Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Sette invarianti? Forse nessuna…

di Sandro Lazier - 7/7/2002


Non è raro trovare riferimento alle Zeviane sette invarianti dell’architettura. Il più delle volte a sproposito. Capisco che vadano strette ai cultori del pensiero debole o ai deboli di pensiero, ma non è liberandosene nel mucchio delle banalità che si risolve il confronto.
In un file apparso su Arch’it, dal titolo Critical borders, appare la seguente frase:
[Ci diciamo che "l'architettura (…) sembra in questi ultimi anni divenuta casuale ed interessante solo per i pretesti che assume di volta in volta per la sua validità." E che ad esempio, "la teoria delle sette invarianti sul piano dell'architettura equivale a qualsiasi altra teoria formalistica, con in più una mistificante pretesa di progressività, risolta in termini linguistici e psicologici; una sorta di misterioso ‘spazio' democratico dove il concetto di libertà non è in funzione dell'uso, ma della percezione… Di regola l'accademia recupera e sistematizza la vecchia avanguardia salvandone il contenuto linguistico, mai il contenuto liberante. Liberante non è avere la camera coi piani sfalsati e il quadro in alto a destra…".]
Ora, io non so chi ha preparato questa gustosa marmellata – e, onestamente non mi interessa saperlo – ma gli consiglio di rivederne un attimo gli ingredienti.
Quali?
1 – La teoria delle sette invarianti non è una teoria “formalistica come tutte le altre” perché la sua applicazione è successiva alla scrittura architettonica e quindi non può determinarla. Serve per leggere e non per scrivere. Serve per mettere in comunicazione il lettore o fruitore dell’architettura con quello che chiunque può scrivere in perfetta libertà e convinzione. Zevi non ha mai scritto regole per scrivere e non se lo è mai sognato. E’ sufficiente leggerlo per comprendere quanto fosse impegnato nel tradurre il difforme, l’irregolare, il diverso in termini storici e architettonici. Ma per tradurre occorre che qualcosa sia già scritto e in una lingua possibilmente non formalizzata. Basta leggerlo per evitare di scrivere sciocchezze (vedi l’articolo In difesa di un critico nevrotico
2 – la “mistificante pretesa di progressività” che tradotto in italiano significa “imbrogliare il prossimo fraintendendo progresso e decadenza” è frase un po’ troppo imprudente se avvicinata ad un uomo come Zevi che ha combattuto la falsità e la falsificazione dello storicismo postmoderno, che ha definito “fogna” la vocazione tutta italiana di prendere per i fondelli la storia e le sue manifestazioni, che ha messo più volte in guardia gli architetti proprio dalla mistificazione formale dei modelli storici. E’ facile che l’accusato (in questo caso il vero mistificatore, colui che scioccamente ha scritto la sua condanna), non avendo argomenti seri per difendersi, calunni chi lo accusa e lo incolpi del suo stesso male: se sono ladro io lo sono tutti. Zevi mistificatore è una stratosferica imbecillità che sta fuori della cultura di un paese civile. Questo sì che è un problema serio.
3 – Veniamo al “misterioso spazio democratico dove il concetto di libertà non è in funzione dell'uso, ma della percezione”.
Capisco che chi ama rinchiudere le persone dietro a scatole e scatolette disegnate, con tutte le finestrelle ordinate e composte, i percorsi lineari e raffinati, scontrandosi con le riflessioni zeviane provi un certo imbarazzo nel sentirsi improvvisamente lontano dal concetto di democrazia. Certamente libertà è anche mettere un quadro o una finestra in mezzo a una parete ma questa è una delle infinite possibilità che tuttavia non ha nessun privilegio rispetto alle altre. La democrazia dice che non ci sono privilegi; non dice di evitare finestre in mezzo alle pareti. La libertà è una cosa, la democrazia un’altra. Abbiamo libertà di uccidere il nostro vicino di casa ma la convivenza civile e democratica ci nega questo privilegio.
Scegliere dove e cosa guardare dall’interno di una stanza è atto liberatorio rispetto alla composizione plastica di una classica “facciata” con i “pieni e vuoti” e altre amenità compositive. Se l’architettura fosse veramente democratica ogni fruitore dovrebbe poter scegliere cosa e dove vedere e la percezione che si avrebbe delle abitazioni sarebbe quella di una grande confusione compositiva. Ma il 99 percento delle abitazioni bada solo al suo essere formale e “oggettualizza” l’involucro infischiandosene altamente di chi sta all’interno. Mi pare ovvio che a chi vive una di queste abitazioni venga negata almeno la libertà di guardare fuori. Quindi non c’è contraddizione tra percezione e funzione. Se vedo girare una ruota capisco che qualcosa si muove in senso rotatorio. La funzione della ruota è girare e io semplicemente ne ho la percezione. Se vedo case con le finestre sparse percepisco che all’interno qualcuno ha scelto dove guardare; se vedo case con finestre tutte uguali e ordinate percepisco che dentro vive gente che guarda dove l’architetto gli ha concesso di vedere.
Ci sono altri mille argomenti che confermano l’equazione zeviana relativa alla democraticità dell’architettura anticlassica. Chi vuole li può leggere, ne uscirà arricchito ed eviterà di inciampare in frasi maldestre.
Per finire: …di regola l'accademia recupera e sistematizza la vecchia avanguardia svuotandone il contenuto linguistico e non “salvandone il contenuto linguistico”. Anche qui attenti: il linguaggio non sono le parole ma le frasi.

(Sandro Lazier - 7/7/2002)

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Commento 218 di Franz Falanga del 18/10/2002


Ho letto con attenzione l’articolo di Sandro Lazier “Sette invarianti? Forse nessuna…” e concordo pienamente con quanto vi è stato espresso. Ma non è per inviare un entusiastico messaggio di adesione culturale a Lazier che ho scritto queste mie mini riflessioni. Sono stato stimolato dalla frase:
“……….saluti a tutti, anche ai pecoroni che avranno sempre bisogno di seguire un pastore, si chiami Bruno Zevi o LeCorbusier poco importa, si sa per loro l'importante e' seguire e non rimanere soli...” (Commento di enricogbotta.com)

Questo saluto mi ha fatto ricordare un fatto che mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione. Molti anni fa, viveva in America uno scrittore di origini africane. Fisicamente non era esattamente un Adone, era abbastanza bruttino. Un giorno scrisse un bel libro che già nel suo titolo aveva una bella e simpatica impennata. Il libro si chiamava “Mio padre doveva essere bellissimo”.
Beh! Io, Franz, sono contentissimo di avere molti padri bellissimi, e non per questo mi sento né pecorone né solo. I pecoroni, a mio modestissimo avviso, appartengono a ben altre categorie. Non certamente alle persone che hanno contezza di dove vengono e speranza/contezza di dove vanno.
Due annotazioni ancora:
1) giustissimo Lazier, il linguaggio non sono le parole ma le frasi.
2) complimenti al webmaster di antithesi, il sito si naviga a velocità sorprendente.
Parecchi saluti a tutti.
Franz Falanga

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Commento 158 di enricogbotta del 13/07/2002


13/7/2002 PaoloG.L.Ferrara risponde:
> Anche a Enrico G.Botta giro la domanda fatta a ma0 : cosa, quanto e in che modo ha letto di Zevi?
Non ho mai letto nessuno dei suoi libri (come non ho letto libri di nessun altro critico o architetto... solo qualche libro di storia)
> Cosa, come e quanto conosce delle sette invarianti?
Non le conosco. Ma nella discussione (che non vorrei protrarre oltre) come si e' sviluppata non credo fosse fondamentale, anche perchè, ripeto, non mi interessa parlare di Zevi.
> Zevi invidioso degli accademici? Stupidaggini: come poteva essere invidioso di ciò che condannava?

Beh qui la saggezza popolare ti contraddirebbe... e comunque e' un'idea che ho riservato solo ai piu' maliziosi... semplicemente intendevo dire che Zevi, e credo sia stato un suo errore innegabile, ha esposto la validita' della sua lettura storico critica della prima meta' del XX secolo alla debolezza evidente del suo fare progettuale, un errore che gli architetti, se come tale vogliono essere ricordati, non possono permettersi. Perche' senno saremmo costretti a dire che anche Tafuri e DalCo sono architetti...
> Zevi negato come architetto? Tutto è possibile, ci mancherebbe. Però, caro Botta, credo che la tua critica vada approfondita.
Io ho partecipato (con uno studio presso il quale ero "a bottega") ad un concorso della C.E.I per la progettazione di alcune nuove chiese e mi e' capitato di vedere il progetto di Zevi... tu approfondiresti la critica su quel progetto? Non che gli altri fossero meglio, ma qui stiamo parlando di Zevi e quindi...
> Riesci a scrivere un articolo critico su una delle architetture di Zevi e mostrarci il perché, secondo te, era negato? Attendiamo.
Non ci "riesco" per diversi motivi:
1. Come a me puo' sembrare negato per alcuni motivi, per gli stessi motivi puo' sembrare un maestro ad un altro, ed entrambe le posizioni sono legittime
2. Credo che un tale approfondimento, anche qualora provasse la mia tesi, non porterebbe nessun significativo vantaggio a nessuno, tantomeno a me.
Se si riuscisse a discutere temi anziche' persone/personaggi credo sarebbe piu' interessante. Quindi piuttosto di un approfondimento sulle 7 invarianti io ne proporrei uno sul ruolo dell'architetto nella progettazione architettonica. O sull'epistemologia in architettura... che ne so, ma non su tizio o caio a colpi di citazioni o con attribuzioni reciproche di ignoranza.
saluti,
enricogbotta.com

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13/7/2002 - PaoloG.L.Ferrara risponde a enricogbotta

Ok, chiudiamo il discorso su Zevi.
E quello sull'attribuzione d'ignoranza a tizio o caio (lo fai anche tu...?)
Proponi il tema del "...ruolo dell'architetto nella progettazione architettonica"? Bene, quando vuoi e come vuoi, dai tu l'input al tema, scrivendo. Senza alcuna ironia: pensa un pò che proprio Zevi ha sempre tenuto questo tema in assoluta considerazione, a tutti i livelli. Comunque sia, caro Botta, aspettiamo realmente un tuo scritto da cui iniziare una discussione. Tra l'altro, già tempo addietro ti avevamo chiesto un contributo. Nulla è cambiato da allora: sei assolutamente il benvenuto.

 

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Commento 157 di Alberto Iacovoni.ma0 del 13/07/2002


Incredibile, chi si aspettava di sollevare un vespaio simile.
Incredibile come l'ennesima ridda di scemenze e banalità che pubblica arch'it abbia sviluppato, ben oltre la questione se le 7 invarianti siano teoria o meno, strumento di lettura o scrittura, una serie di piccati e personalissimi palleggi tra i commentatori, gare tra cultori della materia, un fiorire di epiteti che in discussioni sull'architettura sembravano estinti....
L'impressione, sinceramente, e senza voler entrare nel merito delle numerose questioni sollevate dai commenti, è che la pietra dello scandalo, come spesso accade, sia stata semplicemente un pretesto per una zuffa accademica ben poco interessante.
D'altronde non ci spiegheremmo altrimenti la strana condizione di trovarci d'accordo su molti punti degli interventi, salvo poi gustare qui e lì, o tutta insieme in un bel finalino una palata di acidità -zeviane?- inaspettate.

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13/7/2002 - PaoloG.L.Ferrara risponde a Alberto Iacovoni.ma0

Nessuna zuffa accademica.
Alla vostra opinione si risponde con la nostra e, per cercare di uscire proprio dal "fare accademia", vi si chiede di approfondire, se non altro per dare ai lettori che non conoscono l'argomento la possibilità di capire, ragionarci, nel caso intervenire. La scusa della zuffa accademica rischia di volere coprire la ritirata.
Da parte nostra nessuna gara con nessuno: non c'interessano. Forse davvero non si è capito lo spirito di antiTHeSI.
Prego specificare: gli epiteti sono di Enrico G.Botta, sono tali e, dunque, inutili. A lui potete rispondere. Noi lo abbiamo già fatto.
Abbiamo comunicato anche alla redazione di Arch'it quanto è stato commentato da Botta sul loro operato.
Ripropongo: lo farete il lavoro di rilettura del dibattito sulle sette invarianti?

 

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Commento 156 di enricogbotta del 13/07/2002


A me sembra che se si parlasse un po' meno di Zevi ne trarremmo tutti vantaggio, lui per primo. Mi rendo conto che dirlo qui e' un po' come bestemmiare in chiesa, tuttavia, dato l'amore per il contradditorio, una chiesa e' forse l'unico posto dove valga la pena bestemmiare.

Allora, il fatto che le "sette invarianti" siano o non siano una teoria mi sembra veramente una speculazione intuile. Fosse anche vero che nelle intenzioni di Zevi si trattasse esclusivamente di uno strumento interpretativo (cosa che stento a credere), questo non toglie che de-facto produca una teoria. L'estrapolazione di principi, infatti, da elementi esistenti produce la possibilita' di creare nuovi elementi che su questi principi siano basati... cioe' produce una teoria.

Detto questo mi ricollego ad un altro articolo sui critici contemporanei e ad alcuni commenti a seguito di quel testo. Se e' senz'altro legittimo apprezzare Zevi per l'intenzione rinnovatrice che lo muoveva, credo che numerosi dubbi si possano sollevare sugli esiti effettivi che la sua "azione" ha prodotto in campo architettonico. Questo perche' per essere benevoli e' meglio tacere le sue opere, su cui stenderei un velo pietoso. Basandosi sui progetti radatti da Zevi uno porterebbe anche essere indotto a pensare che come architetto fosse completamente negato. I piu' maliziosi potrebbero perfino sospettare che questa foga nel combattere l'accademia non fosse motivata che dall'invidia verso colleghi piu' talentuosi. Chissa'.

Limitandoci all' "opera-scripta", che cosa ha prodotto (oltre ovviamente a molte discussioni su antithesi...)? Ha prodotto (non mi se ne voglia) i complessi turistici balneari a forma di emiciclo di Sarno Architetti o le case sghembe (e qui dopo aver bestemmiato in chiesa me la prendo pure col prete...) di Sandro Lazier?
Qualcos'altro di cui non sono a conoscenza?

Per concludere: la democrazia. Questa cosa che le facciate in pietra sarebbero autoritarie e quelle in vetro democratiche, che l'ordine e' autoritario, il caos e' democratico etc etc e' (e qui cito...) "una cagata pazzesca". Per altro, ricordate il palazzo dove il personaggio (Rag. Ugo Fantozzi per chi non avesste colto...) che ho citato lavorava democraticamente sfruttato? E poco cambia se un edificio, che so... abusivo o costruito con le tangenti e' rivestito in pietra o vetro... anzi quelli di solito sono in vetro apposta per "apparire" democratici e, di solito, hanno molto di piu' da nascondere di quello che mostrano...

E poi scusa la tua affermazione (Sandro Lazier) che le finestre si dovrebbero aprire a seconda di dove uno vuole guardare, sono d'accordo ma... chi e' questo "uno"? L'architetto? Se non l'architetto chi, il committente? la moglie del committente? la suocera? il nipote? chi? E se non e' l'architetto, perche' mai dovrebbe essere lui a decidere dove vanno le porte? o le fondazioni? o gli scarichi? o tutto quanto il resto? perche la casa non se la fa direttamente il committente mettendosi d'accordo (se mai fosse possibile) con la moglie la suocera e il nipote?

Se fosse cosi vorrebbe dire che Wright e Zevi postulavano o 1) la sparizione della figura dell'architetto e dell'architettura come disciplina a favore di un democratico disordine idillico e vernacolare, o 2) la progettazione collettiva (ah ah ah mi ce lo vedo Wright a negoziare l'altezza dei soffitti coi commitenti, o Zevi a conviencere una vecchina che una casa con le finestre non ordinate e' bella lo stesso).
Siccome non si da nessuno dei due casi come mi risolvi (Sandro Lazier) questo piccolo problema logico?

Zevi diceva che tutte le scelte hanno pari dignita' (in realta' una cosa del tipo "le scelte sono tutte uguali ma alcune sono piu' uguali di altre", ma vabbe'...) e questa, se mi e' permesso e' una grossa banalita', perche ammesso e non concesso che tutte le scelte abbiano la stessa dignita' una scelta, ad un certo punto, bisogna pur farla (a meno che non si decida di parlare e basta senza mai costruire un fico secco...) chi la fa e perche' la fa sarebbero cose forse meno banali da discutere.

Concludendo veramente, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, condivido l'indignazione di Sandro Lazier (anche se credo la sua indignazione fosse limitata alla parte su Zevi) per il testo di ma0 su Arch'it: chiamarlo "marmellata" e' senz'altro indice di beneducazione. Il testo (come il commento aggiunto qui da Alberto Iacovoni) credo sia ulteriore testimonianza di uno sport, di cui per altro in italia vantiamo diversi campioni mondiali, che e' quello di scrivere una ridda di scemenze e/o banalita' (... e pubblicarle su Arch'it) pero' messe in un modo che potrebbero sembrare, ad un lettore impressionabile, persino cose intelligenti. La cosa, secondo me preoccupante, e' che molti si bevono questi intrugli, diciamolo, di sonore cazzate come fossero oro colato.

Ognuno e' artefice del proprio destino.

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13/7/2002 - PaoloG.L.Ferrara risponde a enricogbotta

Anche a Enrico G.Botta giro la domanda fatta a ma0 : cosa, quanto e in che modo ha letto di Zevi?
Cosa, come e quanto conosce delle sette invarianti?

Zevi invidioso degli accademici? Stupidaggini: come poteva essere invidioso di ciò che condannava?
O, forse, invidia verso i grandi? Idiozie. L’azione di Zevi era mirata a rintracciare le valenze positive di tutta l’architettura, fosse quella della preistoria, di tutta la storia, di Le Corbusier, di Kahn, di Isozaki, di Pelli, di Siza, di Meier, di Gehry, di Piano, di Botta, di altri mille architetti, anche assolutamente sconosciuti.

Zevi negato come architetto? Tutto è possibile, ci mancherebbe. Però, caro Botta, credo che la tua critica vada approfondita. Riesci a scrivere un articolo critico su una delle architetture di Zevi e mostrarci il perché, secondo te, era negato? Attendiamo.

Se tu limiti la produzione zeviana alle sole numerose discussioni su antiTHeSi, bèh, non possiamo che esserne onorati. Fortunatamente, per chi la cultura desidera “farla”, non è così. Fortunatamente, non era così per Gropius, Le Corbusier, Kahn, Aalto, Wright, Utzon, e tanti altri con cui Zevi ha dibattuto sulla storia, sulla critica, sull'architettura. Comunque, non sta a me spiegare l’importanza di Zevi per la cultura: ne è piena la storia del XX secolo.

Lascio a Lazier tutto quanto concerne i riferimenti personali.

Concludo: avere dei riferimenti su cui ragionare significa essere pecoroni? bene, lo siamo, ma abbiamo l’umiltà di ammetterlo, dote che a te, caro Botta, manca a 360°, visti e considerati i commenti da pettegolezzo che fai, senza andare mai a fondo delle cose che affermi ( sia qui che su altri siti, dove impartisci lezioni di vita professionale a chiunque). A proposito d’invidia: leggendo i tuoi commenti ed il tuo curriculum su altri siti, credo che tu viva esclusivamente per mostrare agli altri (ai pecoroni) chi sei e cosa fai. Mostrarlo soprattutto ai campioni mondiali di quello sport di cui dici essere piena l’Italia, e di cui tu , se non ti deciderai a fare vera critica approfondita, entrerai con pieno merito a fare parte.

 

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Commento 154 di Carlo Sarno del 12/07/2002


Bruno Zevi era un profondo conoscitore del pensiero e dello spirito di Frank Lloyd Wright, e mai sarebbe caduto nell'errore di cristallizzare in una teoria formalistica la poetica dei veri e creativi architetti.
Come dici bene Sandro, le sette invarianti di Zevi rappresentano uno strumento concettuale che "SERVE PER LEGGERE E NON PER SCRIVERE".
Frank Lloyd Wright ha sempre combattutto la tirannia dello stile come il maggior nemico della creatività in architettura. La sua architettura organica, come dice chiaramente nel suo libro "Testamento" , è una architettura relativa all'uomo, al luogo e al tempo, tre variabili che cambiano continuamente da opera a opera.
Bruno Zevi, già nel 1945, parla agli italiani in "Verso una architettura organica" di questo nuovo spazio organico, non stereometrico,geometrico, astratto, ma di uno spazio umano, che esprime la vita dell'uomo, la sua dignità, libertà, espressione.
Inoltre Sandro, in America esiste una associazione Friends of Kebyar dei continuatori della poetica dell'architettura organica di Frank Lloyd Wright e Bruce Goff, e di cui anche io con lo studio Sarno Architetti faccio parte, che promuovono contro la tirannia di teorie formalistiche, rigide e disumane, la cosciente,innovativa ed originale creatività.
Nel sito americano di Friends of Kebyar campeggia tra le persone che hanno contribuito a liberare l'architettura da falsi preconcetti e mancanza di originalità la figura dell'italiano Bruno Zevi.
Carlo Sarno

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Commento 153 di Paolo G.L.Ferrara del 11/07/2002


Considerazioni sul commento n°150

Caro Iacovoni, definendo le sette invarianti semplicemente quali una "teoria", dimostrate di non conoscerne né la genesi, né i significati. Dunque, rifarsi alla critica di Raggi è pretestuoso perché non conoscete ciò che egli criticava. Di più: piuttosto che prendere a pretesto la critica di Raggi, dovreste rivalutare il vero significato delle invarianti, trenta anni dopo: nacquero con obiettivo provocatorio, non le inventò Zevi, furono desunte dall'architettura stessa. In poche parole, volevano smuovere le acque, volevano essere un atto eretico che, come lo stesso Zevi diceva, serve a suscitare dissenso: "Se s'innescherà uno scontro, avrà raggiunto lo scopo: anziché parlare sino al tedio di architettura, finalmente parleremo architettura". E lo scontro lo innescarono davvero.
Detto ciò, vi consiglio di leggere quanto venne fuori dal dibattito sulla linguistica, che "L'Architettura cronache e storia" pubblicò nel 1974 e 1975 (dal n° 223 in poi). Samonà, De Fusco, Lina Bo Bardi, Michelucci, Koenig, Branzi, Leti Messina sono solo alcuni dei nomi che parteciparono al dibattito, pubblicando le loro considerazioni sulle sette invarianti. Considerazioni alle quali seguiva la risposta di Zevi.
Lo facciamo questo lavoro e magari poi lo commentiamo?

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Commento 150 di Alberto Iacovoni.ma0 del 08/07/2002


L'osservazione sulle sette invarianti non è nostra, bensì di Franco Raggi (in "Templi e roulottes, Casabella 408/1975), mentre la frase sui pretesti dell'architettura è di Luigi Moretti ( "Ricerche d'architettura", in "Spazio", 4 gen/feb 1951), come specificato in nota all'articolo citato.
Il tutto è stato dichiaratamente mescolato in una gustosa marmellata, in cui la sommatoria è + importante degli ingredienti singoli: è un testo fatto per frammenti e campionature e in quanto tale pieno di appropriazioni indebite e forzature, è in effetti come una ricetta culinaria, il risultato dipende da accostamenti di ingredienti a volte azzardati, ma che vanno preparati in un certo ordine e con certi tempi... e vanno infine gustati -o dis-gustati- tutti insieme e non separatamente.
Detto questo condividiamo pienamente la critica di Raggi proprio perché rivolta verso un personaggio della statura di Zevi e la usiamo riattualizzata nei confronti di chi oggi si pone all'avanguardia, ma è ancora legato ad una concezione tutta compositiva e linguistica dell'architettura. Abbiamo trovato in quella critica, importante proprio perché rivolta verso un maestro dell'architettura moderna, un avvertimento estremamente lucido nei confronti di tanta architettura attuale.
Ricordiamo ancora con emozione un messaggio di Zevi, invitato a intervenire in Facoltà durante l'occupazione del '90, il quale preferiva esortarci da fuori a rompere "la scatola" vuota dell'architettura accademica. Tutto può divenire accademia, tutto può diventare una scatola vuota, indipendentemente dai codici che l'hanno prodotta, e di Zevi vogliamo conservare più che la teoria delle sette invarianti uno spirito critico che a volte, anche ingiustamente è vero, ci impone di fare tabula rasa per riscoprire i valori dell'architettura.

P.S. E siamo completamente d'accordo sul fatto che il rapporto tra percezione e uso è fondamentale nel cogliere il carattere democratico di un'architettura..., ma l'uso a volte contraddice la percezione -o la forma- e esistono architetture "classiche" che permettono un'infinità di gradi di libertà in più rispetto a tante altre "anticlassiche".
L'uso spesso è imprevedibile, fa parte del tempo e della storia che modificano e a volte cancellano le intenzioni del progetto e con esso il senso stesso dell'architettura... per questo ci piace insinuare il dubbio anche tra le affermazioni di un amato e stimato maestro.

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8/7/2002 - Sandro Lazier risponde a Alberto Iacovoni.ma0

Mi spiace, ma devo dissentire profondamente.
Se la critica di Franco Raggi poteva avere qualche consistenza nel 1975, ai confini del nascente postmodern, oggi l’ha perduta decisamente. Purtroppo non c’è altro modo di concepire l’architettura – e l’arte, ovviamente - che in forma comunicativa e per comunicare abbiamo bisogno di formulare un linguaggio. Noi siamo i segni (parole, gesti, suoni) che facciamo e che lasciamo. Questi segni sono l’unico modo per avere coscienza della nostra esistenza e di quella di chi ci ha preceduto. Detto questo il problema non è la concezione linguistica dell’architettura, verso la quale anch’io auspico un certo “distacco” (l’architetto deve fare l’architetto, non il linguista), ma il modo con cui i segni che la definiscono stanno insieme e, insieme, danno luogo ad una sorta di sintassi che connette e dà significato alle parole dell’architettura.
Zevi, questo, l’aveva capito e intuito molto bene. Per questa ragione ha dedicato una vita per scoprire ed elaborare una “sintassi” massima dentro cui raccogliere i capolavori della modernità e dell’intera storia dell’architettura. Se vogliamo parlare di architettura, e vogliamo comprenderci, abbiamo bisogno di un criterio di lettura condiviso sul piano della ragione e del racconto. L’architettura, oltre a guardare, si può solo raccontare e interpretare.
Se non si ha chiaro questo limite, questa gabbia “ermeneutica” dentro cui siamo costretti, non comprenderemo la modernità, l’arte moderna e nemmeno la storia e il passato.
Zevi non va ricordato solo perché era uomo contro, critico implacabile e carattere vulcanico e tutte le altre storielle sul suo carattere grintoso e battagliero, ma per il suo enorme sforzo teorico e letterario mai disgiunto dall’impegno politico e civile.
Gli uomini passano ma restano le idee, le parole che, una volta scritte, vivono e parlano da sole. Come in architettura.

 

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