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147 commenti di giannino cusano
4/6/2010

Commento 8563 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
E già: Bateson. Dai suoi seminari newyorkesi degli anni '50 del '900, ai quali parteciparono la moglie Margaret Mead e scienziati come Norbert Wiener, emerse una visione completamente nuova della psiche umana, destinata a rivoluzionare e rovesciare quella psicanalitica. La psiche è partecipe delle vicende sociali e, che lo voglia o no, vi è totalmente coinvolta. Senza il "double bind" di Bateson non avremmo avuto Ronald Laing, Gilles Deleuze e Felix Guattari col loro anti-Edipo, né Jacques Derrida.

"Ti ordino di disobbedirmi" è la forma tipica del "double bind". A quel punto il povero "Io" che deve fare, se non dividersi schizofrenicamente? Già Jung aveva intuito che la schizofrenia si può affrontare solo da un punto di vista ambientale e non isolando il soggetto dal suo contesto. E se tutta la cultura occidentale fosse affetta da questo dato di fondo del double bind? E' la domanda dell'anti-psichiatria e dei post-strutturalisti francesi.

Laing esemplifica così: una madre, per il compleanno del figlio, lo invita a cena e gli regala 2 cravatte, una rossa e una verde. Lo invita ad andare di sopra a cambiarsi e a indossare una delle cravatte che gli ha regalato. Il figlio si cambia e torna di sotto per cenare indossando la cravatta rossa. La madre gli dice :- Ecco: lo sapevo, io, che la cravatta verde non ti sarebbe piaciuta!- A quel punto il figlio cosa deve fare? Questo, dice Laing, è un tipico esempio di double bind, di comportamento schizogeno: che genera dissociazione.

E' proprio del nostro linguaggio e di tutta la nostra cultura occidentale, di essere così: linguaggio ipotecato dalla schizofrenia del potere, dall'illusione di sfuggire al paradosso (che essa stessa genera, in effetti) attraverso l'idealistica univocità del "senso", che sistematicamente mette e tiene in ombra i "doppi" illudendosi di controllarli e domarli. Ed è proprio del "logocentrismo" (Derrida). I "nodi" di Laing sono poesie scritte con la logica non concettuale degli schizofrenici: con i quali, peraltro, Laing riusciva perfettamente a comunicare. Tutto ciò che sfugge alla "classificabilità" del senso e della ragione va eliminato: non esiste.

E se l'inconscio, invece, non fosse nient'altro che un "effetto di superficie" (G.Deleuze)?

G.C.




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3/6/2010

Commento 8561 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
to Torselli:

PS: per passare dalla poesia al linguaggio “d'uso”, insomma, ho l'impressione che dobbiamo operare (e di fatto operiamo sempre) un clivaggio, un cesoiamento, un taglio nel corpo vivo del poetico, che invece include reale e irreale e tutti i “doppi” che il linguaggio rompe, scinde, separa e distingue. Incorrendo in mille paradossi logici affini a quelli dello "split" psicoanalitico originario (Es-Io-SuperIo).


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3/6/2010

Commento 8560 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
Vilma Torselli ha scritto:

«In particolare mi pare assolutamente condivisibile la chiusa finale: "L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso".»

sicuramente ha compreso benissimo, per quel poco che sono riuscito a spiegarmi. La domanda fondamentale, nel mio modo di vedere odierno, che non ho esplicitato abbastanza e che vado mettendo a fuoco, è : la logica "concettuale" precede quella "poetica" o non è, piuttosto, il contrario? E' il "Cogito" (peraltro vuoto di contenuto, così come lo aveva formulato Cartesio) o non è per caso l'intuizione poetica che fonda la realtà? Se ammettiamo l'ipotesi cartesiana, dobbiamo concludere che il senso fonda anche il poetico. Dunque, il linguaggio nel suo uno corrente, informa anche la poesia e l'arte. E se, invece, fosse il contrario? Se la conoscenza pre-logica del mondo fosse il presupposto per quella logica, non avrebbe gran senso interrogarsi sul senso nell'arte. Se è così, non dovremmo considerare i capolavori come "intensificazione" di un linguaggio corrente e già dato, quanto il contrario. La "designazione" (di un contenuto, di un concetto, di un "senso") sarebbe allora successiva: abbiamo di fronte, cioè, una "visione" poetica e solo allora mi pare che ci poniamo il problema:- e ora che ne faccio?-

I creatori di linguaggio sono i poeti, per me, perché non si pongono il problema "utilitaristico" di "significare" qualcosa: e quindi (aveva ragione Zevi) il linguaggio va desunto dai capolavori: il contrario non porta da nessuna parte. Non portano da nessuna parte le elaborazioni, per quanto concettualmente sofisticate, della linguistica e non porta, perciò, da nessuna parte l'idea di estrarre il linguaggio dalle opere "paradigmatiche". Cioè da prodotti correnti e mediocri.

Se riapriamo l'Ulisse di Joyce, per esempio, ci accorgiamo subito di quant'è banale, inconsistente, inesistente Molly Bloom-Penelope: tanto più che (particolare fondamentale, a mio parere, che istituisce un "vuoto" enorme) non ha nulla della dimensione eroica del personaggio omerico. Non esiste, come tutti i personaggi dell'Ulisse joyciano. Sono dei non-Io che agiscono, interagiscono, pensano, parlano. Eppure Molly è una creatura intensamente (e altrimenti) poetica. E non si esce dalla rete delle continue intersezioni di significanti di Joyce: non si è rimandati ad "altro", come a un significato o un "senso". .Altro che la "polisemia" dell'Opera Aperta su cui tanto insiste Eco: non mi pare affatto che ci sia proprio la "-semìa", nè mono- né poli-. O meglio: ci sono gli atomi, i "semi" di un nuovo linguaggio ma non il suo "uso" linguistico come lo intenderebbero Saussure o Jakobson. La polisemìa di Eco, in questa prospettiva, appartiene già al momento logico-concettuale, al successivo, al linguaggio divenuto lingua, non alla creazione poetica di Joyce: la cui immediatezza, che non pare certo il suo "senso", solo Joyce ci può dare.

Poi, certo, se ne può riprendere l'ingegneria, come magistralmente fa Nadine Gordimer già dalle prime pagine di "Jump" (Il salto), quando una sera in Sud Africa, durante scontri sanguinosi, sale in taxi e per darci l'idea della gran confusione, stanchezza, follia che sento intorno e dentro di sé, spezzetta e intreccia parole con la stessa tecnica linguistica: lo scopo è letterario. E' significare qualcosa; il senso è la sua spossatezza e la spossatezza di un popolo piegato e umiliato dall'apartheid. Ecco, dunque, come l'invenzione poetica di Joyce diviene funzionale, nella Gordimer, a un "senso" (anzi: a un poli-senso aperto, alla Umberto Eco) cui rinvia, ma non lo "costituisce" poeticamente. Possiamo "dire" il senso letterario della scrittura della grande scrittrice come un quid che riunisce 2 serie separate, quella di significati e quella di significanti (la parola monca, i pensieri monchi che s'intrecciano confusamente e si smembrano assistendo allo smembramento del il popolo sudafricano, alla sua dominazione e persino a quello dei singoli corpi uccisi e smembrati ,per le strade ecc.): un rinvio è possibile solo previa scissione delle 2 serie. E posso tentare di riscrivere a quel modo avendo in mente altri "sensi", altre situazioni da additare ed evocare.

Non così, a me pare, in Joyce: il vuoto joyciano nella Gordimer è il pieno dei suoi pensieri frammentati, significativi del suo animo “fatto a pezzi” dalle vicende tragiche cui assiste. Che si potevano “significare” in mille altri modi.

Questo non vuol dire, dal mio punto di vista, che il poeta sia avulso dal mondo, ma solo che non lo descrive, non lo "significa", non lo racconta e non rimanda ad esso ma fa un'altra operazione, più complessa e sintetica, differente rispetto a quella del "letterato": che ne ricostituisce e ne rifonda, ne rivoluziona i segni rendendoli disponibili per quanti poi intendono "dire", "significare", "designare" qualcosa. .

Oppure, se riguardiamo un quadro impressionista, dipinto, come facevano tutti gli impressionisti, prima ancora che le categorie mentali di "classico" e "romantico" invadessero la mente del pittore e ne condizionassero la mano, ci accorgiamo della stessa cosa: l'"impressione" è momento pre-logico, contro le opposte categorie codificate, concettuali e ormai fin troppo "significative" della classicità e del romanticismo. E proprio per questo, dopo l'Impressionismo solo un pervertito può continuare a vedere le foglie di alberi e cespugli ancora banalmente "verdi". Si è instaurato una altro mondo (un mondo-altro) ed è tornato a cambiare/ri-fare il mondo.

Allora, il dubbio viene: la "comprensione" di un'opera poetica non è già una sua riduzione a "senso" logico ? Cioè a un momento posteriore a quello della creazione poetica? I poeti sono rari e noi abbiamo bisogno di parlare, non solo di "poetare": ci mancherebbe. Di usare e produrre "senso". Se, però, non riconosciamo il poetico come fonte del linguaggio, le nostre parole si essiccano e muoiono anche nel loro semplice utilizzo "pratico".

La questione di "contenuto e forma che sono propri di quell'opera e irripetibili da altri e anche dal medesimo artefice (non permutabili con altri colori o parole), il che mi riporta alla discussione con Sandro sul linguaggio, che manterrebbe invece nel tempo la sua autonomia anche in presenza di un messaggio obsoleto" credo andrebbe chiarita (con) Sandro, anche perché, stringata così, non ci capisco molto: come accade con tutte le sintesi, peraltro.

Personalmente la non permutabilità la riferisco all'opera poetica, non a quella "letteraria": la poesia "crea" linguaggio, la letteratura e la lingua di tutti i giorni lo "usa": la differenza è sostanziale. Ma tendo sempre più a pensare che sia la seconda a trarre alimento dalla prima: mai il contrario.

Infine: non ho avuto l'impressione che Baudrillard paventi la sparizione (o la morte) dell'arte: ho sempre avuto l'impressione, invece, che lamenti la morte e l'essiccazione del linguaggio corrente proprio per una continua, eccessiva ricerca di senso. Insomma, che dica che abbiamo un gran bisogno di poesia autentica e genuina, se le parole della vita quotidiana vogliono ancora avere un "senso". Ma poi, ognuno tende a soffermarsi su ciò che cerca, in quello che legge e magari a sorvolare sul resto. Riconsidererò la questione.

Cordialmente,
G.C. .




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1/6/2010

Commento 8558 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
PS: x Torselli.

Nel commento precedente (8557) ho scritto "muore il mito della morte dell'arte" sottintendendo che muore, soprattutto, quello dell'Idea Assoluta, che ci ha regalato i lager. Mi pareva scontato, ma mi accorgo che va esplicitato :)))

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1/6/2010

Commento 8557 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
Interessante e stimolante, come sempre, il commento della Torselli. Credo di dovere, a questo punto, fare attenzione alle parole, che sono trappole terribili soprattutto quando si parla "di" arte.

Non credo che l'arte sia più reale che irreale o viceversa: il problema di distinguere realtà da irrealtà mi pare compito della logica, non dell'arte o dell'estetica. Poi, certo, tutte le attività umane interagiscono e sono tra loro complementari, dato che noi esseri umani non siamo fatti a cassettini e compartimenti separati ognuno dei quali contiene un mondo a sé..

Quando si dice "arte senza senso" occorrerebbe, forse, anzitutto chiarirsi reciprocamente cosa intendiamo per senso e se, per es., identifichiamo o meno "significato" con "senso" ecc. E già questo porterebbe assai lontano.

"Senza senso" personalmente lo intendo, semplificando molto, in modo anti-idealistico (o non idealistico): l'arte, dal mio punto di vista o di osservazione, NON è manifestazione sensibile dell'Idea, come voleva l'hegelismo sulla scia del platonismo. Solo concependo l'arte come "manifestazione sensibile dell'Idea" si può arrivare alla conclusione del tutto paradossale della "morte dell'arte". Sulla quale, peraltro, va doverosamente detto che in Hegel non si torova né la sottoscrisse mai di suo pugno. Quello che sappiamo della "morte dell'arte", invece, lo sappiamo da appunti presi alle lezioni del grande filosofo da parte di un suo allievo, raccolti poi in una "Estetica" che Hegel non sottoscrisse. Cosa abbia realmente detto nelle sue lezioni e come l'abbia interpretato l'allievo, non lo sappiamo. Il dubbio resta, anche perché questa faccenda della "morte dell'arte", per quanto paradossale, è assolutamente compatibile e coerente col pensiero del filosofo tedesco. E tanto di cappello se, ammesso che la teroria sia sua, non ha avuto paura di andare fino in fondo e di tirare tutte le conseguenze del suo pensiero con tanto coraggio.
.
Certo, se l'arte è definita come "manifestazione sensibile dell'Idea", conterà più l'idea dell'opera d'arte. E con questa premessa (a mio parere erronea), essendo la filosofia fatta di concetti privi di materia, colore, argilla ecc. , è chiaro che può innalzarsi a vette superiori a quelle dell'arte. Ma se concepiamo arte e filosofia come due momenti diversi e non disposti gerarchicamente una più in basso, l'altra più in alto nella scala che porta allì'Idea Assoluta, la prospettiva cambia totalmente. E muore anche il mito (o il timore) della morte dell'arte.

Il punto a me pare sia che l'artista, a differenza del logico e del filosofo, non è uno che crede o non crede in un'immagine: semplicemente, la produce. E in quel modo assai particolare per cui "contenuto" e "forma" sono talmente fusi e inscindibili nell'opera d'arte, che costituiscono un unico atto. Se fosse altrimenti, la poesia non sarebbe verità (sono convintissimo proprio che la poesia sia opera di verità) ma in veste allegorica, o metaforica piuttosto che metonimica, di verità: cioé, per questa via, tutto meno che poesia, nella quale invece la parola, la forma, il colore, lo spazio è inseparabile dal contenuto.

La parola è la poesia stessa. Tanto che quando ci si affanna a spiegarla, la sua magia è già sparita e per ricostruirla si può solo tornare a rileggerla (ripeterla) nell'unica sua forma posibile: .quella in cui è stata espressa. Quando facciamo opera critica noi non spieghiamo mai la poesia. Facciamo, credo, un'altra operazione: gettiamo luce sulle materie grezze elaborate dal poeta e da lui trasformate in questa "forma-contenuto", in questo "significante-significato". Qualsiasi commento e discorso sarà sempre estraneo alla poesia e quell'estraneità ci distoglie dal suo incanto estetico. E a volte ci infastidisce, perché quell'incanto è senza parole: ha già le sue parole, che sono quelle della poesia che ci ha guidato.

Qual è il "senso" di quella poesia? Non è permutabile con discorsi: è tutto intero e già dato lì, in quei versi. così come sono dati in quella particolare "visione".
Poi, certo, i discorsi "su" questa o quell'opera d'arte sono utilissimi: ma servono, appunto, a un fine pratico, non a fare luce sulla sua poeticità, sulla sua poesia e sulla sua arte, ma sui suoi motivi conduttori: le materie (passioni ecc.) di cui l'artista si è servito.

In una poesia ci si immerge e ci si lascia attraversare o non si entra in quel mondo poetico. E l'incanto è sempre quello di una sospensione della parola: cioé del "senso". Che è, del pari, "non-senso": senso e nonsenso sono inscindibili come reale e irreale. E' questo che il linguaggio corrente non vuole riconoscere: nella sua ansia di dare un senso a tutto, dimentica di essere al contempo nonsenso. Come la ragione cartesiana, nell'illusione di definire e tenere la follia fuori dal proprio recinto, dimentica che in questo modo la genera perché la Ragione è fondata esattamente sulla "follia" (=irrazionalità, non classificabilità ecc.) dalla quale è inseparabile.

"Dio è nel particolare" diceva Aby Warburg;:intendendo fuori dalle astrazioni "universalistiche": in "questo" quadro, in "questi" versi che non sono permutabili con altri colori o parole. E mentre tutti diamo per scontato di sapere cos'è la realtà, imputando all'arte l'irrealtà, troppo spesso dimentichiamo che è proprio la realtà a non esistere in quanto, pur nominandola e chiamandola in causa in continuazione, non sappiamo minimamente cosa sia. A meno di "inventarla", cioé di "crearla": di ammettere che questo quadro e questi versi sono e costituiscono realtà Senza di essi, la presupposta realtà del mondo sarebbe solo un vuoto fantasma. L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso

Cordialmente,
G.C.
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30/5/2010

Commento 8556 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
«prima di riflettere, gli specchi farebbero bene ... a riflettere»
Jean Cocteau

... e ci stiamo pure a riflettere ?

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29/5/2010

Commento 8552 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
e non sono discorsi astratti o campati per aria. Guardiamoci intorno, è notizia di oggi: «ragazzo di 22 anni pestato a sangue a Roma al grido di "frocio frocio" rischia di perdere un occhio». Questo è l'Altro. E non c'è da imbastire discorsi, sull'Altro.

Poi, però, se guardiamo l'arte contemporanea, inorridiamo e ci ritraiamo nell'illusoria immaginazione di un passato, una perduta età del'oro mitica quanto inestistente: preferiamo non vedere che l'arte è anzitutto il nostro specchio più vero e profondo. E che non è obbligata ad avere un "senso", al pari della gratuità della violenza. Con la differenza, non da poco, che la prima ci stacca dalla seconda.

G.C.

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24/5/2010

Commento 8201 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
PS: PRECISAZIONI CHE RITENGO UTILI

e spero alimentino altri commenti e approfondimenti.

Spesso l'idea di "assenza del senso", in arte e in architettura, si accompagna a sospetti di "autoreferenzialità". Non mi pare che sia così: è stato lo strutturalismo (S) a portare a una logica autoreferenziale. Per lo S conta anzitutto e solo il modo in cui si organizzano (fanno struttura) i significanti in questo soggetto o in quest'opera d'arte, perché solo così si riuscirebbe a far luce parziale sul significato profondo ed occulto che li genera anche su più stratificazioni diverse. Questo portava a una metafisica del significato: solo e tutte le sequenze, relazioni e strutture di segni ripetitive hanno valore in quanto gettano luce su un significato occulto che genera quelle "strutture". Inutile dunque illudersi di poter guidare il discorso, perché è guidato da forze inconsce, strutturali, archetipe. Così Aldo Rossi, per es.: e non a caso la metafisica del significato univoco, centrale e occulto della città si riflette nella metafisica dei suoi edifici.
Ne "L'architettura della città" afferma che non si sfugge alle "permanenze" della città antica. Se ne conclude che la libertà e responsabilità creativa è un'illusione e che non serve, per es., affannarsi a decentrare i ministeri romani nell'Asse Attrezzato, perché essi per lo più sorgono in luoghi a fortissima valenza simbolica come monasteri dismessi, a loro volta sorti su luoghi pagani già a intensa carica simbolica, e quindi aderiscono a una struttura profonda, consolidata nel tempo e indecifrabile di “permanenze” urbane. Qui sta la metafisica di un senso già dato a priori dal quale, in quest'ottica, non si può sfuggire. Ogni intervento innovativo sulla città verrà rigettato come un organo trapiantato. E qui, anche, l'equivoco storicista, contro ogni concreta lettura storica della città e delle sue trasformazioni. Che, nell'ottica dello S, sono come date a priori e trascendono ogni nostro contributo e sforzo. Così, per es., Palazzo della Ragione a Padova, la "struttura" è più forte di qualsiasi trasformazione e il suo significato centrale è tanto più potente quanto più è oscuro (inconscio). Allora quello che conta sono le relazioni strutturali tra le “parti” di città, immutabili in quanto determinae da un Ur-codice sottostante: ogni sforzo creativo è velleitario. Anzi: il soggetto e il soggettivo sono solo sovrastrutture destinate al fallimento, in quanto ciascuno di noi è il prodotto di forze trascendenti e obbedisce a leggi oggettive e fatali. Se contano le relazioni tra le parti, il discorso architettonico è autoreferenziale ed autonomistico: non ammette posto per il nostro essere “umani”.
La rivolta post-strutturalista, pur non rifiutando acquisizioni importanti dello S, nel negare il “senso” in realtà nega la "metafisica" del senso. La superficie non è il prodotto di una massa profonda di significato (contenuto) che, nella sua relazione col significante, sarebbe già dato una volta per tutte e inscalfibile, inesprimibile come un Dio nascosto, perché la superficie non è solo un risultato, ma ha una propria vita non ulteriormente trascendibile.
All'autoreferenzialità dello S ora succede una via nuova: quella dell'Altro: il suo riconoscimento. (Derrida: ogni filosofia inizia con una domanda, ma ogni domanda presuppone l'affermazione dell'Altro cui essa, implicitamente, si rivolge). Se il “gioco” dei significanti non è predeterminato da relazioni strutturali date, perché è oggetto di invenzione, non conta più nulla l'illusione linguistica del logocentrismo (parlo e non dico nulla perché i giochi sono già fatti sopra la mia testa) e soprattutto non ci sono concetti universalmente dati e validi per tutti (Foucault), come pretenderebbe lo S; non c'è necesstià universale (e astratta) che si potrebbero conoscere attraverso analisi, per quanto accurata, della realtà: non c'è fondamento ultimo alla realtà, né del soggetto né del mondo “oggettivo” (Nietzsche).
Infatti Baudrillard avverte che il discorso poetico non ha nulla da spartire non solo con l'economico, ma anche con la “critica dell'economia politica”. Il potere carcerario che l'anima detiene sul corpo è lo stesso che il linguaggio detiene sulla parola (Foucault) e proprio da questo giogo nasce l'illusorio concetto dell'Io. Rompere il giogo non è, come credeva l'Espressionismo, liberare sentimenti repressi del soggetto, ma affermare l'Altro: riuscire alla messa in contatto da interno a interno, da soggetto a soggetto. direttamente (Carmelo Bene e la macchina attoriale) attraverso l'emozione dell'inenarrabile e irripetibile (al contrario della perpetua ripetitività autoreferenziale dello S) e prima ancora di “essere detti” dal linguaggio, che bara sempre al gioco. Nemmeno il senso vuoto freudiano (Thanatos), per molti aspetti rivoluzionario, che sta al fondo della psicanalisi, basta: è il vuoto di senso (Deleuze) che mi consente di il contatto con l'Altro attraverso l'emozione, il non concettualizzabile, il non strutturato.
Dunque, post-strutturalismo come, di nuovo, riconoscimento dell'Altro, morte di qualsiasi autoreferenzialità in quanto si è liberi dalle catene del "dover dire", del “senso” come lo S lo intendeva. E quindi “espressione” come irruzione mondana del barbarico, del primitivo (G.B. Vico) che rompe i tabù del tempo, dell'azione, del linguaggio e la schiavitù della significazione, luoghi delle ombre e dei “doppi”, per conquistare nuova e cruda verità espressiva: nuova vita. Niente autoeferenzialità ma “spezzare il linguaggio per raggiungere la vita” (Antonin Artaud – Il teatro e il suo doppio, PB Einaudi, TO - 2000).
G.C.

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21/5/2010

Commento 8198 relativo all'articolo:
Molinari: Biennale ailati ...ma de che? di La redazione
 
Non ho visto la Biennale, ma se nell'assieme il taglio è esemplificato da :
«La volumetria si genera come estrusione di un profilo tipo che richiama la forma tradizionale dei tetti a falda.»
o da:
«un semplice contenitore rettangolare di 78 per 28 metri (...). (...) lo spazio risulta così illuminato e irradiato senza necessità di consumo di energia»
c'è da rimanere estasiati d'entusiasmo..
Digerito l'antipasto, arriva la mappazza del primo:
« costruzione è pensata per consentire la riconversione e il recupero dell’edificio, progettato per poter essere smontato e rimontato in altro luogo»
pure? Dopo aver catapultato lì quell'ovvietà, stanno per caso dicendo che domani potrà essere smontata e fiondata sul cranio di qualche ignaro passante, "somewhere in the city"? Poi dice che uno evade le tasse e col ricavato compera mescalina. Alla pietanza, è d'obligo un buon bicchiere, invecchiato in barrique, di Idraulico liquido o di Mr. Muscolo: :
« Le pareti esterne sono in struttura metallica, rivestite da pannelli in tessuto siliconico che trasformano la scatola edilizia in una superficie morbida e vibratile»
Efficace risposta ecosostenibile alla crisi economica e della chirurgia plasitca.
Ma di cosa si parla, di grazia? Di "reinterpretare" il tetto e "rivisitare" l'estrusione? Di un "semplice contenitore rettangolare" rigorosamente siliconato, per cui la cui superficie miracolosamente rinascerebbe a nuova vita "morbida e vibratile" come una Morosita? E' proprio vero, allora, che «il corpo implora il ritorno all’inorganico e nel frattempo non si nega nulla» (C. Bene)..Invece di cambiare i segni, li imbellettiamo? No, perché l'arte sarà pure senza senso (e concordo in pieno con quanti lo sostengono) ma si serve bene di materali che a qualcosa servono, per farli diventare altro.
Ma il tetto, l'estruso, il prisma, a che cavolo servono nell'epoca delle incertezze e della telematica? Ad essere "reinterpretati"? A dare "continuità nell'innovazione"? Ossimori e frasi senza piega e senza una piega.
Bisogna cambiare i segni, non riproporli riciambottando salsine strane: un segno non è una ricetta ma una cifra della mente. Mente. Non l'organo sopravvalutato che chiamiamo "cervello", con tutte le sue categorie cerebraloidi ma la mente dello Yogi, il cervello liquido diffuso per il corpo intero, quello tramite cui si de-pensa. Che non ammette schemi o meccaniche prefigurazioni.
Se questa è l'Italia architettonica di oggi e di domani ...
G.C.



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14/5/2010

Commento 8032 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
«Il cinema si ispira alla vita, solo che la vita si ispira alla tv»: folgorante Woody Allen.

Tutti i media a gran voce; tutti: «contro la crisi e le speculazioni l'UE stanzia 750 miliardi di euro!!!» Un vero trionfo. E le borse a far coro: tanto dura pochi giorni, Che sbornia. Che euforia. E con tanto di applausi a scroscio. Che c'è da applaudire? Stiamo finanziando il debito con altro debito. C'è da piangere: stiamo celebrando allegramente la craxizzazione dell'UE. Debito pubblico per avere consenso: e l'ultimo chiuda la porta e paghi. Applaudiamo a scroscio come va di moda ai funerali. Un orrore al uale manca solo chi chiede il bis al caro (e)stinto.
Vado alla posta: «signora, che fa? Stia in fila. Non ha visto la televisione? C'è stata la Rivoluzione. Abbiamo partecipato quasi tutti: i più dai sofà nei salotti, qualcuno in cucina. Ne abbiamo uccisi almeno tre a testa. Lei dov'era, nel frattempo?»
750 miliardi: Bush? Obama? Roba da dilettanti, quello che hanno dato a banche e assicurazioni in crisi. Noi siamo la grande Europa! Applausi al funerale. In cui, però, il cadavere è quello che ci portiamo addosso ancora vivo. Sottoscriviamo felici altri 20 anni di ulteriore schiavitù. Debito su debito: e chi paga? Ora l'UE, di fatto, può imporre tasse. E' un fatto: un arbitrio deciso in 2 giorni contro gli accordi di Lisbona. E invece, giù applausi! Abbiamo rinviato la Morte. Ci toccherà lavorare quasi gratis nei prossimi decenni e applaudiamo felici. Aveva ragione la Merkel, ma l'hanno piegata, alla fine. Ora ha ceduto: brindiamo all'inflazione che verrà e alla disoccupazione che si porterà inevitabilmente dietro!.

E' così che “s'informano i fatti” (Derrida, Bene).

La parola è stanca. Stanca di portare acqua al mulino di questo o di quello, di una tesi o di un'altra. Stanca di essere funzionale a qualcosa. Di dimostrare alcunché. Stanca del senso. La parola, la forma, il colore. Portatori d'acqua del senso preconfezionato. Di prendere parte al banchetto del discorso, perché ogni discorso postula un resto. E resto su resto (ri)produce accumulazione: il rinvio della Morte a data da destinarsi.
La poesia no. La poesia è la festa della parola o della forma che non dà resto: è un gioco a somma zero. La parola viola, così., le fondamentali leggi costitutive della parola e del linguaggio. E se questo insorge contro le sue stesse leggi (di accumulazione), mette in scacco il senso. Già: ma allora, non è proprio questo il suo senso? Nient'affatto, perché nel sottrarsi alla proliferazione del senso non si annichila. L'annichilimento è proprio il suo contrario: la proliferazione del senso. Il logocentrismo di Derrida. Il resto è economico: il suo utile è il senso. La poesia si sottrae all'economico, alla proliferazione vitalistica e fascistica del senso, alla sua accumulazione come (mitologia dell') immortalità: tema baudillardiano. Centrale ne “Lo scambio simbolico e la morte”: quello che meglio mi risuona, personalmente.
I significanti tornano ad essere liberi perché duplicabili e scambiabili solo tra loro: costituiscono "mondo" senza rinviare a un mondo, come gli Anagrammi di Saussure prima che si desse alla linguistica. Il linguaggio poetico, insisterò sempre, non è quello della linguistica, che quello mette regolarmente in scacco nonostante i tentativi di Restaurazione del senso degli Umberto Eco e Jacobson di turno. Linguaggio senza funzioni dettate dal modello del potere. E ognuno s'inventi le proprie.

Titoli a tutta pagina: «E' morto l'Immortale!» Smarrimento e crisi generale.

L'arte è la morte del mito dell'immortalità. Prima di dimostrare tesi, credo, Baudrillard è un linguaggio poetico: reclama poesia. Ha scritto il poeta, amico e concittadino Vito Riviello, recentemente scomparso:

“Tutto il tempo che ho perso
me lo ritrovo in versi”

Tutti i particolari in Youtube.

E grazie ancora a Lazier.

G.C.



14/5/2010 sandro lazier risponde a giannino cusano:
Grazie Giannino: puntale, preciso, profondo
- sandro lazier
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15/4/2010

Commento 8013 relativo all'articolo:
Kairos e modernità di Paolo G.L. Ferrara
 
Scrive Ferrara:

«Bauhaus è sostanzialmente volano della modernità di quegli anni e lo è per le idee dei singoli, per gli intenti comuni, per le divergenze. Lo è perchè introietta la rivoluzione industriale quale semplice evoluzione, la centrifuga con l'etica e la rilancia nel futuro. Ecco perché il “Dalla Bauhaus alla rivoluzione informatica” non è un sottotitolo ma è l’epicentro del terremoto che scuote gli elementi della sfera/storia sino a configurarne nuove sinergie.»

Penso anch'io che la "rivoluzione informatica" non possa essere introiettata in un solo edificio perché, starei per dire "per definizione", è l'età dei "sistemi a intelligenza distribuita", prefigurata già negli anni '70 dall'opzione tra energie "dolci", flessibili e diffuse o energie "dure", rigide e centralizzate. Non c'è più l'idea fisico-geometrica di un centro circoscrivibile e controllabile e probabilmente questo incute un certo sgomento rispetto alle abitudini consolidate. Perché, come sempre, vedere non basta, ma occorre ogni volta re-insegnare alla vista e ri-apprendere a vedere. E questo è lavoro non meccanico, ma creativo che compete a ciascuno, non solo a chi è deputato a questo. Persino le più burocratiche normative vanno tendenzialmente attenuandosi e vanno aiutate a sparire per far posto a insiemi elastici, capaci di garantire "prestazioni" in luogo di "prescrizioni" e imposizioni.

Modernità coincide con libertà? Penso di si. E se è così, la modernità-libertà non dovrebbe essere pensata come uno status o come idea pura e perfetta. In quanto tale, sarebbe un fantasma proiettato dal nostro fantasticare, quindi non la incontreremmo mai nei fatti nemmeno se ci spingessimo indietro fino alla preistoria. Ma se per caso la modernità-libertà fosse categoria, sarebbe, in quanto tale inesauribile: mai astrattamente perfetta, ma volta per volta com'è e riesce ad essere concretamente.

Dunque (è faticoso) bisogna riconoscerla e accettarla nelle condizioni-occasioni date, a maggior ragione nel presente per il futuro: il nòcciolo, mi sa proprio, non è fisso né dato una volta per tutte. Si sposta, si contrae, si dilata, muta, si sfaccetta, va più a fondo. Questo sgomenta solo finché, nelle condizioni date, non si conquista nuova forza di creare ancora e rinnovata libertà-modernità. Come sempre.

G.C.



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14/4/2010

Commento 8012 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
To Vilma Torselli

grazie per il chiarimento. Ora il suo pensiero mi pare più chiaro: non del tutto condivisibile, per parte mia, ma più chiaro.

G.C:

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13/4/2010

Commento 8005 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
To Renzo Marrucci

You wrote :"Pensa un pò credevo di aver scritto "cartoccetto" ... forse sarebbe piaciuto di più ?"

Considerato che catorcio vuol dire chiavistello, catenaccio per serare portoni e per estensione si è esteso alle auto malandate, in effetti prlare del Guggenheim come di un catorcio da sfasciacarrozze mi pareva più ovvio, come giudizio negativo: più avanspettacolo che dadaista. Dopo la rettifica, il cartoccetto fa pendere più la bilancia verso il dadaismo. Senza escludere l'avanspettacolo, naturalmente.

E' arcinoto, del resto, che anche un giudizio critico (negativo o no) può legittimamente esprimersi in forma artistica. Dalì disse, per es., che la Bardot aveva due labbra che gli parevano due grondaie :)

G.C.

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13/4/2010

Commento 8004 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
To Vilma Torselli

Scusi, ma questa non l'ho capita: "Da casalinga di Voghera: se non ci fosse il computer e chi lo sa usare con consumata maestria, Gehry sarebbe un architetto (o un 'creatore di sogni', come da spot a firma di Sydney Pollack) o sarebbe destinato a fare il camionista?"

Vero: il medium è il messaggio. Ma allora, da casalingo di Viterbo (che è pure peggio dell'equivalente del gentil sesso di Voghera) forse c'è anche da chiedersi: senza la prospettiva lineare, l'Alberti sarebbe l'Alberti o sarebbe fuggito in Cina a tirare risciò ? E senza la possibilità di curvare industrialmente il ferro, Horta sarebbe Horta o avrebbe fatto il maniscalco? E senza la tecnica per incurvare il legno, Thonet sarebbe per caso andato a impagliare civette e barbagianni? E senza le macchine che possono modellare "cerchi, quadrati, triangoli" Wright sarebbe mica stato un invasato predicatore di periferia?

G.C.

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12/4/2010

Commento 7997 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
To Marrucci

" catorcetto metallico di Bilbao": la trovo divertentissima. Non la condivido, ma è un'invenzione linguistica sospesa tra dadaidmo e avanspettacolo. Immagino, peraltro, che tu non ami il dadaismo, ma insomma: poco male :)

G.C.

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11/4/2010

Commento 7992 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
To Renzo Marrucci

scusa, Renzo, ma parli in linguaggio cifrato? Chi sono J.N., R.P., F.G.?

Non ho letto il libro di Saggio, quindi non ho titolo per parlare. Stimo moltissimo l'autore, quindi non mancherò certo di acquistarlo e di leggerlo attentamente, come sempre meritano le cose per nulla banali che l'autore propone. Come condizione al contorno, a me sembra -e l'ho sostenuto anche in questa sede, in tempi non sospetti- che sia quanto mai necessaria una lettura più di lungo periodo dell'esperienza moderna, dalla fase eroica dei pionieri ai giorni nostri. Poi, si può essere o meno d'accordo con questa o quela lettura o col percorso complessivo che ci viene proposto: mancherebbe. Ma penso pure che la misura della bontà di un libro stia anche nel dissenso che sa suscitare, non solo nei consensi.

Ciò detto, a me non sembra affatto che l'età dell'informatica possa, in sé, venire considerata come una jattura. Ho sempre sostenuto, anzi, che l'unica obiezione che mi sento di fare a Toffler, specie nel contesto europeo, è che dubito che la rivoluzione informatica possa maturare in tempi culturalmente e socialmente utili se non la si aiuta con scelte chiare e precise azioni di "governo" e di consapevolezza delle cose. Il che presuppone una chiara presa di coscienza dei mutamenti che essa induce e delle possibilità che offre. Che poi le si giudichi male, mi pare che non tolga che, proprio per questo, occorre farci i conti. Cosa per la quale i "vade retro!" e gli esorcismi non hanno mai funzionato. Basta rileggewre l'Inno a Satana di Carducci per capire che l'ottimo Giosué c'era arrivato un secolo e mezzo .fa, più o meno.

Il tema, poi, personalmente mi interessa molto. Anche perché dai tuoi interventi in modo particolare, Renzo, mi pare di essere tornato ai tempi delle polemiche di William Morris contro le macchine e l'età da esse innescata. Polemica sacrosanta, sia chiaro, per i punti fermi e gli interrogativi che ha posto in modo perentorio e che esigevano delle risposte altrettanto nette. Senza quei paletti e quegli interrogativi, non si sarebbe andati oltre Morris, probabilmente.

Ma la lezione avremmo dovuto impararla, da allora. E forse riproporre un dilemma morrisiano nel 2010 non aiuta molto. Non mi pare, cioé, che i termini della questione siano quelli della seconda metà dell'800; mi pare, anzi, che porli in quei termini sia fare un grosso salto indietro senza alcuna seria ragione. Specie dopo "the Art & Craft of the Machine" del 1910: cento anni or sono. In questa sede torno anche dire, e chiudo, che forse "The Art & Craft of the (Virtual) Machine" attende ancora essere compiutamente scritta. E probabilmente (lo leggerò anche per questo) il libro di Saggio delle risposte e degli interrogativi li pone anche in questa direzione.

G.C.

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4/4/2010

Commento 7980 relativo all'articolo:
Il 'particulare' di La Maddalena di Paolo G.L. Ferrara
 
Zappalà, ma lei, col mondo che corre, Celli che dice quel che dice ecc. ecc. ha tutto 'sto tempo da perdere dietro alla banda bassotti di turno, che a stento è passata dalla lettera 22 al foglio elettronco? Il mondo sta andando ad una velocità che non sosteniamo? E corra, corra anche lei, Zappalà: vedrà che trova da lavorare pure lei. E chi la trattiene?

G.C.

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3/4/2010

Commento 7977 relativo all'articolo:
Il 'particulare' di La Maddalena di Paolo G.L. Ferrara
 
Ha scritto Zappalà:

«Mah! Vi siete mai chiesti come un architetto (libero professionista) in Italia possa trovare lavoro? ...»

Proprio questo è il punto: nessuno se la piglia col professionista, mi pare. Ma se le condizioni al contorno sono queste e sono così riduttive, forse occorre averlo ben chiaro, denunciarlo senza mezzi termini e porsi il problema anche di come e cosa fare per modificarle. Altrimenti, tutto si spiega, tutto si giustifica e a tutto acriticamente ci si abitua. Poi, ciascuno si regoli e prenda il posto di combattimento che crede: ci mancherebbe.

G.C.

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2/4/2010

Commento 7970 relativo all'articolo:
Il 'particulare' di La Maddalena di Paolo G.L. Ferrara
 
Caro Ferrara, ancora una volta un articolo in larghissima misura condivisibile. Mi soffermerei su un passaggio iniziale e assai importante: "il potere è si necessario ma non lo è il rubare", Mi sembra una chiave importante di tutto lo scritto.
Mi chiedo, anzitutto, perché, specialmente in Italia, avere a che fare con il potere comporta sempre più il ladrocinio? La risposta appare ovvia: perché .si tratta di poteri non soggetti ad alcun controllo. E in modo particolarmente acuto quelli generatisi attorno alla Protezione Civile, che per by-passare un potere corporativo e incontrollato ha dovuto e voluto configurarsi come un potere ancora peggiore. Un po' come ricorrere a un capo mafia per sistemare il ras del quartiere e tantare, così, di sottrarsi alle sue angherie. Ma c'è un'altra conseguenza, in tutto ciò, assai più grave, frutto del combinato disposto di efficientismo e consumismo..Se si vuole, dell'efficientismo nella sua più recente versione: quella del marketimg, del paghi 2 e compri 3, dell'usa e getta, del "tutto a portata di mano" come negli scaffali di un supermercato.
Così è stato per le case de "L'Aquila", così + stato per la Maddalena. "Problem solbving": la formuletta magica della società manageriale e finanziarizzata, che ha ormai soppiantato quella industriale classica che aveva i suoi tempi di latenza e di attesa, le sue messe a regime, i suoi margini di previsione e prefigurazione e in questo una forte connessione con la tempistica della società agricola da cui pur discendeva.
Oggi non è più così. E gli incazzati sono quelli che si sentono tagliati fuori dalla possibilità di allungare un braccio e servirsi da un espositore, qualsiasi cosa acquistino: uno stereo, un pc, una confezione di DVD, una casa in sostituzione di quella terremotata, un centro nautico e congressi alla Maddalena.
Occorre far presto, perché altrimenti la concorrenza ci batte. E occorre anche riconoscere che in questa managerialità Berlusconi è bravissimo: sa intercettare la rabbia e lo scontento, da un lato, dall'altro bisogni immediati, non più differiti o differibili, al di là o al di qua delle conseguenze. Degli "usa e getta".
A questo non si sa dare delle risposte più efficaci e serie. Allora la cultura non serve più, al ciclo perverso del "tutto è a portata di mano: prendi e passa alla cassa". Non serve farsi domande: l'importante è "fare". Fare purché sia. E in questa lofica si finisce trascinati fatalmente anche se si è "all'opposizione", se non si vuol restare indietro e scoperti rispetto alla concorrenza. Il prestigio è un orpello inutile e progetto e progettista degli optional.

Fare a qualsiasi costo: anche a quello di rubare o di inserire dei ladroni nel circuito. L'importante è che "facciano" e faccciano in fretta. E credo che Boeri sia in qualche modo rimasto preso in questo ingranaggio del fare e dei suoi inevitabili costi: al di là del fatto che sono convintissimo che nel gioco di ruberie non c'entri proprio nulla. Ma in quello dell'efficientismo consumistico, ultima versione di quello industriale e ormai obsoleto, si: c'entra eccome. Lui dice "la politica, l'impegno politico" ma non si è, forse, mai dato il tempo di riflettere su un dato: che la politica non esiste più, nelle sue forme codificate. Che non è più un linguaggio, che è ormai priva di messaggi, di emittenti e riceventi. Che è un'altra cosa: è tecnostruttura del "fare" che esonera da qualsiasi giudizio o riflessione responsabile. E' questa la "Banalità del male" in versione odierna, tanto cara ad Hannah Arendt? Mi sorge il sospetto di si: prendi, usa, getta, qualsiasi cosa sia. Non chiederti altro, perché l'automatismo e la rapidità dei gesti esonerano dalla capacità stessa di formulare un giudizio morale e critico. Boeri ha sentito la necessità di interrogarsi sull'intero percorso della vicenda della Maddalena, sul sito di Abitare. Senza centrare, a mio avviso, il tema, ha oscuramente avvertito di essere dentro ingranaggi che vanno quasi in automatico.

Il progetto quasi non esiste più, se non come garante dello statu quo. Ma il progetto come alternativa allo statu quo non si concepisce nemmeno. Salvo, poi, meravigliarsi se per uniche apparenti alternative, che non lo sono affatto, si scambiano impossibili ritorni al bel tempo che fu, che a ben guardare non fu mai se non nella nostra astratta fantasia. I futuri e quali futuri? Non è problema, non esiste: l'essenziale è non essere tagliati fuori dal ciclo del consumo. Produrre per consumare: anche edifici. L'importante è il presente: un presente senza conseguenze e senza prospettive. Che proprio per questo, nei suoitecnicismi, sembra esonerarci da ogni responsabilità. Ma è una tragica illusione: e infatti spesso le responsabilità ci ripiombano addosso senza che ci fossimo accorti di averle assunte. Lasciandoci di stucco e un po' smarriti: com'è possibile? Io, proprio io ho contribuito a tutto questo?.



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1/3/2010

Commento 7816 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
X Renzo

Parlare e scrivere, "fare cultura", a me non basta. Dal mio punto di vista riflettere assiame serve ad agire mettendo a fuoco linee d'azione efficaci: non sempre ci si riesce ed occorre esserne umilmente consapevoli. Decenni di pagine, spesso di altissimo livello, per trattare per esempio la "Questione meridionale" sono state utili e importantissime, da Giustino Fortunato ad Antonio Gramsci a Manlio Rossi Doria, Francesco Saverio Nitti e all'ottimo Francesco Compagna, per citarne pochissimi. Ma qual è il punto in cui il pensiero diventa azione? Come lo si innesca? Molti, specie liberali eretici, hanno riflettuto sui rapporti fra politica è cultura. Ma è ora di dire che la politica (nel senso nobile, non quella partitica) E' cultura e viceversa, o finiremo sommersi dalle idee e scollati dal mondo.

Carlo Rosselli, avendo compreso che occorreva combattere Franco per indebolire Hitler e Mussolini, e dopo aver fatto opera di persuasione, partì per la Spagna con la Colonna Italiana di Giustizia e Libertà. Non attese certo il placet da Mosca, come invece decero i partiti repubblicano, socialista, comunista. Cosa che avvenne molto tempo dopo e secondo le convenienze del Cremlino. Partì e basta..

Benedetto Croce ha scritto un bellissimo libro: "La storia come pensiero e come azione". Andrebbe studiato fin dalle scuole medie. Quando pensiero e azione giungono a coincidere pienamente, il che è raro, storia e poesia combaciano. E questo è particolarmente vero per la cosiddetta "urbatettura".

Ma a mio avviso in Italia siamo ormai a mezza via tra la Repubblica di Weimar e qualcosa d'altro che non (o)so immaginare.

"Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta" disse, appena eletto Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

E oggi?

Ciao,
G.C.




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1/3/2010

Commento 7815 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Pagliardini ha scritto:
"ieri ho dato la mia firma alla Lista Bonino-Pannella, come ho fatto tante altre volte, non perché poi li voterò (neanche a parlarne oggi, anche se l'ho fatto in passato) ma perché la chance va comunque garantita, non dico a tutti (per motivi pratici) ma in base a regole uguali per tutti."

ed è, volrairianamente, lo spirito giusto: si consente ad altri di concorrere e a ciascuno di avere una possibilità di scelta in più. Si può firmare una lista anche solo per votarle contro: è più che legittimo. Ma, appunto, per votarle contro bisogna che si presenti.

Il solito, annoso problema degli autenticatori: attualmente oltre 200000 + 100000 persone autorizzabili dai Sindaci = 300000 (trecentomila). Eppure spesso si sono dichiarati non disponibili, magari perché aderenti ad altri partiti.

Come sia, negli anni '90' in Basilicata offrii pubblicamente e molto volentieri tavolo e autenticatore, di cui disponevo, a tutte le liste che avevano problemi di Cancelliere. Qualcuno se ne avvalse. E non immaginavo che la cosa rimbalzasse fin sui TG nazionali, ma andò proprio così.

A curare il proprio orticello minando nottetempo quello del proprio vicino c'è il rischio, una mattina o l'altra, di saltare tutti per aria ... :)

La ringrazio,
G.C.



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16/2/2010

Commento 7803 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Bene, Giusti: le sono assai grato di questo suo intervento.

A ottobre del 1995 firmai come "direttore responsabile non iscritto all'albo dei giornalisti" un numero ad hoc di "Rivoluzione Liberale", un foglio A3 che, predenunciandomi asssieme a data, ora e luogo, iniziai a distribuire a Trastevere. Dopo un po' si presenta un signore e senza dire una parola tenta di prendermi tutti i giornali. Gli dico "Uno, se lo vuole: non tutti" e quello urlando e cercando di strapparmi tutto di mano:"MI DIA QUEI GIORNALI!". Gli urlo "COSA VUOLE, LEI? NE PRENDA UNO E BASTA!" e allora quello caccia un tesserino della Digos. Sono stato denunciato per diffusione di stampa clandestina e altre amenità del genere. Con me, anche il prof. Romano Scozzafava, docente di Statistica e Calcolo delle Probabilità all'Università di Roma e uno dei massimi matematici italiani: anche lui aveva firmato il suo numero di Rivoluzione Liberale. Sto ancora aspettando il processo. Vorrei tanto che un Giudice mi levasse una curiosità: come mai la Costituzione garantisce a tutti i cittadini la libera espressione del pensiero attraverso la parola e lo scritto, e poi bisogna sottostare all'Albo dei Giornalisti persino per fare un giornalino di quartiere col ciclostile. Norma fascista, come l'Albo dei Giornalisti e gli Ordini, utile solo a controllare chi e cosa scrive, dato che anche un giornalino deve avere già l'autorizzazione della Questura e chi scrive è personalmente responsabile penalmente e civilmente di ciò che scrive, indipendentemente dalla sua isrcizione all'Albo. Ma non ho avuto ancora l'onore e il piacere di un processo e temo che mai lo li avrò.

Le dico questo per dirle che fu un buco nell'acqua e che si, va benissimo, sono pronto pure a finire dentro, ma bisogna fare in modo che la cosa colpisca nel segno e non venga sommersa dalla bambagia di regime Soprattutto, che faccia saltare contraddizioni dentro gli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri. Ci penso spesso e faccio il possibile perché la cosa maturi nel migliore dei modi.

La ringrazio ancora :)
G.C.
.

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16/2/2010

Commento 7801 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
PS: tornando all'architettura, intendo solo dire che da noi non fa eccezione dall'andazzo generale. Chi conta si dà delle regole ben sapendo che non potrà o vorrà rispettarle. Esattamente come quella delle firme per le liste elettorali.

Per fare un solo esempio, le regole della deontologia professionale dell'Ordine. Che imporrebbero, a tutela degli iscritti, la sospensione di persone come Casamonti indipendentemente dall'esito delle azioni giudiziarie. Perché? Semplice: perché c'è più di una sua chiara ed esplicita ammissione, conosciuta via intercettazioni telefoniche, di aver contribuito a falsare concorsi: violando cioè il principio di libera concorrenza delle idee. E l'esito giudiziario della sua vicenda, come il giustizialismo, non c'entra nulla. C'entra un organo di garanzia che quando è necessario non garantisce nulla e nessuno, in barba ai suoi stessi statuti che viola sistematicamente. Specie nei confronti di chi verosimilmente, paga bene perché lavora tanto: con i sistemi che sappiamo!
Ottima occasione, dunque, perché gli iscritti onesti e corretti si autosospendano, in mancanza del rispetto delle regole che l'Ordine (di Stato!) a chiacchiere si è dato. Qualcuno, in quasi un anno e mezzo l'ha fatto ? O almeno ci ha pensato? Nessuno! Io non posso, perché con questa Corporazione non ho né voglio aver nulla da spartire. E prima o poi, previa autodenuncia all'autorità giudiziaria, inizierò a firmare progetti a chiunque, con la dicitura in bella vista "GIANNINO CUSANO, NON ISCRITTO ALL'ORDINE DEGLI ARCHITETTI" , se piò avere efficacia: non ho la vocazione di Giordano Bruno o di Savonarola.

Ma di cosa ci si lamenta, se non ci si ribella con i fatti, invece che con lamenti e mugugni? Continuiamo ad andare ai sabati fascisti in camicia nera, giudicandoli delle buffonate e mugugnando malumori, solo perché non si campa senza? E con chi ce la pigliamo, poi, se non anzitutto con noi stessi?

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16/2/2010

Commento 7798 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Non so se i designer italiani di successo sono corrotti, come suggerisce Giusti, o no. So che ogni giorno che passa le leggi in Italia sono sempre più un optional, anche (non solo) perché troppe e confuse. E parto da cose piccole: queste elezioni regionali prossime venture, all'insegna della più totale illegalit6à e spregio delle regole. A sinistra come a destra, nel PD come nel PdL. Le firme, per es.: per presentare liste, se non si è già in parlamento regionale, occorre raccogliere firme autenticate e certificate da pubblici ufficiali che siano sul posto. Il PD deve presentarle, perché 5 anni fa non c'era. Vi pare che abbia difficoltà? Nessuna: piglia un po' di elenchi vari e "firma" a filo dritto in nome e per conto di ... poi firma anche per eventuali liste civiche e liste civetta. A volte, si fanno le candidature DOPO aver raccolto le firme: cosa illegale, perché i cittadini per legge devono sottoscrivere liste già formate. Per Forza Italia e AN, quando c'erano, era lo stesso. E sarà lo stesso per il PdL. Intanto, chi rispetta le leggi non ha nemmeno il supporto della pubblica (dis)informazione e deve spendere, oltre tutto, un mucchio di tempo per spiegare ai cittadini come mai sta chiedendo loro una firma.
A qualcuno viene in mente di cancellare questa legge inutile e infame? No: perché fa conodo eliminare sulla linea di partenza dei potenziali concorrenti scomodi attraverso l'illegalità e la concorrenza sleale. Ecco un esempio piccolo ma assai significativo: le leggi si fanno per fottere i più deboli e "i fessi" che le rispettano. Il che significa: caro cittadino onesto, vuoi cavartela anche tu? Impara anche tu a non rispettare le leggi, allora: ecco come la corruzione dilaga. E questo discorso vale per l'abusivismo, i concorsi di idee e di architettura che non si fanno e se si fanno è solo per fottere le idee, e così via.

E non è per parlare di politica: è che ovunque ti giri trovi situazioni analoghe. Una ricerca condotta in sede UE ha documentato che tra i paesi europei l'Italia è, nella percezione dei suoi cittadini, il paese più corrotto d'Europa dopo la Grecia.

Ma allora: è un miracolo che persone come Stefano Boeri, ottimo professionista a mio modo di vedere, riescano ancora a mettere ancora a segno qualche risultato, fino a priva contraria.

La situazione è pericolosissima e noi viviamo e discetiamo tranquilli della crisi, di come ne usciremo ecc. , ma siamo ridotti peggio di Weimar. Quando dici cose del genere, ti danno della Cassandra, dell'esagerato. Salvo poi che subire tutto questo non tocchi proprio a quelli che fino al giorno prima ti accisavano di disfattismo e di pessimismo. E ne ho viste mica poche, di situazioni del genere, nella mia vita. Durante l'assedio del ghetto di Varsavia i più colpevoli, a mio avviso, non furono tanto i nazisti, ma quelli che ai tavoli dei caffè nelle piazze poco distanti continuavano indifferenti a ordinare ostriche e a brindare a chanmpagne, come se nulla stesse accadendo. Come se, una volta eliminate certe anomalie (=persone) la vita potesse tornare bella e felpata e da godere come prima. E lasciamo pure che crepino quegli altri, allora. Purché serva a tornare quanto prima alla normalità, a caviale, pellicce e champagne e purché non tocchi a noi. Salvo poi che il destino dei pochi non fa che prefigurare quello di tutti.

Sono anni che dico che l'aria in Italia è mefitica. E in cambio, il rompicoglioni sei tu, non chi viola le leggi in modo sistematicxo. E sono anni che dico che prima o poi finirò per chiedere ASILO POLITICO a un altro paese UE e che bisognerebbe essere in tanti. Non è una boutade o un'esagerazione: in questo paese la democrazia è commissariata da oltre mezzo secolo: è un fatto non più solo formale, ma ridotto ad apparenza. E oggi che sente la stessa necessità di asilo politico all'estero anche il mio amico Pannella con altri che se ne stanno convincendo, spero che si sarà in molti e che la cosa abbia un qualche effetto su questo paese dormiente. Male che vada, si starà in buona compagnia. Il Fascismo non è mai morto, in Italia, e non necessariamente si chiama destra o va identificato con Berlusconi.

L'ignoto non deve far paura: deve spaventare il già noto e l'abitudinario, specie quando le abitudini sono quelle, pessime, che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi.E non si fa assolutamente nulla!

G.

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14/2/2010

Commento 7793 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Caro Pagliardini, certo che sono d'accordo. Il problema non è "cambiare la natura umana": il punto è conoscerla e tenerne conto attraverso poche leggi e chiare. Soprattutto, facendole rispettare: ognuno di noi è onesto fino a quando non si comporta disonestamente e il platonismo per cui gli onesti devono governare non ha senso, dal mio punto di vista. Ha senso prevenire il più possibile le occasioni di poteri non controllabili, dunque corruttibili.

Nemmeno io leggo la storia sotto il profilo della corruzione, ma le Corporazioni (e gli Ordini ne sono parte) sono poteri incontrollabili e incontrollati. Quando si formano le terne tra le quali scegliere poi chi deve andare in commissioni edilizie per pilotare appalti in cambio di incarichi, è il diritto che va in crisi: non è tutto così, sia chiaro. Ma i punti caldi sono stati gestiti spesso in modo fraudolento. Lei provi a suggerire il sorteggio, e poi mi dica se viene adottato. Era così persino per gli scrutatori elettorali. E allora: questi Ordini prenderanno provvedimenti? Si, se conviene loro dissociarsi da chi delinque, isolarlo per proteggere il sistema.

Denunciare la corruzione non è moralismo pericoloso: è indispensabile per capire le storture del paese. E purtroppo dai tempi di Bonomi e di Federconsorzi, per fare un solo esempio, le cose sono andate così. Regole sbagliate fatte ad uso e consumo di un sistema corporativo che inevitabilmente si corormpe e corrompe. Queste cose le scrisse e denunciò puntualmente uno dei miei maestri, Ernesto Rossi, che dopo il confino a Ventotene con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, anche dopo il fascismo continuò a fare entra ed esci in galera per averle denunciate. Tanto da scrivere un corposo e interessantissimo "Elogio della galera" edito da Laterza. Non è leggere la storia sotto il profilo della corruzione: ma se il sistema è tarato su questo uno che fa? Non lo dice?

Poche leggi e chiare: ma intanto, più si invoca questo slogan sacrosanto, più nei fatti si va nella direzione contraria. C'è da chiedersi "come mai?", no?

Quando gli rimproveravano di essere pessimista, Leonardo Sciascia rispondeva "Non sono io pessimista: è la realtà, che è pessima!" Chi riformerà questo paese nei pochi punti caldi in cui ne ha bisogno, se più quanto più si parla di riforme tanto più nei fatti si fanno controriforme?

La saluto
G.C:

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