Giornale di Critica dell'Architettura

COMMENTI RECENTI

Commento 14731 di vilma torselli
del 11/09/2018
relativo all'articolo Centro/periferia: il grande gelo di Vincenzo_Ariu


Roland Barthes scrive di “un senso cenestetico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro i cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi, in una parola, inventarsi ….. il centro delle nostre città è sempre pieno: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese), il potere (con gli uffici), il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le «agorà»: caffè e passeggiate). Andare in centro vuol dire incontrare la ‘verità’ sociale, partecipare alla pienezza superba della ‘realtà’.” Il senso della cenesteticità della città è di origine culturale, viene conservato e trasmesso con l’evoluzione e perpetrato attraverso l'immagine del centro come la parte migliore della città, la più degna di essere tramandata e anche se quanto esterno raccoglie significati che il centro rifiuta o reprime, li riconosce tuttavia come indispensabili all’esistenza stessa di un centro che non avrebbe identità senza le relazioni binarie che lo connettono ai margini. “Il punto centrale del centro-città [………] non è il punto culminante di alcuna attività particolare, ma una specie di "fuoco" vuoto dell’immagine che la collettività si fa del centro. Abbiamo dunque, anche qui, un’immagine in qualche modo vuota che è necessaria per l’organizzazione del resto della città” scrive ancora Barthes.
Oggi, in un mondo in cui lo spazio fisico sta perdendo importanza a favore della mobilità virtuale, forse non è necessario che le periferie si ‘emancipino’ e diventino ‘centro’ per acquisire pregio, ma è necessario che scoprano la loro vocazione di entità priva di preciso significato e al tempo stesso  capace di accoglierli tutti, serbatoio di risorse e di potenzialità impensate che non va necessariamente reintegrato nella logica produttiva e funzionale della città per avere un senso, non un disturbo a cui rimediare o un problema da risolvere, ma una realtà urbana che può fare dei propri difetti un valore.
La periferia come terrain vague, organismo di frontiera e di confine, punto di contatto fra due identità diverse ma non opposte, una sorta di post-metropoli dove si è spontaneamente modificato il rapporto tra urbano e suburbano, non necessariamente a struttura unitaria, omogenea e concentrata ad imitazione di un ipotetico ‘centro’, ma un insieme di luoghi autonomi e singolari, senza ordine gerarchico né con il centro né tra loro.

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Commento 14719 di vilma torselli
del 04/08/2018
relativo all'articolo Centro/periferia: il grande gelo di Vincenzo_Ariu


La nostra cultura occidentale ci impone “un senso cenestetico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro i cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi [.…..] il centro delle nostre città è sempre pieno: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese), il potere (con gli uffici), il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le "agorà": caffè e passeggiate). Andare in centro vuol dire incontrare la "verità" sociale, partecipare alla pienezza superba della "realtà".”  (‘L’impero dei segni’, Roland Barthes, 1970)
Il senso della cenesteticità della città è di origine culturale e viene conservato e trasmesso con l’evoluzione e perpetrato attraverso l'immagine del centro come la parte migliore della città, la più degna di essere tramandata, tanto che l’uomo tendenzialmente propende a costruire a somiglianza del costruito rappresentato dal centro, e anche se quanto esterno raccoglie significati che esso rifiuta o reprime, li riconosce tuttavia come indispensabili all’esistenza stessa di un centro che non avrebbe identità senza le relazioni binarie che lo connettono ai margini. “Il punto centrale del centro-città (ogni città possiede un centro) [………] non è il punto culminante di alcuna attività particolare, ma una specie di "fuoco" vuoto dell’immagine che la collettività si fa del centro. Abbiamo dunque, anche qui, un’immagine in qualche modo vuota che è necessaria per l’organizzazione del resto della città”, scrive ancora Barthes.
Questa interazione, in un mondo in cui lo spazio fisico sta perdendo importanza a favore della mobilità virtuale, forse non deve necessariamente essere conflittuale, sta emergendo un modello sociale a vocazione connettiva basato su comunità metaterritoriali slegate da ogni identità collettiva di appartenenza, una 'comunità connessa’ in cui le informazioni si aggregano per le loro funzioni e non le loro posizioni, acquisendo di volta in volta significato dal loro modo d'uso.
L’informazione è per sua natura ‘equidistante’, superando una serie di stereotipi contrapposti quali centro/periferia, prossimità/lontananza, concentrazione/frammentazione, si può provare a considerare le periferie non come luoghi (o non-luoghi) generici e senza identità, ma come luoghi con dinamiche sociali e spaziali specifiche, non necessariamente in rapporto gerarchico o antitetico con il centro città, in grado di veicolare significati autonomi, nuovi, diversi.

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Commento 14699 di mario coscia
del 05/04/2018
relativo all'articolo Merchants’ National Bank
(1914)
di Ugo_Rosa



inviterei questo saputello
(UGO ROSA)
a leggere quello che frank lloyd wright stesso
scrisse del suo "caro maestro."

p.s. dispiace, oltretutto, leggere delle offese gravissime rivolte a sullivan
da questo perfetto sconosciuto.

" questo perdente "
" la sua tartarughesca esistenza di fallito e di perdente "

MA COME SI PERMETTE !



http://www.organicarch.it/index.php?contenutoID=313

http://www.organicarch.it/index.php?contenutoID=312

http://www.organicarch.it/index.php?contenutoID=311


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Commento 14680 di vilma torselli
del 21/01/2018
relativo all'articolo OcchioPinOcchio di Ugo_Rosa


La predominanza dello sguardo, ipocrita, bugiardo, prepotente e ingannatore che sia, ha ragioni soprattutto evolutive ed è iniziata quando un nostro lontano antenato si è faticosamente drizzato sulle zampe posteriori scoprendo, da quella insolita altezza, nuovi, sconfinati orizzonti in cui spaziare (con lo sguardo), ricavando una visione del territorio infinitamente più ampia e più ricca di informazioni 'osservabili' utili per la sua sopravvivenza. Voglio dire che "la parte del leone" l'occhio non se la è presa, gliele abbiamo data, privilegiando una scelta evolutiva che, pare fino ad oggi, è stata la più utile (quand'anche non necessariamente la migliore) per la nostra sopravvivenza.
Certo, il naso si è allontanato dal suolo e l'odore dell'humus si è fatto più debole, la localizzazione data dai suoni è passata in secondo piano a fronte della precisione della visione e forse è da allora che è cominciato l'adattamento selettivo per l'utilizzo dei nostri miseri cinque sensi, orientandosi alcuni verso la coscienza rappresentativa e cognitiva, altri verso quella affettiva.
Così un neonato riconosce la madre dall'odore che emana, dal sapore del cibo che gli fornisce, dal suono della voce, dal contatto fisico di un corpo caldo, finendo solo in seguito per privilegiare il canale visivo che allo stato attuale, ci fornisce circa l'80% delle informazioni sul mondo che ci circonda.
Quanto a Goethe, più fonti gli attribuiscono queste considerazioni: "Usare occhiali non ha un effetto costruttivo per gli uomini. Quando vedo attraverso le lenti, sono un altro uomo. Non mi piaccio più. Vedo più di quanto sia necessario vedere. Il mondo visto eccessivamente nitido non va d'accordo con il mio io nella sua globalità."
Ma non basta più non mettersi gli occhiali, perché oggi ogni riflessione sulla nostra identità passa attraverso il selfie, che innesca un processo cognitivo, emozionale e relazionale attorno ad un racconto autobiografico dove l'io soggetto-spettatore e l'io oggetto-rappresentato coincidono. E non ci sono scappatoie.

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Commento 14675 di Alberto Cuomo
del 09/12/2017
relativo all'articolo Merchants’ National Bank
(1914)
di Ugo_Rosa


Nutrivo sospetti sul rapporto di Wright con Sullivan. Non conoscevo questo progetto. Grazie a Ugo Rosa per quanto scrive e per come scrive.

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Commento 14674 di Sandro Lazier
del 08/12/2017
relativo all'articolo Deformazione culturale di Sandro_Lazier


Mai così attuale.
"Inseparabile dalla fede architettonica è la fede in alcuni principi generali di ordine politico e sociale. I seguenti principi costituiscono per noi le premesse ideali dell'Architettura Organica:
1) La libertà politica e la giustizia sociale sono elementi inscindibili per la costruzione di una società democratica. Tutti i fascismi, insieme a tutte le istituzioni che li hanno favoriti e che potrebbero farli rinascere, sono perciò da condannare.
2) E' necessaria una costituzione che garantisca ai cittadini la libertà di parola, stampa, associazione, culto; l'eguaglianza giuridica di razza, religione e sesso; il pieno esercizio della sovranità politica attraverso istituti fondati sul suffragio universale. Per nessuna ragione è giustificata l'oppressione delle libertà democratiche.
3) Accanto alle libertà democratico-individuali, la costituzione deve garantire al complesso dei cittadini le libertà sociali. Crediamo perciò nella socializzazione di quei complessi industriali, bancari ed agrari, i cui monopoli sono contrari agli interessi della collettività.
Crediamo nella liberazione delle forze del lavoro e nella fine dello sfruttamento del lavoro per fini egoistici.
Dobbiamo tendere ad una cooperazione internazionale dei popoli opponendoci a tutte quelle forme di miti e di risentimenti nazionalistici e autarchici che sono state cause e caratteristiche del fascismo.
Chiedere libertà e giustizia per la propria patria è giustificato nella misura in cui questa libertà e questa giustizia si identificano con la libertà e la giustizia per tutte le patrie...".
(Bruno Zevi - Fondazione dell' APAO 1945)

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Commento 14673 di Guidu Antonietti
del 08/12/2017
relativo all'articolo Deformazione culturale di Sandro_Lazier


SOLILOQUE DE L’ARCHITECTE

https://fr.wikipedia.org/wiki/Soliloquie

Ca y est j’ai décidé
J’arrête l’Architecture,
je viens de racheter une boutique de fausses antiquités romaines
A Palerme !
Qui m’accompagne ?
Sauf si soudain l’envie me reprenait
D’exercer mon ancien métier :
accordeur de Piano…n’est-ce pas Rogers ?
Le thé est servie sur la terrasse …
De quoi discuter de la pertinence d’un bon choix d’ensoleillement …
Plein sud évidemment… quoique que le couchant, c’est bien aussi ..
Et si nous allions au concert ?
Rock, Jazz, ou musique baroque …
Andrea Palladio traçait bien ses esquisses
en compagnie de Claudio Monteverdi …
En préalable je vais tondre la pelouse ... 
Une façon comme une autre de tracer des lignes dans l'espace ... 
Ma façon à moi de faire du Land Art... 
Oui, Architecte devant sa page blanche ...
Vu que je ne suis né pas très loin de la tour de Pise 
je me dis que celle de Babel a de beaux jours devant elle … 
Oui, c’est bien en Italie que l’on a inventé la fonction oblique. 
Et de tour sans fin, moi … je n‘ai jamais eu besoin …
Sur un coin de table, 
j'ai toujours un bloc notes carré 
qui me permet à certains instants de dessiner 
ou d'écrire comme bon me semble. 
Ces instants privilégiés où je prends le stylo et ou je dessine 
sont de véritables minutes de détente et d'évasion. 
Dans ces instants, la main guide l'esprit... 
le temps que l'esprit reprenne la main.
J’ai toujours pensé que le palmier était bien plus qu’un arbre d’agrément,
Un graphisme jaillissant du stylo,
Qui ferait un beau contrepoint à une maison bleue …
La question c’est qu’il est bien plus facile de répandre de l’azur
Sur une façade simple
que de faire pousser un chamérops dans le désert…
Constructivisme…déconstructivisme ?
Au temps des cathédrales on y avait déjà pensé !
Non ?
L’Architecture est invariable …seul change ceux qui la font !
De nos jours ils ne sont plus anonymes …enfin presque plus !
Ce qui a changé c’est la manière de la communiquer !
D’ordinaire les Architectes
Dessinent peu les aménagements urbains de détails …
En France surtout…
Les ingénieurs des services techniques des villes traçant simplement
la plus courte logique de leurs réseaux avec l’aléatoire comme seul parti…
une exigence valant une autre…
C’est le regard qui en rétablissant la poétique du hasard des sols,
sait son essentielle reconstitution …
Je signe systématiquement mes bâtiments,
les maîtres d’ouvrage n’apprécient pas toujours …
Mais ils ne peuvent s’y opposer c’est inscrit dans la loi,
La qualité d’auteur d’un projet est imprescriptible.
Je ne l’ai encore jamais fait de façon autographe
J’y songe pourtant …
Serais-je appeler en justice pour dégradation d’édifice ?
Un nom qui commence par star et qui finit comme sark,
Une qui étoile qui brille un prédateur qui réussit,
L’homme identifié aux objets consommés …
Philipe Starck
Oui c’est ça nommer… se nommer…
Au fait Design cela veut dire dessin tout simplement…
Pourquoi les objets design sont souvent over design ?
Mon rêve serait d’organiser une expo de meubles quakers
Seulement conçus… mais sans dessin justement …
Certaines toiles de Chirico,
Qui sont manifestement provoquées par des sensations d'origine Architecturale,
Peuvent exercer une action en retour sur leur base objective,
Jusqu'à la transformer…
Elles tendent à devenir elles-mêmes des maquettes.
D'inquiétants quartiers d'arcades pourraient un jour continuer,
Et accomplir l'attirance de cette oeuvre.

Amitiés cher Sandro
Guidu

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Commento 14672 di vilma torselli
del 29/11/2017
relativo all'articolo Cartella L - sezione museo di Antonio_Mastrogiacomo


Come spesso accade quando si parla di 'mode', culturali e non, l'Italia sta cercando di adeguarsi al modello americano, efficacemente rappresentato, uno per tutti, dal Guggenheim, una griffe come Prada e Armani diffusa nel mondo, a New York a Bilbao a Venezia a Berlino (dove è in joint-venture con Deutsche Bank), vera e propria multinazionale dell’arte che gestisce la totalità delle opere del ‘900 e parallelamente un enorme bilancio per ciò che riguarda l’indotto (vendita di cataloghi, riproduzioni, gadget firmati, shop museum, guggenheim store, café museum ecc.), una delle multinazionali dell’arte in mano a famiglie americane ricche e potenti che, mettendo a frutto le proprie opere private, gestiscono autonomamente oltre ai vari Guggenheim, il Getty Museum, il Whitney Museum, il Metropolitan ecc. per iniziativa di singoli individui ai quali la comunità, diversamente che in Italia, non ha delegato alcun compito rappresentativo.
Nulla di male che il museo, oltre che cultura, produca anche reddito e servizi, anzi, tuttavia, come commenta Salvatore Settis in una vecchia ma ancora attuale intervista su Repubblica, non va dimenticata la "profonda differenza ontologica tra musei italiani e statunitensi” secondo la quale “i musei americani non hanno alcun legame storico con il luogo in cui sorgono, a differenza dell'Italia dove formano invece un tutt'uno con la città, il villaggio, il paese. Gli Uffizi appartengono a Firenze così come Firenze è rappresentata dagli Uffizi. Il Metropolitan, il Getty sono delle "astronavi" che potrebbero vivere ovunque negli Stati Uniti …. ”. (http://www.repubblica.it/2003/j/sezioni/cronaca/musei/settis/settis.html).
Quindi sì a ristorazione, bar, oggetti ricordo, gadget, cataloghi, volantini e quant'altro, ma soprattutto iniziative e nuove idee per la valorizzazione del "nesso museo-territorio", per non omologare il nostro paese unico e bellissimo, fatto di realtà molteplici ed tutte diverse, alla imperante McDonaldizzazione che non ci rappresenta e non ci meritiamo.

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Commento 14670 di Raffaele Cutillo
del 23/11/2017
relativo all'articolo Passaggi di riconversione simbolica:
il caso di
di Andrea_Bulleri


Ottimo testo, Andrea. Un tema che andrebbe allargato anche alla statica in_esperienza italiana al riguardo. Complimenti.

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Commento 14665 di vilma torselli
del 31/10/2017
relativo all'articolo Architettura al MAXXI, utopia o realtà? di Ambra_Benvenuto_


Come dire: meglio l'utopia della realtà, meglio la versione disneyzzata tipo "minitalia" piuttosto che una realtà che, al banco di prova, si rivelerebbe deludente e inadeguata. Questa spiazzante virtualizzazione del mondo alla quale google maps ci ha introdotto, con viaggi impossibili nell'infinitesimale già appannaggio della letteratura fantasy del '900, mi sembra un pessimo segnale sia per gli architetti che per i fruitori della loro architettura, almeno fino a che non sarà possibile la miniaturizzazione degli utenti come in un celebre film degli anni '60.

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Commento 14659 di Giulio
del 20/10/2017
relativo all'articolo Preludio di Ugo_Rosa


Potremmo dire che l'architettura vale meno di niente....... ma allora l'architettura vale più di tutto
L'architettura é un tutto alla ricerca di quel niente che per sua natura non può esserci

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Commento 14536 di Mario Galvagni
del 27/07/2017
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca di Sandro_Lazier


L’Architettura costruita
Bruno Zevi nella sua vita di studioso invitava a pubblicare sulla rivista “L’Architettura cronaca e storia”da lui fondata e sui suoi libri soltanto edifici costruiti. Nessun progetto non costruito.
Le ragioni sono che, l’osservatore vivendo gli spazi interni dell’edificio percepisce la dimensionalità delle tre coordinate spaziali, mentre vivendo gli spazi esterni egli percepisce la coordinata temporale. La coordinata temporale è quella che plasma lo spazio esterno e , percorrendolo ci coinvolge emotivamente.

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Commento 14522 di MARCO
del 09/05/2017
relativo all'articolo Pritzker Architecture Prize 2017 di Sandro_Lazier


Ottimo articolo molto coinvolgente.
http://www.calcolostrutture.net/

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Commento 14445 di andrea pacciani
del 09/01/2017
relativo all'articolo Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Ital di Sandro_Lazier


"contenere sale ed auditorium in una configurazione informale rispetto all’involucro stereometrico che la ospita".
Ciò non accade nell'edificio di Fuksas poichè stereometriche sono gli spazi interni delle sale e dell'auditorium per cui il formalismo della nuvola è assolutamente gratuito e manierista; pertanto nulla di nuovo per questa triste architettura fatta da un inutile groviglio di putrelle...
Siamo fermi ai capricci di un re sole dell'architettura moderna, poco cambia da questo progetto di casa elefante:

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Elephant_fountains#/media/File:Ribart_Elephant_triomphal.jpg



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9/1/2017 - Sandro Lazier risponde a andrea pacciani

Stereometrici gli interni della nuvola?
Dalle sezioni non direi proprio.

 

Commento 14431 di Massimo Pica CIAMARRA
del 30/12/2016
relativo all'articolo Auguri per il 2017 di Sandro_Lazier


Caro Sandro, grazie per la chiarezza delle tue valutazioni. Le condivido in pieno. Non concordo però sulle cinque righe conclusive, convinto che la logica globale in atto non spinga verso omologazioni, bensì debba far riflettere su differenze ed identità senza cadere in nazionalismi o caricature strapaesane. A scala globale vanno condivisi temi e principi, ma -ad esempio- l’attenzione alle questioni ambientali e climatiche si declina diversamente nelle varie regioni del pianeta. Cultura, comportamenti, forme di socializzazione, aspirazioni, non sono le stesse dovunque: tutto spinge il costruire al di fuori di ogni ipocrisia disciplinare. Urgono profondi rinnovamenti. S’impone paziente lavoro, ricerca, stratificazioni di innovazioni, anche molto diverse nei vari contesti.

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30/12/2016 - Sandro Lazier risponde a Massimo Pica CIAMARRA

Grazie Massimo per il tuo intervento. Capisco cosa vuoi dire e cosa contesti.
Vorrei però approfondire la mia tesi.
Mi piace che le diversità ambientali determinino soluzioni diverse, ma non mi piace che siano le diversità culturali a determinare le soluzioni. Questa credo sia la chiave.
Ho riflettuto molto sul fatto che tutta l’evoluzione, di cui gli aspetti storici e culturali sono l'esito e non il motore, sia fondamentalmente una faccenda che ha a che fare con la tecnica. Occorre tenere conto che le diversità culturali perdono la loro intensità nei luoghi in cui è alta la presenza della tecnologia. Lo sviluppo costante della tecnica produce, quindi, il processo inevitabile della perdita delle identità oggettive. A tale perdita irreversibile si è voluto contrapporre un canone artificioso, un salvagente dell’identità, un’equazione in cui l’aspetto culturale da variabile dipendente è diventato variabile indipendente, con la presunzione che sia un teorico impianto culturale a definire ciò che invece un tempo determinava la cultura.
Se i ruoli vengono ribaltati, e l’identità culturale diventa il promotore del cambiamento, questo non può avvenire se non guardandosi alle spalle, cercando di non perdere le forme della cultura, le uniche in grado di riconoscere, senza più badare alla sostanza. Ma occorre ricordare che non è quella cultura che ha prodotto quel passato, ma è stato quel passato che ha prodotto quella cultura.
Pensare di governare il presente con la cultura del passato è illusorio, e produce solo gli stessi guasti del passato.
Io credo, infine, che ogni essere umano abbia diritto al massimo della tecnica e della tecnologia, se questa serve alla qualità della sua vita. Se questo traguardo deve pagare il prezzo della perdita di alcune identità culturali, io sono disposto a pagarlo senza riserve e rimpianti.

 

Commento 14425 di Dipl. Architekt nicolo piro
del 13/12/2016
relativo all'articolo Complessità e contraddizioni della conservazione di Vincenzo_Ariu


L' Huffington Post 13.12.2016


Da Gentiloni una buona Politica per la


Stia però attento alla "lealtà" offertagli dal cannibale e sciacallo, imbro(co)glione, narciso e ignorante Matteo Renzi (e corte), per evitare che gli venga riservata la fine di Letta. La baggianata della crisi con in primo piano uno scialbo e zoppo pdR. Sergio MATTARELLA-BUCCELLATO, cerimonie, picchetti di (dis)onore, passarelle di cadaveri, stupidità raccontata dai media ruffiani ha un solo aspetto di positivo: la spedizione - speriamo definitiva - del pupo fiorentino nella discarica della storia di questa vuota repubblica dove, come narciso, avrà tutto il tempo per andare in cerca di pozzanghere dove specchiarsi.

Gentiloni, inoltre, che si guardi bene da comunisti velenosi come Del(i)rio ed Err a n o, e il più presto possibile provveda a sostituirli in quanto incapaci di gestire una operazione sì complessa come la ricostruzione dei luoghi colpiti dal sisma per la quale irrinunciabile deve essere il ruolo di studiosi di sociologia urbana, storia, storia dell' Urbattura medievale, ingegneri strutturisti, ingegneri tecnologici, e l' apporto oltremodo irrinunciabile di esperienze internazionali recepibili rivolgendosi ad architetti di Olanda, Germania, Danimarca, Giappone - in primis il grande architetto danese Jan Ghel - e con l' indire concorsi internazionali di progettazione, come esemplarrmente continua a fare la Germania, con punto focale proposte d' intervento nella città storica italiana medievale e alla riscoperta dei caratteri dei suo caratteri cristiani (Italia centrale) e islamici (Italia meridionale e Sicilia), avendo posto come punto di partenza una indagine accurata sull' Urbanistica greca (Polis) e romana (Urbs), vista come nucleo costitutivo della di grattacieli e musei, qual' è l' architetto Renzo Piano, o a istituzione universitarie come il "polimi", men che meno gestito da arruffoni e ignoranti politicanti come Del(i)rio e Err a n o - funzionali soltanto agli sporchi interessi di un Renzi superficiale, ignorante, traffichino e insensibile alla cultura - bensì trasferito a vere Scuole come le Università di Firenze e Napoli.

Porti, pertanto, il Capo del nuovo (mal)Governo, Paolo Gentiloni, la cultura urbana al posto che merita e che in questa Italia cialtrone non le viene concesso, e trovi il coraggio di fare del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti il incastonandovi ben saldamente gli ambiti e nel quadro di una saggia, quanto ammirevole, riarticolazione del Ministero nelle mani di un ministro-manager competente (p.e.: un architetto o ingegnere sudtirolese) e parlamentari architetti e ingegneri (Simona Vicari, Filippo Bubbico, architetti e parlamentari che sino ad oggi Hanno cialtronato e poltrito in ministeri estranei alla loro presunta qualificazione professionale, etc.) nel ruolo sottosegratari.

Questa sarebbe veramente la che noi italiani ci attendiamo, in ispecie quegli italiani che, come chi scrive (architetto e libero professionista in Germania), continuano a vivere ed operare in un clima di grande e sentita , qual' è quella che si respira in Germania, Paese nel quale vivo, dove quanto palpabile continua ad essere l' interesse per l' Urbatettura del Fascismo, testimoniato dalla recente pubblicazione della vita e delle opere di grandi architetti italiani di quella indimenticabile stagione, come Marcello Piancentini e Angelo Mazzoni, interesse preceduto dall' incomparabile lavoro di ricerca del Prof. Dr. Ing. Harald Bodenschatz (Università Tecnica di Berlino), raccolto nell' esaustivo volume: Städtebau für Mussolini/Urbanistica per Mussolini.

Un buon lavoro, pertanto, auguro a Paolo Gentiloni con l' auspicio che la Signora (architetto) possa essergli brava consigliera,

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www.lapiazza-oce.org
Categoria: Politica

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Commento 14424 di nicolo piro
del 12/12/2016
relativo all'articolo Ennesimo terremoto con disastro annesso di Sandro_Lazier


La nuova first lady è architetto , , , scrive la stampa ruaffiana

Speriamo che dia buoni buoni consigli al marito sulla ricostruzione (complessa) nel segno della cultura urbana dei Comuni colpiti dal sisma togliendola dalla mani dei vari Renzo Piano, "Polimi", Del(i)rio, Err a n o & derivati, coinvolgendo il contributo internazionale coniugandolo con tradizione e modernità nella ricerca di una nuova metodica di prevenzione di futuri disastri e, infine, nel tanto auspicato recupero dei centri storici.

La medievale del centro Italia (la ) ha carattaristiche diverse dalla medievale dell' Italia meridionale e della Sicilia, soprattutto, dove determinante è stato il contributo dell' Urbanistica islamica.

Due realtà diverse e affascinanti la cui interpetrazione non può essere lasciata all' architetto Renzo Piano, al Polimi ed all' ignoranza di quella malapolitica che arruola e sfama architettti come la signora Simona Vicari e il signor Filippo Bubbico per collocarli in ministeri che nulla a che vedere hanno con la loro presunta qualifica professionale.

www.facebook.com/nicolo.piro.31

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Commento 14416 di vilma torselli
del 31/10/2016
relativo all'articolo Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Ital di Sandro_Lazier


Sandro, vorrei, a margine, sottolineare, come tu stesso rilevi, che nel caso della Fallingwater, Wright sperimentava a spese del signor Edgar J. Kaufmann, proprietario dell'omonima catena di grandi magazzini, che non doveva rendere conto ad un popolo di contribuenti di ciò che spendeva.
E' chiaro come il progetto della “nuvola nella teca” (poetico gioco di ruoli che vorrebbe imprigionare ciò che non si può imprigionare) persegua l'intento di creare una "configurazione informale" in quella che Zevi avrebbe definito action architetture, perseguita con un notevole "grado di accuratezza e di profondità del progetto nel suo insieme" tanto più lodevole trattandosi di un progetto molto complesso, accuratezza e profondità necessarie e doverose, ci mancherebbe altro, dopo 18 anni di elaborazione progettuale e un esborso di euro pubblici lievitato da 275 milioni a 413 non ancora definitivi, oltre ad un prestito governativo di 100 milioni di euro.
In attesa di stabilire "se siamo di fronte ad un’opera d’arte vera o ad una costosissima gigionata", vale la pena di sottolineare che il ruolo etico dell'architettura non è un optional o un'invenzione di pochi benpensanti, e voglio ricordarlo citando uno stralcio dal libro di un biogenetista Edoardo Boncinelli: ‘Come nascono le idee’, Edizioni Laterza, 2008 – pag.107:
"In un famoso studio condotto su un nutrito gruppo di architetti, si osservò per esempio che l'interocampione mostrava nei test di intelligenza punteggi superiori a quelli misurati nella popolazione generale, ma quando gli architetti, giudicati come più creativi dai colleghi, venivano confrontati con il resto del campione, architetti creativi e architetti per cosÌ dire più normali non mostravano differenze significative nei punteggi riportati nei test di intelligenza. D'altra parte, i soggetti giudicati creativi erano anche giudicati come più intelligenti dalla media dei loro pari. Ciò può dipendere dal carattere fortemente sociale della creatività. Per essa occorre anche il riscontro della valutazione collettiva. Essere creativi implica produrre qualcosa di innovativo che appaia utile o comunque rispondente a un bisogno condiviso e che ottenga pubblico consenso per entrambi i termini. Il prodotto creativo, cioè, deve poter essere giudicato dalla comunità in cui l'atto creativo è espresso come innovativo realmente utile." Per quanto strano possa sembrare, un biogenetista parla specificatamente di ‘architetti’ e pone l’accento sulla qualità sociale che si accompagna alla creatività e che giudica l’atto creativo degno di riconoscimento in quanto origine di un prodotto socialmente utile, in grado di sintetizzare ruolo civico e valenza etica.
Apparentemente, guardando al fenomeno delle archistar, non sembra più necessario il pubblico consenso né una particolare capacità sociale, essendo la maggior parte dell’architettura e (dell’arte) moderna estranea ed incompresa per il grande pubblico e per la comunità in cui si esprime. Del resto è stato così anche quando hanno costruito la Basilica di San Pietro.
E' irrilevante che da allora siano passati secoli? Che qualcosa sia cambiato nella consapevolezza sociale dell'uomo di oggi?
E' scontato "che per dare giudizi sull’architettura occorre innanzitutto conoscere l’architettura", ma il resto del mondo, che non ha conoscenze per dare giudizi di architettura (e magari neppure ne dà), ma la paga e la subisce e dovrebbe essere l'utilizzatore finale, che ruolo ha?
Cogliendo i commenti sulla festa di inaugurazione molto elitaria del centro di Fuksas, osserva Alessandro Tempi, attento osservatore del sistema dell'arte moderno: "l’idea che il popolo - o il pubblico, i cittadini - debba solo (gioiosamente?) confermare quanto altri hanno scelto per loro in campo artistico ha qualcosa di perverso, per almeno un paio di motivi, il primo dei quali è presto detto: esso dissimula il fatto che solo questi “altri” siano in grado di dire cosa arte possa essere o diventare; il popolo può solo venire a far festa dopo."

Non voglio essere polemica, né sono in grado di offrire proposte di soluzione per una dicotomia che, anche da prima della costruzione della Basilica di San Pietro, è sempre stata "il riflesso di quella stessa fastidiosamente disinvolta autoreferenzialità che affligge la nostra classe politica, che si sforza di rendere appetibile l’Italia affamando gli italiani."

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Commento 14415 di Marrucci
del 31/10/2016
relativo all'articolo Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Ital di Sandro_Lazier


Si parte con l'idea fascinosa di una nuvola per approdare a quella più terricola di una patata trasparente imprigionata dentro ad un strutturalità che pare assai più vicina alla gabbia...
Il costo pare un mistero ma che dire? in Italia il mistero irrivelato pare abbia un fascino irresistibile...

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Commento 14414 di Vito corte
del 31/10/2016
relativo all'articolo Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Ital di Sandro_Lazier


Rispetto le considerazioni di Sandro Lazier e ne condivido la critica specialmente per il modo in cui essa è formulata: offrendo cioè gli argomenti di verifica, grazie ad una sufficientemente completa rassegna di documenti tecnici (il progetto architettonico allegato, purché in scala 1:200, consente di supportare oggettivamente molte riflessioni).
Vorrei tuttavia, se possibile, formulare le mie riflessioni. Esse sostanzialmente si concentrano su due aspetti.
Il primo è quello dei costi.
D'accordo sulla necessità/inevitabilità che una grande opera significativa per la Nazione necessariamente deve essere una opera impegnativa sotto il profilo dei costi necessari per realizzarla.
Ma i costi devono essere ben preventivati, specie quando non si tratti di una bazzecola.
Immagino, anche perché io stesso vittima incolpevole di un sistema burocratico amministrativo e politico italiano che definire inaffidabile è solo eufemismo, che le condizioni al contorno abbiano determinato un progressivo incremento dei costi ma vi sono alcuni elementi che nella forma e nella sostanza a me non "suonano" a favore dell'opera. Leggere infatti che nel corso dei lavori sono state effettuate ben dieci perizie di variante e suppletive, leggere che esiste tuttora un rilevantissimo contenzioso con l'impresa esecutrice e che ancora le corposissime riserve da essa formalizzate (ammontanti a milioni di euro) non sono state ancora risolte, mi porta ad esprimermi non più solo da architetto amante ed appassionato dell'architettura e del mestiere. Sono consapevole che questa posizione si presta ad essere sbrigativamente collocata nella categoria del professionismo puro, ma non è il professionismo a farmi esprimere così: è invece un'esperienza ormai lunga di un mestiere che amo più di ogni altro ma che vede sempre più svuotato di contenuti. C'è un impegno civile ed etico, insieme a quello creativo e tecnico, che muoverebbe l'architetto di un'opera - specie se pubblica- informando i suoi atteggiamenti verso la misura ed il rigore. E qua, sono i documenti a dirlo, non c'è stata misura nè rigore.

Altro aspetto critico è quello del linguaggio.
Esso è più pertinente alla disciplina del progetto: quando il passaggio di scala dal concept disegnato a mano al disegno esecutivo rimarca evidenti soluzioni di continuità allora credo che ci sia qualche problema.
Spiegandomi meglio: fintantoché l'opera architettonica, nel suo tentativo "artistico" di staccarsi dal figurativo per avvicinarsi al concettuale sarà costretta a prendere forma con materiali e soluzioni costruttive tradizionali, allora vorrà dire che il tentativo non sarà del tutto riuscito.
Quando cioè - e il caso in esame accomuna questa opera con molte altre di altri grandi architetti, tra cui F.O. Gehry - il "sistema intelaiato" costituito da membrature metalliche continua ad essere sempre uguale al trilite arcaico, pur nelle modulazioni e deformazioni del caso, non potrà dirsi, a mio parere, che si sia fatto un significativo passo avanti.
Se l'opera è concepita in tutto o in parte come risultato espressionista (e qua mi riferisco proprio alla nostra storia dell'architettura moderna che ha prodotto veri avanzamenti in tale direzione) allora che sia coerente in tutti i suoi passaggi e che non affidi, invece, al cartongesso la risoluzione della finitura superficiale ad occultare buona parte dei processi costruttivi.

Spero che queste mie considerazioni possano essere accettate e che si possa ulteriormente discutere sull'argomento.

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31/10/2016 - Sandro Lazier risponde a Vito corte

Sui costi.
Pare che Fallingwater di F.L. Wright sia costata 5 volte quanto preventivato. Le varianti in opera non si contarono. Wright sperimentava, faceva facendo, che secondo me è l’unico modo possibile per portare a termine opere di complessità elevata. Giustamente un edificio pubblico deve dar conto dei costi ma, telo dico per esperienza, senza modifiche in corso d’opera, limature e affinamenti il risultato non è mai di alto livello. Solo opere banali e ripetitive possono essere definite completamente a priori, e spesso sono la gioia dei costruttori.
Altra cosa sono le ruberie e il malaffare. Ma lì l’architettura non c’entra nulla.

Sul linguaggio.
Ci sono due aspetti che non possono più essere tralasciati nel linguaggio artistico contemporaneo.
Il primo riguarda il rapporto nuovo/vecchio. Noi abbiamo vissuto per secoli nella convinzione che il nuovo dovesse sostituire interamente il vecchio. Un vero processo di sostituzione storica. Da ragazzino immaginavo che negli anni duemila ci fossero solo grattacieli di vetro e strade sospese in aria.
Ma non è accaduto così. L’avvento della rete informatica, il web, ci ha invece fatto capire che il nuovo non sostituisce il vecchio, ma si somma ad esso. Come nel web, le informazioni sono sempre presenti. Basta richiamarle in vita quando servono. La portata di questa novità è straordinaria perché, nel caso dell’architettura (occidentale) recupera tremila anni di storia conosciuta e li riattualizza.
Questo concetto, malamente interpretato dal movimento postmoderno che ha pensato di fare il nuovo pescando nel vecchio, come se tutto non cambiasse mai, ha liberato i progetti da quella che un tempo era definita coerenza: lo stile, l’-ismo. Il fatto di utilizzare concetti arcaici come il trilite (peraltro qui realizzato ad una scala inimmaginabile nell’antichità) non può più porre pregiudizio alla attualità dell’opera.
La scelta di una struttura regolare per il contenitore è parte del risultato scenico del contenuto.
Il secondo aspetto riguerda l’uso dei materiali. I materiali sono come le parole e in architettura non esistono parole nuove, vecchie, brutte, cattive. La novità o la vecchiaia, la virtù o la volgarità dipendono esclusivamente dalle frasi che si compongono, da come si mettono insieme le parole. Proprio Gehry ce lo ha insegnato.

 

Commento 14411 di vilma torselli
del 23/10/2016
relativo all'articolo Ennesimo terremoto con disastro annesso di Sandro_Lazier


bravo Sandro, una voce forte e chiara contro l'insensata retorica del com'era dov'era!

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Commento 14399 di andrea pacciani
del 30/08/2016
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia di Mariopaolo_Fadda


“L’adagio nostalgico:’Com’era, dov’era’ è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’Estetica, ponendo il tempo reversibile, e riproducibile l’opera d’arte a volontà.” (Brandi 1977)

"Non si deve allontanare la gente da dove ha vissuto. Amatrice, Pescara del Tronto, Arquata, Accumoli, Grisciano: bisogna ricostruire tutto com’era e dov’era. Sradicare le persone dai loro luoghi è un atto crudele. Vuol dire aggiungere sofferenza alla sofferenza". [...] "Bisogna ricostruire tra le pietre, le soglie e la gente che la abita". [...] "L’anima dei luoghi non si può cancellare (Renzo Piano 2016)

Ci sono voluti 40 anni....

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Commento 13999 di Carlo Sarno
del 08/01/2016
relativo all'articolo Sulla bellezza e l'eco-buonismo di Sandro_Lazier


Si, è proprio vero Sandro, è ora di porre fine a questo periodo di profonda ipocrisia disciplinare architettonica, le "oscillazioni del gusto" non possono condizionare la vera Tradizione dell'Architettura... a questo tuo richiamo della coscienza mi viene in mente un significativo e pregnante messaggio di Gio Ponti, che nella sua semplicità chiarisce il mio pensiero a riguardo della tua riflessione : " AMATE L'ARCHITETTURA " !!!!!!!!!!

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Commento 13997 di Carlo sarno
del 08/01/2016
relativo all'articolo Sulla bellezza e l'eco-buonismo di Sandro_Lazier


Si, è proprio vero Sandro, è ora di porre fine a questo periodo di profonda ipocrisia disciplinare architettonica, le "oscillazioni del gusto" non possono condizionare la vera Tradizione dell'Architettura... a questo tuo richiamo della coscienza mi viene in mente un significativo e pregnante messaggio di Gio Ponti, che nella sua semplicità chiarisce il mio pensiero a riguardo della tua riflessione : " AMATE L'ARCHITETTURA " !!!!!!!!!!

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Commento 13630 di greemens
del 31/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015 di Sandro_Lazier


BRAVO Lazier... ti condivido in toto, hai proprio centrato il punto... l'architettura ha perso la sostanza, è divenuta solo apparenza e tutti a gridare "contemporaneo, spettacolare", senza capire... parlare di architettura organica, o peggio di decostruttivismo, x questo manufatto "metrocubista" con pelle alla copia&incolla (vd stadio Pechino) totalmente scisso interno/esterno è davvero uno schiaffo a chi "sa vedere l'architettura"... il commento riparatore alla tua critica attesta la vera limitatezza culturale di questi "critici trend" che applaudono ad ogni schifezza che purtroppo da troppi anni ci fanno passare x architettura... la tristissima verità è che l'architettura è morta, purtroppo... hanno ammazzato il vero architetto togliendogli la libertà, l'essenza vera alla base di ogni architettura... e non è solo un discorso italiano (che ormai conosciamo bene), ma tragicamente mondiale... Gehry un po' resiste ancora, trovo che ultimamente anche la Hadid ha ceduto... e l'ignoranza architettonica impera...

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Commento 13621 di Pietro c.
del 13/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015 di Sandro_Lazier


Premetto che non ho visitato il padiglione in questione, quindi mi astengo da un giudizio definitivo su di esso. Detto ciò a quanto si può vedere dalle immagini condivido la recensione. Mi sento di aggiungere ancora una riflessione sulle motivazioni che possono spingere la progettazione verso questi risultati. Secondo me è importante, per capire, tenere presente il contesto in cui quest'architettura si inserisce. Stiamo parlando di un contesto ad alto grado di spettacolarità (spettacolo che comunque non sempre intendo con accezione negativa, quando c'è chi sa farlo), in cui i visitatori mediatici saranno enormemente superiori a quelli reali, ossia i fruitori dello spazio: in fondo, nel complesso della manifestazione credo (ahimè) che le architetture ricoprano un ruolo di supporto, uno dei tanti elementi della sociètà soggetti a reificazione, la dove il fine ultimo è il giro di denaro messo in circolo per far girare altro denaro. Questo non per giustificare le scelte progettuali, ma per provare a darne un'interpretazione.

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Commento 13619 di vilma torselli
del 12/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015 di Sandro_Lazier


Sandro, mi pare che l'architettura contemporanea, come del resto l'arte visiva, sempre più tenda ad un linguaggio sinestetico entro il quale la scenografia (il come) rivendica la sua parte. Perché pelle, epidermide, facciata dovrebbero essere termini esclusi da ogni discorso sull'architettura? Forse la pelle non è indispensabile tramite per portare in superficie l'urlo che parte da dentro? E non è proprio la manifestazione epidermica, melodrammatica, teatrale che lo riverbera all'esterno? E la pelle, non è forse il luogo in cui l'architettura confina col mondo ed acquisisce senso dal confronto con esso?
L'apparenza sta sempre più diventando sostanza, sostituendo l'immagine della rappresentazione alla rappresentazione stessa in una 'realtà aumentata' o aumentabile con informazioni 'aggiuntive' che possono alterare radicalmente la percezione spaziale di ogni architettura. Se l'architettura, come ogni esperienza umana, è ciò che percepiamo di essa, oggi l'architettura è uno spazio, o meglio la percezione di uno spazio, radicalmente cambiato nei suoi stessi parametri, pluridimensionale, elastico, mutevole, colorato, interattivo, contaminato, multiforme, virtualizzato e, perché no, scenografico, questo ci dice il viaggio ai limiti della realtà tra i padiglioni dell'Expo.
"La storia dell'architettura è anzitutto e prevalentemente la storia delle concezioni spaziali" scrive Zevi ("Saper Vedere l'Architettura", 1948), ma lo 'spazio puro' non esiste più e forse non è mai esistito.
E se la 'sostanza architettonica' fosse oggi la 'forma esteriore' ?

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Commento 13618 di vilma torselli
del 11/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015 di Sandro_Lazier


Indubbiamente, come suggerisce Vito Corte, sarebbe meglio verificare sul posto, scoprendo che, da altre angolazioni, il volume è decisamente meno goffo, laddove squarci vetrati sembrano voler liberare una seconda pelle, lucida e trasparente, dall’intrico di sovrapposizioni che ne costituiscono il confine e l’interfaccia con l’esterno.
Di grande suggestione percettiva gli interni, dove una sorta di entropia architettonica fa venire in mente la versione brutalista di un Calatrava o certe sperimentazioni sull’involucro di Herzog & de Mueuron.
Nel bene e nel male, un’architettura frutto di una ‘mente estesa’ in sintonia con la nostra natura biologica che aspira ad integrare dati emozionali, sensoriali, culturali, sociali secondo un principio di correlazione totale, tracciando la via per un post-decostruttivismo prossimo venturo che già fa apparire obsoleti i scintillanti ghirigori barocchi di Gehry e le cervellotiche architetture diagrammatiche di Hadid.

Quanto all'albero della vita, lo vedrei perfetto per la piazza principale di Dubai.

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11/5/2015 - Sandro Lazier risponde a vilma torselli

La mia critica, Vilma, riguarda il come, non il cosa. Ed è il come questa architettura è stata espressa, in forma del tutto scenografica, che mi fa dubitare della sua capacità di superare quella che molti considerano la deriva decostruttivista. Infatti, credo, se si ha intenzione di generare nuovi linguaggi, questi non possano che procedere da una rinnovata scrittura, la quale non può essere limitata alla sola pelle dell’edificio ma deve coinvolgere la sua struttura. Né Gehry, né Hadid hanno mai concesso troppo all’epidermide. Discorso diverso per Calatrava che, nella sua ripetitività rimane, a mio parere, un neoclassico. Le strutture di Gehry e Hadid, se vogliamo, nel loro delirio drammaticamente espresso, urlano a partire da dentro; non sono espressioni di facciata su un fisico compassato e indifferente, pronto, se ce ne fosse necessità, a cambiare la propria pelle e il proprio destino. Insomma, una struttura buona per tutte le stagioni con su la maschera di circostanza. Siamo in pieno melodramma.
Ma forse sta qui tutta l’italianità.

 

Commento 13617 di scandellari
del 10/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015 di Sandro_Lazier


Articolo condivisibile in ogni sua parte. Una critica elegante, nel voler tralasciare i costi ma non la goffaggine del manufatto, che offende la sensibilità di Lazier e non suscita emozioni, come dovrebbe fare l'architettura quando è poesia, invece il padiglione italiano, sotto la pelle decorativa, ha un malcelato e "bulimico metrocubismo".
Geniale l'albero della vita luminoso e l'idea del castro e del decumano con la Piazza Italia all'incrocio.



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Commento 13616 di Vito corte
del 10/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015 di Sandro_Lazier


Sono sostanzialmente d'accordo anche se mi riservo di andare e verificare sul posto. Le foto spesso ingannano (ma ancor più spesso ingannano a favore dell'opera...).
Aggiungo che siamo al punto che dire queste cose, che non da male a nessuno e anzi farebbe bene a molti, suona stonato mentre fare 'ooooh' ammirati davanti a opere siffatte (e siffatte storie che stanno dietro queste opere) fa star nella cerchia della tendenza. Nel giro.

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