Giornale di Critica dell'Architettura
Università

Gli studenti universitari non conoscono la storia

di Paolo G.L. Ferrara - 20/9/2000


Gli studenti universitari  non conoscono la storia dell’architettura. Ne hanno nozioni, inutili e dannose a loro stessi.  Parliamo di studenti alla fine del loro iter di studio, dunque il fatto è realmente grave perchè , laureandoli, se ne  leggitimerà l’impegno e la preparazione.   Metodologie d’insegnamento sotto accusa, programmi inadeguati,  superficialità nell’insegnare la storia esponendola esclusivamente per eventi ben distinti l’uno dall’altro.
L’applicazione alla fase progettuale  delle personali nozioni storiche  dà vita a lavori  che non hanno contenuti concettuali,  riducendosi a mere esercitazioni stilistiche.
La storia dell’architettura è vittima della   falsa ipotesi per cui essa debba essere insegnata solo per quel che è, appunto solo “storia”. Si riportano cronologicamente  dei fatti, senza che essi stessi vengano scandagliati profondamente, trovandone interconnessione con altri di epoche temporali, anche molto distanti tra loro.  Da qui, la solita solfa della suddivisione in “stili” : finisce il Romanico ed inizia il Gotico, a sua volta soppiantato dal Rinascimento,  quest’ultimo vittima del Manierismo che prelude al Barocco, e così via...
La catalogazione netta all’interno di precisi stili  dei vari architetti, non lascia alcuna possibilità agli studenti di ipotizzare connessioni  linguistiche tra essi.  A questo punto, studiare si riduce a mero apprendimento nozionistico  di avvenimenti storici. Tant’è che, ancora oggi, al momento di progettare, lo studente è quasi costretto a decidere in che “stile” farlo :  minimalismo, decostruttivismo, post modernismo, accademismo, e chi più ne ha più ne metta!
Non si tratta di   voluta presa di posizione per  parlare un determinato linguaggio - cosa  apprezzabilissima-  ma di costrizione scaturente dalla didattica  inculcata  nella maggior parte dei corsi di storia.
Unico, scontato, risultato è la crisi della creatività, cioè quel qualcosa che basa la ricerca  <<...nella qualità spaziale e nell’esperienza dello spazio...>> (Hertzberger) .
Mancanza di creatività significa sfociare nell’imitazione : <<...se gli studenti non sono spinti a pensare all’arte come ad una profonda estensione esplorativa della loro personalità, come potranno trovare i mezzi  visuali per esprimerla?>> (James Wines) .
Ma come si potrebbe spingere gli studenti a “ pensare all’arte come ad una profonda estensione esplorativa della loro personalità” ?  Rileggendo modernamente la storia, dunque eliminando catalogazioni, suddivisioni, recisioni, applicando  alla storia dell’architettura la lettura spaziale delle opere.
Dunque, Storia dello spazio architettonico, e non più Storia dell’architettura .
Lo studente deve imparare a leggere l’architettura attraverso la sua storia,  comprenderne i significati spaziali  oltre qualsiasi puro riferimento stilistico.
Cosa fanno le scuole di architettura?  Insegnano la storia, ma non basta.  Per conoscere che Michelangiolo  progettò  la Piazza del Campidoglio non è necessario  andarlo ad apprendere in un’aula universitaria. Basta un a buona enciclopedia.
Il paradosso si sfiora quando, seguendo un corso di Storia dell’architettura moderna (sottolineamo, moderna...),  lo studente svolge un programma didattico che si basa sul Rinascimento... . Purtroppo capita, ma nessuno si  scompone, perchè è eresia chiedere lumi in merito, in quanto si rischierebbe di rompere equilibri corporativisti oramai consolidati.
Ma  che senso ha la suddivisione dei  corsi in Storia dell’architettura, Storia dell’architettura moderna  e Storia dell’architettura contemporanea se poi si attuano programmi assolutamente estranei ad  i loro reali contenuti? Non s’ intuisce che,  così facendo,  si danneggia lo studente, che lo si   disorienta? Ma che tipo d’ impegno si  pretende dallo studente? Fisico (  tomi su tomi da studiare, righe su righe da tirare)  o  intellettivo (capacità di ragionare sull’architettura,  stimolandolo con argomentazioni  valide) ?
La conoscenza della storia dell’architettura è base imprescindibile del fare architettonico, poichè essa consente  di assumere - come giusto che sia-  posizione critica, esplicata attraverso la progettazione.
L’Università  non può essere sterile.
L’insegnamento della storia deve essere assolutamente relazionato a quello della progettazione,  iniziando lo studente a leggere l’architettura costruita  - Storia- e, parallelamente, a costruire la scrittura del proprio testo - Progettazione- . Oltre ciò, la riduzione nozionistica che sfocia esclusivamente nel  copiare senza capire.
Va da sè che, se definire Bruno Zevi  “ critico nevrotico”  ( articolo su Domus , settembre 2000, definizione di Giuliano Della Pergola)  è libertà di pensiero che noi rispettiamo - sia ben inteso: solo la libertà- , sarebbe interessante che gli studenti  commentassero  quanto da Zevi  detto in merito all’argomento che stiamo qui trattando : <<...avete mai passeggiato nelle aule di una facoltà di architettura? Un temporale di parole insensate, di pressappochismi, di pseudo-concetti colpisce quotidianamente gli studenti, li stanca, li sfibra, li stordisce, li passivizza. Chiacchiere sciatte a non finire. Si commentano i testi senza leggerli, senza “suonare” l’architettura, cioè senza fruirne gli spazi e i volumi in modo dinamico, aperto, problematico, ambiguo>>.
Era nevrotico Zevi  o forse, se concordate, siete anche voi tutti “nevrotici” ...?

(Paolo G.L. Ferrara - 20/9/2000)

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Commento 5913 di Renzo Marrucci del 13/01/2008


Caro Ferrara, leggo "gli studenti universitari non conoscono la storia" Confesso sono un pò sbigottito dallo svolgimento del tema che lei proprone. Io mi limito a raccontarle prendendo dalla mia memoria. Quando frequentavo le lezioni di Zevi a valle Giulia dal 1970 circa i corsi di storia dell'architettura erano molto seguiti dagli studenti. Aule strapiene e le lezioni di zevi si svolgevano sulla interpretazione dello spazio dell'architettura nella sua evoluzione storica. I suoi assistenti che dovevano fare la storia dell'architettura facevano gli zevini, non gli zerbini, complicando assai le cose agli studenti. Il maestro incedeva per i banchi applicando la critica operativa sulle opere è vero ma gli assistenti non provvedevano, come avrebbero dovuto, per lo più, alla formazione strutturale, cioè alla storia dell'architettura. Le lezioni di zevi erano interessanti e i rapporti con gli assistenti un pò scarsi e mi fermo quì. Agli esami Zevi faceva delle vere e proprie stragi di studenti. Un giorno uno di questi, animato da sana ragione, gli spiattella che la maestà Sua non era troppo servita della necessaria funzione di raccordo. Zevi si arrabbiò molto con la sua squadra. Cercò di provvedere. Naturalmente alcuni studenti che avevano strumenti conoscitivi riuscivano benissimo ma dovevano baipassare alcuni assistenti e assumersi personalmente la responsabilità. Quindi la base rimane la storia dell'architettura tradizionalmente intesa svolta con qualità e metodo per poi passare ad un laboratorio sulla applicazione dei contenuti critici interpretativi dello spazio e ciò accadeva anche sulle stesse esperienze condotte da studenti nelle matrerie compositive. Quando questo accadeva erano vere esperienze della massima scuola. Credo che sia da riflettere e magari, se lo desidera, discuterne. Pertanto ogni elugubrazione è nociva.....Tanti cari saluti

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Commento 906 di Isabel Archer del 26/05/2005


Che cosa ci dobbiamo aspettare se anche i cosidetti canali alternativi della critica architettonica generano novelli Hitler, affannati nella ricerca della razza pura italiana, incasellando in categorie posticce ciò che di buono viene prodotto dai giovani italiani, affiancando ricerche sideralmente lontane pur di fare l’asso pigliatutto. Dov’è che s’insegna la storia? Nei surgelati di Italia Nostra o negli OGM dell’Università parentale?
E’ un peccato che tanta buona volontà, fuori e dentro l’Università, fuori e dentro la rete, marcisca nei procedimenti compromessi di un’alimentazione cognitiva alterata.
“La debolezza di un solo anello della catena di trasformazione può essere sufficiente a rendere difettoso l’intero processo.” Attenzione all’intossicazione collettiva, meglio stare a dieta.

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Commento 905 di Vilma Torselli del 25/05/2005


Gli studenti d'architettura non potranno mai “ pensare all’arte come ad una profonda estensione esplorativa della loro personalità” soprattutto perchè i docenti non insegnano loro le profonde e puntuali correlazioni dell'arte visiva con l'architettura. Probabilmente perchè essi stessi non ne valutano l'importanza (non voglio pensare che non ne siano in grado) o non ne vedono la necessità, alla faccia della contaminazione interdisciplinare!

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Commento 904 di Stefano Tesotti del 20/05/2005


Eppure tu, mio caro Marco Mauro, non hai sentito parlare di "Mies Van Doesburg" all'esame di Composizione Architettonica I (in una facoltà di Ingegneria, se questa precisazione è da ritenere pertinente). Se solo non fosse stato per questa imprecisione il "gi(u)ovane" incosciente si sarebbe portato a casa un bel 30 e lode. Peccato, solo 28.

A questo punto sono aperte le iscrizioni per le prossime Olimpiadi di LANCIO DEL LIBRETTO. O forse è una disciplina propria deI Giochi della Gi(u)oventù?

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Commento 902 di Marco Mauro del 20/05/2005


Gentile Paolo G.L Ferrara,
le scrivo di getto e quindi mi perdonerà spero - io perdonerò a me stesso - le imprecisioni. Mi muove la rabbia, non contro di lei premetto, ci mancherebbe altro, ma contro la boutade che ha scritto che ha avuto efficacia su di me, in fatto di scuotimento del sistema nervoso.
Vorrei spiegarmi meglio. Che gli studenti universitari non conoscano la storia dell'architettura, e la storia, mi sembra un dato di fatto. E' evidente. E il fatto che lei l'abbia sottolineato con il suo articolo mi è piaciuto. E mi è piaciuto molto il suo articolo.
Il fastidio che ho provato però è dovuto ad una domanda che mi sono fatto: ma che diavolo ne sa un docente sulla MIA preparazione in storia dell'architettura? ma come cavolo posso accettare che un docente dica che gli studenti non conoscono la storia quando valutano cani e porci allo stesso modo? e non solo per colpa della cecità del docente o della furbizia dello studente ma per colpa di un sistema idiota - mi passi l'aggettivo - un sistema idiota, dicevo, in base al quale un uomo che dedica la vita alla sua materia deve sentir parlare uno sbarbatello di concetti che il 99 per cento delle volte butta lì senza nessuna capacità linguistica, critica e con un'estensione lessicale che vanta una cinquantina di parole, interrotte da ripetuti "praticamente". ecc. un sistema idiota perché un docente come diavolo può in venti minuti sapere se uno studente conosce la storia?
Ho sostenuto come ultimo esame del mio corso di laurea in architettura, proprio l'esame di storia dell'architettura. Il programma? Rinascimento, Cinquecento e Seicento. La mia preparazione?
Io prima di sostenere quell'esame ho preso 30 e lode nei due esami di storia dell'arte con tanto di proposta di tesi. Con due docenti diversi. Ed entrambi mi hanno riconosciuto la preparazione. Pensi, e non lo dico per vantarmi, che volendomi mettere in difficoltà, il docente mi chiese il Savoldo. E io gli dissi (senza tirarmela non oserei mai!) che il Savoldo aveva la particolarità di nascondere la firma nei suoi dipinti e feci una lunga serie di esempi. Una chicca che, magari saprà anche lei, ma che lessi in una noticina del catalogo della mostra sul Cinquecento Lombardo. Allora mi chiese di parlargli della Lezione di anatomia di Rembrandt - classica domanda che, secondo me, si fa per mettere 18 perché è come dire "mi parli di quello che vuole". E io elencai tutti gli eventi storici avvenuti l'anno della realizzazione di quel dipinto. Dissi che nel 1632 nascevano Spinoza, Vermeer, Galileo concluse la Teoria sui massimi sistemi...ecc.ecc. Non potè non darmi 30 e lode. E così anche in storia dell'arte contemporanea. La docente mi chiese Courbet. E io gli parlai di Baudelaire. Della Parigi di quegli anni...e via via un parallelismo davvero ben riuscito e documentato sulla letteratura e l'arte che in quel periodo davvero erano una cosa sola. "Complimenti. Ci sono ragazzi molto preparati. Ma poi persone speciali come lei." 30 e lode.
Allora? Premesso questo e premesso che credo - e non lo dico per vanto ma per condanna caratteriale che mi porta a rinchiudermi in casa invece di andare in discoteca - che credo, dicevo, di essere uno dei pochi ragazzi che legge ogni giorno 2 quotidiani e ha letto oltre 200 romanzi fra ottocento e novecento (altro che Dan Brrown e Follet), una camera stracolma di libri d'architettura, che leggo con passione ogni giorno, e saggi d'arte d'architettura e letteratura. Le giuro che vivo sommerso dai libri.
Ecco. Vengo all'esame di storia dell'architettura. Amando il Rinascimento e il Cinquecento alla follia - non che la follia porti bene - lessi oltre ai testi obbligatori (Wittkover ovviamente, Lotz ovviamente, Ackerman fortunatamente) i capolavori di Bruschi (Bruschi è il mio mito - perdoni il linquaggio da sms)! Benevolo, Argan, Gombrich, Zevi, Schulz, Frommel...anche l'amato Hauser...il contestato Burckhardt insomma amo l'architettura.
All'esame la docente mi chiese Giulio Romano. Non potevo non prendere 30 e lode. Dissi della risaputa amicizia con Raffello soffermandomi anche sulla pittura ovviamente, come separare le cose? Parlai poi anche del complesso concetto di Manierismo con accenni sul Barilli-pensiero. E così via. Anche quando mi chiese l'Ariccia di Bernini dissi che nel libro stranamente l'autore del testo (obbligatorio - era il Marder) si limita a dire che lo scultore possedeva il Serlio ma non dice esplicitamente che possedeva nella sua biblioteca il capolavoro grafico-letterario di Palladio (anche perché solo Fagiolo dell'Arco, dopo la pubblicazione del Marder, riuscì a recuperare l'inventario dei beni di casa Bernini).
Insomma lo sa alla fine dell'orale come andò?
"Guardi le va bene 26? ...vedo che ha un'infarinatura generale ma non sa bene le cose".
Ok. Ha ragione. Dovessi valutarmi io mi darei 18 per l'impegno. E ammetto di non sapere una montagna di cose. E ammetto di aver parlato male del Pantheon

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Commento 846 di Luigi Moffa del 29/11/2004


Chiara Manzoni,
premetto che non ho davvero nulla contro di Lei, ne contro gli studenti che intasano la burocrazia lenta delle facoltà di architettura italiane. Ognuno è libero di gestire la propria vita, e di operare le scelte che sente nel momento che vive. Ma continuo a non condividere una sola parola di quanto Lei scrive.
Secondo Lei volontà, ostinazione ed intelligenza possono bastare per raggiungere qualsiasi traguardo della vita. Cosi con volontà, ostinazione ed intelligenza si può diventare tanto un campione di calcio quanto un buon architetto. Non credo assolutamente in questa tesi. L'ostinazione è di per se un atteggiamento che nasconde più lati negativi che positivi. Guardare avanti con i paraocchi non la immerge in modo pieno ed esclusivo in ciò che la circonda. La volontà è relativa anch'essa. Come si può essere volenterosi al cospetto di un qualcosa che produce insofferenza? Il lavoro occupa gran parte del tempo della nostra vita. Tra le ore di riposo e le ore passate in ufficio si consumano i due terzi della nostra giornata. Quindi starei molto attento a parlare e addirittura consigliare ostinazione.
Il non aver nessuna tradizione artistica nell'albero genealogico della sua famiglia non è una buona scusa per giustificare mancanza di talento. Il talento. Esattamente ciò che la Cipriano e la Archer hanno travisato. Io non mi riferivo a persone super dotate di chissà quale ingengo come le uniche a poter parlare Architettura. Resto convinto che senza una minima dose di talento e predisposizione non si può pretendere di mettersi sullo stesso piano di chi quelle doti le ha come dono di natura.
In quanto al bagaglio conoscitivo storico-culturale anche li ci sarebbe molto da discutere. Entro la fine del terzo anno lo studente doveva gia aver dato un certo numero di esami (mi riferisco al vecchio ordinamento). Oggi addirittura arriva la laurea alla fine del terzo anno di studi (nuovo ordinamento). E Lei dopo 3 anni lamentava la mancanza di bagaglio conoscitivo storico-culturale? Sono sicuro che nessuno abbia mai preteso da Lei "professionalità", ma posso capire quanto sia irritante il dialogo tra due persone che parlano la stessa lingua e che non si intendono. Nessuno deve insegnare a progettare, perchè non vi è alcun tipo di regola nella progettazione. Nulla di prestabilito, nulla di valido in assoluto, nulla di non valido in assoluto.
"l'Architettura non è esclusiva di chi la vede come vocazione, se così fosse.... ci sarebbero pochissimi architetti". Se cosi fosse è ciò che mi auguro.
Saluti Chiara Manzoni. Le auguro vivamente di prendersi le dovute soddisfazioni dopo anni di frustazioni. Ora possiede il titolo.

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Commento 843 di Chiara Manzoni del 25/11/2004


Rispondo al signor Moffa:
Solo ora ho letto i vostri commenti... vi devo svelare una cosa: quel pezzo è stato scritto nel 2001, mentre stavo svolgendo il terzo anno universitario... oggi, così come il mio modo di scrivere, sono cambiata.
In effetti se rileggo quelle parole... mi irrito un pò... (esattamente come quando noi neo laureati ci riguardiamo i nostri vecchi progetti.. non riusciamo ad apprezzarli fino in fondo, perchè li vediamo pieni di difetti) ma era davvero il mio pensiero allora... potete criticarmi finchè volete, che è scritto male, retorico e ingenuo... su questo non c'è niente da dire.
Ma uno studente al secondo- terzo anno... di solito ragiona così: non ha la maturità per potere acquisire un bagaglio conoscitivo storico-culturale per diventare una persona responsabile, sicura, e quindi un professionista. Ma a 19 anni si può? No. E meno male....
Su una cosa signor Moffa ha ragione... evidentemente non era la mia facoltà... troppi dubbi... ma l'Architettura non è esclusiva di chi la vede come vocazione, se così fosse.... ci sarebbero pochissimi architetti.
L'Architettura la sto capendo solo ora... e non perchè ho dato 37 esami, ma perchè mi sveglio tutte le mattine e ho capito che conosco meglio me stessa, e quindi per me risulta più facile apprezzare e capire le cose che faccio. Rogers diceva... "è una vera felicità avere per mestiere la propria passione".
A quell'età, nel famoso periodo di crisi, avevo ben altre passioni: il calcio, la poesia, il cinema, gli amici... la musica... di tutto meno proprio quello che studiavo: l'architettura.
Oggi da architetto posso guardare con sorriso al passato... riconosco che le fatiche e i momenti difficili aiutano a capire meglio la vita.... un percorso senza difficoltà non è realistico... un pò come la differenza, come dice Francesco De Gregori, tra bufalo e locomotiva... la locomotiva ha la strada bella tracciata, dritta.. senza momenti di sbandamento.. il bufalo, invece, cade spesso... e ogni volta si deve rialzare per ritrovare la propria strada.... fare l'architetto è fatica vera... cercare di diventarlo ancora di più. Io mi sentivo come un calciatore senza doti particolari che si ritrova a competere con talenti naturali come Zidane e Cassano... ci sono campioni che nascono sapendo già tutto, un solo modo esiste per diventare un giocatore importante: con la volontà e l'ostinazione, ma anche con l'intelligenza. Ho passato momenti molto duri perchè non avevo doti naturali... non ho genitori architetti, non ho alle spalle una tradizione di una famiglia artista... e oltretutto non mi piaceva nemmeno disegnare... mi ha salvato l'amore per la scrittura e la mia curiosità.... ma questa è un'altra storia.
Consiglio a tutti gli studenti di faticare e di lavorare finchè possono, più tempo dedichiamo a noi stessi meglio staremo quando inevitabilmente entreremo in contatto con gli altri.
Saluti.
Chiara

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Commento 842 di Silvio Carta del 21/11/2004


Mi preme solo di fare un distinguo. La bravura, meglio, la sensibilità di un progettista, che è poi quella che gli permette di interpretare relazioni, è cosa ben diversa dall’essere uno studente dotato. Lo studente meritevole, di solito, è un personaggio che si distingue nella classe per la sua propensione allo studio, uno che è bravo a studiare, per intenderci (è il famoso compagno delle elementari che riusciva a ripetere la tabellina del 9 con più facilità di noi..). Non è necessariamente consequenziale che poi a furia di leggere e ripetere le frasi che tanto piacciono ai professori si impari veramente a progettare. Per cortesia, non si confondano i laureati in “studiologia” con specializzazione in “esamologia” con quelli veri. Io ne conosco tanti, di quelli finti, e pochi di quelli veri. La logica e l’atteggiamento critico sono sempre stati nemici del “cosi s’ha da fare”. Il filosofo, alla fine, resta solo. Derossi e Garoffi, per chi conosce la storia.

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Commento 840 di Irma Cipriano del 20/11/2004


Non posso far altro che associarmi a quello che ha scritto Isabel Archer, a cui plaudo. Ho trovato estremamente irritante il discorso di Moffa sull'università, sull'incapacità del 90% di coloro che la frequentano e sul del tutto presunto e infondato superomismo della docenza.
Gentile Luigi, io che -come Lei - l'università la frequento da qualche anno, posso contare sulle dita di appena una mano i professori o gli assistenti che mi hanno lasciato qualcosa e che erano veramente preparati e capaci di trasmettere. E, sinceramente, penso sia una pessima media se contiamo che ho dato fin ora 27 esami.
Tre docenti su 27 inclusi assistenti vari..umm..cosa Le dice? Che l'università scoppia di salute e che la schiacciante maggioranza di chi vi lavora sono, nella migliore delle ipotesi, persone capaci di fare il loro mestiere? Non credo. Per non parlare dei perversi meccanismi burocratici e del modo in cui imbrogliano nel vero senso della parola lo studente. Ora, credo e pretendo che, con quello che pago, l'università mi dia qualcosa, altrimenti me ne stavo a casa mia e se proprio volevo fare l'architetto mi aprivo uno studio e buona sera. Ma credo che neanche la mente più contorta possa arrivare a prendere per buona questa soluzione. Lei reputerà pure la massa studentesca una mole di cretini patentati, ma il metodo che usa, se permette, è abbastanza arbitrario. Le assicuro che ho visto gente che, per essere buona, non sapeva nè leggere nè scrivere laurearsi, e gente sicuramente più in gamba ristagnare se non abbandonare del tutto gli studi da poter scrivere un trattato. Ma non per incapacità, ma perchè nauseati letteralmente dal puzzo dei metodi dell'ateneo, da insegnanti incapaci e da corsi inutili e mortificanti. Se c'è chi si tappa perennemente il naso e va avanti senza farsi mai mezza domanda, non vedo perchè, chi l'anima da subalterno non ce l'ha, debba ritirarsi e lasciare il campo a chi ha tre strati di pelo sullo stomaco e butta giù qualsiasi schifezza.
Affermare che chi si sente in crisi nelle attuali facoltà di architettura è poco più di un pirla, è sintomo di arroganza e di presunzione delle più bieche. Chi non si pone le domande " Ma cosa mi stanno insegnando? " ," E' logico quello che mi IMPONE di fare il docente? " e non cerca di verificare che molto spesso quello che ci dicono non è logico e ha molte falle e non si accorge che la maggior parte dei discorsi e degli insegnamenti che ti fanno ogni giorno molto spesso non ha nè senso ne basi culturali, probabilmente o è troppo intelligente e superiore, oppure di domanda dovrebbe farsene veramente una sola: " Ho abbastanza spirito critico e personalità per non accettare come misera sbobba da caserma tutto quello che mi propinano qua dentro?"
Bella domanda che però chi si reputa un genio "a prescindere" e loda come luce divina dall'alto tutto quello che gli dice qualcuno basta stia dietro ad una cattreda, non si fa e non si farà mai.

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Commento 839 di Isabel Archer del 19/11/2004


Benvenuti nella nazi-università di Luigi Moffa, sono benvenuti solo gli studenti superdotati, voi, plebaglia spuria, non contaminate (per carità) il sacro lavoro di questi pochi eletti. Ma sì, mettiamoci un marchio su quelli che danno scarsi risultati, ma sì, fin dalle elementari, così sono bollati per sempre. Terragni? Un povero deficiente. Ma che motivo avrà poi mai avuto per essere insofferente all’insegnamento accademico del politecnico… mumble rumble… Leonardo Da Vinci? Uhm… ah sì quel pazzo che voleva inventare una macchina per volare, era pure dislessico, certo, come Einstein, Picasso, Michelangelo, John Fitzgerald Kennedy, Mozart, Giulio Verne ecc.
La ricerca pura… roba per sognatori, gente che non ha i piedi per terra. Al massimo potremmo racimolare qualche soldino in più per incrementare la ricerca applicata.
Peccato che nel mondo del superarchitetto (l’Italia…caspita che onore), che tutto vede e tutto capisce, i fondi spesi per la ricerca siano superiori in Europa solo alla Spagna, che in ogni caso dimostra un incremento in questo senso molto promettente, similmente a molti paesi che in Europa ci sono appena entrati o ci devono ancora entrare. Ma da dove escono allora tutti questi professori così brillanti? Magia.
Oh, ma è un onore che i nostri grandi ingegni vengano reclutati nel mondo intero, chissà perché, però, in Italia non ci viene quasi nessuno a studiare e a lavorare, questo non le dice niente gentile Luigi Moffa? Ma vuoi vedere che bisogna modificare i metodi di reclutamento dei docenti?
Ah, non sa cos’è il fenomeno del localismo nei processi concorsuali universitari, strano, se ne parla da un po’… si vede che lei di “maghi che da un cilindro estraggono conigli, colombe, e mazzi di fiori” ne sa più degli studenti stessi.
Il sovraffollamento costituisce un problema, eh sì, ma principalmente per gli studenti stessi (subdotati, normodotati e superdotati): ne cadono a centinaia nei primi anni di università, sconfitti dalle condizioni mortificanti in cui sono costretti a seguire le lezioni, scrivendo gli appunti in piedi, ammassati gli uni su gli altri, mentre il professore ha la sua bolla d’aria assicurata ed invita amenamente ad andare fino a casa sua allo scopo di fare le revisioni in tutta tranquillità, non importa quanti chilometri si debbano fare e quanta benzina occorra. Chi completa un corso di architettura ne esce più tosto di un marine, questi sì che sono vantaggi, vuoi mettere? Chissà se lo studente dotato ce li ha gli attributi per combattere questa guerra, magari sarà scappato anche lui insieme agli sciagurati che non avevano niente di meglio da fare e soldi da buttare.
Sa, signor Moffa, mentre dico queste cose mi passa la voglia di essere ironica. Il numero di università in Italia rapportato alla popolazione è veramente esiguo, controlli. Ma non è la scarsa quantità, in fondo, la madre di tutti i mali, piuttosto la deprimente qualità dei sostegni morali e materiali destinati alla didattica. Quello che avviene in America è molto differente e non paragonabile alla realtà italiana, mi viene da ridere solo al pensiero delle teaching universities e research universities trapiantate in Italia, ma dove ci avviamo?
Il fenomeno dell’università di massa, poi, è qualcosa di inarrestabile, in Italia e all’estero, se lei ritiene di essere in grado di bloccare la storia, faccia pure. Io, come lei, non auspico una scuola d’élite privatizzata (che, come dice anche lei, sarebbe alla fine privilegio di una ristretta cerchia di benestanti) e non l’auspico in nessun altro senso: ciascuno può dare a modo suo un interessante contributo all’architettura e mettere limiti alla provvidenza non mi sembra una buona strategia.
In quanto all’università a numero chiuso, rischia di diventare, in un ambiente ormai usurato come quello della formazione, un’arma a doppio taglio.
Insomma signor Moffa, diciamola tutta, l’università italiana è già una scuola d’élite, lo è sicuramente nell’abitudine estesa di dispensare vantaggi settari ai docenti e agli studenti privilegiati.
Io per fortuna l’università l’ho conclusa da un pezzo, ma oltre alla facoltà in cui mi sono laureata, ho avuto modo di conoscere la realtà di molte altre facoltà italiane di architettura. Naturalmente non è il guadagno (almeno non diretto) che la maggior parte dei docenti universitari rincorre propinando i propri libri (e libri di professori “affettuosamente” connessi), si tratta di prestigio, visibilità, scambio di favori, intrecci professionali paralleli all’università, carriera ecc. Solo una ristretta cerchia di professori onesti, realmente validi (qualcuno, per opera della sorte, può venire fuori anche dal cilindro dei raccomandati) desidera comunicare i propri studi, le proprie ricerche (serie) ed integrarle ad una lettura critica che coinvolga gli studenti stessi in maniera attiva. Ma non mi sembra di dire assolutamente niente di nuovo.
In quanto a discernere tra ciò che è posticcio

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Commento 836 di Luigi Moffa del 18/11/2004


Non volevo colpevolizzare nessun studente che durante il percorso degli studi incappa in periodi di crisi più o meno giustificati. Ho scritto di una società che vive di mode a breve scadenza e di un'Architettura che non ha opposto, perchè inerme, nessuna contro misura che limitasse l'affluenza di soggetti più o meno dotati. Certo, esistono ancora i test di ammissione ed un numero limitato di immatricolazioni annue. Ma anche questo tipo di sistema lascia alcune perplessità. Ma non è di questo che volevo parlare.
Nell'era dei continui tagli all'istruzione pubblica temo un collasso della stessa o quanto meno uno sfoltimento di menti che per interessi economici preferiranno l'istruzione privata. Se cosi fosse (un qualcosa di molto simile avviene già da tempo in America), ci sarà un'istruzione privata di alta qualità perchè laddove entrano in gioco cifre ingenti di denaro (frequentare quel tipo di università diverrebbe molto oneroso) il servizio offerto deve assicurare docenti di qualità. L'attrazione dei docenti risulta maggiore se si pensa al prestigio professionale che deriva dall'insegnamento in una scuola con un "buon nome". E ci sarà un'istruzione pubblica frequentata dai meno facoltosi, economicamente, e da docenti che per proprie capacità non possono aspirare a quella privata. La storia ci ha insegnato che civiltà passate molto sviluppate come la nostra subirono un declino che andò di pari passo con il crescere della distinzione tra ricchi e poveri.
Ma fortunatamente siamo ancora lontani da questo tipo di scenario. Certo che l'attuale sistema universitario italiano, ed in particolare le facoltà di Architettura, vivono quotidianamente problemi di sovraffollamento. Cosi è facile trovarsi a dover frequentare un corso di progettazione con più di cento iscritti. Quanto è gestibile tutto ciò? Ore ed ore di estenuanti attese per poter fare dieci minuti, nel migliore dei casi, una revisione su di un lavoro settimanale. Liste di attesa interminabili per poter sostenere un esame. E tutta una serie di altri problemi che conosciamo. Credo che in tutto ciò non sia giusto mettere sullo stesso piano studenti dotati rispetto a studenti che vedono l'Architettura come una magia. Della magia conosco streghe e fatture, maghi e cilindri. Non siamo maghi che da un cilindro estraggono conigli, colombe, e mazzi di fiori, estasiando bambini affascinati dall'ignoto. L'Architettura non si fonda su trucchi. Anche se a volte la cozzaglia di materiali, forme, e stravaganze che vediamo in giro può far credere questo. A mio avviso vi dovrebbe essere molta più selezione tra chi si candida a voler scrivere i destini della futura Architettura. Oggi tutti vogliono essere artisti, e vedono nell'Architettura un facile mezzo raggiungibile anche con scarse capacità. E non si sbagliano di molto. Perchè alla laurea arrivano persone che dell'Architettura non hanno capito un gran che. E molto probabilmente non la capiranno mai. Ne abbiamo già troppe di mine vaganti.
La selezione è fattibile gia al primo anno di corso. Non si parte mai dal nulla, e per questo la vocazione è riconoscibile. La selezione permette di poter incentrare le energie dei professori sugli studenti più meritevoli. Ripeto, più dotati. E, credimi, tutti ne trarremmo vantaggio.
In quanto ai professori, non so Lei che facoltà abbia frequentato o stia frequentando, ma della casistica da Lei proposta (parla di professori che obbligano i giovani studenti a comprare libri autografi, di professori che declamano le proprie teorie spesso posticce senza concedere alcun dibattimento critico) ne ho conosciuti un 5% sul totale dei docenti che ho frequentato. Sono sicuro che la stragrande maggioranza degli attuali docenti siano persone valide e dotate di dignità che non la vendono per un incasso di poche centinaia di euro annue. Inoltre i "cosiddetti esami complementari" sono opzionali. Per fortuna vi è una vasta scelta, e mi creda: non tutto quello che per lei e "posticcio" è posticcio anche per gli altri.

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Commento 835 di Isabel Archer del 17/11/2004


Per Luigi Moffa

Trovo estremamente disdicevole colpevolizzare gli studenti che non sono, in realtà, vittime di allucinazioni collettive. E trovo quantomeno meschino mortificare il sentimento astratto con in quale una giovane mente, che non ha mai visto compiersi la vera architettura intorno a sé, si avvicina alla disciplina dell’architettura (non sostanziata esclusivamente da cemento ed equilibrio statico).
Vogliamo forse negare che nelle facoltà di architettura italiane s’insegnano tecniche e teorie della progettazione vecchie almeno di 20 anni? Vogliamo negare che la storia dell’architettura non è rapportata, se non in rare eccezioni didattiche, alla storia contemporanea che più da vicino ci riguarda?
Per non parlare dei cosiddetti esami complementari, recessi oscuri in cui (più che negli insegnamenti fondamentali) ciascun professore (protetto da identificazioni nominali rassicuranti) declama le proprie teorie (spesso posticce) senza concedere alcun dibattimento critico ed obbligando i giovani studenti a comprare libri autografi (o forse dovrei dire testamenti olografi?) che solo la magnanimità della sorte può far coincidere con letture interessanti e non con la più diffusa carta straccia.
Abbiamo le università piene di professori raccomandati, la teoria dell’evoluzione ne discende inesorabilmente minata.

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Commento 834 di Luigi Moffa del 17/11/2004


A volte sorrido di fronte alla facilità con cui vengono mosse certe critiche. Ma questo è il paradosso della critica stessa: che critica sarebbe se non vi si induvidua solo ciò che proprio non va? L'accusa resta ancora il metodo più semplice per farsi accettare in un circolo vizioso dove tutto è suscettibile di condivisione o di ulterori critiche.
Cosi Chiara Manzoni desiderava docenti che fossero meno docenti e più umani. Perchè dopo due anni e mezzo di frequentazione della facoltà di Architettura non capiva ciò che il docente spiegava. Mi sorge un dubbio: Chiara Manzoni si è mai chiesta allora se era realmente portata per gli studi intrapresi? Purtroppo nella società delle mode l'Architettura non ha avuto scampo. Ed il numero delle opere realizzate in un anno è inferiore al numero dei neo-laureati.
Poi, però, dopo due anni e mezzo di frustazioni, dettati da continui ripensamenti fino al punto di voler abbandonare tutto, quasi per magia (Lei lo chiama destino...) grazie all'aiuto di un angelo ispiratore poco più grande di lei, arrivarono le conferme tanto attese. Lo studente di architettura prima, e l'architetto poi, non possono non essere estremamente narcisisti e convinti ed orgogliosi dei propri mezzi. L'autostima non può calare perchè ne risentirebbe il confronto verso un'arte che per sua stessa natura tende a dominarci, ma che dobbiamo imparare a dominare. Se non si domina non si possiede. E se non si possiede non si può pretendere di parlare ed intendere Architettura.
Quanto e cosa può pretendere uno studente da un docente? Cosa può insegnare un docente di progettazione ad una massa di 80 studenti annui? Nella migliore delle ipotesi insegna ciò che ha appreso, metabolizzato, maturato e prodotto nel tempo. E che di solito non si ferma a "due libri pubblicati che raccontano cose gia scritte". Nella logica di tale migliore ipotesi, il docente è in possesso di un linguaggio, non solo verbale, atto a spiegare le sensazioni vissute in prima persona. A questo punto si può non condividere il modo di fare architettura di quel determinato docente, ma non si può non capire ciò di cui si sta parlando. Quando accade di non capire credo sia il caso di cambiare l'indirizzo degli studi intrapreso. Chiedo: si può pretendere che un docente di progettazione ci insegni a progettare?
Molto carina la descrizione fiabesca dell'Architettura come magia. Voglio sperare che Chiara Manzoni non cercava cartomanti ma architetti che parlavano Architettura.

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Commento 829 di Chiara Manzoni del 14/11/2004


Sono Chiara,
una neo laureata in Architettura al Politecnico di Milano e in merito all'articolo del Prof Ferrara (che ho avuto in un corso di Progettazione Architettonica, secondo anno), sento l'esigenza di manifestare il mio punto di vista riguardo l'esperienza che ho accumulato in questi lunghi anni di facoltà.
Se soffermarmi nei meriti e vantaggi di seguire le lezioni di alcuni Professori è pressoché scontato nonché giusto, non è di questo che volevo scrivere.
Mi spiego meglio: fin dai primi giorni in cui frequentavo la facoltà sono sempre rimasta affascinata dalla figura del Professore, un po’ come succede al tifoso di fronte al suo campione preferito.
Allora avevo 18 anni, ero giovanissima, con tanta voglia di fare, ma anche molto ingenua e indecisa, a quell’età è difficile avere autostima, è difficile credere in se stessi senza mai dubitare, ecco perché per noi una figura più grande che ci conforta e ci aiuta è molto importante, anzi di più è indispensabile.
Certo non tutti si pongono questo obiettivo, ho conosciuto compagni che non si sono mai lasciati prendere dal panico e sono andati dritti per la loro strada senza esitare, beati loro… io invece per almeno due anni e mezzo non ero per nulla convinta di quello che stavo facendo, quante volte ho pensato di mollare tutto… Quando raccontavo i miei dubbi, mi dicevano sempre che ero troppo sensibile, troppo sveglia, che dovevo pensarci di meno e io non capivo se ciò era giusto: ho sempre creduto che i miei dubbi fossero legittimi, c’era in ballo il mio futuro!
Ma intanto frequentando le lezioni potevo conoscere vari Professori, tutti bravi, tutti intelligenti, tutti belli e affascinanti, avevano proprio tutto per catturare le tue attenzioni, eppure ciò non mi bastava… Sapete perché?
Perché fare il Professore non vuol dire fare una lezione, una revisione e poi via dall’aula perché impegnato in una conferenza o qualcosa del genere, no… i primi due anni ero in crisi perché nessuno era in grado di spiegarmi bene quello che dovevo fare e così in questi anni di architettura ho capito una cosa, che manca del tutto la didattica, a volte penso che gli insegnanti delle medie inferiori siano molto più preparati, sanno organizzare le loro ore a disposizione, sanno farsi capire, in poche parole sanno insegnare.
E’ così difficile?
Certo bisogna prepararsi, non basta fare gli assistenti per un paio d’anni e diventare Professori grazie a due libri pubblicati che raccontano cose già scritte. Ci sono assistenti che non sanno che a volte ci basta un sorriso per sentirci felici e realizzati. Ma non ho voglia di criticarvi, vi chiedo solo di mettervi nei nostri panni e capire cosa vuol dire cercare di fare un progetto a 18 anni totalmente ignorante, spesso ci accusate di scarso impegno, ma allora questo vuol dire che dobbiamo arrangiarci e fare gli autodidatti, no grazie, non è così che si diventa architetti.
Per fortuna ho incontrato una persona che ha saputo con pazienza e volontà indirizzarmi la giusta strada, ma quello è un segno del destino e poi non è nemmeno un Professore, ma una ragazza un po’ più grande di me.
Avete capito che in fondo noi vi vorremmo un po’ meno affascinanti, ma più umani, un po’ meno Professori, ma persone più grandi di noi capaci di insegnare quella magia di nome Architettura.
Questa è la vostra sfida.
E anche la nostra.

Chiara Manzoni
ex allieva del Politecnico

p.s- dopo 6 anni (anzi 7 anni) di università mi trovo alla ricerca di un lavoro, senza un briciolo di esperienza... con la beffa di trovare un mondo, quello del lavoro, totalmente diverso da quello universitario... ma almeno adesso posso fare la grande valigia e decidere io dove andare.

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14/11/2004 - Paolo GL Ferrara risponde a Chiara Manzoni

Quello che Lei scrive è indubbiamente vero. Resta il fatto che ciascuno di noi, docenti universitari, ha una personalissima coscienza del ruolo che ricopre. Detto ciò, soprattutto in virtù che sono stato un suo docente, mi assumo parte della responsabilità della situazione che ha descritto. Quello che desidero sottolineare è proprio questo, ovvero che i docenti hanno un ruolo fondamentale per far sì che lo studente si appassioni alla materia. Non accampo scuse di sorta, soprattutto se è vero che ho sempre affermato che l'università deve stare al vostro servizio. Posso però timidamente dire che non è facilissimo cercare d'insegnare, anche per chi crede in quello che fa: la facoltà di architettura è sempre più un pachiderma che vorrebbe correre (quanti esami dovete fare??) e, per chi vi è in groppa, spesso è difficile restarci. Comunque sia, grazie: mettere in evidenza i limiti della didattica è un piccolo passo per cercare di migliorarla.
cordialità

 

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