali didattiche) venivano accettati sul trenino dovevano viaggiare sul predellino, e per tratti non maggiori della distanza che intercorre tra il rientro delle colonne a stampa e il bordo pagina. Chi ha letto (oltre alla Lotus di Nicolin) la Casabella di Gregotti sa delle bellissime figurine di quattro centimetri per due di cui beneficiavano, di tanto in tanto, questi miracolati dell’architettura. Perché, si capisce, occorreva fornire tutto lo spazio necessario ai bei sederoni di quelli che facevano parte del giro, quelli che aderivano alla linea editoriale con tutto il plantare. Non parlo solo di progetti, parlo anche di scrittura critica. Quella scrittura critica italiana di cui il critico in prima istanza era ed è maestro raro (si provi a fare l’analisi logica e grammaticale di uno di questi bellissimi “editoriali e articoli” a linea editoriale garantita, si scelga pure a caso, e buon divertimento).
Ma Ugo Rosa continua a non comprendere la questione.
E qual è la questione?
La questione, dice, è che il critico vero (quello in prima istanza) scrive tantissimo e la quantità, santiddio, vorrà pur dire qualcosa. E dai oggi, e dai domani, alla fine la ciambellina deve venire fuori col suo bel buco al centro. Come diceva Russell: metti una scimmia davanti alla lavagna, dagli un gessetto, tempo illimitato e prima o poi finirà per scrivere il suo nome. O, meglio, il nome che tu hai deciso che porti.
Ma Ugo Rosa si muove adesso in un groviglio inestricabile di incomprensione.
Perché, oltre a scriverci, capita che ogni tanto legga, anche, Arch’it.
E ha scoperto, quel testone, che ci si scrivono cose assai diverse l’una dall’altra e ci si pubblicano progetti assai diversi l’uno dall’altro, che il livello di quei progetti e di quegli scritti non è per niente più basso di quello che si legge e si vede sulle riviste a linea editoriale doc che troviamo in edicola (anzi, è talvolta notevolmente più alto). Anche se scritti e progetti spesso non sono dotati del pedigree ufficiale fornito dalla cultura accademica.
E il fatto che manchino quelle belle longarine oliate che portano dritto al punto in cui il capomanipolo (critico in prima istanza) ha deciso che portino, non gli sembra un difetto.
Anzi, pensate un po’, gli sembra persino un pregio.
E gli sembra anche (ma questo perché proprio non è un tipo svelto) un tantino accademico, presuntuoso e arrogante decidere d’ufficio in che modo vada esercitata la critica d’architettura. E stabilire a priori che fare una rivista (offrendo spazio a persone che nelle riviste doc non ne hanno) non costituisca un forma pienamente legittima, anche se non canonizzata, di critica d’architettura. Gli sembra che questa arroganza non sia diversa da quella di chi sentenziava che siccome gli oggetti di Calder non stavano fermi, allora non erano da considerarsi sculture. Perché il minimo da richiedersi a una scultura è che stia ferma.
Ma la logica non deve fare una grinza.
La medaglia è per la Critica in prima istanza (quella con la c maiuscola)?
L’attività che svolge Brizzi non rientra tra quelle canoniche che definiamo “Critica d’architettura”, non è “Critica in

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Commento 335 di Mara Dolce del 05/10/2003


Sono assolutamente lieta dell’intervento di Ugo Rosa sulla Medaglia d’Oro per almeno due ragioni.
La prima perché Rosa entra immediatamente nel merito del premio aprendo a nuove considerazioni.
Infatti parla della critica e lo fa dicendo delle cose importanti.
Ci dice che la critica è anche potere e politica e che può avere delle ripercussioni reali sulla cultura architettonica di un paese. La critica può quindi giovare o danneggiare, ed è forse doveroso entrarne nel merito, prendere posizione, come lui stesso fa (in un generalizzato e curioso silenzio), contestando il premio al professor Nicolin. Se Nicolin, o chi come lui, ha fatto dei danni, è anche grazie al silenzio di colleghi e pubblico, (aggiungo io), quindi la responsabilità è ripartita anche tra chi dovrebbe parlare e tace.
La seconda ragione è squisitamente dialettica. Prendo a prestito la struttura che Rosa usa per contestare il premio a Nicolin per dimostrare la non pretestuosità di quanti hanno sollevato dubbi per la menzione a Brizzi. Infatti, mentre per il primo possiamo virgolettare alcuni passi dei suoi scritti "...una scelta plastica di vago sapore berlaghiano in cui affiorano le originarie passioni gregottiane per i pevsneriani pionieri del moderno..." e trovarci d’accordo o meno con la forma e la sostanza di questi, per il secondo è praticamente impossibile virgolettare alcunché. Non mi rimane che riprendere un commento del direttore di Arch’It pubblicato su questa stessa rivista sull’evento Biennale di Venezia e che forse si avvicina a quella che potrebbe essere una linea critica: “[...]i problemi che si sono evidenziati in occasione dell'ultima Biennale erano, nella loro complessità, troppo grandi per noi. O comunque troppo articolati per essere affrontati con una semplice invettiva, oppure con azioni-tampone operate a margine, dagli esiti incerti se non addirittura controproducenti.[...]”
...meglio un prudente silenzio, allora.
Ora caro Ugo, è una realtà che Nicolin e Brizzi facciano divulgazione, il primo con Lotus , il secondo con Arch’it; ma non vedo perché si possa entrare nel merito della critica di Nicolin ma non di quella di Brizzi.
La sezione della Medaglia d’Oro riguardava la critica, ed è di questa che parliamo: di critica. Né di divulgazione, né di potere, né di generosità, né di poltrone. Nel caso di Nicolin esiste e ne possiamo discutere, nel caso di Brizzi non esiste e possiamo solo dire che è simpatico, forse.

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Commento 343 di Stefano Bianchi del 15/05/2003


Se per libertà nel web, il sig. Botta/Dolce intende essere liberi di attaccare a destra e a manca personaggi, discutibili quanto si vuole, ma che lavorano concretamente per un miglioramento della condizione dell'architettura italiana, francamente non mi sembra corretto.
Sicuramente i personaggi su detti (Puglisi, Brizzi ecc.) non lavorano per la gloria, ma anche, e forse soprattutto, per un tornaconto personale, di pubblicazioni, visibilità, immagine, carriera accademica forse...
Ma chi non lo fa? Anche il sig. Botta/Dolce non fa i suoi attacchi così...sembra così smanioso di distinguersi, di fare il bastian contrario di turno...
Ringrazio la redazione di antithesi per la risposta, come sempre intelligente e mi scuso se, nell'onda delle parole ho apostrofato come baggianate queste discussioni (alla quale tra l'altro sto partecipando), intendevo scrivere che, messe giu come attacchi personali perdono di interesse.
Rinnovo la mia stima per antithesi e per arch'it.
cordiali saluti
Stefano Bianchi

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Commento 340 di Stefano Bianchi del 13/05/2003


Tutte queste discussioni francamente mi sembrano assurde.
Al contrario degli attacchi gratuiti dei soliti Botta/Dolce penso che tutti i "critici" o anche semplicemente "antiaccademici" che scrivono nella rete debbano essere contenti che tra tanta "prudenza" dimostrata nell'assegnazione dei premi spicchi il nome di Marco Brizzi. Dimostrazione forse che qualche spiraglio piano piano sta arrivando.
Penso sia innegabile la qualità e la consistenza del lavoro che Brizzi che facendo per la diffusione dell'architettura in italia al di fuori dei "soliti luoghi" istituzionalizzati, innegabile è il ruolo di arch'it e l'importanza crescente delle iniziative condotte dal fiorentino.
Indignazione per Brizzi finalista?? Ma fatemi un piacere! Indignatevi piuttosto per la quantita di premi beffa che sono stati assegnati e rallegratevi che almeno un finalista decente (forse per sbaglio!!) l'hanno inserito.
E la smettano Botta/Dolce di voler avere una risposta da Brizzi. Brizzi ha altro da fare che dare retta a queste baggianate. Se non altro da fare che lagnarsi invece di lavorare e studiare per migliorare l'architettura in questo paese facciano pure....a lungo andare tutto questo si ritorcerà contro di loro...chi li acolterà più?? Lagnatevi con i progetti e con il lavoro, non solo con le parole!! Siamo arcistufi dell'arroganza di questi due!
cordiali saluti
Stefano Bianchi

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13/5/2003 - la Redazione di antiTHeSi risponde a Stefano Bianchi

Nessuna censura all'opinione di Bianchi, solo una nota: non crediamo per nulla che discutere del ruolo dei protagonisti della cultura sia una "baggianata". Le opinioni di Botta e Dolce sono lecite tanto quanto le Sue, soprattutto perchè non hanno per nulla sminuito l'impegno e i meriti di Marco Brizzi, cosa che tutti gli riconosciamo. I temi della questione sono assolutamente più ampi di quanto non possa sembrare dai commenti pubblicati, e non riguardano per nulla la figura di Marco Brizzi. Piuttosto, credo che il tema evidenziato da Botta sia estremamente vero: la libertà del web e il rinnovo della cultura architettonica italiana non devono assolutamente creare ulteriori circuiti chiusi. E' fondamentale rifletterci.

 

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Commento 339 di la Redazione del 13/05/2003


Segnaliamo l'articolo di Gianluigi D'Angelo su www.channelbeta.net , in cui l'autore esprime la propria opinione in merito alla questione sollevata dagli articoli di Mara Dolce e Ugo Rosa. La segnalazione è d'obbligo in quanto si prende spunto da articoli e commenti pubblicati su antiTHeSi e perchè può essere un ulteriore momento di approfondimento.

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Commento 338 di enricogbotta del 13/05/2003


Ci riprovo...
Prendo atto che Marco Brizzi continua a tacere. E prendo atto che Ugo Rosa persiste nel non comprendere una posizione che pensavo di aver espresso chiaramente. Vediamo se riesco a essere ancora piu' chiaro.
E' vero, esiste una parte attiva della cultura architettonica italiana che e' stata ostracizzata dalla cosiddetta "accademia". E' vero' che per mantenere il suo potere l'accademia ha usato tutti i mezzi.
Gli esclusi si sono organizzati su internet (questo spiega perche gli esponenti dell'accademia su internet non ci sono: molto semplicemente non hanno BISOGNO di esserci), e molti di loro hanno opportunisticamente cavalcato il digitale (che ha acquistato una rilevanza commerciale, cioe' i libri e le riviste VENDONO se parlano di questo argomento) per cercare di sottrarsi al giogo dell'accademia.
Bene, oggi siamo ad uno stadio nello sviluppo di questa fazione di ex-reietti dove essi gia' si sono conquistati molti dei privilegi prima ad esclusivo godimento degli accademici: inviti a conferenze, presenza capillare nelle giurie di concorsi, presenza organizzata nelle scuole.
E cosa sta succedendo? Beh succede che cominciano ad emergere anche in queste fila molti dei comportamenti tipici dell'accademia: la chiusura, l'autoreferenzialita', l'esclusione degli "altri". Nonche' comportamenti discutibili, scambi di favori, e poi sterilita' delle posizioni culturali, provincialismo etc. etc.
Ora, non conosco quali motivi portino Ugo Rosa a una tale animosita' nei confronti di Nicolin e/o di cio' che rappresenta, avra' i suoi motivi. Se i motivi sono quelli che ha indicato nei suoi interventi allora, in quel caso, dovrebbe, a maggior ragione, indignarsi del comportamento di chi da oppresso diventa oppressore.
saluti

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Commento 334 di Antonino Saggio del 10/05/2003


Caro Rosa,
Non credo sia vero che "Arch'it" diretta appunto da Marco Brizzi o il web in generale sia solo per i "non" professori. Ho pubblicato circa cinquanta pezzi (alcuni sono dei veri libri in potenza) in una rubrica che si chiama "Coffee break", rieditando articoli pubblicati su "Diario" o su "Domus" o su "Costruire" e aggiungendovi link e foto. Credo sia il più massiccio intervento conoscitivo sull'architettura contemporanea sul web italiano, certamente alla sua nascita nel novembre 2000, ma credo ancora oggi. Qualcuno scoprirà che Coffee Break è il maggiore contributo saggistico di architettura su tutta internet. Ma questo francamente non lo so per certo.
Tra poco mi auguro di poter rendere pubblico una grande mole di commenti e approfondimenti ricevuti in questi anni. Nel mio caso la pubblicazione sul web si accompagna anche ad un sito personale, allo sviluppo del mio insegnamento a La Sapienza (non credo che nessuno dei miei studenti veda in me un professorone, almeno per l'età) e ad altre cose simili che quasi tutti possono fare ed ad alcune cose veramente XL, usando la definizione di RKool. La forza se ve ne è una in questo lavoro credo si basi su un disequilibrio. Tra cose piccole, ma solo apparentemente , come questo commento, e cose più evidenti e pubbliche. Scrivo queste note anche per far capire che le persone di maggiore età e autorevolezza (come lei è) "devono" interloquire con i giovani se rivelano appunto quelle caratteristiche di passione e intelligenza che per esempio i commenti di Dolce e di Botta mostrano. Ecco perché sono proprio contento del suo scritto e mi sembrava giusto aggiungervi questa piccola nota.
Credo che Marco, abbia posto in gioco una parte sostanziale della sua attività come promotore di cultura.
Non avevo bisogno della segnalazione della Triennale per saperlo.
Nel marzo 2001 ho organizzato una serata all'InArch romana sulle pubblicazioni di architettura web (era la prima volta che emergevano in sedi diverse dal web stesso) http://www.citicord.uniroma1.it/saggio/Avvenimenti/InArch%20Pub/InArch.Html.
I primi attori erano appunto Marco e Sandro Lazier - Paolo Ferrara. Trovavo nelle due anime una più "divulgativa informativa" e l'altra "più polemica" due cilindri importanti della nuova scena culturale italiana.
Entrambi organizzano eventi culturali. Antithesi quello di Sciacca che ha avuto ricadute concrete, Marco come tutti sanno ha da diversi anni una veramente importante manifestazione a Firenze sul video di Architettura a cui si affiancano molte altre mostre e anche una galleria espositiva. In questa attività, che buffamente non è stata ricordata, tra l'altro Marco si potrebbe "anche" definire un critico nel senso tradizionale di curatore d'arte.
Il lavoro di Marco a me ha sempre suscitato ammirazione. L'altro anno proprio al Festival Video (e mi pare di ricordare ve ne sia registrazione nel mio sito) dissi che a Marco "bisognerebbe santificarlo".
Pensavo a quanto lavoro compie, all'entità del suo contributo e al pochissimo che aveva in quel momento raccolto, per esempio dal punto di vista accademico. Che anche con una aggettivazione forse non centrata si sia fatto il suo nome come menzione a me ha fatto piacere perché confermava quello che già sapevo e su cui mi ero mosso.

Sul professor. Nicolin, in questo contesto, mi scuserà se aggiungo poco.
D'altronde per queste cose ci vuole molto tempo e molta pazienza come Lei sa altrettanto bene di me. i danni (oppure i meriti) a seconda dei punti di vista, Nicolin li ha compiuti negli anni Settanta. Allora sì che chi gli avesse dato un premio avrebbe inciso.

Forti saluti

Antonino Saggio

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Commento 332 di quantumarchitecture.net del 10/05/2003


Credo che Ugo Rosa non abbia compreso che la questione non e' se Marco Brizzi sia piu' o meno bravo come critico, piu' o meno meritevole di Pierluigi Nicolin, ma su che base sia stato considerato un critico in prima istanza.
Nel bene o nel male Nicolin ha scritto degli articoli, degli editoriali etc etc, e che la si condivida o meno LOTUS ha una linea editoriale riconoscibile...
Si puo' dire la stessa cosa di Brizzi e Arch'IT?
Non si tratta della solita opposizione accademia/controcultura, ricchi/poveri, professori/mentecatti, come Ugo Rosa vorrebbe far sembrare. Anzi credo questo sia un tentativo di creare un alibi per i comportamenti della cosiddetta controcultura che li mutua dall'accademia aggiungendoci in piu' l'ingrediente della completa inettitudine.
Con che faccia si critica l'accademia quando poi si aspetta solo l'occasione giusta per fare la stessa cosa? Perche si critica un sistema di potere (lo fa anche Ugo Rosa con quello editoriale) per poi adoperarsi solo per crearne degli altri basati sugli stessi, se non peggiori, meccanismi?
Come sempre, ce n'e' per l'asino e per chi lo mena... tuttavia solleva sempre un certo sospetto chi addita altri colpevoli del suo stesso reato per dire "tutti colpevoli nessun colpevole" (Craxi ha fatto scuola). Specie quando lo fa per interposta persona.
Mi risulta che Brizzi abbia un'email e un computer, cos'e' non lo sa usare, o come al solito non ha nulla da dire?
saluti,
Enrico G. Botta

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